Dell’estate dei ghiaccioli alla menta e altre attese.

Quell’estate sapeva di ghiaccioli alla menta al mattino e di ciambelle ripiene di crema prima di andare a dormire. Tre erano i metri che dividevano la stanza dalle onde, due i genitori che giocavano con te a rincorrerle, uno l’anno che ti divideva dalla scuola dei bambini più grandi, dove non ci sarebbero più state le maestre che per cinque anni ti avevano cullato con storie e favole che avevi cominciato a leggere ogni giorno sempre con più entusiasmo. Capitolo dopo capitolo, gli eroi delle avventure in riva al mare giocavano con gli amici immaginari della tua mente e la vita reale era sempre più confusa e difficile da distinguere da quella che ti inventavi ogni giorno guardando dalla finestra della tua camera i tetti della città, immaginando cosa saresti diventata da grande.

Era l’estate della vacanza al mare con mamma e papà, quando di stare in spiaggia non ne volevi sapere e, di restare chiusa nelle ore più calde della giornata nella camera del residence dove alloggiavate ogni anno, nemmeno. Volevi anticipare quella giovinezza di cui tanto sentivi parlare, volevi startene anche tu la sera nella sala giochi di fronte all’hotel Blu a scoprire i primi amori, a sbirciare lungo la via che portava alla spiaggia per vedere le prime coppiette stringersi la mano e promettersi amore eterno in attesa di rivedersi l’estate successiva, più grandi e più pronti alla vita. E invece no, tu te ne restavi lì ad aspettare la vita vera, quella dei grandi, mentre quell’amica di qualche mese più grande di te già scopriva il mondo. E l’unica cosa a cui riuscivi davvero a pensare era che l’estate era soprattutto attesa, una lunga pausa dove si aspettava qualcosa, sì, ma non si sapeva bene cosa; un nuovo amore, forse, o un nuovo inizio che solitamente si viveva davvero a settembre ma che d’estate cominciava già a prendere forma.

Costume, telo, taccuino e libro: queste le quattro cose con cui potresti vivere per sempre e ovunque, pensavi, prova a scappare. L’estate era agli sgoccioli e ti ritrovavi a pensare a cosa, ancora, non fosse cambiato, a come ogni anno speravi di vedere sul tuo corpo i segni dell’adolescenza che non arrivavano mai perché ci vuole tempo, dicevano. Zaino nuovo, libri nuovi, quaderni e pentagramma: quattro cose devi controllare per il ritorno a scuola. E quell’anno, lo sapevi, sarebbe stato diverso. Sarebbe stato ancora più emozionante eppure tu galleggiavi nell’oceano dei se, non vedendo l’ora che arrivasse quel momento nuovo ma sperando di rimanere in quel limbo ancora per un poco, ad aspettare ciò che a volte avresti voluto vedere non arrivare mai.

***

Quell’estate sapeva di insalata di riso in pausa pranzo e di birra fresca prima di andare a dormire. Tre erano i mesi che avevi già vissuto rinchiusa in quell’ufficio, due quelli che ancora ti restavano da passarci e uno il vero amore della tua vita, o così ti piaceva pensare quell’anno, quando tutto stava tornando a cambiare, ancora. Trasloco dopo trasloco, l’estate continuava a essere per te il prologo di un libro che iniziava perennemente nel nono mese dell’anno con la grande differenza che settembre non era più il mese per rincontrare gli amichetti fra i banchi di scuola ma una nuova montagna da scalare i cui sentieri avevano l’unica costante di essere tutto ciò che avevi sempre odiato: concorrenza spietata, sorrisi falsi, poca voglia di raccontare la verità ed eterna rincorsa alle armature più svariate per difendersi dai colpi alle spalle.

Era l’estate sempre in attesa alla fermata Maciachini con il caldo torrido come unica compagnia e con la metro spesso bloccata, non si sapeva mai bene per quale motivo. Un auricolare della cuffia si era rotto così ora la musica passava solo da un orecchio mentre nell’altro i rumori della città si rincorrevano per coprire le note che avrebbero dovuto rendere quel martedì più vicino al venerdì e non semplicemente il giorno successivo al lunedì. È che il cielo azzurro, in città, era così differente da quello di casa e dopo un anno, ancora, non ti eri abituata a quell’aria più pesante, per lo smog e i pensieri pesanti come macigni. Sembrava ieri il viaggio in auto con la valigia più grande nel baule e quella più piccola sul sedile posteriore, il vento che entrava dai finestrini abbassati mentre in quell’estate l’unica cosa più simile alla brezza era l’onda d’aria calda portata dai vagoni del treno che sfrecciavano sotto terra nella direzione opposta a quella che dovevi prendere tu.

Hamburger, insalata, formaggio e gelato: queste le quattro cose che devi comprare, pensavi, non te le scordare. Il vagone era pieno, la gente spingeva. Vivevi in attesa del venerdì, quando tutti hanno voglia di iniziare a vivere, ché il fine settimana uno ha quella marcia in più che spesso, però, il sabato mattina se l’è già dimenticata. Ingresso in piscina, ingresso al museo, ingresso al cinema e ingresso al concerto: quattro cose devi controllare per il fine settimana, non te le scordare. È che vivevi i giorni feriali con la testa fra le nuvole, pensando a quante cose sbagliavi nel decidere il tuo futuro prossimo per poi aspettare il venerdì cercando di organizzare tutto nel migliore dei modi perché lui arrivava proprio il fine settimana e nei mesi estivi c’erano ancora più cose da fare e da vedere, anche solo abbracciarsi nelle serate più calde sotto il cielo che cambiava colore ad ora tarda mentre si stava lì, ad aspettare le stelle e la vita vera.

***

Perché d’estate sia più facile sognare non l’hai mai capito. L’aria è più leggera, nonostante l’afa, il cuore più elettrizzato e pronto a farsi esplodere di voglia di vivere, nonostante il caldo, così te ne rimani sdraiata a pancia in su sul pavimento a fissare il ventilatore. Perché non c’è estate che non abbia lo stesso retrogusto di nuovo, di aria di cambiamento, di desiderio di crescere ma nemmeno troppo, di voler respirare aria differente dalla solita con la paura, però, di scordare i vecchi sapori e rumori. Cambiare aria, sì, ma per tornare. Vivere altrove, sì, ma restando con la testa ancora un poco nel passato a farti cullare dai chilometri, dalle aspettative, dal sognare trasformazioni in te e fuori di te, con il ghiacciolo che si scioglie lungo la mano mentre fissi le onde e la birretta che si scalda sul pianerottolo della finestra mentre continui a fissare i tetti della città aspettando qualcosa, una stella cadente o la scelta migliore per iniziare la nuova vita, quella che alla fine si rimanda sempre a settembre.

000825470006.jpg

Kind of Home – Comet K35


Questo racconto è stato pubblicato su Finzioni.

Annunci

Di Inside Out e Ritorni letterari

Bando alle ciance: se Inside Out è piaciuto o meno dipende un poco anche dalla sensibilità di ognuno di noi nei confronti di quella sensazione – stato d’animo chiamato ritorno. Quando Riley capisce che la sua fuga è un enorme sbaglio, e decide quindi di scendere dal bus e correre verso casa, io ho cominciato a singhiozzare senza ritegno con il cuore che a momenti stava per esplodere. E pensare che il viaggio di Riley non è nemmeno durato molto, praticamente un pomeriggio, eppure nella testa di quella bambina cosa non è successo in una manciata di ore! Siamo abituati a dar così tanta importanza all’andata senza accorgerci che spesso è proprio il ritorno la parte più sensibile, quella che avvia un processo irreversibile. E riflettendoci un poco, ci potremmo accorgere che spesso i viaggi sono solo dei grandi e immensi ritorni e anche in ciò Inside Out ha dato molto: l’avventura di Gioia e Tristezza nella Memoria a Lungo Termine non è forse un grande e sentito ritorno al Quartier Generale?  E ancora: non è forse quando si sta tornando che ci si accorge di quanto si è cambiati e cresciuti? Di quanto smuovere l’animo trasportando il proprio corpo in un’altra dimensione sia così meravigliosamente stupendo?

Gioia e Tristezza scoprono non poco dalla loro avventura tra i ricordi più indelebili di Riley così come la bambina, in quel breve lasso di tempo lontano da casa, capisce quanto sia importante non vedere continuamente il mondo di un solo colore (giallo, blu, verde, rosso o viola che sia) ma che per ciascuna delle sue Isole della Personalità, per ogni sfumatura del suo essere, sia necessario un mix di emozioni tanto da rendere ogni momento più particolare e profondamente vissuto. Dire che per Riley riabbracciare i propri genitori dopo aver colorato le proprie emozioni sia stata un’esperienza meravigliosa è ovviamente fin troppo scontato. Ma cosa sarebbe accaduto se non avesse mai tentato di partire? Probabilmente non avrebbe mai veramente compreso se stessa così come Mario Soldati non avrebbe mai e poi mai incontrato il suo Primo (vero) Amore: l’America.

Ma un grande viaggio intrapreso sui vent’anni, un’emigrazione interrotta, conferisce al paese straniero che abbiamo abbandonato una lontananza religiosa, un’estraneità piena di stupori.

Quando parte per l’America, Mario Soldati è giovane e pieno di sogni. Il suo viaggio è raccontato in poco più di trecento pagine in un qualcosa, America Primo Amore, che mi piacerebbe tanto chiamare memoir in cui lo scrittore torinese racchiude sostanzialmente tutto ciò che il suo grande ritorno ha provocato nel proprio animo. Perché uno è impavido e coraggioso quando partorisce un’idea ma poi dopo poco tempo (e spesso all’improvviso!) si ritrova davanti alla realtà e si accorge inaspettatamente di aver sbagliato, di dover riguardare indietro e tornare dove era partito. È un lampo, un risveglio inatteso, è un autobus che parte con Riley a bordo che però decide di restare dove è mentre il mezzo sta uscendo dalla stazione. Eppure spesso, come nel caso di Mario Soldati, ne seguono anni di ripensamenti dove si cerca di non chiedersi cosa sarebbe accaduto se si fosse stati un poco più coraggiosi ma in cui si tenta di imbastire un eterno racconto di quel viaggio cercando di abbracciare tutte le sensazioni vissute per poter poi spiegare il presente e quella sensazione di eterno ritorno che continua a logorare l’animo. Non è un caso, poi, che Mario Soldati abbia deciso solo dopo alcuni anni di  pubblicare tutto ciò che ha cambiato radicalmente e profondamente le sue visioni: il tempo per digerire un ritorno non previsto, un cambio d’idea che rinnega un ideale passato, non è per nulla semplice.  Ma ancora: se Mario Soldati non fosse tornato sarebbe davvero riuscito a narrare città e persone con lo stesso pathos che respiriamo in America Primo Amore? Non credo.

In fin dei conti, niente di nuovo sul fronte occidentale: un viaggio cambia, sempre, e nulla di quello che c’è stato prima è destinato a rimanere tale e quale al passato. Però (c’è sempre un però!) che gran splendore potersi guardare allo specchio con più coscienza di sé, con una consapevolezza mai sentita prima. Come se tutti quei meccanismi che regolano le proprie sinapsi (qualsiasi colore e forma abbiano) fossero veramente visibili, sotto i nostri occhi, modellati dai nostri eterni ritorni che ci portiamo nel cuore.


Questo articolo è stato pubblicato tanto tempo fa su Finzioni Magazine ma a distanza di anni gli voglio bene come fosse ieri. 

Liguria Analogica

Sapete qual è il problema? È che uno ci prova a parlar d’altro ma poi finisce che ci si ritrova come quando si è innamorati neanche fosse la prima volta, quando si continua a parlare della persona che ha fatto breccia nel proprio cuore che ormai pareva di pietra. Come il fidanzatino nuovo che si vuole tenere tutto per sé per paura che anche altri scoprano quanto sia speciale per poi portarcelo via, la Liguria è così bella che a volte è quasi irritante vedere come sole, mare e montagne compongano la triade perfetta per tre giorni di completo distacco dalla realtà.

---_00021.jpg

Laigueglia – Comet K35

Cominciamo dalle passeggiate: in riva al mare, in spiaggia, sui monti. In Liguria si cammina un po’ ovunque e si fanno chilometri senza nemmeno accorgersene perché tanto poi ci sono farinata e focaccia a far dimenticare ogni tipo di fatica. Partendo da Laigueglia si arriva ad Alassio e partendo da Noli si potrebbe arrivare a Spotorno: due passi si trasformano in piccole maratone vista onde, su e giù per colline, con il vento che ti spettina e il blu del cielo e del mare che fanno la lotta a chi brilla di più.

Bussana Vecchia - Comet K35
Bussana Vecchia – Comet K35

E il camminare, in realtà, si trasforma spesso in girovagare, fuori e dentro il tempo. Perché i borghi liguri sono soprattutto viaggi nel passato: da Cervo a Bussana Vecchia fino a Porto Maurizio – Il Parasio e ancora Noli. Sono torri sul mare, vicoli stretti che finiscono a strapiombo sul mare, sono case dalle porte piccole circondate da vasi di fiori, sono bellezze di ieri che sono più stupende di qualsiasi sorpresa possa riservare il domani. Sono realtà che si nascondono, forse un poco timide, che si raggiungono in macchina litigando con il navigatore ma che quando si mostrano sono meraviglie.

Bussana - Comet K35
Bussana Vecchia – Comet K35

Bussana Vecchia, forse, è il borgo più particolare perché dalla storia decisamente speciale. Colpita da un terremoto nel 1887, la frazione di Sanremo è stata per decenni abbandonata fin quando sul finire degli anni Cinquanta del Novecento alcuni artisti italiani e stranieri hanno scelto queste rovine per dar vita a un villaggio di artisti dai contorni medievali, un luogo che si raggiunge arrampicandosi (quasi letteralmente) sul pendio del colle e che da lontano, su un piccolo cocuzzolo, ammira i selvaggi boschi alle sue spalle.

---_00029
Il Parasio – Comet K35

La realtà è che tutti questi borghi hanno un qualcosa di speciale. Cervo, il piccolo comune in provincia di Imperia, ha dei vicoli così stretti che giocano a intrecciarsi fra loro fino ad arrivare alla piccola piazzetta davanti alla chiesa dei corallini, quasi a strapiombo sul mare azzurro. Noli, un poco più grande, ha il centro in riva al mare e un castello sulla cima della collina al suo fianco a fare da guardia a focacce, farinate e biscotterie. Porto Maurizio, e in particolare Il Parasio, invece, hanno la stessa passione per i vicoli di Cervo, seppur più grandi e più spaziosi, ma anche un infinito amore per le scalinate e le case circondate da vasi con piante grasse di ogni tipo.

Il Parasio - Comet K35
Il Parasio – Comet K35

E che dire poi delle spiagge? Dimenticate le distese irlandesi, la spiaggia qui è un continuo ritrovarsi sassolini dentro la scarpa, è l’ombra chiara che si continua a intravedere sotto l’acqua cristallina che nonostante il freddo ti chiama per fare un piccolo tuffo. La Liguria analogica, con tutti questi colori, regala contrasti nero – bianchi che vivono di altri tempi, proprio come i suoi luoghi. Lontana dalla frenesia, è una regione in cui bastano poche manciate di minuti in auto per perdersi nel verde delle colline o nel blu delle onde sotto un cielo che continua a giocare con nuvole e sole. È un passato che continua a vivere nel presente, un rullino in bianco e nero che racconta storie di una regione in cui il vento non si stancherà mai di accarezzarti il viso tanto che vorresti restare lì, ancora per un poco, a vedere il mare infrangersi contro gli scogli.

Comet K35
Comet K35

P.S. Questi scatti sono il risultato dello sviluppo di un rullino di un’analogica degli anni Ottanta che non aveva più voglia di starsene chiusa in un cassetto.

Questo articolo è stato scritto per Salt Editions.

Ferrara è una festa mobile (semicit).

Se hai avuto la fortuna di vivere a Ferrara da giovane, dopo, ovunque tu passi il resto della tua vita, essa ti accompagna perché Ferrara è una festa mobile. (semicit).

Lo so, Ernest Hemingway parlava di Parigi e della vita nella capitale francese con vista sui tetti della città quando, rinchiuso in una stanzetta, si inventava le vite degli altri per poi andare a rincorrere bicchieri di vino e avventure improvvisate. Eppure sono abbastanza certa che la capirebbe questa cosa che mi prende quando ogni volta, arrivando a Ferrara, comincio a inseguire i mattoncini rossi delle abitazioni vicino al centro storico che ti guidano fin là, nel cuore di una città che sostanzialmente rimarrà perennemente nel mio cuore come la trasposizione perfetta di Festa Mobile.

IMG_1988Ho conosciuto Ferrara in un’estate terribilmente calda di alcuni anni fa quando ancora non avevo sfogliato le pagine di Giorgio Bassani perdendomi ne’ Il giardino dei Finzi-Contini. Ho conosciuto Ferrara, poi, nella stessa torrida estate in cui ho incontrato Urbino per la prima e unica volta e lo dico e lo sottolineo per il semplice fatto che la piccola città sul cocuzzolo di una collina è davvero difficile da paragonare a qualcosa di altrettanto meraviglioso eppure Ferrara resse il confronto e sin dalle prime passeggiate in piazza della Cattedrale diede il meglio di sé per impiantarsi in un angolo del mio cuoricino senza andarsene più. C’è da dire, ancora, che sono arrivata a Ferrara, la prima e la seconda volta, con la macchina che evaporava, con il sole d’agosto che illuminava il Ferrara Busker Festival, un evento nazionale fra i più interessanti e vivi e brillanti che forse, me ne rendo conto, ha fin troppo contribuito a rendere la città così indimenticabile che il solo pensiero di tornarci è una ventata d’aria fresca.

Ferrara, per me, è quella cosa che hanno solo le notti di fine estate, quel profumo di obblighi che stanno per tornare ma che sono ancora abbastanza lontani da poter fingere di dimenticarsene.

Ferrara.jpg

Ferrara, per me, è anche gironzolare per le vie del centro storico con le luci arancio che illuminano la città color terra, i lampioni che si accendono e si spengono allo stesso ritmo dei salti e dei balli di musicisti e giocolieri che durante il Ferrara Busker Festival si prestano fra loro gli spazi pubblici della città per salutare la fine d’agosto mentre si vagheggia sul fatto che tanto vale divertirsi ancora un poco prima di concentrarsi sulle faccende serie che l’autunno porterà con sé. È così che per me, Ferrara, è sempre stato questo e tantissimo altro in più. È stato cercare libri usati e contare le biciclette sui marciapiedi; trovare il posto giusto per un aperitivo veloce per poi fingersi interessati ai vestiti con la scusa di prendersi una boccata d’aria condizionata. Stare a Ferrara, poi, è stato sempre sinonimo di spostare dischi in negozi di musica con vista castello e contare i diamanti che rendono più unica che rara la facciata di uno dei palazzi più scenografici nella loro semplicità.

8044956750_584ce1c65e_oSono passati anni eppure le immagini sono indelebili, la musica che risuona fra i vicoli più stretti dove trattorie e osterie fanno a gara a chi sprigiona i profumi più buoni. E poi c’è il Parco Massari, il Parco Urbano Giorgio Bassani e il Ferrara Balloons Festival da vedere almeno una volta nella vita e io ancora che aspetto la volta buona. E infine le mura, tutt’intorno, a racchiudere una città pronta a far esplodere il cuore.

Sono tornata a Ferrara in primavera, anni dopo, ed è stato bello scoprire che le cose non sono cambiate. Savonarola è sempre lì, ad aspettarti vicino al castello e ai suoi ponti levatoi da attraversare per decidere quale zona del centro storico esplorare, se quella più vicina al Palazzo dei Diamanti o alla Torre dell’Orologio. I dischi sono cambiati ma ci sono ancora e i libri usati continuano a essere l’ingrediente speciale di ogni buon viaggio.

La mia Festa Mobile è color mattoncini e a ogni stagione mi farà respirare la stessa voglia di non pensare al domani.

 

(Questo articolo è stato pubblicato su Salt Editions). 

Di cosa ho imparato dalla rottura tra Angelina Jolie e Brad Pitt feat altre cose.

Di cosa ho imparato dalla rottura tra Angelina Jolie e Brad Pitt in questo martedì 20 settembre 2016.

Cominciamo dal fatto che tutto questo non l’ho scritto ma l’ho dettato mentre guidavo al tramonto, tornando verso casa, in uno scenario molto idilliaco e romantico, lo so. Vi sottolineo questo dettaglio perché dovreste immaginarvi queste righe come una conversazione che viene fatta in auto mentre i chilometri si sommano l’uno con l’altro, uno di quei discorsi che si fanno con i finestrini abbassati quando le parole volano di qua e di là spinte dal vento e quindi uno dice una cosa intendendone un’altra e così via.

Dicevo, quindi: di cosa ho imparato dalla rottura tra Angelina Jolie e Brad Pitt.
Che l’amore vero non esiste. Che sempre e comunque, in ogni caso, è meglio essere una Jennifer Aniston che piange per sempre per il suo Brad Pitt piuttosto che pensare di aver trovato l’amore e rimanere a piedi. Troppo cinico, vero? Ricominciamo.

Di cosa ho imparato dalla rottura tra Angelina Jolie e Brad Pitt.
Beh, ho imparato che JENNIFER ANISTON TEAM FOREVER.
Che la ruota prima o poi gira.
Che gli imprevisti son sempre lì dietro l’angolo.
Che comunque vada prima o poi la cosa bella arriva.
Che anche se ti ritrovi da sola a piangere nel tuo letto per ore e ore, e giorni e giorni, e settimane e settimane, e mesi e mesi ascoltando Skinny Love di Bon Iver per altrettanto tempo poi però le cose belle accadono realmente.
Che comunque il karma esiste.
Che non è sufficiente essere carine con le tette grosse ma bisogna avere anche un cervello.
Che le cose belle, quando accadono appunto, poi le vuoi raccontare.
Che in ogni caso chi la dura la vince.
Che se la strada è sempre in salita, almeno il lato positivo è che ci si fa i polpacci e le chiappe sode.
Che tanto vale essere la mollata perché, come dicevo, la ruota gira.

E non è questione di essere felici delle disgrazie altrui ma felici che cambino i ruoli, che ogni tanto una piccola soddisfazione ce la si vuole anche concedere che poi domani magari nulla cambia, o magari sì, ma in ogni caso lo stesso tramonto che si vede ogni giorno per quel decimo di secondo ha un significato diverso.

Che ogni inizio è una fine e viceversa.

Che è il 20 settembre 2016 e fra otto giorni compio 26 anni ma io in questo momento sono con Jennifer Aniston a bere vino a volontà.fullsizerender

Gate numero 25

Stava tornando.

Nel terminal le voci si coprivano l’una con l’altra. Entusiasmo e noia e rabbia si alternavano davanti al gate numero 25 ma nelle sue orecchie il tutto era solo un ronzio lontano, un sibilo insistente ma secondario che non riusciva a distrarla dai suoi pensieri tutti presi dal fatto che sì, effettivamente, stava tornando.

Il fatto è che non l’aveva realmente deciso: è stata una semplice reazione, forse l’istinto o soltanto la sopravvivenza. È successo che quel giorno si era svegliata e aveva capito che doveva tornare, non poteva più restare là a sperare che le cose si sarebbero sistemate da sole. Il problema però, mentre stava al gate numero 25, è che quasi certamente le cose non si sarebbero mai sistemate davvero, ripresentarsi da dove era partita forse non era la soluzione migliore ma dopotutto lei che altro avrebbe potuto fare? Non riusciva ad immaginare altre soluzioni ed era proprio per questo che stava tornando.

È la stessa sensazione che si prova quando tutte le persone che si incontrano paiono nate e cresciute per fare ciò che stanno facendo in quel determinato momento, adatti per quella situazione che forse non è davvero ciò per cui sono nati ma dove ci si muovono bene, come se il destino l’avesse deciso per loro e loro, d’accordo con lui, l’avessero seguito. Per lei, invece, l’unica certezza è che tutto funzionava diversamente. Si sentiva perennemente capitata per caso, una conseguenza di qualche sì e qualche no che spesso, oltretutto, hanno espresso altri per lei. Potrebbe chiamarlo un presente non troppo soddisfacente o semplicemente poco guidato, qualcosa che non riusciva a gestire e che in qualche modo la stava portando all’ultima conseguenza più improvvisata ovvero che stava tornando.

Molto probabilmente alcuni li chiamerebbero fallimenti ma lei, mentre stava al gate numero 25, preferiva chiamarli “doveva andare così”. Aveva riempito due valige alla bell’e meglio, aveva cercato di non dimenticare nulla ma soprattutto aveva cercato di capire quale fosse il profumo dominante, se quello del luogo che stava lasciando o quello in cui stava tornando.

Perché spesso è più facile far scegliere al caso. Si vivono mesi lontano da tutto senza capire bene cosa sta accadendo al proprio corpo. È come se il proprio cuore diventasse di pietra e lei lo sentiva sotto la sua pelle che stava perdendo qualsiasi curiosità e interesse, tutto ciò che sostanzialmente non voleva perché desiderava ancora sentirlo battere, quel cuore, sentire carne e cuore e cuore e carne rincorrersi nelle sue vene, sempre più veloci, sempre più forti ed era anche per questo che stava tornando.

Era al gate numero 25 e al suo fianco c’era questa coppia. Lei era distratta da qualcosa, era decisamente infastidita da non sa bene cosa. E lei, che stava tornando, glielo voleva dire all’infuriata che non era il caso di prendersela per quella piccola cosa che lui, nel frattempo, aveva sicuramente già dimenticato, che non ne valeva la pena di stare a mettere i puntini su tutte le i perché poi, mesi dopo, si sarebbe ritrovata a doverci riflettere sopra per settimane, o forse mesi e addirittura anni, e non ci sarebbe stato nessuno da incolpare se non quei brevi istanti in cui la mente divagava ma il corpo restava lì, davanti a lui, mentre tutto spariva, qualsiasi collegamento e qualsiasi contatto. Lei avrebbe tanto voluto cambiarle, quelle cose, avrebbe tanto voluto dirle cosa sarebbe successo, che quelli son modi che poi ti spingono a fare cose che non avresti mai voluto fare come lei che, ancora non ci credeva, stava tornando.

È che ripeterselo sembrava un ottimo metodo per convincersi o anche solo capire che era la scelta corretta ma al gate numero 25, sommersa dagli entusiasmi di chi parte e dalla tristezza di chi torna, non sapeva da quale parte stare perché quando casa diventa sia l’andata che il ritorno tutto si complica, tutto si incrina, tutto diventa così sottile e delicato che l’unica cosa che vorrebbe fare è sdraiarsi sul proprio letto, non sa più di quale casa, e scrivere tutto quello che le passa per la mente in quel momento perché è certa che una volta a casa, quella del ritorno, si sarebbe dimenticata tutte quelle emozioni che le stavano scuotendo il corpo mentre stava tornando.

Arrivano le hostess, la fila comincia a muoversi. Lei è lì, al gate numero 25: o scappa ora o non scappa più. Sono millesimi di secondi in cui la sua testa dovrebbe decidere tutto e invece è paralizzata dal fatto che, ormai è evidente, stava tornando.

Stava tornando davvero.

Stava tornando 2.jpg

 

(Questo racconto è stato pubblicato su Casa di Ringhiera). 

L’hanno fatto tutti.

Era il giugno di un anno fa quando scrivevo di treni presi al tramonto e ancora non sapevo quale svolta avrebbe preso la mia vita nell’inverno successivo. Da quel mese afoso e decisamente confuso sono cambiate infinite cose e per me è sempre necessario fare un recap scritto, magari senza dettagliare nulla, ma che possa semplicemente servirmi come metodo per  accertarmi anche qui che tutto è diverso e niente sarà più lo stesso, una costante che forse è davvero l’unica nella mia vita. Passano gli anni e passano un sacco di persone e mi ritrovo a gestire brandelli di cose per le quali ho lottato a mani nude senza riuscire a portare a casa l’intero pacchetto. Il motivo? È che ho semplicemente imparato cosa voglio ma soprattutto cosa non voglio e una fra queste è rimanere una piccola luce in fondo al tunnel, una bambola di pezza da mettere sullo scaffale più in alto e più a destra della camera di un qualcuno che poi si dimenticherà che vivo, che respiro, che là in alto mi sento soffocare. Perché poi tu la dici la verità alle persone però loro vengono completamente sconvolte dalla tua sincerità.

Noto con piacere, comunque, che alcune cose non sono poi così cambiate da quel giugno 2015 e la principale fra queste è la meritocrazia, quella cosa che non si sa mai ben definire e soprattutto ritrovare nel cosiddetto mondo dei grandi, quello che descrivevo un anno fa abbastanza irritata, quando si cercava di spiegarsi e raccontare che si hanno esperienze in un diverso settore che si possono sfruttare ma i grandi no, le cose dai più piccoli non le vogliono mai veramente sapere. È che purtroppo poi mi ritrovo a scrivere tutti questi pensieri perché o mi faccio corrodere qualsiasi organo o ci mettiamo tutti seduti e ne parliamo di questa meritocrazia perché chi l’ha vista? Chi l’ha toccata?

Da quando ho ricominciato gli studi ho tanto sentito parlare di empatia: l’ho vista solo un paio di volte in questi mesi e fortunatamente una di queste era proprio in un luogo dove speravo di trovarla. Per il resto è come sempre, la solita storia: ognuno ha i suoi problemi e sono sempre più grandi degli altri. 

Negli ultimi mesi ho preso treni a qualsiasi ora, dall’alba alla tarda sera, ma ero sempre felice nonostante la stanchezza perché anche se c’era l’acquazzone ed io ero senza ombrello, anche se arrivavo al parcheggio e il termometro della macchina sotto al sole tutto il giorno segnava 42 gradi, nonostante tutti i viaggi in piedi e i minuti di ritardo del treno io ero felice perché era quello che volevo e che speravo mi avrebbe portato a quello che avrei voluto. Peccato che poi, nonostante la meta raggiunta e la paura e il coraggio per la nuova esperienza, ti guardi un poco intorno e scopri che in realtà alla gente non è che interessa poi molto quello che fai: comprenderti non lo faranno mai, vorranno solo ciò che gli serve e lo ammetto, ho un problema con tutto ciò perché non lo accetto e mi pesa sullo stomaco ma cosa ci posso fare? Potrò mai cambiare le persone, le cose, la meritocrazia? No. Continueranno a rimanere i buoni da una parte e i furbi dall’altra.

E allora aspetto l’ennesimo tramonto, mi metto sul balcone e aspetto di cambiare panorama perché si sta traslocando ma alla gente che importa, l’hanno fatto tutti. E sapete? L’ho fatto anche io ma ve ne siete dimenticati di quando pensai di cambiare definitamente stato per poi ritrovarmi a dover tornare a casa con pezzi di cuore che non sono più riuscita a riassemblare. Ma che importa? L‘hanno fatto tutti.

Prendo un libro, le cuffie nelle orecchie con Glen Hansard (l’ennesimo concerto che perderò) e cerco di respirare. Fuori e dentro. Fuori e dentro. Fuori e dentro. Fuori e dentro.

Fuori e dentro.

IMG_8804.jpg