Leggendo #158 – Il corpo che vuoi

Questo articolo è stato pubblicato su Cosebelle Magazine


Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman è un libro materico composto da cosmetici, merendine e strati di pelle toccati e da toccare. Quello portato nelle librerie da Edizioni Black Coffee, infatti, è soprattutto un romanzo costruito da sensazioni esclusivamente tattili, di decisioni prese di pancia e mai di testa e di movimenti che si ripetono per pagine e pagine, come quelle in cui le dita della protagonista sbucciano un mandarino, tanto da sentirla  sulla pelle quella sensazione, l’indice che scava nella buccia per cominciare a toglierla mentre il succo scivola sulla mano. Alexandra Kleeman, giovane penna di origine statunitense, descrive così parti di corpo ma anche organi, respiri e affanni perché ogni tensione, in questo romanzo, diventa simbolo e filtro per descriversi.

Di notte me ne sto sdraiata a letto e, anche se non posso toccarlo o tenerlo in mano, sento il cuore muoversi dentro di me, troppo piccolo per occupare il petto di un adulto, troppo grande per stare nel petto di un bambino.

Il corpo che vuoi, innanzitutto, è un libro senza personaggi, solo identità vacue. A, B e C sono tutti e nessuno, sono protagonisti di storie che possono essere la mia e la tua, sono anime che vivono di paure, terrori, ma senza costringersi ad affrontarle. Perché A, B e C non hanno passato né futuro. Vivono un eterno presente con, forse, il desiderio di cercare se stessi in un mondo in cui tutti sono autentici, dove i colori dei messaggi fuorvianti della pubblicità riflettono ciò che non si è più ma che si vorrebbe tornare a essere (spoiler: senza riuscirci).

Mi sento come la neve, come probabilmente si sente la neve: fredda e in pace e sul punto di svanire. Un manto provvisorio sopra un fazzoletto di terra. Giaccio come neve per un lungo istante, mentre un’auto passa ogni tanto in strada rendendo il bianco più bianco.

E il mondo della cosmetica ha un impatto tutto suo nel romanzo di Alexandra Kleeman. Le creme e i trucchi che si ritrovano fra le pagine de’ Il corpo che vuoi sono strumenti per trasfigurarsi, per modificare il proprio viso come se si potesse modificare la propria anima semplicemente applicando sul proprio volto con un poco di ombretto. La cura dell’esterno, in questo modo, diventa un tentativo per abbellire anche l’interno, come se l’uso di creme rendesse più bella non solo la propria pelle ma anche gli organi, trasformando così un cosmetico in un qualcosa di commestibile, neanche fossero le merendine di cui la televisione racconta ogni giorno un’avventura nuova. Un modo, quello di Alexandra Kleeman di raccontare il mondo della cosmetica, più forte di altri, per approfondire il bisogno di sentirsi belli, più per gli altri che per sé, di riempirsi di altro per sentire a tutti i costi qualcosa, qualsiasi cosa sia.

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Una fame disperata mi si agita dentro. La pelle è una prigione. All’improvviso vorrei rivoltarmi come un calzino, riversarmi all’esterno e iniziare a staccarmi dei pezzi a morsi, nutrirmi.

Perché Il corpo che vuoi è soprattutto solitudine. È la corsia dei supermercati vuota e tu che ci cammini in mezzo con il ronzio del banco frigo come unica compagnia. È il vagare per la periferia della propria città guardando il marciapiede opposto con i suoi palazzi e distributori di benzina. È accendere la tv e lasciare che i canali televisivi illuminino il viso con un’invasione di immagini, lasciando spazio alla passività e all’assenza di presa di coscienza, inventando le vite dei protagonisti dei reality show. Il corpo che vuoi è un continuo cercare di darsi risposte, di giustificare comportamenti altrui per capire meglio i propri tentando di dimostrarsi forti quando nella realtà ci si sente sempre più piccoli. Così piccoli da cercare un qualcosa di troppo grande in cui perdersi.

(..) io, invece, trasformo il risolvibile in irrisolvibile e poi cerco di risolverlo.

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Leggendo #157 – Nel paese dei mostri selvaggi

Questo articolo è stato pubblicato su Salt Editions.


Quando gli sconti Adelphi chiamano Salt Editions risponde soprattutto quando si tratta di libri belli (e illustrati!) che arrivano direttamente da infanzie degli anni Sessanta. Era il 1963, infatti, quando Harper & Row pubblicò Where the Wild Things Are (Where the Wild Horses Areinizialmente), una storia narrata e illustrata dallo statunitense Maurice Sendak. Arrivato otto anni dopo anche in Italia, nel 1968, Nel Paese dei Mostri Selvaggi torna sugli scaffali delle librerie italiane grazie ad Adelphi, in un’edizione tutta nuova e speciale, da sfogliare ogni giorno alla ricerca di nuovi dettagli.

Protagonista di questa storia a colori è Max, un bambino a cui non piace stare tranquillo, che preferisce indossare il suo costume da lupo e giocare per casa combinando pasticci, talmente tanti da essere ripreso dalla madre. A Max, però, non piace essere sgridato tanto che, alla madre, preferisce rispondere a tono.

“Selvaggio!” gridò la mamma. “E allora ti mangio!” urlò Max. Così fu spedito a letto senza cena.

E cosa succede al piccolo protagonista quando si ritira nella propria stanza? Le quattro mura diventano una giungla in cui un intero mondo decide di entrare. E Max, di conseguenza, decide così di scappare, di salire sulla piccola barca della sua fantasia e navigare lontano fino a raggiungere il paese che dà il nome all’intera opera. Un’avventura straordinaria, quella di Max, ma che trova in questi passaggi, la risposta a tono alla madre e la fuga come reazione alla punizione, molte cause della duplice critica all’albo di Maurice Sendak. In effetti, diversi gruppi di genitori degli anni Sessanta avanzarono dei giudizi negativi sulle reazioni da ribelle del piccolo Max, etichettandoli come comportamenti mancanti di rispetto e un cattivo esempio per la prole sessantina. Fortunatamente, però – e a buon ragione – altrettante mamme e papà ne lodarono l’insegnamento positivo, la possibilità di trasformare in maniera produttiva la propria rabbia facendo giocare ed esplodere la fantasia del bambino in un mondo irreale ma affascinante e concreto. Non è un caso, forse, se nell’anno di uscita, 1963, Where the Wild Things are vinse il premio Caldecott Medal come miglior libro illustrato americano dell’anno andando a mettere l’accento su un’opera la cui chiusa è un ritorno alle origini, neanche fosse un Peter Pan a lieto fine con una presa di coscienza finale che dimostra l’importanza di imparare dai propri errori.

Ma come sono questi mostri di cui Max diventa addirittura re? Sono colorati, sono definiti in ogni dettaglio e sono soprattutto legati alla tradizione yiddish, proprio come Maurice Sendak che per illustrare queste creature selvagge prese ispirazione dai propri parenti e dai loro comportamenti bizzarri. Ne nasce un albo dalle tonalità più scure eppure vivide, un mondo tutto nuovo per i più piccoli che se lo ritrovano tra le mani e un modo per riscoprire quel lato ribelle che ogni bambino ha che i grandi, spesso, dimenticano. 

Nel paese dei mostri selvaggi è un libro (e diverse trasposizioni cinematografiche tra cui quella indimenticabile del 2009 con la voce di Karen O) che fa tornare all’infanzia, che solletica la voglia di vivere nuove avventure e di non avere così paura di prendere una posizione. Ogni nostra scelta, ovunque ci porterà, avrà qualcosa da insegnarci per renderci un poco più grandi.

 

Leggendo 156 – La memoria delle tartarughe

Di come Simona Binni abbia questa capacità innata di raccontare vite ai margini della società già lo sapevamo. A un anno di distanza da Silverwood Lake, l’autrice torna con un nuovo graphic novel, La memoria delle tartarughe marine con protagonista delle tavole sempre vicino all’acqua, questa volta alle onde del Mar Mediterraneo, raccontando una storia che parla ancora di legami all’interno di una famiglia e soprattutto di una terra toccata più volte da tragedie.

“Tutte le tartarughe femmine, dopo circa vent’anni, fanno ritorno sulle coste dove sono nate per deporre le loro uova.”

Due fratelli vivono sulla stessa isola, a Lampedusa, con una madre che sogna per loro un futuro diverso, quello che non si immagina vicino alle onde di questo “sasso”, come lo chiamano loro. Eppure due fratelli non possono essere più diversi di Davide e Giacomo. Uno contempla l’orizzonte per studiare la natura, il fenomeno del natal homing che racconta l’umanità delle tartarughe marine. L’altro fratello, al contrario, ha sempre contemplato l’orizzonte per sognare un futuro diverso, lontano da una casa che ha sempre sentito così diversa e distaccata dalle sue aspettative. Due vite, apparentemente così diverse, si ritrovano dopo anni di lontananza a fare i conti con il passato, soprattutto quello di Giacomo, che costretto dalla morte del fratello a ritornare a Lampedusa, si ritrova a dover affrontare le scelte fatte nel corso della propria vita.

Le tartarughe, in queste tavole, sono l’escamotage per raccontare l’evoluzione di Giacomo. Perché a livello simbolico, la tartaruga, “evoca l’immagine di zone profonde della psiche, sulle quali poggiano livelli superiori di vita e conoscenza”, quelle che per il protagonista di questa storia cominciano a vacillare.

Tornare a Lampedusa, infatti, è soprattutto un modo per riconoscere una realtà vissuta marginalmente durante l’infanzia ma che con l’età adulta assume in Giacomo un significato tutto nuovo tanto da chiedersi se quel limite, quella linea che intravede, non sia forse un nuovo orizzonte piuttosto che una linea di confine. Perché quando qualcosa cambia, quando ieri non è più uguale a oggi, può capitare di chiederci se il cambiamento sia una barriera o un’opportunità,ancor più quando tutto intorno a te cambia ma tu resti uguale.Simona Binni, con tonalità cromatiche che sanno esprimere emozioni e paure, narra una storia di una sensibilità estrema, un racconto che è un inno alla voglia di riscoprire le basi fondamentali su cui costruiamo la nostra vita.


Questo articolo è stato pubblicato su Salt Editions.

Leggendo #155 – La Giusta Mezura

La vita sono quelle 13 ore in più grazie alle quali avresti visto la prima nevicata dell’anno e invece no. È continuare a cambiare direzione per arrivare a un nuovo ennesimo inizio. È continuare a farsi domande e chissà se si troverà mai una risposta.

È leggere un fumetto ambientato a Bologna prima di tornare a Bologna e chiedersi quanti ritorni devono ancora esserci per riuscire a ripartire.


Dopo aver letto La giusta mezura di Flavia Biondi (edito da Bao Publishing) una domanda nasce spontanea: ma davvero esiste ancora l’amore cortese? Ci sono ancora, da qualche parte nel mondo, cuori colmi di tenerezza che si innamorano di romanzi ambientati nel Medioevo dove un prode cavaliere affronta sette prove di coraggio per conquistare il cuore della sua bella? E vi dirò che sì, esistono ancora perché se animi simili gironzolano ancora per il mondo è perché in realtà è più difficile rispondere alla seconda domanda che rincorrere il lettore lungo le tavole di questo graphic novel: ma l’amore, in generale, esiste davvero?

È così che fanno gli adulti. Fanno del male e poi ingoiano. Cresci un po’.

Mia e Manuel vivono e si amano da 8 anni a Bologna. La loro vita, da ex studenti in una camera che condividono in un appartamento con altre persone, si trova in quel limbo fra il voler terribilmente rincorrere i propri sogni e continuare invece a fare lavoretti passeggeri, sognare di cambiare vita ogni cinque minuti nell’attesa che qualcosa di buono capiti senza però riuscire mai veramente a trovare il coraggio per prendere una scelta d’istinto e trovarsi, prima o poi, un futuro diverso.

La giusta mezura, infatti, è soprattutto una storia d’amore e lo è nel profondo perché ragiona sulle lunghe distanze, su ciò che l’amore diventa con il passare degli anni e cosa porta con sé nei cuori e nelle menti di chi ne è folgorato. Flavia Biondi racchiude in tavole dalla tonalità blu tutti i sogni e gli incubi che rincorrono i giovani persi in un presente sempre più difficile da gestire. I progetti futuri, quelli che potrebbero trasformarsi un giorno nella parola “famiglia”, fanno continuamente a pugni con la ricerca della propria identità e professione, al tentativo di trasformare i propri studi in un lavoro vero. Eppure il desiderio di continuare a fare ciò che si ama, anche durante quelle nove ore al giorno in cui si cerca di portare a casa il necessario per vivere e magari (si spera) qualcosa in più, è una fiamma che non si spegne mai, un motore sempre acceso che muove gli animi e i pensieri.

La storia di Mia e Manuel, così, si trasforma in una ricerca dell’equilibrio, della giusta mezura, in una sua rincorsa che viene deviata dalla monotonia e l’arrivo di una distrazione, Nicola, un ragazzo che può essere uno qualsiasi e che lancia la mente della protagonista di questo graphic novel in un turbine di domande.

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Flavia Biondi racconta la quotidianità dei protagonisti e il loro modo di affrontare la vita con stili grafici (e linguistici) differenti, alternando le voci di Mia e Manuel a quelle dei personaggi del libro che Manuel sta scrivendo e pubblicando a puntate online, nella speranza di essere notato e trasformare, un giorno, le proprie pagine ambientate nel Medioevo in una vera e propria pubblicazione. La magia di Flavia Biondi, poi, sta nel dare alle parole sfumature diverse, osservazioni che danno alle sue tavole quella magia in più.

Storia: una parola che rappresenta gli avvenimenti assolutamente reali del passato e allo stesso tempo un racconto. Qualcosa di esclusivamente immaginario. Ma significa anche avere una relazione. Mi piace pensare che questo indichi che i nostri legami vivono nel giusto equilibrio fra realtà e fantasia.

E se la ricerca dell’equilibro fra crescere, amare e vivere è complicata da trovare, La giusta mezura parla al lettore con realtà ma affetto, lasciando intendere sin dall’inizio che l’amore esiste, eccome se esiste, e sta nelle autrici che aprono le proprie storie a fumetti con dediche così:

Ad Anna, che non mi ha mai chiesto di essere un Cavaliere o una Dama, ma ha sempre voluto che fossi una valorosa guerriera.


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Leggendo #154 – Epopea Americana

“Sentirsi soli ci fa diventare più deboli. Essere soli ci dà autonomia e potere” (I paesaggi perduti – Romanzo di formazione di una scrittrice).

Joyce Carol Oates l’ho conosciuta così, un po’ per caso, e come tutte le conseguenze del fato si è trasformato in un amore folle fatto di libri e pagine e paragrafi e frasi che continuo a rileggere e cercare qua e là. Il pezzo che segue, pubblicato su Finzioni, è nato dopo quasi mille pagine lette tutte d’un fiato, dopo la lettura di due romanzi che hanno sancito, senza che me ne accorgessi, la voglia di continuare a inseguire quella cosa che freme dentro e non riesco a smettere di fare. Joyce Carol Oates, così, è diventata la mia seconda Joan Didion.

Quante voci può avere uno scrittore? Quanti stili e quante infinite parole possono nascondersi in romanzi che vanno a comporre le opere più rappresentative di una penna che diventa simbolo di una generazione e di un periodo storico? Sono queste alcune domande che nascono spontaneamente durante la lettura dei primi due dei quattro volumi che compongono Epopea Americana di Joyce Carol Oates, editi da il Saggiatore. Osservazioni che si fanno strada e trovano posto nella testa di chi legge, mentre  centinaia di pagine scorrono davanti ai suoi occhi portando alla luce personaggi e voci che si ingarbugliano fino a comporre due romanzi, Il giardino delle delizie e I ricchi, che paiono due porte per due galassie, differenti ma parte dello stesso meraviglioso universo composto da paragrafi indimenticabili di una scrittrice ancora da scoprire.

Joyce Carol Oates ha 29 anni quando negli Stati Uniti, nel 1967, viene pubblicato per la prima volta Il giardino delle delizie, e 30 quando nel 1968 arriva nelle librerie I ricchi. L’indagare sull’età dell’autrice fa parte di un processo che incuriosisce sempre, è un modo per costruire mondi di condizionali dove ci si immagina di poter scrivere pagine simili a quelle appena lette alla stessa età dell’autrice; immaginarla seduta davanti a una scrivania alla stessa età in cui noi, ancora, stiamo cercando di capire quali sogni inseguire. E citare i sogni è una conseguenza spontanea dopo la lettura di questi primi due volumi perché Epopea Americana ha molto a che vedere con il mondo onirico, più per la sua concezione che per i contenuti. Alla base di tutti e quattro i volumi, infatti, c’è il desiderio dell’autrice di criticare quel tipo di cultura e valori che soprattutto negli anni Sessanta venivano rincorsi per raggiungere l’apice del Sogno americano, quello stereotipo di felicità agognato da tutti ma da pochi effettivamente vissuto. Un tentativo (spoiler: riuscito perfettamente) di immaginare sensazioni e paure vissute in uno spazio-tempo ben preciso, costruendo pagine con uno scopo definito che Joyce Carol Oates raggiunge con una carica estasiante, tipica della penna giovane pronta a farsi guidare dal turbinio di parole.
E ad aprire le danze di Epopea Americana ci sono questi due libri, Il giardino delle delizie e I ricchi, con storie e personaggi diversi che hanno come comune denominatore la principale caratteristica di chi viveva gli anni Sessanta in America: l’instabilità. Perché i veri protagonisti di questo migliaio di pagine sono il continuo viaggiare e spostarsi dei suoi personaggi, la loro intensa e incredibile disponibilità a lottare ogni giorno contro gli imprevisti e il domani.

Il giardino delle delizie

Anzitutto, Il giardino delle delizie che leggiamo oggi non è lo stesso del 1967. Quella proposta da il Saggiatore è una riscrittura degli anni Duemila, quando dopo più di trent’anni Joyce Carol Oates decide di rimettere mano alle voci di personaggi incredibilmente complessi. Tra le pagine del primo volume di Epopea Americana, infatti, si nascondono i racconti di Carleton, Lowry e Swan, voci maschili attraverso le quali il lettore incontra Clara, prima alla sua nascita, poi nella sua adolescenza e infine nella sua vecchiaia.
Figlia di due contadini, la figura femminile de’ Il giardino delle delizie rappresenta l’America rurale violenta e maschilista, il tentativo di evasione e fuga dal provincialismo. Una giovane donna che vuole trovare se stessa soprattutto in chi incontra lungo la sua strada, dimostrando ogni giorno cosa è capace di raggiungere con la sua ostinazione. Ma dopo tante fatiche, quando si diventa realmente cittadini d’America? E quando si smette di essere considerati “gente di provincia”? Clara sin dall’infanzia precocemente terminata si pone in modo insistentemente queste domande mentre attorno a lei ruotano personaggi unici nel loro genere ma rappresentativi di diverse classi sociali degli anni Sessanta, dai contadini più umili e poveri a chi cerca di arricchirsi improvvisandosi imprenditore.

Una particolarità di questo romanzo è il voler tornare incessantemente a raccontare la gioventù, ogni volta con un differente punto di vista grazie alla scelta di voci narrative diverse ma sempre poco distanti dall’età adulta, in quel limbo che si vive quando ancora non si è grandi ma l’infanzia e l’adolescenza sono già dietro l’angolo. Il giardino delle delizie, dopotutto, è un libro in cui i personaggi si definiscono e si modificano, proprio come accade nella giovinezza, quando ancora le idee non sono  così chiare e si cerca la via per la maturità a tentativi.

Le mappe le insegnavano una cosa stupefacente: non aveva importanza dove si trovava, c’era sempre un modo per arrivare dall’altra parte, c’erano delle linee che l’avrebbero condotta, incrociandosi e accavallandosi, doveva semplicemente capire come.

Il risultato della ricerca della felicità di Clara sono pagine che rimangono impresse nella mente del lettore e si divorano con la stessa foga con cui si vivono le notti di fine estate. Una rincorsa alla vita, tanto che al lettore pare quasi di intravedere, fra le pagine di questo libro, una Joyce Carol Oates già malinconica, una  scrittrice che mentre scrive pare già di sentire nostalgia di questi primi personaggi divinamente delineati, i primi di una lunga serie e ai quali ha voluto enfatizzare emozioni e sentimenti in una seconda stesura più di trent’anni dopo.

I ricchi

C’è qualcosa di incredibile nel passaggio dal primo al secondo volume di Epopea Americana. Terminata la lettura de’ Il giardino delle delizie, con I ricchi si entra in nuovo mondo, talmente estraneo al precedente che per tutta la durata del romanzo a stento ci si rende conto di leggere un libro di cui si è chiusa da poco l’ultima pagina di un’altra opera dello stesso autore.

Tutto il secondo volume dell’Epopea Americana è un continuo esercizio stilistico. La voce narrante è sempre in prima persona e i molti aneddoti si susseguono fra le pagine sempre più veloci, tanto da dare l’impressione che i paragrafi siano nati dal desiderio di giocare a fare lo scrittore, narrando le vicende con lo scopo di diventare un intrattenitore per i lettori e farli naufragare fra le vicende del protagonista. Questa caratteristica rimanda immediatamente a un altro romanzo di Joyce Carol Oates: Jack deve morire (il Saggiatore, 2016). A caratterizzare entrambe le opere è lo stesso folle e illogico casino che è l’animo umano, perennemente spinto nella terribile ricerca della verità. Il gioco più strepitoso creato dalla penna di Joyce Carol Oates è proprio questo inverosimile e continuo scherzo fra ciò che pare finzione e ciò che invece viene considerato dal lettore un fatto concreto, una trappola nella più grande trappola creata dalle sue mani per confondere chi si trova nel suo libro e farlo giocare con l’irrealtà dei fatti.

Protagonista de’ I ricchi è soprattutto la doppia faccia, l’ipocrisia che già si intuisce dall’ironia del titolo. I protagonisti di questo romanzo non sono i veri ricchi ma quella che si potrebbe definire una classe borghese, di chi decide di vivere nella parte di periferia non destinata al degrado bensì a essere chiamata sobborgo, arricchita da ville stratosferiche e macchine nuove parcheggiate nei vialetti. In un contesto di falsità e apparenza, Joyce Carol Oates dà voce a una mente che è un labirinto di incomprensioni, raccontando il decadimento morale, i rancori e gli odi di un ragazzino che si sente un “personaggio secondario” nella vita della madre e che vuole a tutti i costi riconquistare la scena.

Come possiamo sapere di quali folli atti siamo vittime? Di quante operazioni a cuore aperto? Di quali occulti interventi al cervello fra le mura di casa? Possiamo fidarci dei nostri ricordi benevoli, della nostra asfittica bontà che vuole ricordare solo il meglio dei nostri genitori, che allontana i brutti pensieri?

I ricchi è un romanzo a suo modo violento, è la dimostrazione di come si possa raccontare la parte più oscura dell’uomo, di ciò che si cela nella sua mente e dell’esasperazione dei sentimenti.

Due libri diversi eppure così vicini

Ad accomunare i primi due romanzi dell’Epopea Americana è soprattutto la ferocia della scrittura di Joyce Carol Oates, conseguenza di un approccio alla creatività ancora da scoprire.

L’esperienza di stesura del Giardino delle delizie nel 1965-66 è stata molto simile alla stesura dei Ricchi, un anno dopo: era come se avessi cosparso di benzina tutto quello che mi circondava e avessi acceso un fiammifero, e le fiamme che ne sono follemente scaturite erano, in qualche modo, il combustile del romanzo e il romanzo stesso.
(Joyce Carol Oates)

Dalla lettura dei due volumi si respira tutta l’ansia e l’angoscia della scrittrice nel voler raccontare ogni sfumatura dell’animo umano, le debolezze e le preoccupazioni che caratterizzano diverse età e professioni. Quella di Joyce Carol Oates è una mente forse folle ma ugualmente razionale, è una voce che sa come scavare negli abissi più profondi della mente umana analizzando e interpretando ogni piccolo pensiero e ragionamento. Stili diversi e contesti apparentemente lontani compongono un puzzle sociale vivido e reale, un mix di emozioni e sentimenti personali che diventano il riflesso di un qualcosa di più grande e collettivo.

Sensazioni, impressioni e istinti non hanno filtri per una giovane scrittrice che non ha avuto paura di affrontare i temi più delicati, caratteristici di un periodo storico vissuto e osservato, facendosi trascinare dalle parole e dalla foga di narrare la realtà, cruda così com’è.

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Santander – Comet K35

Leggendo #153 – Il mare dove non si tocca

Il primo Game Boy, l’ultimo livello raggiunto giocando a Snake, essere bravi a “palla prigioniera”. Ci sono cose che alcuni bambini non hanno avuto, non hanno mai raggiunto e mica per quali assurdi motivi, semplicemente sono cresciuti con i nonni, in campagna, dove tutto ciò che era all’incirca moderno non veniva nemmeno preso in considerazione (perché una considerazione di ciò nemmeno c’era). Questa breve e diretta introduzione è per gettarvi ne’ Il mare dove non si tocca, il nuovo libro di Fabio Genovesi che potrebbe essere descritto come un semplice ma dolce rimando a infanzie diverse, eppure speciali forse più di molte altre banali e normali.

Fabio vive al Villaggio Mancini, circondato da una decina di nonni, i fratelli del nonno materno, che da prozii amorevoli giocano al ruolo del parente destinato a crescere e guidare i più piccoli in mirabolanti avventure alla scoperta del mondo. Quelli di Fabio, però, sono nonni a volte irruenti, sono persone dolci ma a modo loro, tanto che spesso il nipotino si trova più in imbarazzo che felice di averci a che fare. E questa è solo una piccola parentesi di quello che nasconde il romanzo di Fabio Genovesi, un libro che pare costruito da tanti racconti in cui la voce narrante di un bambino di sei anni coccola il lettore descrivendo i personaggi di questo libro proprio come i piccoli della sua età sanno fare. Aneddoti divertenti e semplici gesti, infatti, si trasformano in questo romanzo in una caccia al tesoro alle vere identità delle persone, un modo unico e speciale per conoscere gli adulti e il loro mondo, per capirne solo più tardi dinamiche e peculiarità.  È in questo universo, infatti, che le crisi per un lavoro che non si riescono a gestire diventano occasioni per passare più tempo con papà mentre la nostalgia per i vecchi tempi andati, dei racconti ad alta voce intorno a un fuoco.

Ma andava benissimo così, quando succedono le cose splendide va  bene sempre, anche se è solo un sogno. Basta non svegliarsi mai.

In Il mare dove non si tocca, poi, c’è anche tantissimo amore. Quello per un padre, una figura a tratti mitologica, che diventa un’ancora dove ormeggiare la nave della famiglia, sia nei periodi più felici sia in quelli più difficili. Perché il legame con la famiglia, con tutti i loro difetti, è ciò che sta alla base della comunità Mancini, un rapporto solido che si nasconde fra una battuta e l’altra, fra la capacità di affrontare determinate situazioni in un mondo fatto di tradizioni, quelle che caratterizzano un paesello tipico italiano da poche migliaia di anime. È in questo microcosmo che Fabio cresce e impara la solitudine, la necessità di condividere le proprie emozioni con chi è più simile a sé e dove soprattutto trova il coraggio di tuffarsi anche nel mare dove non si tocca, imparando ad affrontare le paure che spesso paiono più spaventose di quanto poi sono realmente.

Il romanzo di Fabio Genovesi è un romanzo di formazione con tante storie, tante quante le innumerevoli novità che giorno dopo giorno arricchiscono la vita di un bambino e, se si smette di crescere, anche quelle di un adulto ancora con la testa fra gli arcobaleni.

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(Nell’immagine, Il mare dove non si tocca in analogico, nei dintorni di Buelna, fotografato qualche giorno precedente al primo tuffo nell’oceano di Nellie).


Questo articolo è stato pubblicato su CoseBelle.

Leggendo #152 – Exit West

La fotografia analogica mi ha insegnato che devo smettere di avere fretta, che ogni secondo è vissuto intensamente prima ma anche dopo perché quando lo si rivive, quando si sviluppa un rullino e non si ricordano davvero tutti quei 36 scatti fatti, è una meraviglia tornare nel passato e riscoprire cosa l’occhio aveva deciso di immortalare. Exit West di Mohsin Hamid non ha macchine fotografiche che scelgono di ricordare cosa accade nella storia perché il legame fra Nadia e Saeed è un qualcosa di dolce che sfocia nella nostalgia, è un viaggio continuo tra passato, presente e futuro tanto da non avere punti d’incontro su cui soffermarsi ma solo continue ondate di entusiasmo prima e malinconia dopo.

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Noli – Comet K35

Difficile delineare ciò che è realtà e fantasia in un romanzo breve pronto a far vivere al lettore  le più diverse emozioni. La positività dei primi capitoli, il freddo che cade sulle pagine più centrali e la sofferenza che attanaglia il cuore nelle ultime pagine: Exit West è un libro forte ma è soprattutto una storia attuale, un mix di fantascienza (se così si può defnire) che spiega un rito odierno, un qualcosa che ogni giorno leggiamo sui giornali e che non riusciamo mai davvero a comprendere e immaginare realmente.

Anche l’effetto che le porte facevano alla gente si modificò. Girava voce che ci fossero porte capaci di trasportarti in altri luoghi, anche molto remoti, lontano dalla trappola mortale in cui si era trasformato il loro paese. Alcuni sostenevano di conoscere qualcuno che conosceva qualcuno che era passato attraverso una di quelle porte. Una porta normale, dicevano, poteva trasformarsi in una porta speciale, e poteva accadere anche senza preavviso, a qualunque porta. Quasi tutti le consideravano voci prive di fondamento, sciocche superstizioni. Eppure quasi tutti avevano cominciato a guardare le proprie porte in modo diverso.

Quella di Nadia e Saeed è una storia di migrazione ma è soprattutto una relazione, un amore che cresce ossessionato da ciò che li circonda, influenzato da un’infinita serie di eventi inaspettati, indipendenti dai protagonisti: è un qualcosa più grande e più forte di loro, una tempesta di sabbia fatta di granelli di odio e indifferenza. Le parole di Mohsin Hamid, come quelle ne’ Il fondamentalista riluttantecolpiscono il lettore con la loro precisione, la capacità di analizzare chirurgicamente situazioni e sentimenti. Uno stile diretto che non ha paura di narrare ogni minima percezione.

(…) e così ognuna a proprio modo, quelle tre persone che condividevano quell’unico appartamento interagivano l’una con l’altra attraverso svariati e molteplici flussi temporali.

Il viaggio, protagonista eterno di queste pagine, è un continuo rimembrare ciò che accade alle persone quando si spostano, volontariamente e non. È un continuo rimando a come tutto debba sempre cambiare, sia che si rimanga fermi, sia che si finisca a cambiare città, stato, continente. Exit West sono tanti attimi, immortalati in diverse fotografie, che sparpagliate nel tempo cercano di ricostruire ciò che si logora e modifica.

Siamo tutti migranti attraverso il tempo.