Leggendo #162 – Lo straordinario

Lea se ne va da Milano. Una la può anche giudicare male per questa scelta, lo si può capire, eppure tutto questo traffico, questo continuo correre, questi festini ogni venerdì sera non sono poi tutta questa meraviglia. Lea quindi se ne va, arriva un momento della sua vita in cui tutte le certezze cadono, lo stage termina, l’amore di una vita si trasforma in una tragedia – o, meno teatralmente, in un tradimento – e quindi Lea se ne va nell’hinterland milanese, dove tutto costa meno e senza un lavoro può cominciare a dedicarsi ad altro, a un sogno di una vita o quanto meno a capire quali sogni inseguire. Lo Straordinario di Eva Clesis, edito da Las Vegas Edizioni, inizia così e continua con un trambusto dopo l’altro.

Perché l’andarsene da Milano di Lea è solo l’inizio di un’avventura unica, di quelle che capitano una volta nella vita. Basta stage sottopagati, addio mondo del lavoro in cui le capacità non sono riconosciute e gli errori non accettati. Lea se ne va nella periferia, quella più grigia, e trova un condominio di profumi, di fiori di sambuco e vicini fin troppo amorevoli. È Lo Straordinario, un insieme di piani e palazzine che fanno tutte capolino su di un giardino e diversi spazi comuni fra cui la libreria e il caffè. Un condominio, Lo Straordinario, che pare più un paesello, una piccola realtà dove tutti si conoscono, ti fermano per le scale e ti trascinano nell’orto a costruire piccole serre. Siete confusi? Anche Lea lo sarà quando arriverà nella nuova casa arredata di tutto punto e accolta da un aperitivo dedicato a lei seguito poi, nei giorni successivi, da altrettanti brindisi a fine giornata alternati da “incombenze”, neanche fossero corvée. Ma quale sarà il motivo che si cela fra tutte queste attenzioni? Cosa si nasconde nella vita di due apparenti proprietari di casa di mezz’età? 

IMG_5954Il romanzo di Eva Clesis, così, si trasforma presto in una favola moderna, una lettura per superare i cieli grigi o l’afa milanese arrivata quest’anno fin troppo in anticipo. Quella di Lea è la storia di chi cerca di riprendere ciò che è suo, in cui vorrebbe dimenticare quella sensazione di eternamente fuori posto sognando poi di diventare “la regina del mondo che vuoi”.

Un po’ Breaking Bad, ma in una versione più vicina alla sit-com, Lo Straordinario è la lettura che per qualche ora vi farà vivere piccole avventure fuori dalle righe. Il tutto rigorosamente al femminile.

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Leggendo #161 – Parlarne tra amici di Sally Rooney

Questo articolo è stato pubblicato su Cosebelle Magazine.


Di Parlarne tra amici, meglio ancora in lingua originale Conversations with friends, se ne sta parlando tanto, tantissimo, e non si stenta a crederlo. Sally Rooney, con i suoi 26 anni, sta girando il mondo con il suo primo romanzo e con una storia che ha come protagonista le relazioni, quelle che girano attorno all’amore e all’amicizia e che spesso terminano in un pasticcio di sentimenti. La scrittrice irlandese è stata nominata dal Sunday Times come Best Young Writer 2017 e infatti quello di Sally Rooney è davvero un libro che scava a fondo rimanendo in superficie, è una lettura di quelle che ti prendono e ti trascinano via obbligandoti poi, a distanza di qualche giorno, a continuare a pensare a Frances e Bobbi, a Melissa e Nick, e a quel gran casino che possono fare i nostri cuori ma, soprattutto, le nostre menti.

Frances e Bobbi, un’amicizia o un amore che non termina mai

Due ventenni, Frances e Bobbi, sono state innamorate l’una dell’altra. Si sono amate ma hanno deciso a distanza di anni di trasformare la loro relazione in altro, di fare un passo indietro e dire all’amore di diventare una grande amicizia, sostenuta anche da un progetto speciale legato a una loro passione, lo spoken word. La mancanza di matericità del loro progetto, delle poesie mai su carta ma solo raccontate a voce alta, è forse un indizio di quello che la loro relazione è: non più amore ma un’amicizia, non più un legame esclusivo ma ancora saldo e difficile a confrontarsi con altri e, soprattutto, con un certo tipo di temi e conversazioni.

Nick e Melissa, una relazione deragliata

Frances e Bobbi incontrano Nick e Melissa, una coppia con dieci anni più di loro. E qui le cose si complicano perché c’è della chimica, come si suol dire, e Frances si ritrova attratta da Nick mentre Bobbi da Melissa e tutto sembra diventare un vero disastro, soprattutto quando Nick pare contraccambiare le attenzioni della protagonista. Parlarne tra amici, da questo punto della narrazione, diventa soprattutto tradimento. Di amori, sì, ma anche di amicizie e soprattutto di valori. A tradirsi, poi, è innanzitutto Frances, la protagonista, che cercando di capire la propria identità si ritrova a fare i conti con il passato, a cercare di spiegarsi l’amore e a farsi domande platoniche sulla propria esistenza e il vero significato della parola relazione.

Cosa è l’amore?

Sally Rooney con Parlarne tra amici apre spiragli sul mondo delle relazioni cercando di non dare risposte ma portando a far riflettere il lettore su dubbi pressoché amletici ancora irrisolti, portando sulla carta questioni come l’accettazione del sé, la mancanza di fiducia nel proprio io che per questo viene spesso ricercata in chi ci sta vicino, ogni volta in una persona nuova che sappia esprimere al meglio chi siamo. Sally Rooney, infatti, sembra voler raccontare come spesso si cerchi di capire se stessi in modi però fin troppo complicati, evitando la comprensione di sé attraverso infinite riflessioni ma preferendo raggiungere anche solo un poco di consapevolezza con un tentativo bizzarro di cognizione, cercando il proprio sé negli altri e scegliendo di amare una persona piuttosto che un’altra in base a ciò che la persona vicina fa emergere in noi.

Adoravo quando era disponibile in quel modo, quando la nostra relazione era come un documento Word che stavamo scrivendo e editando insieme, o un lungo private joke che nessun altro poteva capire. Mi piaceva avere la sensazione che fosse il mio collaboratore. Mi piaceva pensare a lui che si svegliava di notte e pensava a me.

Le parole che scivolano via a braccetto con la tecnologia

Frances e Nick, così come Melissa e poi Bobbi, si parlano molto ma soprattutto si scrivono. Lunghe email e messaggi in chat compaiono qua e là fra le pagine di questo romanzo lasciando spazio persino a Tinder, in un incontro occasionale finito apparentemente molto male. Sally Rooney pare voler raccontare come la tecnologia stia cambiando i rapporti o, forse, nemmeno troppo. Perché in un’email possiamo tentare di esprimerci come vogliamo, nascondendoci al sicuro dietro le parole, ma il faccia a faccia è comunque inevitabile e lì Frances non è più così forte come dietro lo schermo di un pc: dal vivo si scioglie al sole, come in quelle giornate di agosto in Francia con Nick. Parlarne tra amici è quindi un libro che racconta i legami ma che tenta di raccontare anche un frammento di società, quell’élite di poeti, scrittori, redattori e fotografi che parlano tanto di collettività ma che restano comunque a guardarla da lontano, senza farsi toccare, lasciandola scorrere sotto i loro occhi e l’ego delle loro parole.

Parlarne tra amici è uno di quei libri che delude solo quando davvero si vuole essere delusi. Le atmosfere sono così palpabili, le ambientazioni creano spazio-tempo reali come quelli in cui la cotta si trasforma in amore e viene descritta fra le onde di una vacanza in Francia ad agosto o come il malessere che può nascere dalle proprie viscere quando si torna in città, a Dublino, e la pioggia continua a scendere placida, senza fermarsi. Come le domande che continuano a rincorrersi nella propria testa trovando solo temporanee risposte.

Leggendo #160 – La carne di Emma Glass

Questo articolo è stato pubblicato su Cosebelle Magazine.


C’era una volta la parola comfortable

Le infinite possibilità delle parole sono troppo spesso sottovalutate e così tutto il mondo della traduzione. Prendete per esempio la parola comfortable. Piccola e rotonda, comfortable significa comodo, confortevole ma esprime anche, e soprattutto, quella sensazione di sentirsi a proprio agio, nei propri panni, una percezione che in italiano si descriverebbe con un giro di parole incredibile. In inglese, invece, è sufficiente un termine per esternare quella sensazione troppo spesso dimenticata e davvero poco presente nella vita, quantomeno in quella di chi si aspetta sempre un parere altrui. Il motivo di questa premessa? Un anticipo di quello che ci ha raccontato Emma Glass che ha utilizzato proprio la parola comfortable per descrivere il suo modo di scrivere, di avvicinare le parole fra loro per dare vita al suo primo romanzo, Peach, in Italia La carne. Edito da Il Saggiatore e tradotto da Franca Cavagnoli, il primo romanzo di questa giovane infermiera pediatrica è un fulmine a ciel sereno, una fiaba – incubo decisamente reale e quasi una sinfonia di parole che aggrovigliandosi fra loro raccontano una violenza e un percorso verso lo spolpamento.

Cosa è La carne

Peach, una pesca, viene aggredita da una salsiccia. Non dice niente a nessuno, torna a casa perdendo pezzi di sé che tenta di ricucire da sola, seduta sul pavimento del bagno con ago e filo in mano. Una metafora? Non necessariamente. Ogni ferita è una lacerazione, un continuo tentativo di dimenticare quella sensazione terribile che cresce nel ventre, quel guscio freddo e così diverso dall’esterno da rendere tutto necessariamente viscerale. Emma Glass non racconta una storia, non necessariamente appunto. Ne’ La carne si gioca soprattutto con le parole, con la loro musicalità, con il loro effetto e potere di esporre conseguenze, disgusti e profondi squarci. Come le macchie di grasso di una salsiccia lasciate sul vetro di una tavola calda e Peach che le vede e ne rimane terrorizzata, La carne racconta un incubo a occhi aperti che ritorna per essere rivissuto infinite altre volte.

Quello di Emma Glass non vuole essere un horror, non di certo quel genere inseguito spesso dai ragazzini durante l’adolescenza – Emma inclusa. Quello della scrittrice non è un amore per il macabro ma semplicemente quella parte di sentimento che non viene facile raccontare. È trasformare le parole in musica, farsi ispirare da sillabe che vanno a braccetto e farsi guidare dal loro suono, dalla naturalezza con cui le parole si trovano, componendo frasi, paragrafi e, nel caso di Emma Glass, anche capitoli, che in La carne si sono inseguiti per dieci anni.

E dieci anni è un arco temporale discretamente breve ma incredibilmente lungo, in cui però Emma Glass ha continuato a rileggere ad alta voce le sue frasi, per cercarne il suono migliore, non la storia ma la musicalità composta da frasi brevi, concise, tronche. Nella letteratura lo chiamano flusso di coscienza, io lo vorrei definire infinite possibilità delle parole di raccontare.

Non posso crescere. Non posso contenere la benché minima anima. In questo nocciolo me ne starò. In questo nocciolo me ne starò. In questo. In questo. Nocciolo.

Scrivere mentre il tempo passa

La carne, così, è diventato col tempo un centinaio di pagine e poco più, paragrafi che non vogliono essere criticati nel senso letterario del termine, come quando si studia letteratura e ogni frase viene ripresa per essere diagnostica, neanche avesse una malattia nella quale cercare il significato più recondito per avvicinarsi sempre più alla vera essenza dell’essere. Dai primi studi di letteratura, poi abbandonati, Emma Glass ha imparato che le parole, per lei, sono suoni, non interpretazioni. E ciò ha ancora più senso in La carne  perché scrivere una storia in un decennio può significare tantissime cose, può sembrare l’inizio di qualcosa fatto per gioco e ritrovarsi poi a darsi scadenze giornaliere, con una coinquilina che ti regala dolcetti per ogni paragrafo scritto. Questa può essere la storia di tanti e in particolare di Emma Glass, viso dolce e animo forte.

La carne è un libro femminista?

Emma Glass se ne è accorta solo ora, quando il libro è già nelle librerie, che la sua protagonista può essere un’eroina del nuovo mondo. Il suo scrivere di Peach è stato necessariamente un modo per liberarsi da qualcosa, di raccontare il corpo, composto dalle sue parti più tenere e crude. L’accostamento con il cibo ha permesso di scegliere un linguaggio più diretto e spontaneo, forse ispirato anche dalla naturalezza con cui si esprimono i bambini con cui ogni giorno la scrittrice trascorre le sue giornate al lavoro e di cui ammira l’immediatezza. E la pesca, per la sua morbidezza e il guscio all’interno, è un frutto dagli infiniti connotati, tali da renderla la protagonista perfetta di questa storia.

Tutto ok? Sembri distratta. Sto bene, grazie, è solo che non mi piace la pelle, scribacchio sotto le sue zampe di gallina. Poi lui mi scrive Ma perché se la tua è così bella, e io divento rossa perché sono enorme e faccio schifo e lui non lo vede.

Come leggere La Carne

Sarà naturale cominciare a leggere La carne cercando metafore, rincorrendo i capitoli cercando il significato più nascosto e sperduto. Vi ritroverete poi, a fine lettura, a convincervi che non c’era bisogno di trovare tutti quegli infiniti significati: a volte le cose sono esattamente come le si leggono.

Resterà

Questo racconto è stato pubblicato su Lahar Magzine (#40 – Buio)


È incredibile come tutto faccia meno paura una volta calata la notte. Quella stanza, così spoglia al suo arrivo, si illuminava con i primi raggi di luna senza il bisogno di disturbare la piccola abat-jour tutta rossa messa su uno scaffale in mezzo ai libri perché altro spazio non ve n’era. La luce, a poco a poco, veniva riflessa un po’ ovunque ma malamente: eppure ciò non la preoccupava, anzi, la rasserenava, la faceva sentire più vicina a un angolo di mondo, il suo, quello a cui bastava poca luce per stare bene. Era questa la caratteristica che ogni sua camera aveva avuto nel tempo, trasloco dopo trasloco. Era l’idea di ricreare un piccolo nascondiglio in ogni nuova città enorme in cui si ritrovava, dove i sogni del momento la trascinavano e lei rimaneva in attesa di capire se quella era la volta buona oppure l’ennesimo tentativo di capirsi, ancora.

E chiederselo, o quanto meno accettare di provare a farlo, era più semplice quando la luce era spenta e il soffitto diventava un qualsiasi soffitto, a volte persino quello di casa, la vera casa, quella che aveva lasciato per il primo sogno e la prima fuga (non) d’amore. Tutto sommato bastava poco: una piccola luce da spegnere, l’album preferito da ascoltare con le cuffie a volume nemmeno troppo alto, quel tanto che bastava per ricreare quell’amato e fin troppo conosciuto rumore di sottofondo, la luce dei lampioni contro le tende della finestra e un’immensità di ricordi nella quale naufragare.

Ehi, sei sveglia?”.

No”.

Volevo solo sapere se tornerai o ripartirai”.

Non lo so”.

Me lo dirai quando lo deciderai?”

Sì”.

Ok”.

Per strada sta passando un’automobile seguita da un’altra e poi un’altra ancora. Il semaforo è rosso, rallentano, e sapere che ha già cominciato a riconoscere tutti questi rumori, a capire lo spazio intorno a sé dal buio della propria stanza, le fa capire che forse, forse, quella è diventata una casa.

E se così fosse, non tornerà né ripartirà.

Resterà.

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Leggendo #159 – Darusja la dolce

A distanza di un anno da L’ultimo amore di Baba DunjaKeller Editore mi fa innamorare di un’altra donna dall’animo forte, nascosto sotto una corazza di dolcezza. Darusja la dolce, come quello di Alina Bronsky, è solo apparentemente un libro semplice: è un concentrato di realtà – cruda e indelicata – che si alterna al potere dei sentimenti, delle emozioni e di quei fatti che segnano la vita in modo indelebile, come solo quelli tracciati dalla storia sanno fare.

E il romanzo di Marija Matios, non a caso, ha un secondo titolo che è Drammi in tre vite. Perché ogni storia, per essere raccontata e spiegata, ha bisogno di riferimenti temporali lontani dal presente, di cause e azioni che hanno dato un senso a gesti e comportamenti come quelli di Darusja la dolce, chiamata così dalle voci di paese protagoniste di pagine che riescono ad alleggerire la trama, rendendo la storia della Bucovina, qui raccontata in decenni che si rincorrono, ancora più viva e reale.

Se i drammi di Darusja la dolce vivono tre vite, Darusja stessa è protagonista di ognuno di essi, di ogni pagina e di ogni necessità che porta il proprio io a reagire come può agli elementi esterni più irruenti e violenti, alla brutalità dei governi forti che hanno reso la vita della regione storica della Bucovina turbolenta e protagonista di soprusi. Marija Matios, per raccontare un pezzo di storia della sua regione, crea un personaggio delicato, fermo nelle sue convinzioni e deciso a comportarsi come solo ha imparato a fare. Sono piccoli gesti, abitudini bizzarre ed emicranie fulminee alla vista di caramelle che rendono Darusja speciale, con le sue stranezze e i suoi lunghi bagni al fiume.

Le vicende narrate in Darusja la dolce, poi, sono volutamente inserite in un contesto corale. Discorsi diretti fra vicine di casa si trasformano in pettegolezzi fra gente di paese, fra anziani che sanno aneddoti di oggi e di ieri e che volutamente sono stati inseriti fra le pagine per rafforzare lo spirito di un romanzo capace di essere sia immensamente poetico che terribilmente crudele, tanto da richiedere qualche pagina di leggerezza come quelle con protagonista le chiacchierate del vicinato. La prosa, come i protagonisti, è reale ed energica, sempre pronta a far emergere i dettagli più importanti diventando come Darusja, che non ha mai paura di manifestarsi per quello che è.

Un pomeriggio di lettura, così, termina con minuti di silenzio, a interrogarsi sull’umanità – se esiste ancora – sulla forza di reagire, di non lasciarsi schiacciare. Di scegliere quali parole dire e quali lasciare trasparire dalle nostre azioni. E sono questi i segnali di un libro che è destinato a rimanere parecchio tempo nel cuore.

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Leggendo #158 – Il corpo che vuoi

Questo articolo è stato pubblicato su Cosebelle Magazine


Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman è un libro materico composto da cosmetici, merendine e strati di pelle toccati e da toccare. Quello portato nelle librerie da Edizioni Black Coffee, infatti, è soprattutto un romanzo costruito da sensazioni esclusivamente tattili, di decisioni prese di pancia e mai di testa e di movimenti che si ripetono per pagine e pagine, come quelle in cui le dita della protagonista sbucciano un mandarino, tanto da sentirla  sulla pelle quella sensazione, l’indice che scava nella buccia per cominciare a toglierla mentre il succo scivola sulla mano. Alexandra Kleeman, giovane penna di origine statunitense, descrive così parti di corpo ma anche organi, respiri e affanni perché ogni tensione, in questo romanzo, diventa simbolo e filtro per descriversi.

Di notte me ne sto sdraiata a letto e, anche se non posso toccarlo o tenerlo in mano, sento il cuore muoversi dentro di me, troppo piccolo per occupare il petto di un adulto, troppo grande per stare nel petto di un bambino.

Il corpo che vuoi, innanzitutto, è un libro senza personaggi, solo identità vacue. A, B e C sono tutti e nessuno, sono protagonisti di storie che possono essere la mia e la tua, sono anime che vivono di paure, terrori, ma senza costringersi ad affrontarle. Perché A, B e C non hanno passato né futuro. Vivono un eterno presente con, forse, il desiderio di cercare se stessi in un mondo in cui tutti sono autentici, dove i colori dei messaggi fuorvianti della pubblicità riflettono ciò che non si è più ma che si vorrebbe tornare a essere (spoiler: senza riuscirci).

Mi sento come la neve, come probabilmente si sente la neve: fredda e in pace e sul punto di svanire. Un manto provvisorio sopra un fazzoletto di terra. Giaccio come neve per un lungo istante, mentre un’auto passa ogni tanto in strada rendendo il bianco più bianco.

E il mondo della cosmetica ha un impatto tutto suo nel romanzo di Alexandra Kleeman. Le creme e i trucchi che si ritrovano fra le pagine de’ Il corpo che vuoi sono strumenti per trasfigurarsi, per modificare il proprio viso come se si potesse modificare la propria anima semplicemente applicando sul proprio volto con un poco di ombretto. La cura dell’esterno, in questo modo, diventa un tentativo per abbellire anche l’interno, come se l’uso di creme rendesse più bella non solo la propria pelle ma anche gli organi, trasformando così un cosmetico in un qualcosa di commestibile, neanche fossero le merendine di cui la televisione racconta ogni giorno un’avventura nuova. Un modo, quello di Alexandra Kleeman di raccontare il mondo della cosmetica, più forte di altri, per approfondire il bisogno di sentirsi belli, più per gli altri che per sé, di riempirsi di altro per sentire a tutti i costi qualcosa, qualsiasi cosa sia.

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Comet K35 

Una fame disperata mi si agita dentro. La pelle è una prigione. All’improvviso vorrei rivoltarmi come un calzino, riversarmi all’esterno e iniziare a staccarmi dei pezzi a morsi, nutrirmi.

Perché Il corpo che vuoi è soprattutto solitudine. È la corsia dei supermercati vuota e tu che ci cammini in mezzo con il ronzio del banco frigo come unica compagnia. È il vagare per la periferia della propria città guardando il marciapiede opposto con i suoi palazzi e distributori di benzina. È accendere la tv e lasciare che i canali televisivi illuminino il viso con un’invasione di immagini, lasciando spazio alla passività e all’assenza di presa di coscienza, inventando le vite dei protagonisti dei reality show. Il corpo che vuoi è un continuo cercare di darsi risposte, di giustificare comportamenti altrui per capire meglio i propri tentando di dimostrarsi forti quando nella realtà ci si sente sempre più piccoli. Così piccoli da cercare un qualcosa di troppo grande in cui perdersi.

(..) io, invece, trasformo il risolvibile in irrisolvibile e poi cerco di risolverlo.

Leggendo #157 – Nel paese dei mostri selvaggi

Questo articolo è stato pubblicato su Salt Editions.


Quando gli sconti Adelphi chiamano Salt Editions risponde soprattutto quando si tratta di libri belli (e illustrati!) che arrivano direttamente da infanzie degli anni Sessanta. Era il 1963, infatti, quando Harper & Row pubblicò Where the Wild Things Are (Where the Wild Horses Areinizialmente), una storia narrata e illustrata dallo statunitense Maurice Sendak. Arrivato otto anni dopo anche in Italia, nel 1968, Nel Paese dei Mostri Selvaggi torna sugli scaffali delle librerie italiane grazie ad Adelphi, in un’edizione tutta nuova e speciale, da sfogliare ogni giorno alla ricerca di nuovi dettagli.

Protagonista di questa storia a colori è Max, un bambino a cui non piace stare tranquillo, che preferisce indossare il suo costume da lupo e giocare per casa combinando pasticci, talmente tanti da essere ripreso dalla madre. A Max, però, non piace essere sgridato tanto che, alla madre, preferisce rispondere a tono.

“Selvaggio!” gridò la mamma. “E allora ti mangio!” urlò Max. Così fu spedito a letto senza cena.

E cosa succede al piccolo protagonista quando si ritira nella propria stanza? Le quattro mura diventano una giungla in cui un intero mondo decide di entrare. E Max, di conseguenza, decide così di scappare, di salire sulla piccola barca della sua fantasia e navigare lontano fino a raggiungere il paese che dà il nome all’intera opera. Un’avventura straordinaria, quella di Max, ma che trova in questi passaggi, la risposta a tono alla madre e la fuga come reazione alla punizione, molte cause della duplice critica all’albo di Maurice Sendak. In effetti, diversi gruppi di genitori degli anni Sessanta avanzarono dei giudizi negativi sulle reazioni da ribelle del piccolo Max, etichettandoli come comportamenti mancanti di rispetto e un cattivo esempio per la prole sessantina. Fortunatamente, però – e a buon ragione – altrettante mamme e papà ne lodarono l’insegnamento positivo, la possibilità di trasformare in maniera produttiva la propria rabbia facendo giocare ed esplodere la fantasia del bambino in un mondo irreale ma affascinante e concreto. Non è un caso, forse, se nell’anno di uscita, 1963, Where the Wild Things are vinse il premio Caldecott Medal come miglior libro illustrato americano dell’anno andando a mettere l’accento su un’opera la cui chiusa è un ritorno alle origini, neanche fosse un Peter Pan a lieto fine con una presa di coscienza finale che dimostra l’importanza di imparare dai propri errori.

Ma come sono questi mostri di cui Max diventa addirittura re? Sono colorati, sono definiti in ogni dettaglio e sono soprattutto legati alla tradizione yiddish, proprio come Maurice Sendak che per illustrare queste creature selvagge prese ispirazione dai propri parenti e dai loro comportamenti bizzarri. Ne nasce un albo dalle tonalità più scure eppure vivide, un mondo tutto nuovo per i più piccoli che se lo ritrovano tra le mani e un modo per riscoprire quel lato ribelle che ogni bambino ha che i grandi, spesso, dimenticano. 

Nel paese dei mostri selvaggi è un libro (e diverse trasposizioni cinematografiche tra cui quella indimenticabile del 2009 con la voce di Karen O) che fa tornare all’infanzia, che solletica la voglia di vivere nuove avventure e di non avere così paura di prendere una posizione. Ogni nostra scelta, ovunque ci porterà, avrà qualcosa da insegnarci per renderci un poco più grandi.