Leggendo #152 – Exit West

La fotografia analogica mi ha insegnato che devo smettere di avere fretta, che ogni secondo è vissuto intensamente prima ma anche dopo perché quando lo si rivive, quando si sviluppa un rullino e non si ricordano davvero tutti quei 36 scatti fatti, è una meraviglia tornare nel passato e riscoprire cosa l’occhio aveva deciso di immortalare. Exit West di Mohsin Hamid non ha macchine fotografiche che scelgono di ricordare cosa accade nella storia perché il legame fra Nadia e Saeed è un qualcosa di dolce che sfocia nella nostalgia, è un viaggio continuo tra passato, presente e futuro tanto da non avere punti d’incontro su cui soffermarsi ma solo continue ondate di entusiasmo prima e malinconia dopo.

IMG_20170714_0005.jpg

Noli – Comet K35

Difficile delineare ciò che è realtà e fantasia in un romanzo breve pronto a far vivere al lettore  le più diverse emozioni. La positività dei primi capitoli, il freddo che cade sulle pagine più centrali e la sofferenza che attanaglia il cuore nelle ultime pagine: Exit West è un libro forte ma è soprattutto una storia attuale, un mix di fantascienza (se così si può defnire) che spiega un rito odierno, un qualcosa che ogni giorno leggiamo sui giornali e che non riusciamo mai davvero a comprendere e immaginare realmente.

Anche l’effetto che le porte facevano alla gente si modificò. Girava voce che ci fossero porte capaci di trasportarti in altri luoghi, anche molto remoti, lontano dalla trappola mortale in cui si era trasformato il loro paese. Alcuni sostenevano di conoscere qualcuno che conosceva qualcuno che era passato attraverso una di quelle porte. Una porta normale, dicevano, poteva trasformarsi in una porta speciale, e poteva accadere anche senza preavviso, a qualunque porta. Quasi tutti le consideravano voci prive di fondamento, sciocche superstizioni. Eppure quasi tutti avevano cominciato a guardare le proprie porte in modo diverso.

Quella di Nadia e Saeed è una storia di migrazione ma è soprattutto una relazione, un amore che cresce ossessionato da ciò che li circonda, influenzato da un’infinita serie di eventi inaspettati, indipendenti dai protagonisti: è un qualcosa più grande e più forte di loro, una tempesta di sabbia fatta di granelli di odio e indifferenza. Le parole di Mohsin Hamid, come quelle ne’ Il fondamentalista riluttantecolpiscono il lettore con la loro precisione, la capacità di analizzare chirurgicamente situazioni e sentimenti. Uno stile diretto che non ha paura di narrare ogni minima percezione.

(…) e così ognuna a proprio modo, quelle tre persone che condividevano quell’unico appartamento interagivano l’una con l’altra attraverso svariati e molteplici flussi temporali.

Il viaggio, protagonista eterno di queste pagine, è un continuo rimembrare ciò che accade alle persone quando si spostano, volontariamente e non. È un continuo rimando a come tutto debba sempre cambiare, sia che si rimanga fermi, sia che si finisca a cambiare città, stato, continente. Exit West sono tanti attimi, immortalati in diverse fotografie, che sparpagliate nel tempo cercano di ricostruire ciò che si logora e modifica.

Siamo tutti migranti attraverso il tempo.

Annunci

Leggendo #151 – Uomini nudi

Ci sono libri che, emotivamente parlando, sono fortissimi e Uomini Nudi di Alicia Giménez-Bartlett è uno di questi. Parlarne non è così semplice perché questo romanzo di quattrocento pagine lo si divora in pochissimo tempo, sul terrazzo mentre si cerca di godere del poco vento che c’è e in tram mentre in una Milano deserta si va verso il lavoro e un nuovo capitolo che si sta scrivendo. Uomini nudi entra così intensamente e prepotentemente nella testa del lettore perché è proprio come la parola su cui cade l’occhio nel titolo: nudo. Non ha riguardi, non ha remore: Uomini nudi descrive tutte le vicende così come accadono, si muove attorno ai protagonisti ma soprattutto nelle loro teste per scavare nel loro animo più profondo.

Quello di Alicia Giménez-Bartlett, infatti, è uno stratagemma che funziona sempre ma che lei utilizza divinamente. La voce narrante è un io che continua a cambiare, è un susseguirsi di racconti da parte di un personaggio e poi di un altro, tanto da trasformare il romanzo in un continuo confidarsi e raccontarsi ma, soprattutto, un vivere le vicende narrate da infiniti punti di vista. Ed è proprio qui che Uomini nudi dà il meglio di sé. I protagonisti, come si può dedurre dal titolo stesso, sono nudi davanti alle figure femminili, fisicamente e psicologicamente, ma soprattutto davanti al lettore. Le menti contorte di tutti i personaggi di Alicia Giménez-Bartlett si presentano nitidamente davanti al lettore che preso dalla foga della lettura anticipa e costruisce con lo scrittore le vite di Iván e Javier.

IMG_20170714_0030

Palazzolo S/O – Comet K 35

Ogni personaggio in Uomini nudi vive una lenta ma continua evoluzione, una crescita interiore paragonabile a quella di Walter White in Breaking Bad, una presa di (in)coscienza così rara eppure così profonda che trasforma questo libro in un qualcosa da non perdere, in una lettura feroce e assetata come il desiderio dei protagonisti di vivere intensamente tutte le emozioni più forti, ognuno le proprie.

Alicia Giménez-Bartlett ha scritto un romanzo dalla potenza incredibile, un qualcosa che raramente capita di trovare fra gli scaffali. Crudo e diretto, come solo le storie più complicate ma studiate nei minimi dettagli possono essere.

Leggendo #149 – Happy Hour

In Happy Hour, la raccolta di racconti di Mary Miller edita da Edizioni Black Coffee, tutte le protagoniste hanno sostanzialmente paura. Di vivere, di decidere, di prendere una posizione, di amare e di farsi amare. Non c’è donna, in Happy Hour, che sappia scegliere il proprio uomo, la dolce metà o semplicemente una piacevole compagnia senza inciampare in errori, sbagli, fortuiti incontri dove trovare il meglio per sé pare semplicemente impossibile. Per le donne di Mary Miller, l’amore è soprattutto essere scelte, accettare, prendere per buono tutto ciò che arriva senza farsi troppe domande. È semplicemente l’incapacità di accettare ciò che accade tanto da trasformare il presente in un finto consenso, in un’incapacità di vivere in mancanza di stimoli ma con il desiderio di non provare nemmeno a farlo quel passo che porterebbe a un poco di felicità.

---_00022

Comet K35

Masochismo e tentativi vani nemmeno troppo studiati sono alla base di questi racconti che fanno arrabbiare, che rimangono a guardarti mentre ti spiattellano la verità addosso e tu vorresti dirglielo che non sei d’accordo, che l’amore non è così, che i sentimenti esistono e invece da Istruzioni Il 37 le paure sono sempre le stesse e si sommano una dopo l’altra.

Ognuna immagina per sé una vita diversa da quella che ha e non me la sento di toglierle anche questo.

Perché è soprattutto la mancanza di un futuro, la voce narrante che dà del tu a ognuna delle donne di Happy Hour per lasciare minor spazio possibile fra il lettore e il flusso di pensieri che inondano le menti delle giovani protagoniste, tutte indaffarate soprattutto con ex e/o attuali fidanzati, spesso non innamorati o alcune volte fin troppo passionali.

E tutte queste novità contengono così tante promesse che ogni volta riesco quasi a convincermi che sarà diverso.

Mary Miller racconta la sterilità di sentimenti e voglia di vivere così come la totale assenza di spirito di iniziativa senza fronzoli tanto da portare il lettore a opporsi, a provare a mettersi in gioco, ché forse qualcosa per cui vale la pena di vivere dovrà pur esserci, nonostante l’apatia, nonostante l’aria che pare galleggiare su questo presente infinito.

Leggendo #147 – Il sapore perfetto

La vacanza inizia quando ci si tuffa nelle pagine dei luoghi che si vedranno, quando le onde del mare cominciano a rincorrersi fra i paragrafi e il profumo del cibo a invadere ogni parola che richiama una terra di profumi e sapori speciali. Santander, e soprattutto Gijón, non sono davvero così lontani: sono già qui, ne’ Il sapore perfetto, il romanzo di José Manuel Fajardo edito da Guanda che racchiude in meno di trecento pagine l’amore per una terra, la Spagna, e il desiderio di viaggiare per scoprire tutto ciò che potrebbe trasformarsi in casa.

Mancano quasi due mesi alla vacanza on the road nel nord della Spagna che è tutto quello per cui ogni giorno faccio respiri profondi e spargo entusiasmo eppure con Il sapore perfetto mi sembra già di essere nelle Asturie, a cercare l’abbinamento perfetto fra il piatto di pesce fresco e il vino che lo accompagnerà. Omar, da Gijón, ha vagato per mari, fino al Messico, per poi arrivare a Parigi, la ville lumière, per trovare in fette d’arancia tutto l’amore che si può provare. Dall’infanzia all’età adulta, Il sapore perfetto è la continua ricerca dell’istante più vivo, del significato più nascosto di ogni piccolo gesto. È la rincorsa alla felicità, quella vera, fatta di sincerità e soprattutto genuinità, elementi che Omar pare rincorrere per tutta la sua vita in ogni angolo del mondo.

E il viaggio inizia sin da bambino, in un eterno duello combattuto dai genitori e in cui Omar si ritrova continuamente, ogni giorno, spinto in alcuni momenti a diventare tutto ciò che era suo padre ma poi, improvvisamente, a prendere come persona di riferimento la figura forse più forte e determinata che abbia mai conosciuto: sua madre.

Il sapore perfetto si legge d’un fiato: è una parentesi in attesa delle prossime vacanze e di una settimana distante dalla quotidianità. E la voglia di vivere leggeri.

– CometK35

Leggendo #146 – Le nostre anime di notte

Chissà perché la notte è più facile raccontarsi, lasciarsi accarezzare dal buio e svelarsi.

Oh, mi sento già meglio a parlare con te avendoti accanto.
Non abbiamo parlato molto per il momento.
Eppure mi sento già meglio. Te ne sono grata. Ti ringrazio per tutto questo. Adesso mi sento di nuovo molto fortunata.

Le nostre anime di notte di Kent Haruf sono soprattutto frammenti, conversazioni sussurrate nell’orecchio prima di addormentarsi. Dall’autore della Trilogia della Pianura, nascono queste pagine che sono delicate seppur violente, dolci nonostante l’amaro, ottimiste malgrado il pessimismo che si vuole nascondere in gesti crudeli. Holt, la cittadina immaginaria del Colorado protagonista della trilogia dello stesso autore già portata in libreria da NN Editoresi presenta qui in tutta la sua piccola ma grande particolarità di essere ciò che si trova nella realtà in ogni angolo del mondo: un luogo dove tutti si conoscono e probabilmente, per la maggior parte del tempo, non si capiscono.  E per me, che a Holt non c’ero mai stata, gironzolare per Cedar Street e mangiare un hamburger allo Shattuck’s Café è stato come vivere una parentesi temporale in un’atmosfera pressoché indefinita dove un sentimento, forse più forte dell’amore stesso, pare regnare sovrano fra due protagonisti che rendono questo centinaio di pagine e poco più di una bellezza disarmante.

È che a volte non esistono i perché, succede e basta. Si sceglie una persona e sin dall’inizio lo si capisce che è quella giusta (per davvero) che è inutile girarci intorno: bisogna viversela e basta. La fragilità di Jamie, la fermezza di Addie, il finto cuore di pietra di Louis e persino la dolcezza di Bonnie vivono dell’amore che si nutre di parole e di quella sensazione che si prova quando cala il buio e la luce di una finestra accesa al secondo piano è sinonimo di rifugio, di un luogo senza tempo né confini dove cullarsi e parlare di realtà, sì, ma anche di sogni.

Ne’ Le nostre anime di notte di Kent Haruf c’è tanta naturalezza e dolcezza che lascia spazio, però, anche a tantissima cattiveria, quella improvvisa, come quella che arriva senza bussare, irruente e maleducata. Eppure l’amore resiste, ai commenti e alle avversità, grazie alla forza di due persone che si promettono di restare unite nonostante tutto e tutti.

Ma stiamo anche andando avanti, non è vero? disse lei. Stiamo continuando a parlare. Fin quando potremo. Finché dura.
Di cosa vuoi parlare stasera?

Finché dura. Finché insieme è tutto così terribilmente stupendo e le parole continuano a sgorgare come acqua in un fiume in piena.

---_00034

Di Libri e altre storie – CometK35

Leggendo #145 – Un solo paradiso

I libri con protagonista Milano mi fanno sempre un certo effetto tanto che ormai diventa sembra più difficile valutarli oggettivamente senza dare per scontato l’amore e odio infinito per questa città. Dopo un anno da Diario minimo dei giorni di Franco Loi e poche settimane dopo Un’educazione milanese di Rollo, torno a rincorrere pagine che parlano della nuova casa, di Piazza Leonardo, di spazi che riconosco e sono sempre più miei, di periferia ancora più periferia e di centro che beh, è comunque il centro. Perché Un solo paradiso di Giorgio Fontana è soprattutto Milano ed è incredibile come il romanzo stesso sembri una scusa per descrivere la città che si ama e si scopre quartiere dopo quartiere, come se fossero le vie di Milano a raccontare lo stato d’animo del protagonista. È così che la tristezza e la disperazione passano dagli abomini edilizi o le fabbriche abbondante nella periferia e la gioventù dai dintorni di Piola, dalle zone più vicine al centro che i giovani vivono di più.

Amava il modo in cui Milano si lasciava plasmare dal percorso scelto, cambiando pelle dove tutti vedevano solo una coltre monotona di palazzi. Occorreva solo tenacia: quella città che tanto stancava i suoi amici (e che tanto aveva stancato me, al punto di averla abbandonata) per lui costudiva sempre un margine di incanto che gli apparteneva, persino una sorta di mistero.

E pare davvero di sentirlo l’odore di Milano nel nuovo romanzo di Giorgio Fontana, una penna innamorata del capoluogo lombardo tanto da raccontare recentemente di Macao su Internazionale. Un amore puro che si muove tra viale Cassala e la 91 ma che si alimenta soprattutto di passeggiate tanto da diventare il sinonimo perfetto di queste pagine che paiono una parentesi dopo Morte di un uomo felice, una pausa necessaria per raccontare ciò di cui vivono i cuori più giovani: l’amore incondizionato.

Perché comprese questo – il vero punto della storia, come mi disse al Ritornello: si sopravvive a tanti inferni, e non a un solo paradiso.

Un solo paradiso, infatti, è l’amore che si prova senza misure, è la passione che travolge proprio come il jazz, la colonna sonora di una relazione sfortunata e di un protagonista che vive solo al massimo e solo in bianco e nero, senza filtri. Giorgio Fontana racconta una storia che è una confessione, è un inno alla città ma soprattutto alle arti, a quelle che fanno parlare l’animo e a quelle che inquadrano la realtà per studiarla meglio.

La fotografia è l’unica arte che dipende per intero dalla realtà. La musica, la letteratura o la pittura hanno margini diversi, più o meno ampi, di autonomia: a loro il mondo non serve, possono crearne uno nuovo quando gli pare.

509403364.288271.jpg

Milano – ColorTime110

Lontano da Colnaghi, Giorgio Fontana ricorda l’amore e gli istinti più vivi, ricorda Milano e una città in continua evoluzione, sempre pronta a farsi amare e odiare per le sfumature di colori che solo chi ha davvero pazienza sa riconoscere.

 

Leggendo #143 – Umami

Ho terminato di leggere Umami di Laia Jufresa a bordo piscina, circondata da bambini che giocavano a tuffarsi nell’acqua dove non toccavano. Cercavano, li sentivo, di distrarmi in qualche modo da pagine che mi stavano trascinando in un piccolo comprensorio, un luogo che nella mia mente è un po’ come il cortile della casa dei miei genitori dove più famiglie si ritrovano a vivere con le porte d’entrata affacciate su uno spazio comune, spesso trasformato in luogo di giochi e di chiacchierate infinite. Le sere d’estate, noi bambini, ci trovavamo a improvvisare tornei di pallacanestro e i pomeriggi assolati, invece, correvamo dai nonni dei vicini perché avevano sempre il gelato anche per noi, che eravamo diventati i nipotini adottati. È così che, con questo libro, Edizioni SUR ha rispolverato piccoli sprazzi della mia infanzia ma soprattutto ha portato in Italia il primo romanzo di una scrittrice che strappa sorrisi e che in poco più di duecento pagine ha raccontato un microuniverso, Città del Messico, con la fantasia di chi vorrebbe stare a giocare con le parole per ore.

Umami, questo bisogna precisarlo sin da subito, è un libro a matrioska con una struttura tutta sua che saltella qua e là nel corso degli anni. Le quattro parti in cui è suddiviso il libro sono composte a loro volta da cinque capitoli che sono anni, ognuno di essi raccontato da una voce differente. Ana, Marina, Alf, Luz e Pina, infatti, sono i protagonisti a cui è stato dato il compito di ricostruire le vicende, una struttura solo apparentemente complicata perché Umami, in realtà, è un libro che scivola via, pagina dopo pagina. In libri come questi, spesso, si direbbe che pare di stare in un vortice ma il romanzo di Laia Jufresa è piuttosto una battigia dove le onde giocano con la riva e i piedi stanno ad aspettare l’arrivo della prossima onda che caccerà via i granelli di sabbia dalle dita.

E questo continuo tornare è un dettaglio che è stato sottolineato più volte in occasione di una colazione speciale, a Ivrea, dove Laia Jufresa ha raccontato la storia del suo libro e delle pagine che lo compongono, di come ogni personaggio ha vissuto nella sua testa prima di riuscire a prendere spazio fra le pagine e regalare a Umami la struttura meravigliosa che ha.

SURns2_Jufresa_Umami_coverMa cosa è Umami? Beh, Umami è soprattutto uno dei cinque sapori percepiti dalla lingua umana insieme a Dolce, Salato, Acido e Amaro. Umami, per spiegarvelo come Alf – il maggior esperto di umami nel romanzo di Laia Jufresa – è quel qualcosa che dà un sapore in più a un piatto di spaghetti, a quei “Carboidrati insapori. Ma se ci metti dell’umami, se ci metti parmigiano o pomodoro o melanzane, zac! È un pranzo”. Eppure anche le altre voci narranti, insieme ad Alf, sono a modo loro delle esperte di umami o comunque sia di quel desiderio di aggiungere alla propria vita quel sapore in più. La caratteristica più bella di questo libro, infatti, è che ogni personaggio è vivo, è un insieme di gesti, di modi di dire che ripetono e li caratterizzano (hai presente?), di vite che sono un voler continuare a essere ciò che sono, e ancora di più, nonostante la morte.

Perché Umami è soprattutto un libro sul lutto e Laia Jufresa lo ripete più volte durante la nostra chiacchierata. Ciò che è scritto nelle sue pagine vuole essere un libro sul dolore, non un thriller con colpi di scena ma un lento dondolarsi e soffermarsi sull’evoluzione e trasformazione della sofferenza, quella però irruente e che lacera il cuore quando una persona non c’è più. Il dolore narrato da Laia Jufresa è un continuo rincorrersi di onde, è il dolore di un paese intero, il Messico, di cui la scrittrice confessa di voler raccontare la violenza senza davvero renderla protagonista delle sue pagine, preferendo confinarla in dettagli ben particolari. Una scelta, questa, che predilige quindi i paragrafi con protagonista la vita quotidiana dei personaggi e gli spazi chiusi delle mura di casa perché, come ha voluto specificare la scrittrice, “in città così grandi descrivere luoghi piccoli e privati è un modo per raccontare ciò che accade negli spazi pubblici, più grandi e più ipocriti”. Un romanzo corale, quindi, che predilige soprattutto le voci narranti femminili in una letteratura, quella messicana, dove son sempre stati i personaggi maschili i prediletti a raccontare storie.

Noi bambini di città occupiamo un perimetro ridicolo.

Voltando l’ultima pagina di questo romanzo sono rimasta a fissare le piccole onde della piscina con il desiderio di capire come fosse possibile che, nonostante i temi trattati, la vera essenza di Umami sia il voler essere trascinati dalla voglia di vivere. Gli strascichi di un lutto continuano a tornare, a ondate, infinite volte, eppure a volte il desiderio di surfare su queste onde di dolore è più forte di qualsiasi altra cosa. Perché cercare se stessi, e tentare di definirsi, può essere un modo per superare qualsiasi sofferenza tanto che la ricerca di ciò che siamo è uno dei temi più importanti di Umami e che traspira dalle pagine grazie all’attenzione quasi maniacale di Laia Jufresa per le parole.

La parola alla quale associò quella certezza fu: possibilità. Il colore, quindi, quel bianco del possibile, acceso dal sole sulla parete liscia, si chiamò biansibile.

Umami, infatti, è una continua ricerca delle parole più adatte per descrivere situazioni, persone, attimi. I colori sono stati d’animo, ogni piccolo gesto un lascito di esperienze passate; la lingua inglese (la lingua scritta per Laia Jufresa) un’influenza costante per i messicani che hanno con questa lingua un rapporto tutto particolare dovuto al continuo andare e tornare nello stato vicino dove chiunque, ha raccontato Laia Jufresa, ha sicuramente un cugino, uno zio o un vicino che ci vive o ci ha vissuto. Importantissimo, inoltre, il lavoro di traduzione di Giulia Zavagna che ha giocato insieme a Laia Jufresa ad inventare parole, con un confronto sempre attento alle edizioni già pubblicate negli altri Stati per rispettare un lavoro di fantasia nato anche da passeggiate perché camminare, la scrittrice non ha dubbi, è forse uno dei modi migliori per trovare ispirazione e sedersi davanti a un foglio bianco senza paura.

(…) a guardare la polvere che fluettava, imbambolata (…) convinta che qualcosa (la sua vita) stesse per cominciare.

Umami, in questo romanzo su cui galleggiare, non è solo uno dei cinque sapori percepiti dalla lingua umana, non è solo il desiderio di aggiungere un ingrediente in più a un piatto di pasta per regalare gusto e appetito a un pasto. Umami, qui, è voler vivere al meglio ogni singolo istante, nonostante le difficoltà, nonostante le incertezze del futuro, nonostante le difficoltà del passato che sono piccoli fortini dai quali presiedere il presente.

Umami è anche un po’ Verdami, il verde di Umami che in realtà è anche un Verdeglioso, il verde meraviglioso che si è intrufolato in ogni foto scattata nella veranda de’ La Tisaneria di Ivrea dove Edizioni Sur e Laia Jufresa hanno arricchito una colazione speciale con dettagli di un libro che difficilmente se ne andrà via dagli angoli del cuore in cui si è intrufolato.

La colazione a Ivrea, a La Tisaneria, in occasione de’ La Grande Invasione. Grazie ancora a Edizioni Sur per l’invito speciale.