Leggendo #154 – Epopea Americana

“Sentirsi soli ci fa diventare più deboli. Essere soli ci dà autonomia e potere” (I paesaggi perduti – Romanzo di formazione di una scrittrice).

Joyce Carol Oates l’ho conosciuta così, un po’ per caso, e come tutte le conseguenze del fato si è trasformato in un amore folle fatto di libri e pagine e paragrafi e frasi che continuo a rileggere e cercare qua e là. Il pezzo che segue, pubblicato su Finzioni, è nato dopo quasi mille pagine lette tutte d’un fiato, dopo la lettura di due romanzi che hanno sancito, senza che me ne accorgessi, la voglia di continuare a inseguire quella cosa che freme dentro e non riesco a smettere di fare. Joyce Carol Oates, così, è diventata la mia seconda Joan Didion.

Quante voci può avere uno scrittore? Quanti stili e quante infinite parole possono nascondersi in romanzi che vanno a comporre le opere più rappresentative di una penna che diventa simbolo di una generazione e di un periodo storico? Sono queste alcune domande che nascono spontaneamente durante la lettura dei primi due dei quattro volumi che compongono Epopea Americana di Joyce Carol Oates, editi da il Saggiatore. Osservazioni che si fanno strada e trovano posto nella testa di chi legge, mentre  centinaia di pagine scorrono davanti ai suoi occhi portando alla luce personaggi e voci che si ingarbugliano fino a comporre due romanzi, Il giardino delle delizie e I ricchi, che paiono due porte per due galassie, differenti ma parte dello stesso meraviglioso universo composto da paragrafi indimenticabili di una scrittrice ancora da scoprire.

Joyce Carol Oates ha 29 anni quando negli Stati Uniti, nel 1967, viene pubblicato per la prima volta Il giardino delle delizie, e 30 quando nel 1968 arriva nelle librerie I ricchi. L’indagare sull’età dell’autrice fa parte di un processo che incuriosisce sempre, è un modo per costruire mondi di condizionali dove ci si immagina di poter scrivere pagine simili a quelle appena lette alla stessa età dell’autrice; immaginarla seduta davanti a una scrivania alla stessa età in cui noi, ancora, stiamo cercando di capire quali sogni inseguire. E citare i sogni è una conseguenza spontanea dopo la lettura di questi primi due volumi perché Epopea Americana ha molto a che vedere con il mondo onirico, più per la sua concezione che per i contenuti. Alla base di tutti e quattro i volumi, infatti, c’è il desiderio dell’autrice di criticare quel tipo di cultura e valori che soprattutto negli anni Sessanta venivano rincorsi per raggiungere l’apice del Sogno americano, quello stereotipo di felicità agognato da tutti ma da pochi effettivamente vissuto. Un tentativo (spoiler: riuscito perfettamente) di immaginare sensazioni e paure vissute in uno spazio-tempo ben preciso, costruendo pagine con uno scopo definito che Joyce Carol Oates raggiunge con una carica estasiante, tipica della penna giovane pronta a farsi guidare dal turbinio di parole.
E ad aprire le danze di Epopea Americana ci sono questi due libri, Il giardino delle delizie e I ricchi, con storie e personaggi diversi che hanno come comune denominatore la principale caratteristica di chi viveva gli anni Sessanta in America: l’instabilità. Perché i veri protagonisti di questo migliaio di pagine sono il continuo viaggiare e spostarsi dei suoi personaggi, la loro intensa e incredibile disponibilità a lottare ogni giorno contro gli imprevisti e il domani.

Il giardino delle delizie

Anzitutto, Il giardino delle delizie che leggiamo oggi non è lo stesso del 1967. Quella proposta da il Saggiatore è una riscrittura degli anni Duemila, quando dopo più di trent’anni Joyce Carol Oates decide di rimettere mano alle voci di personaggi incredibilmente complessi. Tra le pagine del primo volume di Epopea Americana, infatti, si nascondono i racconti di Carleton, Lowry e Swan, voci maschili attraverso le quali il lettore incontra Clara, prima alla sua nascita, poi nella sua adolescenza e infine nella sua vecchiaia.
Figlia di due contadini, la figura femminile de’ Il giardino delle delizie rappresenta l’America rurale violenta e maschilista, il tentativo di evasione e fuga dal provincialismo. Una giovane donna che vuole trovare se stessa soprattutto in chi incontra lungo la sua strada, dimostrando ogni giorno cosa è capace di raggiungere con la sua ostinazione. Ma dopo tante fatiche, quando si diventa realmente cittadini d’America? E quando si smette di essere considerati “gente di provincia”? Clara sin dall’infanzia precocemente terminata si pone in modo insistentemente queste domande mentre attorno a lei ruotano personaggi unici nel loro genere ma rappresentativi di diverse classi sociali degli anni Sessanta, dai contadini più umili e poveri a chi cerca di arricchirsi improvvisandosi imprenditore.

Una particolarità di questo romanzo è il voler tornare incessantemente a raccontare la gioventù, ogni volta con un differente punto di vista grazie alla scelta di voci narrative diverse ma sempre poco distanti dall’età adulta, in quel limbo che si vive quando ancora non si è grandi ma l’infanzia e l’adolescenza sono già dietro l’angolo. Il giardino delle delizie, dopotutto, è un libro in cui i personaggi si definiscono e si modificano, proprio come accade nella giovinezza, quando ancora le idee non sono  così chiare e si cerca la via per la maturità a tentativi.

Le mappe le insegnavano una cosa stupefacente: non aveva importanza dove si trovava, c’era sempre un modo per arrivare dall’altra parte, c’erano delle linee che l’avrebbero condotta, incrociandosi e accavallandosi, doveva semplicemente capire come.

Il risultato della ricerca della felicità di Clara sono pagine che rimangono impresse nella mente del lettore e si divorano con la stessa foga con cui si vivono le notti di fine estate. Una rincorsa alla vita, tanto che al lettore pare quasi di intravedere, fra le pagine di questo libro, una Joyce Carol Oates già malinconica, una  scrittrice che mentre scrive pare già di sentire nostalgia di questi primi personaggi divinamente delineati, i primi di una lunga serie e ai quali ha voluto enfatizzare emozioni e sentimenti in una seconda stesura più di trent’anni dopo.

I ricchi

C’è qualcosa di incredibile nel passaggio dal primo al secondo volume di Epopea Americana. Terminata la lettura de’ Il giardino delle delizie, con I ricchi si entra in nuovo mondo, talmente estraneo al precedente che per tutta la durata del romanzo a stento ci si rende conto di leggere un libro di cui si è chiusa da poco l’ultima pagina di un’altra opera dello stesso autore.

Tutto il secondo volume dell’Epopea Americana è un continuo esercizio stilistico. La voce narrante è sempre in prima persona e i molti aneddoti si susseguono fra le pagine sempre più veloci, tanto da dare l’impressione che i paragrafi siano nati dal desiderio di giocare a fare lo scrittore, narrando le vicende con lo scopo di diventare un intrattenitore per i lettori e farli naufragare fra le vicende del protagonista. Questa caratteristica rimanda immediatamente a un altro romanzo di Joyce Carol Oates: Jack deve morire (il Saggiatore, 2016). A caratterizzare entrambe le opere è lo stesso folle e illogico casino che è l’animo umano, perennemente spinto nella terribile ricerca della verità. Il gioco più strepitoso creato dalla penna di Joyce Carol Oates è proprio questo inverosimile e continuo scherzo fra ciò che pare finzione e ciò che invece viene considerato dal lettore un fatto concreto, una trappola nella più grande trappola creata dalle sue mani per confondere chi si trova nel suo libro e farlo giocare con l’irrealtà dei fatti.

Protagonista de’ I ricchi è soprattutto la doppia faccia, l’ipocrisia che già si intuisce dall’ironia del titolo. I protagonisti di questo romanzo non sono i veri ricchi ma quella che si potrebbe definire una classe borghese, di chi decide di vivere nella parte di periferia non destinata al degrado bensì a essere chiamata sobborgo, arricchita da ville stratosferiche e macchine nuove parcheggiate nei vialetti. In un contesto di falsità e apparenza, Joyce Carol Oates dà voce a una mente che è un labirinto di incomprensioni, raccontando il decadimento morale, i rancori e gli odi di un ragazzino che si sente un “personaggio secondario” nella vita della madre e che vuole a tutti i costi riconquistare la scena.

Come possiamo sapere di quali folli atti siamo vittime? Di quante operazioni a cuore aperto? Di quali occulti interventi al cervello fra le mura di casa? Possiamo fidarci dei nostri ricordi benevoli, della nostra asfittica bontà che vuole ricordare solo il meglio dei nostri genitori, che allontana i brutti pensieri?

I ricchi è un romanzo a suo modo violento, è la dimostrazione di come si possa raccontare la parte più oscura dell’uomo, di ciò che si cela nella sua mente e dell’esasperazione dei sentimenti.

Due libri diversi eppure così vicini

Ad accomunare i primi due romanzi dell’Epopea Americana è soprattutto la ferocia della scrittura di Joyce Carol Oates, conseguenza di un approccio alla creatività ancora da scoprire.

L’esperienza di stesura del Giardino delle delizie nel 1965-66 è stata molto simile alla stesura dei Ricchi, un anno dopo: era come se avessi cosparso di benzina tutto quello che mi circondava e avessi acceso un fiammifero, e le fiamme che ne sono follemente scaturite erano, in qualche modo, il combustile del romanzo e il romanzo stesso.
(Joyce Carol Oates)

Dalla lettura dei due volumi si respira tutta l’ansia e l’angoscia della scrittrice nel voler raccontare ogni sfumatura dell’animo umano, le debolezze e le preoccupazioni che caratterizzano diverse età e professioni. Quella di Joyce Carol Oates è una mente forse folle ma ugualmente razionale, è una voce che sa come scavare negli abissi più profondi della mente umana analizzando e interpretando ogni piccolo pensiero e ragionamento. Stili diversi e contesti apparentemente lontani compongono un puzzle sociale vivido e reale, un mix di emozioni e sentimenti personali che diventano il riflesso di un qualcosa di più grande e collettivo.

Sensazioni, impressioni e istinti non hanno filtri per una giovane scrittrice che non ha avuto paura di affrontare i temi più delicati, caratteristici di un periodo storico vissuto e osservato, facendosi trascinare dalle parole e dalla foga di narrare la realtà, cruda così com’è.

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Santander – Comet K35

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Leggendo #153 – Il mare dove non si tocca

Il primo Game Boy, l’ultimo livello raggiunto giocando a Snake, essere bravi a “palla prigioniera”. Ci sono cose che alcuni bambini non hanno avuto, non hanno mai raggiunto e mica per quali assurdi motivi, semplicemente sono cresciuti con i nonni, in campagna, dove tutto ciò che era all’incirca moderno non veniva nemmeno preso in considerazione (perché una considerazione di ciò nemmeno c’era). Questa breve e diretta introduzione è per gettarvi ne’ Il mare dove non si tocca, il nuovo libro di Fabio Genovesi che potrebbe essere descritto come un semplice ma dolce rimando a infanzie diverse, eppure speciali forse più di molte altre banali e normali.

Fabio vive al Villaggio Mancini, circondato da una decina di nonni, i fratelli del nonno materno, che da prozii amorevoli giocano al ruolo del parente destinato a crescere e guidare i più piccoli in mirabolanti avventure alla scoperta del mondo. Quelli di Fabio, però, sono nonni a volte irruenti, sono persone dolci ma a modo loro, tanto che spesso il nipotino si trova più in imbarazzo che felice di averci a che fare. E questa è solo una piccola parentesi di quello che nasconde il romanzo di Fabio Genovesi, un libro che pare costruito da tanti racconti in cui la voce narrante di un bambino di sei anni coccola il lettore descrivendo i personaggi di questo libro proprio come i piccoli della sua età sanno fare. Aneddoti divertenti e semplici gesti, infatti, si trasformano in questo romanzo in una caccia al tesoro alle vere identità delle persone, un modo unico e speciale per conoscere gli adulti e il loro mondo, per capirne solo più tardi dinamiche e peculiarità.  È in questo universo, infatti, che le crisi per un lavoro che non si riescono a gestire diventano occasioni per passare più tempo con papà mentre la nostalgia per i vecchi tempi andati, dei racconti ad alta voce intorno a un fuoco.

Ma andava benissimo così, quando succedono le cose splendide va  bene sempre, anche se è solo un sogno. Basta non svegliarsi mai.

In Il mare dove non si tocca, poi, c’è anche tantissimo amore. Quello per un padre, una figura a tratti mitologica, che diventa un’ancora dove ormeggiare la nave della famiglia, sia nei periodi più felici sia in quelli più difficili. Perché il legame con la famiglia, con tutti i loro difetti, è ciò che sta alla base della comunità Mancini, un rapporto solido che si nasconde fra una battuta e l’altra, fra la capacità di affrontare determinate situazioni in un mondo fatto di tradizioni, quelle che caratterizzano un paesello tipico italiano da poche migliaia di anime. È in questo microcosmo che Fabio cresce e impara la solitudine, la necessità di condividere le proprie emozioni con chi è più simile a sé e dove soprattutto trova il coraggio di tuffarsi anche nel mare dove non si tocca, imparando ad affrontare le paure che spesso paiono più spaventose di quanto poi sono realmente.

Il romanzo di Fabio Genovesi è un romanzo di formazione con tante storie, tante quante le innumerevoli novità che giorno dopo giorno arricchiscono la vita di un bambino e, se si smette di crescere, anche quelle di un adulto ancora con la testa fra gli arcobaleni.

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(Nell’immagine, Il mare dove non si tocca in analogico, nei dintorni di Buelna, fotografato qualche giorno precedente al primo tuffo nell’oceano di Nellie).


Questo articolo è stato pubblicato su CoseBelle.

Leggendo #152 – Exit West

La fotografia analogica mi ha insegnato che devo smettere di avere fretta, che ogni secondo è vissuto intensamente prima ma anche dopo perché quando lo si rivive, quando si sviluppa un rullino e non si ricordano davvero tutti quei 36 scatti fatti, è una meraviglia tornare nel passato e riscoprire cosa l’occhio aveva deciso di immortalare. Exit West di Mohsin Hamid non ha macchine fotografiche che scelgono di ricordare cosa accade nella storia perché il legame fra Nadia e Saeed è un qualcosa di dolce che sfocia nella nostalgia, è un viaggio continuo tra passato, presente e futuro tanto da non avere punti d’incontro su cui soffermarsi ma solo continue ondate di entusiasmo prima e malinconia dopo.

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Noli – Comet K35

Difficile delineare ciò che è realtà e fantasia in un romanzo breve pronto a far vivere al lettore  le più diverse emozioni. La positività dei primi capitoli, il freddo che cade sulle pagine più centrali e la sofferenza che attanaglia il cuore nelle ultime pagine: Exit West è un libro forte ma è soprattutto una storia attuale, un mix di fantascienza (se così si può defnire) che spiega un rito odierno, un qualcosa che ogni giorno leggiamo sui giornali e che non riusciamo mai davvero a comprendere e immaginare realmente.

Anche l’effetto che le porte facevano alla gente si modificò. Girava voce che ci fossero porte capaci di trasportarti in altri luoghi, anche molto remoti, lontano dalla trappola mortale in cui si era trasformato il loro paese. Alcuni sostenevano di conoscere qualcuno che conosceva qualcuno che era passato attraverso una di quelle porte. Una porta normale, dicevano, poteva trasformarsi in una porta speciale, e poteva accadere anche senza preavviso, a qualunque porta. Quasi tutti le consideravano voci prive di fondamento, sciocche superstizioni. Eppure quasi tutti avevano cominciato a guardare le proprie porte in modo diverso.

Quella di Nadia e Saeed è una storia di migrazione ma è soprattutto una relazione, un amore che cresce ossessionato da ciò che li circonda, influenzato da un’infinita serie di eventi inaspettati, indipendenti dai protagonisti: è un qualcosa più grande e più forte di loro, una tempesta di sabbia fatta di granelli di odio e indifferenza. Le parole di Mohsin Hamid, come quelle ne’ Il fondamentalista riluttantecolpiscono il lettore con la loro precisione, la capacità di analizzare chirurgicamente situazioni e sentimenti. Uno stile diretto che non ha paura di narrare ogni minima percezione.

(…) e così ognuna a proprio modo, quelle tre persone che condividevano quell’unico appartamento interagivano l’una con l’altra attraverso svariati e molteplici flussi temporali.

Il viaggio, protagonista eterno di queste pagine, è un continuo rimembrare ciò che accade alle persone quando si spostano, volontariamente e non. È un continuo rimando a come tutto debba sempre cambiare, sia che si rimanga fermi, sia che si finisca a cambiare città, stato, continente. Exit West sono tanti attimi, immortalati in diverse fotografie, che sparpagliate nel tempo cercano di ricostruire ciò che si logora e modifica.

Siamo tutti migranti attraverso il tempo.

Leggendo #151 – Uomini nudi

Ci sono libri che, emotivamente parlando, sono fortissimi e Uomini Nudi di Alicia Giménez-Bartlett è uno di questi. Parlarne non è così semplice perché questo romanzo di quattrocento pagine lo si divora in pochissimo tempo, sul terrazzo mentre si cerca di godere del poco vento che c’è e in tram mentre in una Milano deserta si va verso il lavoro e un nuovo capitolo che si sta scrivendo. Uomini nudi entra così intensamente e prepotentemente nella testa del lettore perché è proprio come la parola su cui cade l’occhio nel titolo: nudo. Non ha riguardi, non ha remore: Uomini nudi descrive tutte le vicende così come accadono, si muove attorno ai protagonisti ma soprattutto nelle loro teste per scavare nel loro animo più profondo.

Quello di Alicia Giménez-Bartlett, infatti, è uno stratagemma che funziona sempre ma che lei utilizza divinamente. La voce narrante è un io che continua a cambiare, è un susseguirsi di racconti da parte di un personaggio e poi di un altro, tanto da trasformare il romanzo in un continuo confidarsi e raccontarsi ma, soprattutto, un vivere le vicende narrate da infiniti punti di vista. Ed è proprio qui che Uomini nudi dà il meglio di sé. I protagonisti, come si può dedurre dal titolo stesso, sono nudi davanti alle figure femminili, fisicamente e psicologicamente, ma soprattutto davanti al lettore. Le menti contorte di tutti i personaggi di Alicia Giménez-Bartlett si presentano nitidamente davanti al lettore che preso dalla foga della lettura anticipa e costruisce con lo scrittore le vite di Iván e Javier.

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Ogni personaggio in Uomini nudi vive una lenta ma continua evoluzione, una crescita interiore paragonabile a quella di Walter White in Breaking Bad, una presa di (in)coscienza così rara eppure così profonda che trasforma questo libro in un qualcosa da non perdere, in una lettura feroce e assetata come il desiderio dei protagonisti di vivere intensamente tutte le emozioni più forti, ognuno le proprie.

Alicia Giménez-Bartlett ha scritto un romanzo dalla potenza incredibile, un qualcosa che raramente capita di trovare fra gli scaffali. Crudo e diretto, come solo le storie più complicate ma studiate nei minimi dettagli possono essere.

Leggendo #149 – Happy Hour

In Happy Hour, la raccolta di racconti di Mary Miller edita da Edizioni Black Coffee, tutte le protagoniste hanno sostanzialmente paura. Di vivere, di decidere, di prendere una posizione, di amare e di farsi amare. Non c’è donna, in Happy Hour, che sappia scegliere il proprio uomo, la dolce metà o semplicemente una piacevole compagnia senza inciampare in errori, sbagli, fortuiti incontri dove trovare il meglio per sé pare semplicemente impossibile. Per le donne di Mary Miller, l’amore è soprattutto essere scelte, accettare, prendere per buono tutto ciò che arriva senza farsi troppe domande. È semplicemente l’incapacità di accettare ciò che accade tanto da trasformare il presente in un finto consenso, in un’incapacità di vivere in mancanza di stimoli ma con il desiderio di non provare nemmeno a farlo quel passo che porterebbe a un poco di felicità.

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Masochismo e tentativi vani nemmeno troppo studiati sono alla base di questi racconti che fanno arrabbiare, che rimangono a guardarti mentre ti spiattellano la verità addosso e tu vorresti dirglielo che non sei d’accordo, che l’amore non è così, che i sentimenti esistono e invece da Istruzioni Il 37 le paure sono sempre le stesse e si sommano una dopo l’altra.

Ognuna immagina per sé una vita diversa da quella che ha e non me la sento di toglierle anche questo.

Perché è soprattutto la mancanza di un futuro, la voce narrante che dà del tu a ognuna delle donne di Happy Hour per lasciare minor spazio possibile fra il lettore e il flusso di pensieri che inondano le menti delle giovani protagoniste, tutte indaffarate soprattutto con ex e/o attuali fidanzati, spesso non innamorati o alcune volte fin troppo passionali.

E tutte queste novità contengono così tante promesse che ogni volta riesco quasi a convincermi che sarà diverso.

Mary Miller racconta la sterilità di sentimenti e voglia di vivere così come la totale assenza di spirito di iniziativa senza fronzoli tanto da portare il lettore a opporsi, a provare a mettersi in gioco, ché forse qualcosa per cui vale la pena di vivere dovrà pur esserci, nonostante l’apatia, nonostante l’aria che pare galleggiare su questo presente infinito.

Leggendo #147 – Il sapore perfetto

La vacanza inizia quando ci si tuffa nelle pagine dei luoghi che si vedranno, quando le onde del mare cominciano a rincorrersi fra i paragrafi e il profumo del cibo a invadere ogni parola che richiama una terra di profumi e sapori speciali. Santander, e soprattutto Gijón, non sono davvero così lontani: sono già qui, ne’ Il sapore perfetto, il romanzo di José Manuel Fajardo edito da Guanda che racchiude in meno di trecento pagine l’amore per una terra, la Spagna, e il desiderio di viaggiare per scoprire tutto ciò che potrebbe trasformarsi in casa.

Mancano quasi due mesi alla vacanza on the road nel nord della Spagna che è tutto quello per cui ogni giorno faccio respiri profondi e spargo entusiasmo eppure con Il sapore perfetto mi sembra già di essere nelle Asturie, a cercare l’abbinamento perfetto fra il piatto di pesce fresco e il vino che lo accompagnerà. Omar, da Gijón, ha vagato per mari, fino al Messico, per poi arrivare a Parigi, la ville lumière, per trovare in fette d’arancia tutto l’amore che si può provare. Dall’infanzia all’età adulta, Il sapore perfetto è la continua ricerca dell’istante più vivo, del significato più nascosto di ogni piccolo gesto. È la rincorsa alla felicità, quella vera, fatta di sincerità e soprattutto genuinità, elementi che Omar pare rincorrere per tutta la sua vita in ogni angolo del mondo.

E il viaggio inizia sin da bambino, in un eterno duello combattuto dai genitori e in cui Omar si ritrova continuamente, ogni giorno, spinto in alcuni momenti a diventare tutto ciò che era suo padre ma poi, improvvisamente, a prendere come persona di riferimento la figura forse più forte e determinata che abbia mai conosciuto: sua madre.

Il sapore perfetto si legge d’un fiato: è una parentesi in attesa delle prossime vacanze e di una settimana distante dalla quotidianità. E la voglia di vivere leggeri.

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Leggendo #146 – Le nostre anime di notte

Chissà perché la notte è più facile raccontarsi, lasciarsi accarezzare dal buio e svelarsi.

Oh, mi sento già meglio a parlare con te avendoti accanto.
Non abbiamo parlato molto per il momento.
Eppure mi sento già meglio. Te ne sono grata. Ti ringrazio per tutto questo. Adesso mi sento di nuovo molto fortunata.

Le nostre anime di notte di Kent Haruf sono soprattutto frammenti, conversazioni sussurrate nell’orecchio prima di addormentarsi. Dall’autore della Trilogia della Pianura, nascono queste pagine che sono delicate seppur violente, dolci nonostante l’amaro, ottimiste malgrado il pessimismo che si vuole nascondere in gesti crudeli. Holt, la cittadina immaginaria del Colorado protagonista della trilogia dello stesso autore già portata in libreria da NN Editoresi presenta qui in tutta la sua piccola ma grande particolarità di essere ciò che si trova nella realtà in ogni angolo del mondo: un luogo dove tutti si conoscono e probabilmente, per la maggior parte del tempo, non si capiscono.  E per me, che a Holt non c’ero mai stata, gironzolare per Cedar Street e mangiare un hamburger allo Shattuck’s Café è stato come vivere una parentesi temporale in un’atmosfera pressoché indefinita dove un sentimento, forse più forte dell’amore stesso, pare regnare sovrano fra due protagonisti che rendono questo centinaio di pagine e poco più di una bellezza disarmante.

È che a volte non esistono i perché, succede e basta. Si sceglie una persona e sin dall’inizio lo si capisce che è quella giusta (per davvero) che è inutile girarci intorno: bisogna viversela e basta. La fragilità di Jamie, la fermezza di Addie, il finto cuore di pietra di Louis e persino la dolcezza di Bonnie vivono dell’amore che si nutre di parole e di quella sensazione che si prova quando cala il buio e la luce di una finestra accesa al secondo piano è sinonimo di rifugio, di un luogo senza tempo né confini dove cullarsi e parlare di realtà, sì, ma anche di sogni.

Ne’ Le nostre anime di notte di Kent Haruf c’è tanta naturalezza e dolcezza che lascia spazio, però, anche a tantissima cattiveria, quella improvvisa, come quella che arriva senza bussare, irruente e maleducata. Eppure l’amore resiste, ai commenti e alle avversità, grazie alla forza di due persone che si promettono di restare unite nonostante tutto e tutti.

Ma stiamo anche andando avanti, non è vero? disse lei. Stiamo continuando a parlare. Fin quando potremo. Finché dura.
Di cosa vuoi parlare stasera?

Finché dura. Finché insieme è tutto così terribilmente stupendo e le parole continuano a sgorgare come acqua in un fiume in piena.

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Di Libri e altre storie – CometK35