Liguria Analogica

Sapete qual è il problema? È che uno ci prova a parlar d’altro ma poi finisce che ci si ritrova come quando si è innamorati neanche fosse la prima volta, quando si continua a parlare della persona che ha fatto breccia nel proprio cuore che ormai pareva di pietra. Come il fidanzatino nuovo che si vuole tenere tutto per sé per paura che anche altri scoprano quanto sia speciale per poi portarcelo via, la Liguria è così bella che a volte è quasi irritante vedere come sole, mare e montagne compongano la triade perfetta per tre giorni di completo distacco dalla realtà.

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Laigueglia – Comet K35

Cominciamo dalle passeggiate: in riva al mare, in spiaggia, sui monti. In Liguria si cammina un po’ ovunque e si fanno chilometri senza nemmeno accorgersene perché tanto poi ci sono farinata e focaccia a far dimenticare ogni tipo di fatica. Partendo da Laigueglia si arriva ad Alassio e partendo da Noli si potrebbe arrivare a Spotorno: due passi si trasformano in piccole maratone vista onde, su e giù per colline, con il vento che ti spettina e il blu del cielo e del mare che fanno la lotta a chi brilla di più.

Bussana Vecchia - Comet K35
Bussana Vecchia – Comet K35

E il camminare, in realtà, si trasforma spesso in girovagare, fuori e dentro il tempo. Perché i borghi liguri sono soprattutto viaggi nel passato: da Cervo a Bussana Vecchia fino a Porto Maurizio – Il Parasio e ancora Noli. Sono torri sul mare, vicoli stretti che finiscono a strapiombo sul mare, sono case dalle porte piccole circondate da vasi di fiori, sono bellezze di ieri che sono più stupende di qualsiasi sorpresa possa riservare il domani. Sono realtà che si nascondono, forse un poco timide, che si raggiungono in macchina litigando con il navigatore ma che quando si mostrano sono meraviglie.

Bussana - Comet K35
Bussana Vecchia – Comet K35

Bussana Vecchia, forse, è il borgo più particolare perché dalla storia decisamente speciale. Colpita da un terremoto nel 1887, la frazione di Sanremo è stata per decenni abbandonata fin quando sul finire degli anni Cinquanta del Novecento alcuni artisti italiani e stranieri hanno scelto queste rovine per dar vita a un villaggio di artisti dai contorni medievali, un luogo che si raggiunge arrampicandosi (quasi letteralmente) sul pendio del colle e che da lontano, su un piccolo cocuzzolo, ammira i selvaggi boschi alle sue spalle.

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Il Parasio – Comet K35

La realtà è che tutti questi borghi hanno un qualcosa di speciale. Cervo, il piccolo comune in provincia di Imperia, ha dei vicoli così stretti che giocano a intrecciarsi fra loro fino ad arrivare alla piccola piazzetta davanti alla chiesa dei corallini, quasi a strapiombo sul mare azzurro. Noli, un poco più grande, ha il centro in riva al mare e un castello sulla cima della collina al suo fianco a fare da guardia a focacce, farinate e biscotterie. Porto Maurizio, e in particolare Il Parasio, invece, hanno la stessa passione per i vicoli di Cervo, seppur più grandi e più spaziosi, ma anche un infinito amore per le scalinate e le case circondate da vasi con piante grasse di ogni tipo.

Il Parasio - Comet K35
Il Parasio – Comet K35

E che dire poi delle spiagge? Dimenticate le distese irlandesi, la spiaggia qui è un continuo ritrovarsi sassolini dentro la scarpa, è l’ombra chiara che si continua a intravedere sotto l’acqua cristallina che nonostante il freddo ti chiama per fare un piccolo tuffo. La Liguria analogica, con tutti questi colori, regala contrasti nero – bianchi che vivono di altri tempi, proprio come i suoi luoghi. Lontana dalla frenesia, è una regione in cui bastano poche manciate di minuti in auto per perdersi nel verde delle colline o nel blu delle onde sotto un cielo che continua a giocare con nuvole e sole. È un passato che continua a vivere nel presente, un rullino in bianco e nero che racconta storie di una regione in cui il vento non si stancherà mai di accarezzarti il viso tanto che vorresti restare lì, ancora per un poco, a vedere il mare infrangersi contro gli scogli.

Comet K35
Comet K35

P.S. Questi scatti sono il risultato dello sviluppo di un rullino di un’analogica degli anni Ottanta che non aveva più voglia di starsene chiusa in un cassetto.

Questo articolo è stato scritto per Salt Editions.

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Ferrara è una festa mobile (semicit).

Se hai avuto la fortuna di vivere a Ferrara da giovane, dopo, ovunque tu passi il resto della tua vita, essa ti accompagna perché Ferrara è una festa mobile. (semicit).

Lo so, Ernest Hemingway parlava di Parigi e della vita nella capitale francese con vista sui tetti della città quando, rinchiuso in una stanzetta, si inventava le vite degli altri per poi andare a rincorrere bicchieri di vino e avventure improvvisate. Eppure sono abbastanza certa che la capirebbe questa cosa che mi prende quando ogni volta, arrivando a Ferrara, comincio a inseguire i mattoncini rossi delle abitazioni vicino al centro storico che ti guidano fin là, nel cuore di una città che sostanzialmente rimarrà perennemente nel mio cuore come la trasposizione perfetta di Festa Mobile.

IMG_1988Ho conosciuto Ferrara in un’estate terribilmente calda di alcuni anni fa quando ancora non avevo sfogliato le pagine di Giorgio Bassani perdendomi ne’ Il giardino dei Finzi-Contini. Ho conosciuto Ferrara, poi, nella stessa torrida estate in cui ho incontrato Urbino per la prima e unica volta e lo dico e lo sottolineo per il semplice fatto che la piccola città sul cocuzzolo di una collina è davvero difficile da paragonare a qualcosa di altrettanto meraviglioso eppure Ferrara resse il confronto e sin dalle prime passeggiate in piazza della Cattedrale diede il meglio di sé per impiantarsi in un angolo del mio cuoricino senza andarsene più. C’è da dire, ancora, che sono arrivata a Ferrara, la prima e la seconda volta, con la macchina che evaporava, con il sole d’agosto che illuminava il Ferrara Busker Festival, un evento nazionale fra i più interessanti e vivi e brillanti che forse, me ne rendo conto, ha fin troppo contribuito a rendere la città così indimenticabile che il solo pensiero di tornarci è una ventata d’aria fresca.

Ferrara, per me, è quella cosa che hanno solo le notti di fine estate, quel profumo di obblighi che stanno per tornare ma che sono ancora abbastanza lontani da poter fingere di dimenticarsene.

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Ferrara, per me, è anche gironzolare per le vie del centro storico con le luci arancio che illuminano la città color terra, i lampioni che si accendono e si spengono allo stesso ritmo dei salti e dei balli di musicisti e giocolieri che durante il Ferrara Busker Festival si prestano fra loro gli spazi pubblici della città per salutare la fine d’agosto mentre si vagheggia sul fatto che tanto vale divertirsi ancora un poco prima di concentrarsi sulle faccende serie che l’autunno porterà con sé. È così che per me, Ferrara, è sempre stato questo e tantissimo altro in più. È stato cercare libri usati e contare le biciclette sui marciapiedi; trovare il posto giusto per un aperitivo veloce per poi fingersi interessati ai vestiti con la scusa di prendersi una boccata d’aria condizionata. Stare a Ferrara, poi, è stato sempre sinonimo di spostare dischi in negozi di musica con vista castello e contare i diamanti che rendono più unica che rara la facciata di uno dei palazzi più scenografici nella loro semplicità.

8044956750_584ce1c65e_oSono passati anni eppure le immagini sono indelebili, la musica che risuona fra i vicoli più stretti dove trattorie e osterie fanno a gara a chi sprigiona i profumi più buoni. E poi c’è il Parco Massari, il Parco Urbano Giorgio Bassani e il Ferrara Balloons Festival da vedere almeno una volta nella vita e io ancora che aspetto la volta buona. E infine le mura, tutt’intorno, a racchiudere una città pronta a far esplodere il cuore.

Sono tornata a Ferrara in primavera, anni dopo, ed è stato bello scoprire che le cose non sono cambiate. Savonarola è sempre lì, ad aspettarti vicino al castello e ai suoi ponti levatoi da attraversare per decidere quale zona del centro storico esplorare, se quella più vicina al Palazzo dei Diamanti o alla Torre dell’Orologio. I dischi sono cambiati ma ci sono ancora e i libri usati continuano a essere l’ingrediente speciale di ogni buon viaggio.

La mia Festa Mobile è color mattoncini e a ogni stagione mi farà respirare la stessa voglia di non pensare al domani.

 

(Questo articolo è stato pubblicato su Salt Editions). 

Di cosa ho imparato dalla rottura tra Angelina Jolie e Brad Pitt feat altre cose.

Di cosa ho imparato dalla rottura tra Angelina Jolie e Brad Pitt in questo martedì 20 settembre 2016.

Cominciamo dal fatto che tutto questo non l’ho scritto ma l’ho dettato mentre guidavo al tramonto, tornando verso casa, in uno scenario molto idilliaco e romantico, lo so. Vi sottolineo questo dettaglio perché dovreste immaginarvi queste righe come una conversazione che viene fatta in auto mentre i chilometri si sommano l’uno con l’altro, uno di quei discorsi che si fanno con i finestrini abbassati quando le parole volano di qua e di là spinte dal vento e quindi uno dice una cosa intendendone un’altra e così via.

Dicevo, quindi: di cosa ho imparato dalla rottura tra Angelina Jolie e Brad Pitt.
Che l’amore vero non esiste. Che sempre e comunque, in ogni caso, è meglio essere una Jennifer Aniston che piange per sempre per il suo Brad Pitt piuttosto che pensare di aver trovato l’amore e rimanere a piedi. Troppo cinico, vero? Ricominciamo.

Di cosa ho imparato dalla rottura tra Angelina Jolie e Brad Pitt.
Beh, ho imparato che JENNIFER ANISTON TEAM FOREVER.
Che la ruota prima o poi gira.
Che gli imprevisti son sempre lì dietro l’angolo.
Che comunque vada prima o poi la cosa bella arriva.
Che anche se ti ritrovi da sola a piangere nel tuo letto per ore e ore, e giorni e giorni, e settimane e settimane, e mesi e mesi ascoltando Skinny Love di Bon Iver per altrettanto tempo poi però le cose belle accadono realmente.
Che comunque il karma esiste.
Che non è sufficiente essere carine con le tette grosse ma bisogna avere anche un cervello.
Che le cose belle, quando accadono appunto, poi le vuoi raccontare.
Che in ogni caso chi la dura la vince.
Che se la strada è sempre in salita, almeno il lato positivo è che ci si fa i polpacci e le chiappe sode.
Che tanto vale essere la mollata perché, come dicevo, la ruota gira.

E non è questione di essere felici delle disgrazie altrui ma felici che cambino i ruoli, che ogni tanto una piccola soddisfazione ce la si vuole anche concedere che poi domani magari nulla cambia, o magari sì, ma in ogni caso lo stesso tramonto che si vede ogni giorno per quel decimo di secondo ha un significato diverso.

Che ogni inizio è una fine e viceversa.

Che è il 20 settembre 2016 e fra otto giorni compio 26 anni ma io in questo momento sono con Jennifer Aniston a bere vino a volontà.fullsizerender

Gate numero 25

Stava tornando.

Nel terminal le voci si coprivano l’una con l’altra. Entusiasmo e noia e rabbia si alternavano davanti al gate numero 25 ma nelle sue orecchie il tutto era solo un ronzio lontano, un sibilo insistente ma secondario che non riusciva a distrarla dai suoi pensieri tutti presi dal fatto che sì, effettivamente, stava tornando.

Il fatto è che non l’aveva realmente deciso: è stata una semplice reazione, forse l’istinto o soltanto la sopravvivenza. È successo che quel giorno si era svegliata e aveva capito che doveva tornare, non poteva più restare là a sperare che le cose si sarebbero sistemate da sole. Il problema però, mentre stava al gate numero 25, è che quasi certamente le cose non si sarebbero mai sistemate davvero, ripresentarsi da dove era partita forse non era la soluzione migliore ma dopotutto lei che altro avrebbe potuto fare? Non riusciva ad immaginare altre soluzioni ed era proprio per questo che stava tornando.

È la stessa sensazione che si prova quando tutte le persone che si incontrano paiono nate e cresciute per fare ciò che stanno facendo in quel determinato momento, adatti per quella situazione che forse non è davvero ciò per cui sono nati ma dove ci si muovono bene, come se il destino l’avesse deciso per loro e loro, d’accordo con lui, l’avessero seguito. Per lei, invece, l’unica certezza è che tutto funzionava diversamente. Si sentiva perennemente capitata per caso, una conseguenza di qualche sì e qualche no che spesso, oltretutto, hanno espresso altri per lei. Potrebbe chiamarlo un presente non troppo soddisfacente o semplicemente poco guidato, qualcosa che non riusciva a gestire e che in qualche modo la stava portando all’ultima conseguenza più improvvisata ovvero che stava tornando.

Molto probabilmente alcuni li chiamerebbero fallimenti ma lei, mentre stava al gate numero 25, preferiva chiamarli “doveva andare così”. Aveva riempito due valige alla bell’e meglio, aveva cercato di non dimenticare nulla ma soprattutto aveva cercato di capire quale fosse il profumo dominante, se quello del luogo che stava lasciando o quello in cui stava tornando.

Perché spesso è più facile far scegliere al caso. Si vivono mesi lontano da tutto senza capire bene cosa sta accadendo al proprio corpo. È come se il proprio cuore diventasse di pietra e lei lo sentiva sotto la sua pelle che stava perdendo qualsiasi curiosità e interesse, tutto ciò che sostanzialmente non voleva perché desiderava ancora sentirlo battere, quel cuore, sentire carne e cuore e cuore e carne rincorrersi nelle sue vene, sempre più veloci, sempre più forti ed era anche per questo che stava tornando.

Era al gate numero 25 e al suo fianco c’era questa coppia. Lei era distratta da qualcosa, era decisamente infastidita da non sa bene cosa. E lei, che stava tornando, glielo voleva dire all’infuriata che non era il caso di prendersela per quella piccola cosa che lui, nel frattempo, aveva sicuramente già dimenticato, che non ne valeva la pena di stare a mettere i puntini su tutte le i perché poi, mesi dopo, si sarebbe ritrovata a doverci riflettere sopra per settimane, o forse mesi e addirittura anni, e non ci sarebbe stato nessuno da incolpare se non quei brevi istanti in cui la mente divagava ma il corpo restava lì, davanti a lui, mentre tutto spariva, qualsiasi collegamento e qualsiasi contatto. Lei avrebbe tanto voluto cambiarle, quelle cose, avrebbe tanto voluto dirle cosa sarebbe successo, che quelli son modi che poi ti spingono a fare cose che non avresti mai voluto fare come lei che, ancora non ci credeva, stava tornando.

È che ripeterselo sembrava un ottimo metodo per convincersi o anche solo capire che era la scelta corretta ma al gate numero 25, sommersa dagli entusiasmi di chi parte e dalla tristezza di chi torna, non sapeva da quale parte stare perché quando casa diventa sia l’andata che il ritorno tutto si complica, tutto si incrina, tutto diventa così sottile e delicato che l’unica cosa che vorrebbe fare è sdraiarsi sul proprio letto, non sa più di quale casa, e scrivere tutto quello che le passa per la mente in quel momento perché è certa che una volta a casa, quella del ritorno, si sarebbe dimenticata tutte quelle emozioni che le stavano scuotendo il corpo mentre stava tornando.

Arrivano le hostess, la fila comincia a muoversi. Lei è lì, al gate numero 25: o scappa ora o non scappa più. Sono millesimi di secondi in cui la sua testa dovrebbe decidere tutto e invece è paralizzata dal fatto che, ormai è evidente, stava tornando.

Stava tornando davvero.

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(Questo racconto è stato pubblicato su Casa di Ringhiera). 

L’hanno fatto tutti.

Era il giugno di un anno fa quando scrivevo di treni presi al tramonto e ancora non sapevo quale svolta avrebbe preso la mia vita nell’inverno successivo. Da quel mese afoso e decisamente confuso sono cambiate infinite cose e per me è sempre necessario fare un recap scritto, magari senza dettagliare nulla, ma che possa semplicemente servirmi come metodo per  accertarmi anche qui che tutto è diverso e niente sarà più lo stesso, una costante che forse è davvero l’unica nella mia vita. Passano gli anni e passano un sacco di persone e mi ritrovo a gestire brandelli di cose per le quali ho lottato a mani nude senza riuscire a portare a casa l’intero pacchetto. Il motivo? È che ho semplicemente imparato cosa voglio ma soprattutto cosa non voglio e una fra queste è rimanere una piccola luce in fondo al tunnel, una bambola di pezza da mettere sullo scaffale più in alto e più a destra della camera di un qualcuno che poi si dimenticherà che vivo, che respiro, che là in alto mi sento soffocare. Perché poi tu la dici la verità alle persone però loro vengono completamente sconvolte dalla tua sincerità.

Noto con piacere, comunque, che alcune cose non sono poi così cambiate da quel giugno 2015 e la principale fra queste è la meritocrazia, quella cosa che non si sa mai ben definire e soprattutto ritrovare nel cosiddetto mondo dei grandi, quello che descrivevo un anno fa abbastanza irritata, quando si cercava di spiegarsi e raccontare che si hanno esperienze in un diverso settore che si possono sfruttare ma i grandi no, le cose dai più piccoli non le vogliono mai veramente sapere. È che purtroppo poi mi ritrovo a scrivere tutti questi pensieri perché o mi faccio corrodere qualsiasi organo o ci mettiamo tutti seduti e ne parliamo di questa meritocrazia perché chi l’ha vista? Chi l’ha toccata?

Da quando ho ricominciato gli studi ho tanto sentito parlare di empatia: l’ho vista solo un paio di volte in questi mesi e fortunatamente una di queste era proprio in un luogo dove speravo di trovarla. Per il resto è come sempre, la solita storia: ognuno ha i suoi problemi e sono sempre più grandi degli altri. 

Negli ultimi mesi ho preso treni a qualsiasi ora, dall’alba alla tarda sera, ma ero sempre felice nonostante la stanchezza perché anche se c’era l’acquazzone ed io ero senza ombrello, anche se arrivavo al parcheggio e il termometro della macchina sotto al sole tutto il giorno segnava 42 gradi, nonostante tutti i viaggi in piedi e i minuti di ritardo del treno io ero felice perché era quello che volevo e che speravo mi avrebbe portato a quello che avrei voluto. Peccato che poi, nonostante la meta raggiunta e la paura e il coraggio per la nuova esperienza, ti guardi un poco intorno e scopri che in realtà alla gente non è che interessa poi molto quello che fai: comprenderti non lo faranno mai, vorranno solo ciò che gli serve e lo ammetto, ho un problema con tutto ciò perché non lo accetto e mi pesa sullo stomaco ma cosa ci posso fare? Potrò mai cambiare le persone, le cose, la meritocrazia? No. Continueranno a rimanere i buoni da una parte e i furbi dall’altra.

E allora aspetto l’ennesimo tramonto, mi metto sul balcone e aspetto di cambiare panorama perché si sta traslocando ma alla gente che importa, l’hanno fatto tutti. E sapete? L’ho fatto anche io ma ve ne siete dimenticati di quando pensai di cambiare definitamente stato per poi ritrovarmi a dover tornare a casa con pezzi di cuore che non sono più riuscita a riassemblare. Ma che importa? L‘hanno fatto tutti.

Prendo un libro, le cuffie nelle orecchie con Glen Hansard (l’ennesimo concerto che perderò) e cerco di respirare. Fuori e dentro. Fuori e dentro. Fuori e dentro. Fuori e dentro.

Fuori e dentro.

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Una biciclettata sull’Oceano Atlantico

Quando si viaggia davvero, quando si viaggia con il cuore, la mente e il corpo, non si torna mai realmente, non si riesce proprio a riprendersi il pezzo di sé abbandonato in un determinato spazio di un determinato tempo. È una cosa che dico (e scrivo) innumerevoli volte eppure ancora oggi mi stupisco al pensiero di una piccola parte di me ancora dispersa su una delle tre isole che compongono le Isole Aran, la Inis Mór o più semplicemente Aran.  A distanza di più di un anno sono ancora là, nella baia di Galway, un’ampia insenatura della costa irlandese occidentale, quella dove ogni giorno si infrangono le onde dell’oceano Atlantico. Ed è proprio l’oceano il protagonista di questa storia perché mai prima di quel momento lo vidi e lo toccai con mano, mai prima di quel momento capii cosa significasse affacciarsi su una distesa di mare immensa con il vento forte a scompigliare i capelli.

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I prati dell’isola Aran

Dal centro di Galway (una cittadina meravigliosa dai colori sgargianti e la musica dal vivo sempre protagonista) presi un pullman che, sfrecciando lungo le coste irlandesi e deviando qua e là nell’aperta campagna, mi portò alla fermata del traghetto pronto a cavalcare le onde dell’Atlantico. Arrivare alle isole Aran, infatti, non è mica da tutti: i mezzi sembrano minuscoli se paragonati alle immense onde dell’oceano tanto che il viaggio diventa un continuo sobbalzare e sperare che le onde si plachino almeno per qualche minuto, giusto per riprendere fiato e mangiarsi quel piccolo dolcetto che si era messo nello zaino per poter fare uno spuntino veloce prima dell’arrivo.

Perché quando si arriva ad Aran, l’isola più grande e popolata delle tre, non è che ci sia molto tempo per il mangiare e il bivaccare: un caffè veloce al porto, giusto per scaldarsi l’animo e dire al proprio stomaco che le turbolenze sono finite, un poco di riscaldamento e poi via a scegliere la bicicletta più bella. Stupiti, eh? Pensavate davvero di sfruttare il pulmino turistico? E invece no! Per arrivare all’oceano e alla parte più occidentale dell’isola bisogna pedalare, affrontare i dolci e continui saliscendi che affiancano distese di pascoli e prati, è solo salutando le mucche e poi le foche che si arriva alla parte più stupefacente di Aran, quella che dall’alto osserva l’oceano come fosse un antico guardiano.

La parte più orientale dell’isola Aran è anche quella più pianeggiante (qui si pedala che è una meraviglia)

2014-08-30 14.27.37Si chiama Dún Aonghasa e descriverlo è praticamente impossibile. Sull’enciclopedia è un forte di pietra preistorico costruito sulla parte più alta e affascinante della scogliera a picco della costa sud-occidentale dell’isola Aran, composto da tre muri circolari e da grossi pilastri difensivi. Nella realtà, invece, è una salita su un sentiero acciottolato, è una scarpinata dopo una biciclettata su e giù per le alture dell’isola, che raggiungere la cima è veramente una faticaccia. Quando si arriva in alto, però, è una meraviglia: il vento è talmente forte che sembra quasi di spiccare il volo ma a far tremare le gambe è soprattutto l’oceano che a cento metri sotto i nostri piedi gioca a rimbalzare contro la scogliera che si affaccia direttamente sul mare.  La vista è da mozzare il fiato, si è completamente circondati da vento e mare, ma il vero brivido lo si prova ad avvicinarsi al bordo della scogliera, a sdraiarsi e scivolare sempre più avanti fino a ritrovarsi a guardare il vuoto sotto di sé, scrutando la forza delle onde rimanendone esterrefatti.  È un’emozione assurda, una di quelle che bisogna provare perché a spiegarle a parole non si riesce realmente a trasmettere il tremolio alle gambe, l’assurdità del vento che  continua a giocare con i capelli e il rumore dell’oceano che continua a sussurrare sotto di voi.

Tornare al traghetto che vi riporterà sulla terraferma non sarà semplice: ci si continuerà a voltare, si vorrà vedere l’isola sparire all’orizzonte, non ci si vorrà rassegnare a vederla solo come un puntino lontano, vorrete continuare a spiarla e convincervi che è lì, ancora sotto i vostri occhi. Le isole Aran sono un posto speciale, immerso nella natura selvaggia e nelle tradizioni più semplici. Ancora oggi, a distanza di più di un anno, ancora mi volto per tentare di intravederla e la notte, quando ci penso, mi pare ancora di sentire le onde dell’oceano infrangersi sotto il Dún Aonghasa. Che magia.10654173_706484436067548_38101092_n

 

(Articolo per Salt Editions)

Quando una cicatrice smette di essere tale?

Non ho proprio idea di cosa voglia dire avere una ferita ricucita con dei punti, non ho mai avuto un taglio così profondo, eppure questa sera mi è sembrato di sentire un dolore atroce come quello che potrebbe essere lo strappo accidentale di un filo che cerca di unire ciò che si è spaccato, separato, ciò che dovrebbe tornare unito tanto che si prendono mille mila provvedimenti per poterlo sistemare e invece poi, improvvisamente, quella fibra si lacera, di nuovo, e ora chi ha il coraggio di ricominciare da capo e riprovare a curare la ferita riaperta, chi ce l’ha?

Si dice tanto delle cicatrici che ci rendono più forti e più belli ma quando una cicatrice è davvero cicatrice? Quando smette di far male? Quando è finalmente chiusa e la si guarda con orgoglio e non con un tonfo al cuore?

Tra i comportamenti che più odio nelle persone c’è l’alzare la voce e cominciare a gridare verità non necessariamente assolute, anzi.Tra i gesti che più odio, poi, c’è il rinfacciare ciò che è stato e mai più sarà, attaccarsi a pezzi di vita che per una persona esterna possono essere stati semplicemente dei passaggi ma che per l’io, quello dentro l’animo ma soprattutto spiaggiato sul fegato, sono stati momenti forti che hanno condizionato un’esistenza intera, che hanno profondamente cambiato la quotidianità, tutte le relazioni esterne e, soprattutto, il rapporto con se stessi.

La cosa più assurda è che questo filo si è spezzato proprio quando stavo cominciando a prendere forza, quando stavo per fare pace con il mio corpo, quando finalmente, tra un respiro e l’altro, scorreva più di un decimo di secondo, quando si stava per imparare a regolare la tachicardia. Proprio prima di quello strappo, poi, avevo provato per la prima volta nella mia vita a sentire tutti i muscoli del mio corpo, a sdraiarmi supina e sentire come pochi movimenti possono liberarti da ogni peso, da ogni ansia, da ogni angoscia.

È il settembre più terribile che abbia mai vissuto.
Ma prometto che mi rialzo (ancora), mi tolgo la polvere di dosso (ancora), ricomincio a sognare (ancora), abbraccio il mio cuore e gli dico che starà meglio (ancora), dico a me stessa che la prossima volta sarò più forte (ancora), a convincermi che quella maledetta cosa che mi uccide ogni volta che ci penso smetterà di tormentarmi (ancora), che ci sono io e devo stare bene per tutti i libri che devono essere letti (ancora). Che c’è qualcuno che mi aspetta là fuori e io dovrò essere bella, soprattutto per me.