Leggendo #108 – Perché rileggere La campana di vetro di Sylvia Plath (in inglese)

Era il 2013 e leggevo La campana di vetro di Sylvia Plath. Ricordo che durante quei giorni non stetti molto bene e che un grigiore offuscò la mia primavera che quell’anno era iniziata con una proclamazione a dottoressa in Beni Culturali e in quel momento si stava concludendo con un mix di paure che cercavo di nascondere sotto il tappeto di camera mia: non potevo immaginare che pochi anni dopo quel tappeto sarebbe sparito e avrebbe liberato timori e angosce in ogni angolo della mia stanza.

Saranno state le paure del nuovo anno o forse i timori di tutte le nuove vite che mi aspettano e che ancora non conosco, sta di fatto che ho scelto di iniziare l’anno nuovo rileggendo quel romanzo che ricordavo così opprimente ma liberatorio, così pesante eppure leggero, così greve da lasciare liberi di volare via. Ho ripreso fra le mani La campana di vetro, sì, ma dopo aver letto anche i meravigliosi Diari di Sylvia Plath ho deciso di dedicarmi alla lettura del libro in lingua originale e lasciare che The Bell Jar sprofondasse nel mio animo con lo stesso stupore alimentato, questa volta, da una lingua diversa.

I am, I am, I am.

E se è difficile parlare di The Bell Jar lo è ancora di più cercare di farlo dopo averlo affrontato in lingua originale e aver rivissuto le pagine più dolorose di Sylvia Plath. Perché questo è un romanzo che è una sorta di autobiografia forse non veramente voluta (non a caso venne pubblicato per la prima volta in Inghilterra sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas), un libro che scava nel profondo e tocca tasti dolenti, così sensibili da lasciare un segno che lentamente continua a scendere nel profondo della mente del lettore, una straziante riflessione su ciò che è crescere ma soprattutto sognare, avere una meta ma non sapere come raggiungerla tanto da arrivare a chiedersi se è veramente voluta. 

I wanted to tell her that if only something were wrong with my body it would be fine. I would rather have anything wrong with my body than something wrong whit my head, but the idea seemed so involved and wearisome that I didn’t say anything. I only burrowed down further in the bed.

Quando lessi i Diari di Sylvia Plath mi ritrovai a voler scrivere tantissimo: ogni suo paragrafo, ogni sua riflessione ebbe su di me l’effetto di un’onda, direi più di uno tsumani, un bisogno improrogabile di raccontarmi proprio come lei faceva in fogli e taccuini (oh sì, proprio come l’amata Joan Didion), lasciando nero su bianco tutte le sfumature di una vita intera. La rilettura di The Bell Jar, invece, ha avuto ben altri esiti: se alla prima lettura di tre anni fa mi lasciò senza parole, questa volta Sylvia Plath mi ha completamente terrorizzato, lasciandomi in balia di infiniti quesiti la cui risposta, volente o nolente, non può che darla il tempo o forse un viaggio lontano da tutto ciò che mi circonda.

Ma quanto pesa questa campana di vetro che ci isola nella nostra testa, a volte senza nemmeno saperlo? Quanto siamo disposti veramente a dare per riuscire nel nostro intento? Perché è più facile starsene sotto chili e chili di coperte e aspettare che la vita accada invece di andare e prenderla per il bavero della giacca e urlarle in faccia ciò che vogliamo? Come può una ragazza scegliere la via giusta per il proprio futuro?

sylvia plathEsther Greenwood è fragile, fragilissima: me la immagino come Sylvia Plath ma con la pelle ancora più chiara, di una magrezza quasi malata e con gli occhi grandi, da cerbiatto, pronti a interrogare ogni viso che incrociano. Esther Greenwood è giovane, giovanissima: inizialmente pare avere le idee chiare sul proprio futuro ma poi si rende conto che in realtà non sa bene come progettare il domani, come muoversi per raggiungere ciò che vorrebbe, come vivere senza abbandonarsi a quei pensieri, sempre più assillanti, che le affollano la mente e le chiedono se quello immaginato nei suoi sogni è realmente il futuro che si aspetta di vivere.

In un primo momento pare semplice distrarsi: è a New York, ci sono i corteggiatori, c’è l’esperienza nella redazione di una rivista. Poi però le domande paiono alzare la voce e pretendere di essere ascoltate in ogni loro sillaba: il caos della città, in certi momenti, pare soffocarla; gli uomini paiono non capire la sua delicatezza e un turbine di pensieri sulla propria verginità e la sua perdita cominciano a collidere nella sua testa in una continua lotta fra tradizione e parità di diritti; la scrittura comincia a vacillare, soprattutto quando scopre di non essere stata ammessa a un corso al quale teneva moltissimo. E poi arriva quello che non sarebbe dovuto arrivare: il non voler più invocare aiuto per non avere più la paura di non sentirsi ascoltata.

FullSizeRender (2)Leggere The Bell Jar è come avere lo stomaco fra le mani e giocarci neanche fosse un pupazzo anti stress, di quelli che più l’ansia sale, più si stritolano fortissimo. Leggerlo in inglese, per me, ha significato riflettere moltissimo sulla scelta di ogni parola e di ogni espressione, soffermarsi più volte su interi paragrafi e soprattutto procedere lentamente, facendo respiri profondi ad ogni capitolo. Una fatica enorme, lo ammetto, non tanto per la difficoltà della lingua ma per la storia stessa racchiusa nel romanzo, così forte da voler convincermi a scorrere le pagine velocissimamente e invece, poi, rimanerne incatenata.

Non mi capita mai di rileggere romanzi amati, questa è stata la prima volta. La differenza di lingua ha influito minimamente sulle diverse impressioni che ho avuto dalla lettura di Sylvia Plath, prima nel 2013 e ora nel 2016. Sono tre anni, per me, che comprendono una discesa verso abissi che mai avrei pensato di toccare ma che mi hanno cambiata, tantissimo, anche se spesso, più di quanto vorrei, mi sento ancora la piccola neolaureata che cerca di capire come muoversi nel mondo dei grandi.

Non so bene cosa capiterà, la mia campana di vetro non ha niente a che vedere con quella che Esther Greenwod si è portata appresso. Eppure molte sensazioni sono simili e anche io, come lei, aspetto solo quella ventata d’aria fresca in pieno viso che mi rigeneri lo spirito e il corpo, proprio come accadde all’eroina di The Bell Jar. 

All the heat and fear had purged itself. I felt surprisingly at peace. The bell jar hung, suspended, a few feet above my head. I was open to the circulating air.

Sarà bellissimo.

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Leggendo #67 – Il matrimonio tra me e Salinger non s’ha da fare

Qui lo scrivo e qui lo confermo: tra me e J. D. Salinger non può funzionare. È uno di quei grandi amori altrui da cui ho sempre un poco diffidato, come quando tutte le compagne del liceo ti dicono “oh, *nome a caso* è il più bello della nostra scuola” e tu le guardi con sospetto pensando che sì, sarà anche carino, ma ci sono tante altre alternative da prendere in considerazione, tra cui infiniti altri parametri da non sottovalutare.Non c’è da stupirsi, quindi, se nonostante alcune perle ritrovate in Franny and Zooey l’amore non sia sbocciato e, dopo il brutto ricordo de Il giovane Holden, ancora una volta non sia riuscita a cambiare idea o, quantomeno, a inquadrare lo statunitense in modo differente.2014-09-06 11.26.11

Puntando alla lettura in lingua originale, sotto consiglio di una cara amica, ho pensato che forse sarebbe stato il modo più onesto per comprendere un poco di più ciò che nasconde uno degli scrittori più amati e acclamati dalla folle e invece (oltre al danno la beffa!) mi sono ritrovata in cunicoli bui e serpeggianti dove la sola luce era il confronto con la traduzione italiana per essere certa di aver compreso tutte le paranoie della piccola di famiglia. Perché poi, diciamocelo, non è che il tutto sia davvero comprensibile: le conversazioni, i riferimenti, i modi di fare e i piccoli segreti dei protagonisti di Franny and Zooey sono riassumibili in “fastidiosi” comportamenti che lasciano il lettore vagamente perso nel nulla, come quando dai un calcio a un sassolino e questo cade in un burrone e tu dall’alto lo guardi e cerchi di capire dove sia finito pensando comunque che tra tutte quelle foglie cadute al suolo sarà impossibile ritrovarlo.

“I don’t know what good it is to know so much and be smart as whips and all it if it doesn’t make you happy”

La morale è: vale la pena di seguire le paturnie della giovane di casa Glass? Cercare di ascoltarla e comprenderla quando anche il suo ragazzo è più interessato alle rane che ha nel piatto? Lo cerchiamo questo sassolino fra le foglie rischiando di perderci nei meandri del nulla? Sono davvero “troppo atea”?

Illuminatemi.

Leggendo #60 – Haruki Murakami, Yesterday e i Sogni – Realtà

“Dreams are the kind of things you can borrow and lend out,” I said.

Di Haruki Murakami si possono dire tante cose. Una, certamente, è che ogni suo scritto riesce a entrare nel profondo di ogni cuore e smuovere quelle piccole corde impolverate che ognuno di noi pensava di aver sotterrato o semplicemente dimenticato. Yesterday, il racconto dello scrittore giapponese pubblicato in inglese il nove giugno duemilaquattordici sul The New Yorker, è un piccolo esempio di come le sue parole riescano a disegnare una nuova dimensione, uno spazio tutto nuovo dove il lettore può cercare il suo posto, il suo angolo preferito, quel cuscino morbido dove accomodarsi per lasciar libera la mente di vagare dove più gli pare.

Perché Yesterday non è poi chissà quale novità per Haruki Murakami. È l’ennesima prova di quanto il periodo tra l’adolescenza e l’età adulta sia un periodo instabile, un periodo alla ricerca del proprio equilibro, in bilico tra due mondi opposti che si attraggono e si allontano sempre più fortemente e inevitabilmente. La bellezza, quindi, sta ancora una volta in ciò che il lettore può scovare tra le sue parole, tra quelle dimensioni oniriche che tanto fanno impazzire i lettori più disperati, quelli che scorrono le pagine alla ricerca di piccoli indizi che possano salvarli da se stessi e da ciò che li circonda.

E per coincidenza o per destino, a volte capita che paragrafi qua e là raccontino proprio ciò che hai nel cuore, tutte le ansie e le paure che puoi immaginare in un preciso istante, un lasso di tempo che non avresti mai potuto concepire e fatti che la tua mente ancora non riescono a digerire o semplicemente ad accettare.

Erika stared at the candle flame flickering in the breeze from the A.C. “I often have the same dream,” she said. “Aki-kun and I are on a ship. A long journey on a large ship. We’re together in a small cabin, it’s late at night, and through the porthole we can see the full moon. But that moon is made of pure, transparent ice. And the bottom half of it is sunk in the sea. ‘That looks like the moon,’ Aki-kun tells me, ‘but it’s really made of ice and is only about eight inches thick. So when the sun comes out in the morning it all melts. You should get a good look at it now, while you have the chance.’ I’ve had this dream so many times. It’s a beautiful dream. Always the same moon. Always eight inches thick. I’m leaning against Aki-kun, it’s just the two of us, the waves lapping gently outside. But every time I wake up I feel unbearably sad”.

Perché forse, i sogni, non sono poi così distanti dalla realtà. A volte basta percepire o anche solo intravedere una luce e tutto può cambiare. Perché è solo nei sogni che si può continuare a sperare sapendo fin dal principio quanto il risveglio potrà essere brutale ma sperando ogni notte, prima di addormentarsi, di rintracciare quel sogno e riviverlo anche solo un’ultima volta.

Erika Kuritani was silent for a time. Then she spoke again. “I think how wonderful it would be if Aki-kun and I could continue on that voyage forever. Every night we’d snuggle close and gaze out the porthole at that moon made of ice. Come morning the moon would melt away, and at night it would reappear. But maybe that’s not the case. Maybe one night the moon wouldn’t be there. It scares me to think that. I get so frightened it’s like I can actually feel my body shrinking.”

Fin quando poi, un giorno, il sogno svanirà.

 

 

Leggendo #59 – Bridget Jones e la Bellezza di essere semplici

Being a woman is worse than being a farmer.

Nell’ipotetica classifica dei libri assolutamente da leggere, quelli che quando confessi di non averne mai sfogliato una pagina ti rifilano un’occhiataccia degna del peggior misfatto, c’è anche il simpatico e leggero Bridget Jones’s Diary di Helen Fielding, un Orgoglio e Pregiudizio contemporaneo (con tanto di Mr Darcy latin lover!) che, tra piatti da riscaldare nel microonde e fanciulle dal peso forma che si sfidano negli spogliatoi, c’è da farne uno studio antropologico da non sottovalutare.2014-06-17 11.01.37

Perché Helen Fielding ha voluto portare nel suo romanzo quella sottile linea d’ombra che si cela in ogni donna, quella paura infinitamente terribile per l’ago della bilancia, quell’odio profondo per le occhiatacce distorte che si celano dietro a ogni finto sorriso, quell’infinito e profondo terrore per la solitudine, quella ingiustificabile voglia di amare e di farsi amare per quello che si è. Bridget Jones’s Diary è tutto ciò e come in 84 Charing Cross Road è facile entrare nella mente della protagonista grazie all’utilizzo della prima persona singolare e, in particolare, della forma narrativa del diario, così intima e così immediata che rende la copia in lingua originale così suggestiva e di facile comprensione.

I hate communal changing rooms. Everyone stares sneakily at each other’s bodies, but no one ever meets anyone’s eye. There are always girls who know that they look fantastic in everything and dance around beaming, swinging their hair and doing model poses in the mirror saying, ‘Does it make look fat’ to their obligatory obese friend, who looks like a water buffalo in everything.

Perché Bridget Jones’s Diary è stato l’ennesimo libretto che mi è capitato sotto mano in una libreria irlandese e che mi ha aiutato, a modo suo, a superare il primo mese all’estero. La vita non ti sorride? Il futuro ti ha ingannato? Qualcosa, o meglio, qualcuno ti ha abbandonato quando proprio non doveva? Mangiamoci su. Biscotti al cioccolato, gelato, piatti pronti da godersi sul divano mentre si guarda un film in lacrime: tutto è lecito quando la giornata è andata storta e ti ritrovi sola nella tua camera a pensare a quel maledetto futuro più buio che mai. Perché nonostante tutto una piccola soluzione la si può sempre trovare e il bicchiere mezzo vuoto lo si può sempre riempire con del buon vino o, in terra straniera, con del buon Irish Bulmers. Provare per credere!

Oh God, I’m so lonely. An entire weekend stretching ahead with no one to love or have fun wit. Anyway, I don’t care. I’ve got a lovely steamed ginger pudding from M&S to put in the microwave.

Leggendo #58 – Almost English e la Felicità che non si vuole guadagnare


Almost English
  è uno di quei libri dagli ingredienti perfetti, un mix di tante piccole cose pronte a crescere e germogliare come tanti piccoli fiori colorati nei primi giorni di primavera. Charlotte Mendelson, d’altronde, aveva già stupito con When we were bad e i lettori erano in trepida attesa del suo nuovo lavoro, pubblicato dalla casa editrice Mantle. Sfortunatamente per loro (e per me che l’ho incontrata per la prima volta in una piccola libreria irlandese) la scrittrice londinese non pare aver colpito nel segno e, nonostante tutti i buoni presupposti, la trama rimane povera, un tantino sconnessa, con un’attesa infinita che stordisce il lettore.2014-06-11 10.59.11

Perché trasferirsi in una nuova città non è mai semplice e, ovviamente, non lo è nemmeno per Marina e Laura, madre e figlia che condividono la casa con due zitelle (e una suocera) di origini ungheresi, fortemente attaccate alle loro tradizioni e assolutamente distaccate dalla vita londinese e da tutto ciò che la circonda. Non è un caso, quindi, se Marina decide di andare a studiare lontano da casa, in un collegio a due ore dal nido familiare, dove la piccola adolescente potrà finalmente iniziare a conoscersi, a capirsi, a confrontarsi con un mondo esterno che, tipico della sua età, vede così opprimente e totalmente avverso.

The truth, which her family do not acknowledge, is that some people can look all right, while others can’t. If you’re pretty, it’s fine to check your reflection in a mirror, or wear mascara. But what if you’re not? It’ll look like you think you are all right, that you can improve your appearance by smoothing your fringe, but you still have glasses, and spotty upper arms, and hideous knees, and eyebrowns like a boy’s. Some people are beyond improvement and, when they try, they look like fools. This Marina will not be. (..) These things are too shameful to be spoken. She keeps them in her rotten heart. On reflection, it occurs to her now, maybe her heart is the problem.

A intervallare i problemi sociali e d’amore di Marina, ci sono le paturnie di Laura, la tipica madre ancora alla ricerca del proprio equilibro, una moglie che è stata abbandonata dal proprio marito (deceduto? semplicemente scomparso?) e che cerca in ogni modo di entrare nei pensieri della propria figlia. Ma come aiutare il prossimo se non si è ancora trovati se stessi? Laura cerca di trovare un appiglio nel proprio naufragare ma ogni pagina è una lunga attesa per la vita, una continua paura di lanciarsi nel mondo e prendere il proprio spazio, quello che ognuno di noi cerca di conquistarsi ogni giorno.

Laura needs a trusted friend in whom to confide. (..) The London survivors are too sane, too married; they have bedrooms, and whole houses; thay have produced charismatic scruffy children who adore them, or live sterile but sexually satisfying lives of style and beauty.

E sono proprio le diverse tradizioni e l’incapacità ad ambientarsi a rendere il tutto ancora più difficile e insopportabile, a rendere il soggiorno di Laura e Marina un continuo paragone con le diverse classi sociali, con la diversa mentalità inglese che nessuno dei protagonisti sembra voler accettare ma, sostanzialmente, osservare da lontano come qualcosa che potrebbe rendere la vita migliore ma che non si ha il coraggio di guadagnare.

Almost English diventa così una lunga attesa per la vita, un continuo arrampicarsi sugli specchi alla ricerca della felicità, un esercizio per la lettura in inglese che stronca qualsiasi spirito ottimista e che lascia perplessi per il proprio disperdersi nel passato e nel presente, senza sperare in quel futuro che a volte è così facile da afferrare.

Leggendo #57 – I libri talismano di 84 Charing Cross Road

I lie here listening to the rain, and nothing is real. I’m in a pleasant hotel room that could be anywhere. After all the years of waiting, no sense at all of being in London. Just a feeling of letdown, and my insides offering the opinion that the entire trip was unnecessary.

Ci sono alcuni libri che sono destinati a diventare un piccolo gioiello da conservare con amore e assoluta protezione, una sorta di talismano magico che rievochi momenti indimenticabili e posti alquanto incantevoli. 84, Charing Cross Road è diventato per me uno di quei libercoli da ammirare e da conservare con incondizionata devozione, uno di quei cimeli che nessuno potrà mai toccare e che a nessuno potrò mai prestare per l’ansia di vedermelo sfuggire dalle mani. La ragione di tutto ciò? Tanto per cominciare la piccola libreria dove l’ho acquistato, a seguire la trama assolutamente dolce e per concludere i luoghi in cui ho letto e sfogliato queste duecento pagine piene di amore per la lettura e per i libri, considerati da Helene Hanff come piccole anime pullulanti di vita.

It’s certainly good to know that someone so many miles away can be so kind and generous to people they haven’t even seen, and I think that everyone in the firm feels the same.

Stavo passeggiando per Bettystown, una piccola cittadina irlandese che sarà la mia casa per i prossimi mesi. Erano solo sei giorni che mi trovavo fra le vie perennemente battute dal vento e dalla pioggia quando, ancora disorientata e assolutamente spaesata, mi ritrovai davanti a un piccolo negozietto dell’usato. Fra le tante cianfrusaglie, cosa ci poteva essere al suo interno se non un centinaio di libri dalle pagine ingiallite e dai titoli promettenti? Fortificata dal primo tentativo di lettura in inglese (sì, il primo Harry Potter a ventitré anni, non male) decisi di scegliere i primi tre titoli da portare a casa (con due libri acquistati il terzo era gratuito: come rinunciare?) e a sfavillare per colori e simpatia fu proprio il piccolo ma incantevole 84, Charing Cross Road dell’americana Helene Hanff.

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E come iniziare la lettura del mio piccolo e nuovo tesoro se non in riva al mare, in attesa di una colazione pronta a scaldare il corpo ma soprattutto il cuore? Fra caldi bistrot e ventilati tavolini in spiaggia? Fra foreste sperdute nella più verde Irlanda che ognuno di voi possa immaginare? A rifinire questi momenti, già fin troppo idilliaci di per sé, ci ha pensato la trama del libro, una corrispondenza fra l’America e l’Inghilterra, uno scambio di lettere e di libri fra una grande Lettrice, la scrittrice stessa, e un proprietario di una libreria di Londra, Frank Doel, noto per avere fra i suoi scaffali infiniti libri fuori pubblicazione e dalle edizioni speciali.2014-05-28 10.40.07

Ma non ci sono solo lettere e richieste di poesie d’amore (ovviamente non troppo sdolcinate!). 84 Charing Cross Road non è solo passione per la lettura e i libri, non è solo la nascita e crescita di una profonda amicizia: le duecento pagine di Helene Hanff sono anche Viaggio, il desiderio di partire, di superare le proprie paure, di prendere un aereo in solitudine per raggiungere una città che per anni si è sognato di visitare. Per la scrittrice, il sogno nel cassetto è l’immensa Londra della Mark & Co., Booksellers ed è proprio in The Duchess of Bloomsbury Street che Helene Hanff racconterà le sue avventure sottoforma di diario, divertendo il lettore con infiniti giochi di parole.

Perché la parte più divertente della lettura in lingua originale sono proprio i misunderstanding che si creano fra i modi di dire strettamente americani e l’inequivocabile e perfetto British English, uno scontro lungo decenni che dimostra come le due nazioni fossero già negli anni Settanta completamente differenti, sia per mentalità che per parlata.

Nobody over here says ‘six – thirty’ or ‘seven – thirty”, they say ‘hoppusix’ and ‘hoppuseven’. And ‘in’ at home is ‘trendy’ here and ‘give it up’ is ‘pack it in’ and ‘never mind’ is ‘not worry’. (…) We are two countries divided by a common language. I am now going to bed because it’s quattaposstwelve.

84 Charing Cross Road, quindi, diventa un piccolo manuale per migliorare il proprio inglese, un piccolo amico da portare con sé per sentirsi meno stranieri in un posto completamente nuovo. Un libro trovato per caso ma che con le sue pagine ha saputo scaldare il cuore in giornate fredde e fin troppo ventilate. E lo volete sapere l’aneddoto più particolare? Dopo alcuni giorni, mi sono accorta che il piccolo 84 Charing Cross che porto con me ha sul retro un piccolo adesivo che riporta la scritta Penguin Italia. Ebbene sì, il libro è stato comprato nella mia nazione per poi essere abbandonato in un piccolo negozio dell’usato in un paesino a quaranta chilometri da Dublino. Mi piace pensare che fosse lì ad aspettarmi, in attesa di tornare a casa con me in una data ancora da destinarsi. Perché alla casa, la Casa, ci si torna sempre.

The plane lifted – and suddenly it was as if everything had vanished: Bloomsbury and Regent’s Park and Russell Square and Rutland Gate. None of it had happened, none of it was real. Even the people weren’t the real. It was all imagined, they were all phantoms.

Leggendo #47 – Harry Potter, the Philosopher’s Stone e il primo libro in lingua originale

Premessa: era da molto tempo che desideravo leggere un libro in lingua originale, un libro in inglese per migliorarmi e lanciarmi nel piacere della lettura non deformata e non filtrata da improvvisati traduttori che spesso giocano con qualche virgola, qualche frase o addirittura qualche pagina, cambiando radicalmente stili e significati. Devo ammetterlo, per qualche mese ho indugiato su quale opera in inglese affrontare per la prima volta finché alla fine ho pensato: Perché non recuperare quella saga internazionale che tanto ha fatto parlare grandi e piccini e che io, per un motivo o per l’altro, non ho ancora avuto il piacere di leggere? Et voilà: Harry Potter, here we come!

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Perché in molti si sono sconvolti quando ho svelato il mio segreto più recondito: di Harry Potter sapevo solo che ci avevano fatto dei film tratti da dei libri scritti da una certa J. K. Rowling, la quale aveva cominciato a scarabocchiare la storia del maghetto più amato nel mondo su alcuni tovagliolini in un bar (sarà poi vero o la classica leggenda metropolitana che fa alquanto gola?) e che mai, in 23 anni, mi era venuta la curiosità di aprire qualche pagina. Ma della serie meglio tardi che mai qualche pagina l’ho letta e, chi l’avrebbe mai detto, è stato subito amore a prima vista.

Parlare della trama e della bellezza di Harry Potter and the Philosopher’s Stone è, ovviamente, alquanto banale: sarebbe come ascoltare un padre che esalti il proprio bebé appena nato, dicendo è il più bel bambino che si sia mai visto sulla faccia della terra (quando si sa, tra l’altro, che molti neonati son veramente inguardabili fino a quando non cominciano a fare qualche sorrisino, vabbè). Quello che voglio fare, quindi, è semplicemente spiegare come la prima lettura in inglese sia stata chiara e molto più esaltante di quanto mi aspettassi, come una porzione magica inaspettata (giusto per rimanere in tema), e come il primo Harry Potter, sostanzialmente, non si scordi mai.

La solidarietà e l’empatia per quel bambino che vive nel cupboard di casa Dursleys si fanno sentire sin dalle prime pagine che subito acchiappano l’attenzione del lettore e che, capitolo dopo capitolo, lasciano sempre più spazio all’immaginazione e all’entusiasmo. Cominciando da Diagon Alley, passando per il famosissimo Platform 9¾, fino ad arrivare alla vista del castello di Hogwarts  dall’Hogwarts Express, con tutte le sue torri e il temibile bosco circostante, la lettura diventa sempre più frenetica e, nonostante si sappia che dopotutto Harry Potter ce la farà, ogni possibile espulsione dalla scuola è una scatenata corsa contro il tempo (e le pagine!) per arrivare a quel trionfo tanto sudato, quasi strappalacrime, che parla di Valori, di Amicizia, di Forza di Volontà e di tutte quelle cose buone di cui si vuol sentire parlare.

Perché ancora nel 2014, il lettore vuole leggere Storie. Perché una lettrice di 23 anni non è troppo vecchia per fremere davanti alle parole but it wasn’t Snape.. It wasn’t even Voldemort.. (…). Perché un’autentica avventura, costruita con tutti gli stratagemmi che una Signora Avventura necessita, è a volte tutto ciò di cui si ha bisogno per scuotere l’animo e ricominciare a correre. Harry Potter and the Philosopher’s Stone è stato tutto questo per me, come la prima volta che si legge un romanzo e si è euforici per la storia ma, soprattutto, di essere riusciti a cogliere ogni sfumatura nonostante l’emozione della prima volta con un libro. Così semplice eppure così eccitante, così elettrizzante, così pieno di vita che non ti rimane che aspettare il momento in cui leggerai il seguito.

E l’entusiasmo si raddoppia dal momento che oggi, 25 marzo 2014, il mio piccolo spazio compie un anno. Un mio piccolo progetto, il primo vero Progetto in assoluto, che pur non coinvolgendo lezioni di magia ha saputo regalarmi piccole soddisfazioni e grandi incantesimi, in primis l’affetto che un libro può dimostrare al proprio lettore, riempiendo quei vuoti che le persone, invece, sanno aprire nel cuore di un’altra. E per una volta, solo per questa volta, ringrazio me stessa ma soprattutto tutte quelle pagine che in un anno hanno saputo essere i miei migliori amici, invincibili compagni di viaggio e spalle su cui piangere, veri e propri sostegni e spunti per trovare quei piccoli attimi di felicità che rendono migliore una giornata uggiosa e malinconica. E ora, per festeggiare, di corsa sotto le coperte con tisana e kindle: la primavera, e il primo sole, possono anche aspettare. 

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