Leggendo #140 – Hannah Coulter

Mi piacerebbe pensare che Hannah Coulter non abbia mai dovuto scegliere, che a plasmarla sia stata la nonna che la portò a vivere in una nuova casa per cominciare una nuova vita: non potrei fare errore più grande.

Avvertii tutt’a un tratto di prendere forma.

La vita di Hannah Coulter, raccontata da Wendell Berry, è un continuo divenire in un clima di attesa e pazienza tipica di quei luoghi talmente piccoli dove tutti si conoscono e trascorrono le giornate alternando piccoli piaceri quotidiani a difficoltà di diversa grandezza. Port William, la comunità inventata da Wendell Berry, è così reale da sembrare fittizia e Hannah Coulter l’eroina che si divide fra due secoli, quello delle guerre e quello dei giovani che tornano anche quando sembrano così lontani.

Hannah Coulter emoziona, si fa rincorrere fra le pagine di questo romanzo con la particolarità di non lasciare al caso nessun dettaglio, spesso sottolineato con frasi che si ripetono nei paragrafi come se per alcuni passaggi, i più delicati, Wendell Berry abbia voluto trasformare la sua scrittura in un singhiozzo, il desiderio di continuare il racconto con la necessità, però, di tornare su ciò che è davvero importante per il cuore di Hannah. In Hannah Coulter, poi, il tono è pacato. La storia procede lenta, come uno di quei racconti che la nonna faceva mentre ti sbucciava la mela a tavola e tu, piccola bambina obbediente, dovevi mangiare e fingevi noia perché era il tuo compito da piccola pestifera ma la realtà era che saresti stata ore a sentirla parlare di un mondo lontano, neanche fosse stato racchiuso solo nelle sue parole, così diverso dal mondo di oggi perché erano i racconti di chi, dopo una vita intera, continuava a credere nel più puro e forte dei sentimenti.

Ma il dolore non è una forza, e non può durare a lungo. Lo si può soltanto sopportare. Ciò che ti sorregge è l’amore, perché l’amore è presente sempre, anche nell’oscurità, e a volte brilla come un filo d’oro in un ricamo.

Wendell Berry, trasferendosi dalla città alla campagna per scrivere di un personaggio come Hannah Coulter, vuole trasmetterci la forza di vivere della semplicità delle cose, per imparare che anche solo una giornata di sole può portare una piccola ma grande gioia con la quale affrontare un giorno nuovo.

Leggendo #139 – Fair Play

Fair Play è il romanzo d’amore più bello che abbia letto negli ultimi mesi, forse anni, e Tove Jansson la scrittrice con l’animo più dolce che si possa immaginare, lei che è la creatrice del mondo dei Mumin e l’autrice di un’opera, Il libro dell’estate, che anni fa non mi diede tutto ciò che mi darebbe rileggendolo ora, il corrispettivo perfetto di quella forza che solo la stagione che ne è protagonista regala ogni anno esclusivamente quando, però, si impara ad amarla.

«(…) Ma cosa avevamo da fare di tanto importante, poi?»
«Il lavoro, probabilmente», suggerì Mari. «E innamorarsi, quello porta via un sacco di tempo. (…)».

Che Fair Play sia stato un colpo di fulmine anche per Ali Smith, l’autrice di L’una e l’altra, non mi stupisce. Come nel famoso romanzo della scrittrice scozzese edito da Edizioni Sur, anche in Fair Play le protagoniste sono due donne, due amiche – amanti con un legame che è tra le cose più meravigliose al mondo perché Jonna e Mari, le protagoniste di questo libro di Tove Jansson portato nelle librerie da Iperborea, sanno vivere e no, non è cosa da tutti.

I grandi cambiamenti comportano sempre grande violenza, è così che funziona, no?

Nelle pagine della scrittrice finlandese, ma appartenente alla minoranza di lingua svedese, non c’è quella continua ossessione di dover dimostrare qualcosa, quella terribile abitudine che tanto ci prende. In Fair Play l’amore non è irruente, non sconvolge e non morde. La relazione fra le due protagoniste è infinita dolcezza e attesa, è un continuo aspettarsi e un’eterna comprensione, tutto ciò che ormai sembra dimenticato da tutti e quasi inesistente.

Tove Jansson, poi, racconta la bellezza del tempo, segmentandolo e raccogliendolo in aneddoti da regalare alle poche ma ricche pagine di questo romanzo – raccolta di racconti.  E il passare dei minuti e delle ore è fondamentale in Fair Play, soprattutto per le protagoniste, ognuna innamorata a modo proprio dei film, delle riprese con la Konica con cui cercano di intrappolare lo scorrere del tempo e, soprattutto, della loro arte che, seppur diversa, condiziona le loro vite in modo simile.

«(…) Jonna, i tuoi film sono fantastici, sono perfetti. Ma lasciarsi coinvolgere come facciamo noi, non sarà un po’ pericoloso?».

Fair Play è un giocare con la realtà, è un voler godersi ogni soffio di vento in una baia in riva al mare, è accettare di prendersi tutto il tempo necessario per vivere fino in fondo i propri sogni, rispettando l’amore e l’amato, scegliendo di vivere bene per far vivere al meglio chi sta al nostro fianco.

ColorTime – Ilford 400

Come una fotografia di un tempo, come le punte degli alberi che giocano nel cielo, come Jonna e Mari che nei loro silenzi e nella loro quotidianità parlano di tutto l’amore che si può provare, quello vero, quello che scalda il cuore come una tisana bollente davanti a un caminetto acceso.

Leggendo #138 – Festa Mobile

Caro Ernest,

ti scrivo oggi, in un giorno speciale, per dirti che mi dispiace e che ho delle scuse per te ma che sono contenta di poterlo fare ora, alla fine di questa giornata che sa di primavera, quando ancora fa un poco freddo ma c’è il sole e si può mangiare un gelato passeggiando per la città.

Quando esattamente quattro anni fa aprii questo spazio avevo nella testa proprio questo genere di ritrovamenti, questa voglia di imparare a stupirmi, sempre. Con te, Ernest, in queste settimane, ho avuto la prova che non c’è niente di più bello di accorgersi di aver sbagliato strada per poi trovare, scovando, qualcosa di meraviglioso. Perché Ernest, forse tu non lo sai, ma io ti ho odiato per tanto, tantissimo tempo e l’ho fatto con piacere, lo ammetto, perché mi sembravi uno sbruffone di quelli che sono bravi a menarsela per poi campare con i complimenti degli altri. Un odio a priori, insomma, perché quelli come te, con il carattere da bullo e questo modo di fare da finti complessati, non mi sono mai piaciuti: mi hanno sempre fatto sentire così diversa e sbagliata. Poi, però, mi è capitato fra le mani Festa Mobile e ora è tutto completamente diverso, davvero.

Poi veniva la brutta stagione. Alla fine dell’autunno, in un solo giorno, cambiava il tempo.

Forse era necessario ritrovarti ora, Ernest, e scoprire che hai passato tutte quelle ore nella tua stanza che dava sui tetti di Parigi a chiederti se davvero, un giorno, saresti riuscito a scrivere quello che ti gironzolava per la testa. Non c’è nulla di più sublime del raccontare le ore in cui ci si è chiesti cosa ne sarebbe stato del futuro, quando ci si accorge di aver preso mille decisioni sbagliate eppure, nonostante ciò, si è lì, a pensare che dopotutto qualcosa lo si è portato a casa e se non è davvero ciò che si voleva poco importa: c’è ancora tempo finché c’è tutta quell’energia di vivere che scorre nelle vene, finché si ha voglia di riprovare o quanto meno di pensarci sopra ancora e ancora e ancora.

Ernest, volevo dirti grazie perché Festa Mobile mi ha ricordato quanto sono attaccata alla giovinezza, ai miei spazi che continuano a nascondersi sotto strati di polvere e che io torno sempre a lucidare perché sono lì, si nascondono, ma non spariscono mai. Perché cerco mille strade pensando e invidiando chi invece aveva le idee chiare sin dall’inizio eppure poi mi riprendo perché mille avventure porteranno da qualche parte, prima o poi, e nel peggiore dei casi avrò tanti album di foto diverse che hanno costruito me, un insieme indefinito di cose che si trascina qua e là.

Mi alzavo in piedi e guardavo fuori sui tetti di Parigi e pensavo: “Non preoccuparti. Hai sempre scritto e scriverai ancora. Non devi fare altro che scrivere una frase sincera. Scrivi la frase più sincera che sai”.

Caro Ernest, grazie per tutta la voglia di vivere di cui hai scritto. Per i tetti di Parigi e le ore a pensare alla scrittura che sono essa stessa scrittura. Alle bevute in compagnia e alla voglia di amare. Al non arrenderti mai e all’avere sempre in tasca solo due soldi. Al mondo di libri di cui ti sei circondato per raccontare della bellezza delle pagine e della magia di chi le crea. Grazie per tutte le volte che verrò a ritrovarti. Perché ci vedremo presto, sai?

Au revoir!

Leggendo #137 – L’ultimo amore di Baba Dunja

Innamorarsi dei personaggi di un libro è la cosa più semplice e scontata che possa accadere soprattutto quando sono come noi vorremmo essere, quando la loro semplicità è così candida e innocente, qualsiasi cosa accada. Baba Dunja, la protagonista del romanzo di Alina Bronsky (Keller Editore) è una di quei protagonisti a cui ruotano attorno intere vite, una di quelli che ha tra le proprie mani il compito di rendere un libro meraviglioso o banale.

Esistono milioni di donne come me, eppure io sono così infelice, stupida che non sono altro.

L’ultimo amore di Baba Dunja è un libercolo di quelli leggeri solo nella dimensione e non nel contenuto. In superficie è la storia di una nonnina rotonda, di una vecchietta arzilla pronta a lottare per ogni sua ruga mentre in realtà, fra le righe del romanzo di Alina Bronsky, si nascondono svariati sogni e desideri che sono di una genuinità che fa quasi paura, di quella che abbiamo dimenticato chissà dove e quando rintracciamo ci si lacera il cuore al pensiero che della purezza può vivere ancora su questo pianeta.

Perché Baba Dunja, innanzitutto, vuole bene a priori: non si pone domande, è come una bambina che con naturalezza accetta le vite intorno a sé. Baba Dunja adotta chi ha vicino pur cercando di tenere tutti a debita distanza perché amare quando si è compromessi a volte diventa più un rischio che un bene e allora Baba Dunja osserva e raccoglie ciò che riesce a percepire ma sempre silenziosamente, spesso con aria scontrosa. Baba Dunja, così, accoglie la propria solitudine e la trasforma in una carica sempre nuova, costruendo dettagli di una vita che va sempre troppo veloce per lei tanto da decidere di restare ferma dove è, senza chiedersi troppe volte cosa sia giusto e cosa no: una vita distorta dalle radiazioni non è nulla confrontata al dover cambiare casa, città, abitudini.

Fa male ma non temo il dolore. Temo soltanto l’impotenza. Questo comunque non basta a impedirmi di dire le cose che ritengo importanti.

Per tutte le 176 pagine Baba Dunja è lì, ti guarda e ti abbraccia con gli occhi, quasi cercando di parlarti di tante cose che però non sa come dire. A Baba Dunja, in campagna, non hanno insegnato altre lingue se non quella della vita di tutti i giorni, quella che ti sveglia al mattino e ti fa fare chilometri a piedi sotto il sole o sotto la pioggia per riuscire a portare a casa un pezzo di formaggio e tutte le lettere che il servizio postale può consegnare e tu puoi raccogliere e custodire come fossero un tesoro.

Non avere paura – pare dirti Baba Dunja – è solo un’altra ennesima salita. Il mondo non deve più farti paura. 

E ha ragione, Baba Dunja. È così facile essere terrorizzati, forse ci serve solo quel pizzico di coraggio in più o semplicemente la voglia di rimanere testardi e continuare a inseguire ciò che ci fa galleggiare.

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Leggendo #136 – Volo di notte

Anno nuovo, stessa voglia di vivere con la testa fra le nuvole.

Essi sono simili a quei ladri delle città favolose, murati entro la camera del tesoro dalla quale non potranno più uscire. Ed errano, in mezzo a quella gelida gioielleria notturna, infinitamente ricchi, ma condannati.

Volo di notte di Antoine de Saint-Exupéry è un presagio, è ciò che lo scrittore francese, noto soprattutto per il meraviglioso universo del Piccolo Principe, vivrà realmente una decina d’anni dopo, quando con il suo aereo, il 31 luglio del 1944, sparì fra le nubi del cielo.

Volo di notte non si può raccontare: è un secondo lungo 114 pagine in cui si trattiene il fiato sperando di non arrivare mai alla fine; è il desiderio di volare che prevale su qualsiasi altra cosa tanto che è quasi difficile immaginare la sensazione di respirare là in alto, sopra le nuvole, così vicino alle stelle.

Essa rimaneva sola. Guardava, triste, quei fiori, quei libri, quella dolcezza, che non erano, per lui, che il fondo d’un mare.

A miglia di distanza dalla terra si spiano nuovi mondi, si vive in una realtà che qui sotto, noi, possiamo solo sognare e magari tentare di scrivere cercando ogni giorno di non arrenderci mai, continuando comunque a vivere in questo mondo così limitato eppure indispensabile con il desiderio di svegliarsi ogni mattino pensando solo a quelle piccole ma grandi cose che ci coccoleranno quando la nostra mente correrà ai grandi progetti che non stanno procedendo come dovrebbero.

È che non vorremmo arrenderci mai, anche quando la tormenta è alle nostre spalle con carichi di nuvole pronte a far esplodere nel cielo fulmini e saette. 

Bon voyage, Fabien.

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Leggendo #135 – La vita segreta delle città

28 dicembre 2016.
Ho passato 7 delle 8 ore che sono sveglia in casa.
Le ho utilizzate per leggere un libro, La vita segreta delle città di Suketu Mehta (Einaudi).
È il miglior regalo che potessi farmi.
È il miglior regalo che potreste farvi.
È il libro che racchiude tutta la positività che dovrebbe travolgere l’umanità intera con l’arrivo del nuovo anno.
Sì, ho detto umanità e non sto esagerando.

Dov’è casa per gente come noi? Siamo indiani o americani? Siamo bombaiti o newyorkesi? Siamo entrambe le cose e nessuna delle due. Le persone che oggi si spostano da una località all’altra, che si tratti di città o villaggi, potrebbero essere definiti “interlocali”. Il dizionario dà la seguente definizione di questo aggettivo: “che riguarda i rapporti tra luoghi differenti”.

Chi esce di casa sa cosa significa tornare a casa, quella precedente, molto spesso la prima, anche solo per un breve periodo. Le abitudini nuove fanno a pugni con quelle più vecchie e con quelle di chi, per anni, ci ha cresciuti e amati. Ci si sente perfidi a provare quel fastidio in fondo allo stomaco, quando si pensa che a qualche chilometro c’è una stanza tutta per sé ma ci sono le festività e le cose giuste da fare che ti obbligano a restare qui, fra le mura di chi ti ha modellato.

Tutti i migranti, essendosi lasciati alla spalle parenti e amici, devono affrontare l’arduo compito di convincerli che ne è valsa la pena.

Non mi ritengo una migrante ma al paesello sì, per loro sono la traditrice che se ne è andata dal nido o questo è ciò che traspare dai loro sguardi che incrocio quando  erroneamente mi viene la pessima idea di fare una passeggiata all’amato fiume dove lancio paranoie e paturnie da quando ho coscienza di me. Domande? Infinite. Scoccianti? Abbastanza. Quelle che lacerano il fianco? Quelle di chi ti vuole bene e dai tuoi racconti vuole che ogni tre parole ci sia un “felicità”.

Che effetto produce sulla mente umana veder cambiare da un giorno all’altro i punti di riferimento dell’infanzia? Quanto possiamo convivere col costante mutamento di quel che ci circonda, prima di cominciare a sentirci nervosi, agitati, irritabili?

Mutamento? All’incirca. Il vero cambiamento sono io e la rabbia incontrollabile che sale dalle viscere e che mi fa pentire di ogni mia mossa fra queste mura. È lo scontro con ciò che è rimasto simile, soprattutto la gente e, ancora, le abitudini, quelle immutabili.

Quando la gente dei villaggi emigra in città, la prima cosa che manda a casa non sono i soldi bensì una storia.

Perché la realtà non è sempre facile da raccontare, allora inventiamoci una storia che non c’è niente di meglio delle favole per cullarci. E cullare.

Per comprendere come un essere umano nato dall’amore della propria madre possa essere corrotto bisogna leggere i romanzi: bisogna leggere Dostoevskij, bisogna leggere Balzac.

Perché il potere delle parole è così sottovalutato e basterebbe così poco per comprendere le azioni di chi abbiamo al nostro fianco e di chi sta nell’emisfero opposto al nostro. Si chiama empatia, si legge fingo di non vederlo.

La tristezza di Lisbona è la tristezza di un impero perduto.

Si chiama anche le città hanno una storia e un perché, si legge ma a noi cosa interessa?Costruiamo palazzi che fanno a pugni con tutto ciò che ci circonda.

Come fanno i migranti a non morire di nostalgia? Uno stratagemma è il cibo.

La voglia di tornare a casa l’abbiamo tutti, me l’ha insegnato Mario Soldati. Solo che poi uno deve imparare a capire il posto che preferisce e quando ciò succede non può continuare a vivere di compromessi, deve vivere in un luogo che regala quella cosa lì che fa vibrare il cuore. A volte è una città, altre il pianeta intero.

La sensazione, nelle parole di Joan Didion, che “da un momento all’altro potesse succedere qualcosa di straordinario, da un giorno all’altro, da un mese all’altro”.
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Leggendo #134 – Come svanire completamente

Siamo onde.

Se stai cercando una storia non la troverai in Come svanire completamente di Alessandro Baronciani sempre se, una copia, riuscirai ancora a trovarla. Questa scatola che si apre su un mondo completamente inventato è il risultato di un progetto riuscito alla grande e che ha portato nella cassetta della posta un regalo di Natale tra i più belli che si possano ricevere: la possibilità di vivere infiniti inizi. Quello di Alessandro Baronciani è un guardare l’oceano dalle scogliere, è quel pezzo di Irlanda che cerco sempre di spiegare senza mai riuscirci davvero, è stare male per poi stare bene davvero perché quando quel bene arriva, perché arriva, è una cosa davvero difficile da raccontare e io l’ho capito da meno di cento giorni.

Di cosa stiamo parlando? Di un’isola che è diventata una penisola. Di fiori che crescono perché un raggio di sole li ha illusi che la primavera è vicina e invece è ancora autunno inoltrato e l’inverno sta per arrivare. Di una burrasca e del vento che porta via con sé tutto quello che trova. Di un luogo che non esiste eppure è così reale. Di microsentimenti, quelle sensazioni che si provano quando si rigira fra le mani un oggetto rinvenuto dal passato. Del ricordare a tutti i costi e la paura di non riuscirci. Come svanire completamente è tutto questo, è un inno alle scatole che da anni si accumulano in un angolo della camera e racchiudono infiniti mondi di una stessa vita. È un microcosmo così reale che pare assurdo che tutto sia stato solo inventato, si chiude la scatola e si cerca dalla finestra lei, con i suoi capelli lunghi e biondi e la cuffia in testa un po’ storta.

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Uno lo vorrebbe raccontare, Come Svanire Completamente, e invece non lo può fare perché è una sensazione che dura da mesi. È un gesto di fiducia, comprare a occhi chiusi qualcosa che non si conosce e sapere che non si verrà delusi. È tornare a casa e finalmente trovare la propria copia sulla scrivania, la paura di rompere il sigillo che la chiude ed entrare in un universo di cui si sogna di conoscere tutti i dettagli.

La mia copia è arrivata molto tardi, ormai vicina al Natale. Ho aperto la scatola oggi, a due giorni dal 25 dicembre, in un momento in cui ho deciso che per me il 2016 è già finito e il 2017, invece, è già qui, con la fine dei vent’anni (sì, quelli) e lunghissimi viaggi in auto che mi scompiglieranno i capelli e mi faranno pensare a milioni di cose che vorrei scrivere per il solo desiderio di scriverle. In Come Svanire Completamente tutto cambia restando fermo e immobile. Io ho deciso che non voglio cambiare nulla delle ultime cose che ho, tutte così nuove che un anno fa, quando decidevo di rivoluzionare tutto, mai avrei pensato di avere e che negli ultimi mesi mi sono volate addosso senza nemmeno me ne accorgessi. Non voglio cambiare nulla, dicevo, ma non voglio fermarmi qui. Voglio continuare ad andare, sempre più lontano, fino a quando non svanirò completamente e non avrò più bisogno di spiegare nulla a nessuno.

Sai, il mondo si divide in quelli che fanno i trucchi e in quelli che credono nella magia. Tu? A chi appartieni?