Leggendo #165 – Città sola di Olivia Laing

Questo articolo è stato pubblicato su Cosebelle Magazine.


Era l’estate del 2007. In un paesino più o meno sperduto della pianura Padana, me ne stavo sveglia fino alle due di notte davanti al mio primo portatile cercando film e serie TV da vedere ma soprattutto aspettando l’amica su MSN per spettegolare dello status di quella piuttosto che di quell’altra. Girovagavo, annoiata e infastidita dalle zanzare, su MySpace, Tumblr e Fotolog – sì, Fotolog – aspettando non so bene cosa. Era il secondo anno in cui seguivo quelle che oggi definiremmo blogger influencer, solo che in quell’anno non influenzavano nessuno: semplicemente sapevo di poter trovare nei loro profili musica, libri e fumetti che potevano piacere anche a me. A distanza di anni, e diversi social network dopo, ricordo quel mondo come un qualcosa di intimo, una sorta di tana in cui rifugiarmi. In quell’anno nessuno utilizzava il proprio nome quando si registrava a un nuovo social: si sceglieva come nickname il titolo di una canzone, il personaggio di un libro o i più coraggiosi sceglievano una storpiatura del proprio soprannome. Si condividevano i primi selfie, quello sì, autoscatti improvvisati con la prima macchina fotografica digitale, ma non c’era morbosità, non c’era la voglia di farsi vedere o notare. Quello, così mi piace ricordarlo, era un mondo in cui si voleva condividere ma soprattutto esprimersi. Con nomi diversi, vero, ma col desiderio di vivere l’adolescenza lasciando qualche traccia di sé e degli enormi cambiamenti che stavamo affrontando in quella fascia d’età.

Si può essere soli ovunque, ma la solitudine che viene dal vivere in una città, circondati da milioni di persone, ha un sapore tutto suo.

È stato leggendo Città sola di Olivia Laing che mi sono sentita ricatapultata in quel mondo. Ai tempi, come dicevo, non abitavo in una grande città come ora eppure se faccio un paragone tra ieri e oggi mi ritrovo ancora qui, nella stessa e assurda posizione: davanti a uno schermo, nella mia stanza – qualunque essa sia – a sperare in una manifestazione (oh, un’epifania!), aspettando qualcosa che mi faccia sentire viva. Se prima ero quantomeno circondata dalla famiglia, da amici e parenti, ora sono in un palazzo con altre sedici famiglie che non conosco, stando sempre e comunque davanti a uno schermo a inventarmi modi per passare il tempo fra un libro e l’altro, sperando di non pensare a quanto fuori sia pieno di persone mentre qui, in questa stanza, ci sono solo io, isolata dal resto del mondo. Ma dopotutto, pensandoci, non è forse questa una delle sensazioni che potrebbe provare la donna al centro di Morning Sun in una delle opere più famose di Edward Hopper? Olivia Laing, ed è qui che vi voglio portare, ha scritto un libro –  un no – fiction, in cui tutte queste sfumature vengono riprese per donar loro una forma, riportando tutti noi a pensare a quella sensazione che si prova quando si passeggia in un centro abitato d’estate, verso l’ora del tramonto, mentre i lampioni si accendono e dalle finestre aperte delle case tutt’attorno arrivano voci dai televisori accesi accompagnate da quell’effetto dalle sfumature blu date dallo schermo.

Città sola, tradotto da Francesca Mastruzzo e portato nelle librerie da Il Saggiatore, è un insieme di immagini e parole che vogliono raccontare la città, sì, ma soprattutto il senso di spaesamento, la sensazione che si prova quando ci si ritrova immersi nella società eppure esclusi. Come quando si arriva in una città nuova ma anche come quando ci si sente giudicati per le proprie idee, inclinazioni e passioni. Quello di Olivia Laing, infatti, è soprattutto un’analisi di ciò che la città provoca in noi e soprattutto negli animi più sensibili, più inclini all’arte e al bisogno di raccontarsi: Edward Hopper, Andy Warhol e figure forse meno note ma ricche di storie fatte di solitudine come quelle di David Wojnarowicz e l’incredibile Valerie Solanas. Tutte queste vite sono racchiuse in un libro che dall’esperienza personale sfociano in una riflessione sull’arte, sulla capacità dell’uomo di trovare in oggetti, come il registratore ieri e lo schermo dello smartphone oggi, il coraggio di esprimere la parte più intima racchiusa in ognuno di noi: la paura di raccontare quanto ci sentiamo soli e tutte le incredibili conseguenze che ne possono nascere (alcune fra queste, la ricerca di una maschera da indossare, la voglia di provare a raccontarsi con un linguaggio diverso).

Se al centro di questo lavoro c’è soprattutto New York e gli artisti che l’hanno vissuta e raccontata, Olivia Laing porta in queste pagine anche tutto un approfondimento sul cambiamento stesso di città, dal processo sempre più palpabile di trasformare una parte di centro “sporca” in un qualcosa di pulito, partendo dalla società stessa e dal loro concetto di metropoli. Ne sono un esempio i sobborghi che diventano sempre più patinati, “vivibili” e lontani da ciò che potrebbe essere preso di mira da quelle che vengono definite erroneamente minoranze. Un cambiamento, questo, che si rispecchia anche nel differente modo di vivere la città basato sempre, però, sul mettere uno strumento fra il centro abitato e l’io.James Stewart, ne’ La Finestra sul Cortile di Alfred Hitchcock, non interpreta forse un personaggio che guarda il mondo attraverso il proprio binocolo? Non è forse qualcosa di simile a quello che Andy Warhol faceva con il suo registratore? Dobbiamo quindi forse stupirci se col tempo abbiamo cominciato anche tutti noi a utilizzare uno strumento così piccolo e maneggevole come uno smartphone per esprimere il continuo desiderio di attenzione, sì, ma anche di un’osservazione ininterrotta?

Nel 2018, leggere Città sola di Olivia Laing fa bene al cuore e allo spirito. Ci fa sentire più umani, più vivi e più inclini a capire perché ci ritroviamo così tante volte, sdraiati sul letto oppure alla fermata del tram, a scorrere il feed di Instagram senza sapere nemmeno perché e senza nemmeno notare così tanto ciò che vediamo. È una guida, quella di Olivia Laing, che dall’arte e dalle città ci porta qui, dove siamo ora, mentre state leggendo questo articolo dal vostro cellulare mentre siete in bagno oppure alla fermata della metro, mentre fate una breve pausa al lavoro o semplicemente state posticipando la voglia di cucinarvi la cena.

Fatevi un regalo, leggetelo.

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L’America on the road leggendo con La McMusa

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C’è chi sogna l’America e chi l’America la viaggia leggendo. Arriva un istante, però, in cui è il momento di andare, passaporto alla mano e via, verso Ovest e oltreoceano. Ma quale America visitare? Quella più urbana e forse stereotipata o quella autentica e più simile alla realtà quotidiana? L’America, quella vera, quanto ha a che fare con le grandi città? Come vive davvero chi sta nel Texas, in California o nell’Illinois?

Ad alcune di queste domande possono rispondere scrittori americani contemporanei e non, grazie a racconti e aneddoti sparsi fra pagine di romanzi ormai classici. E lo sa bene La McMusa, all’anagrafe Marta Ciccolari Micaldi, giornalista, autrice e guida letteraria specializzata in letteratura nordamericana e dal 2014 ideatrice dei Book Riders, un progetto di turismo culturale – o literary tourism – che ha lo scopo di trasformare i corsi di letteratura americana in veri e propri viaggi oltreoceano. È a lei che abbiamo chiesto cosa è davvero l’America, quale stato è più adatto alla propria indole e curiosità ma soprattutto quali scrittori è bene leggere per vivere un’avventura oltreoceano al meglio.

Illinois

Per chi è:
Per chi ama la geometria e il vento; per i cervellotici e i disarcionati; per chi non ha mai visto un oceano di grano.

Chi lo racconta meglio:
David Foster Wallace è ineguagliabile nel suo racconto delle campagne e dei riti che la caratterizzano ma quando si tratta di Chicago i nomi sono solo due: Saul Bellow e Nelson Algren.

La prova concreta:
Con i Book Riders abbiamo visitato i luoghi di David Foster Wallace a Bloomington ed è stato un momento magico. Avevamo come guida un caro amico dello scrittore, l’ex preside della facoltà di Lettere dove lui lavorò come professore, e ascoltando le sue dolcissime parole siamo riusciti a capire nel profondo l’unicità del rapporto di Dave (così lo chiamavano tutti) con le distese di grano, con l’ambiente tranquillo e raccolto della provincia, con un mondo la cui piattezza rappresentava per lui una fuga dalla frenesia, la serenità di cui aveva bisogno per scrivere. Leggere in quel luogo Tennis, trigonometria e tornado ha un che di magnetico!

California del Sud 

Per chi è:
Per chi sa che quando il sole splende più forte anche le ombre sono più nere; per i duri di pelle e di cuore; per i mitomani.

Chi lo racconta meglio:
Il maestro del noir contemporaneo James Ellroy, nella sua tetralogia di Los Angeles; ma il noir non è solo un genere letterario: Joan Didion e Bret Easton Ellis sono i maestri del racconto del sole che non scalda, della luce che illumina solo i vuoti.

La prova concreta:
Non siamo adolescenti ricchi né divi di Hollywood, eppure se si gira per Hollywood o Palm Springs o Beverly Hills non si può non percepire una voce, un eco che racconta una storia diversa da quella che vedono gli occhi. E quell’eco, i Book Riders ed io, l’abbiamo sentito subito, il primo giorno, durante la visita al famosissimo Griffith Observatory: Los Angeles ai nostri piedi, con le sue ville incredibili e le auto di lusso e gli abiti costosi, custodisce un segreto. Tutti cercavamo il famoso cartellone pubblicitario di Meno di zero in cui campeggia quell’assordante: SPARIRE QUI.

Pacific Northwest 

Per chi è:
Per i timidi e gli introspettivi; per chi ama le brume nei boschi; per i musicisti e i falegnami, almeno nell’animo.

Chi lo racconta meglio:
Raymond Carver e sua moglie Tess Gallagher, in un infinito rimando di racconti e poesie, ma anche Charles D’Ambrosio e Don Carpenter, che portano avanti quel rimando con altrettanta grazia.

La prova concreta:
Con i Book Riders abbiamo incontrato Tess Gallagher sulla tomba del marito Carver, per puro caso, un incontro del destino. Siamo stati accolti con un calore commovente e abbiamo visto davanti ai nostri occhi il legame che univa e unisce tuttora questi due grandi artisti. Tutt’intorno a noi si infrangevano le onde dell’oceano, in lontananza si vedeva il Canada, soffiava un gran bel vento teso. Sembrava che le poesie di Ray fossero reali e che lui le stesse scrivendo proprio intorno a noi in quell’istante.

Louisiana

Per chi è:
Per gli scatenati e i temerari; per chi ama i travestimenti; per chi sa che la natura è un mistero e la magia è sempre dietro l’angolo.

Chi lo racconta meglio:
Quei due pazzi scatenati di Tennessee Williams e Truman Capote, l’essenza dello spirito di New Orleans e del bayou. Una gemma, prima di loro, però: Kate Chopin, la prima scrittrice femminista americana. E anche dopo: Rebecca Solnit nel suo atlante di mappe dedicato alla città che lei definisce “insondabile”.

La prova concreta:
Con i Book Riders, uno degli ultimi giorni trascorsi a New Orleans, abbiamo fatto la classica escursione con il battello a vapore: un’ora sul Mississippi accompagnati dalle note di un’orchestra jazz. Nonostante la bellezza del battello e del momento, qualcosa stonava. Abbiamo realizzato cosa solo quando, una volta scesi, ci siamo radunati sotto un gazebo bianco per una lettura: Rebecca Solnit e il suo incredibile atlante della città hanno dato un nome all’essenza sfuggente di quel paesaggio, dove bellezza e disastro convivono e si alimentano a vicenda. Eravamo realmente toccati dalle sue parole, è raro trovare qualcuno che sa sondare l’insondabile.

Texas

Per chi è:
Per chi è disposto a farsi sorprendere, a ricredersi, a sentirsi piccolo; per i romantici e per chi ama ballare.

Chi lo racconta meglio:
Larry McMurtry, il più grande scrittore texano vivente, una vera e propria leggenda; e poi, senza dubbio, Cormac McCarthy, uno degli ultimi scrittori capaci di scrivere storie mistiche ed epiche. Proprio come il Texas.

La prova concreta:
Una sosta sulla highway 90, quella che costeggia il Rio Grande da Del Rio a El Paso, offrendo paesaggi mozzafiato, con il Messico a un passo e il caldo deserto di paglia tutt’intorno. Con i Book Riders ci siamo seduti su un molo di legno che entrava nel fiume e abbiamo letto un brano di Oltre il confine di McCarthy proprio guardandolo, quel confine. Il brano raccontava della necessità di conoscere il cuore degli uomini perché è lì – dice l’autore – che sta l’essenza del mondo. È stato mistico, toccante. Il confine tanto discusso, violentato, esaltato, quello tra Texas e Messico, è una barriera che potrebbe non esistere, se solo la letteratura fosse al potere.

Leggendo #164 – Tu l’hai detto

Ci sono libri che non hanno bisogno di introduzioni, spiegazioni e consigli e Tu l’hai detto  di Connie Palmen è uno di questi. Se di Silvia Plath e Ted Hughes si è letto e detto tanto, tantissimo, in questo nuovo Iperborea una delle coppie più note nella storia delle letteratura moderna diventa protagonista di pagine totalmente vivide e trascinanti tanto da farti perdere il tram e lasciarti sveglia la notte per inseguire poco più di duecento pagine in cui sai benissimo come andrà a finire la storia ma vuoi arrivarci subito a quel momento lancinante, per essere totalmente invaso dall’immensità di due vite intense.

Banale mettersi a raccontare cosa è Tu l’hai detto eppure impossibile non voler lasciare traccia di questa lettura e di quella è che forse la storia d’amore più straziante ma vivida, logorante ma energica. Sylvia Plath, un amore di anni, incontrata nell’adolescenza e ripresa più e più volte, è raccontata dalla voce di Ted Hughes e dai suoi sentimenti; un riscatto, quello di Connie Palmen, per un marito forte ma mai quanto la donna al suo fianco, di una potenza incredibile. Le paure e la testardaggine di Sylvia Plath si alternano a debolezze e sconforto in pagine che raccontano i significati di scrivere, l’importanza di trovarsi uno spazio e un tempo dove potersi dedicare al pensiero, ognuno il proprio, per una coppia che ha fatto della scrittura il mantra di una vita intera.

La storia di Sylvia Plath e di Ted Hughes diventa protagonista in Tu l’hai detto di pagine che riassumono le loro opere, di paragrafi che ti riportano a vecchie letture per poterle rivivere e scoprirne di nuove. È la storia di chi non ha mai smesso di credere nella creazione e in tutte le conseguenze che porta.

Chi vuole creare deve morire decine di volte nella vita. Deve separarsi, svincolarsi dai suoi cari, da terra, paese, famiglia, amici e soprattutto dalle idee nelle quali è barricato. Non esiste rinascita senza prima la morte. La letteratura ama la distruzione quale condizione per rendere possibile una nuova vita.

E a volte, questa nuova vita, è quella dei lettori.

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Leggendo #163 – Dal tuo terrazzo si vede casa mia

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Tra le cose belle, ma belle davvero, ci sono soprattutto il gelato, le giornate di pioggia sotto le coperte e quel dettaglio difficilmente trascurabile: i libri che rispondono alle aspettative date dal titolo in copertina. Ecco, Dal tuo terrazzo si vede casa mia, l’esordio di Elvis Malaj portato nelle librerie da Racconti Edizioni, è decisamente uno di questi libri. Candidato al Premio Strega 2018 da Luca Formenton, quella di Elvis Malaj è una raccolta di racconti che racchiude, in un unico universo, una piccola galassia di sensazioni e sfumature che ruotano attorno al concetto a cui Luca Formenton stesso ha fatto riferimento: l’essere outsider. Eppure, leggendo questi dodici racconti, il termine outsider non è mai stato così inclusivo e pochi come Elvis Malaj hanno raccontato di come ci si senta sradicati pur avendo radici, persi nel vuoto nonostante le tradizioni, in un’epoca in cui – classe disagiata o non – l’estero e la patria stanno sempre un po’ a battibeccare nei nostri cuori.

Trovarsi bene in un posto non dipende dal posto, dipende da te. Ovunque vai ti porti sempre dietro qualcosa che alla fine rende ogni posto uguale a un altro. Potrei anche rispondere alla sua domanda, ma non significherebbe niente. Tradirei semplicemente la mia capacità di trovarmi bene o male in Italia.

Proprio come Elvis Malaj, molti dei personaggi di Dal tuo terrazzo si vede casa mia sono di origine albanese ma vivono da diverso tempo in Italia. Grazie ai loro gesti, alla descrizione della loro quotidianità e dei loro sentimenti, Dal tuo terrazzo si vede casa mia diventa la porta sul mondo per permettere a ognuno di essi di raccontare un pezzo di sé, di cosa significhi vivere in un paese pur avendo origini diverse ma soprattutto, più in generale, di cosa significhi vivere in Italia, oggi. È un modo, quello di Elvis Malaj, di portare nero su bianco personaggi irrequieti focalizzati sui propri problemi ma che tentano di dare un significato – qualunque esso sia – a uno spazio – tempo che non comprendono, a un momento della loro vita non ancora ben chiaro seppur poco circoscritto e totalmente caratterizzante per le loro vite.

Quando guardava il soffitto Mrika vedeva oltre; vedeva se stessa, pensava a ciò che avrebbe o non avrebbe fatto, progettava i giorni. Quella mattina, però, nel soffitto non riusciva a vedere niente.

Dal tuo terrazzo si vede casa mia sembra avere il desiderio di descrivere l’Italia vista dal fuori eppure viene raccontata da chi ogni giorno ci vive, con i propri sentimenti e le proprie paure, portando in scena personaggi tormentati e sull’orlo di una crisi (di nervi ma pure psicologica). Elvis Malaj, inoltre, ha un occhio molto attento alla figura femminile, rappresentata spesso come un personaggio da temere a causa del suo carattere forte e deciso.

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Per trasformare la propria opera in un libro sincero, Elvis Malaj (classe, 1990) ha scelto uno stile di scrittura dal tono fresco, nuovo, spontaneo ma soprattutto ricco di descrizioni pungenti, reali, sempre attenta ai dettagli, compresi quelli più scomodi. A rendere ancora più fluida la lettura sono i molteplici riferimenti ironici, la mancanza di filtri che si concentra soprattutto su attimi e attese in cui i personaggi dei racconti sono concentrati sulla ricerca di sé senza mai trovarsi.

Dal tuo terrazzo si vede casa mia, così, si trasforma in un libro sull’importanza delle radici e delle tradizioni, sì, ma anche su come, tutto sommato, siano solo ed esclusivamente le persone a fare dei luoghi ciò che sono. Qualsiasi nazione d’origine essi abbiano.

 

Leggendo #162 – Lo straordinario

Lea se ne va da Milano. Una la può anche giudicare male per questa scelta, lo si può capire, eppure tutto questo traffico, questo continuo correre, questi festini ogni venerdì sera non sono poi tutta questa meraviglia. Lea quindi se ne va, arriva un momento della sua vita in cui tutte le certezze cadono, lo stage termina, l’amore di una vita si trasforma in una tragedia – o, meno teatralmente, in un tradimento – e quindi Lea se ne va nell’hinterland milanese, dove tutto costa meno e senza un lavoro può cominciare a dedicarsi ad altro, a un sogno di una vita o quanto meno a capire quali sogni inseguire. Lo Straordinario di Eva Clesis, edito da Las Vegas Edizioni, inizia così e continua con un trambusto dopo l’altro.

Perché l’andarsene da Milano di Lea è solo l’inizio di un’avventura unica, di quelle che capitano una volta nella vita. Basta stage sottopagati, addio mondo del lavoro in cui le capacità non sono riconosciute e gli errori non accettati. Lea se ne va nella periferia, quella più grigia, e trova un condominio di profumi, di fiori di sambuco e vicini fin troppo amorevoli. È Lo Straordinario, un insieme di piani e palazzine che fanno tutte capolino su di un giardino e diversi spazi comuni fra cui la libreria e il caffè. Un condominio, Lo Straordinario, che pare più un paesello, una piccola realtà dove tutti si conoscono, ti fermano per le scale e ti trascinano nell’orto a costruire piccole serre. Siete confusi? Anche Lea lo sarà quando arriverà nella nuova casa arredata di tutto punto e accolta da un aperitivo dedicato a lei seguito poi, nei giorni successivi, da altrettanti brindisi a fine giornata alternati da “incombenze”, neanche fossero corvée. Ma quale sarà il motivo che si cela fra tutte queste attenzioni? Cosa si nasconde nella vita di due apparenti proprietari di casa di mezz’età? 

IMG_5954Il romanzo di Eva Clesis, così, si trasforma presto in una favola moderna, una lettura per superare i cieli grigi o l’afa milanese arrivata quest’anno fin troppo in anticipo. Quella di Lea è la storia di chi cerca di riprendere ciò che è suo, in cui vorrebbe dimenticare quella sensazione di eternamente fuori posto sognando poi di diventare “la regina del mondo che vuoi”.

Un po’ Breaking Bad, ma in una versione più vicina alla sit-com, Lo Straordinario è la lettura che per qualche ora vi farà vivere piccole avventure fuori dalle righe. Il tutto rigorosamente al femminile.

Leggendo #161 – Parlarne tra amici di Sally Rooney

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Di Parlarne tra amici, meglio ancora in lingua originale Conversations with friends, se ne sta parlando tanto, tantissimo, e non si stenta a crederlo. Sally Rooney, con i suoi 26 anni, sta girando il mondo con il suo primo romanzo e con una storia che ha come protagonista le relazioni, quelle che girano attorno all’amore e all’amicizia e che spesso terminano in un pasticcio di sentimenti. La scrittrice irlandese è stata nominata dal Sunday Times come Best Young Writer 2017 e infatti quello di Sally Rooney è davvero un libro che scava a fondo rimanendo in superficie, è una lettura di quelle che ti prendono e ti trascinano via obbligandoti poi, a distanza di qualche giorno, a continuare a pensare a Frances e Bobbi, a Melissa e Nick, e a quel gran casino che possono fare i nostri cuori ma, soprattutto, le nostre menti.

Frances e Bobbi, un’amicizia o un amore che non termina mai

Due ventenni, Frances e Bobbi, sono state innamorate l’una dell’altra. Si sono amate ma hanno deciso a distanza di anni di trasformare la loro relazione in altro, di fare un passo indietro e dire all’amore di diventare una grande amicizia, sostenuta anche da un progetto speciale legato a una loro passione, lo spoken word. La mancanza di matericità del loro progetto, delle poesie mai su carta ma solo raccontate a voce alta, è forse un indizio di quello che la loro relazione è: non più amore ma un’amicizia, non più un legame esclusivo ma ancora saldo e difficile a confrontarsi con altri e, soprattutto, con un certo tipo di temi e conversazioni.

Nick e Melissa, una relazione deragliata

Frances e Bobbi incontrano Nick e Melissa, una coppia con dieci anni più di loro. E qui le cose si complicano perché c’è della chimica, come si suol dire, e Frances si ritrova attratta da Nick mentre Bobbi da Melissa e tutto sembra diventare un vero disastro, soprattutto quando Nick pare contraccambiare le attenzioni della protagonista. Parlarne tra amici, da questo punto della narrazione, diventa soprattutto tradimento. Di amori, sì, ma anche di amicizie e soprattutto di valori. A tradirsi, poi, è innanzitutto Frances, la protagonista, che cercando di capire la propria identità si ritrova a fare i conti con il passato, a cercare di spiegarsi l’amore e a farsi domande platoniche sulla propria esistenza e il vero significato della parola relazione.

Cosa è l’amore?

Sally Rooney con Parlarne tra amici apre spiragli sul mondo delle relazioni cercando di non dare risposte ma portando a far riflettere il lettore su dubbi pressoché amletici ancora irrisolti, portando sulla carta questioni come l’accettazione del sé, la mancanza di fiducia nel proprio io che per questo viene spesso ricercata in chi ci sta vicino, ogni volta in una persona nuova che sappia esprimere al meglio chi siamo. Sally Rooney, infatti, sembra voler raccontare come spesso si cerchi di capire se stessi in modi però fin troppo complicati, evitando la comprensione di sé attraverso infinite riflessioni ma preferendo raggiungere anche solo un poco di consapevolezza con un tentativo bizzarro di cognizione, cercando il proprio sé negli altri e scegliendo di amare una persona piuttosto che un’altra in base a ciò che la persona vicina fa emergere in noi.

Adoravo quando era disponibile in quel modo, quando la nostra relazione era come un documento Word che stavamo scrivendo e editando insieme, o un lungo private joke che nessun altro poteva capire. Mi piaceva avere la sensazione che fosse il mio collaboratore. Mi piaceva pensare a lui che si svegliava di notte e pensava a me.

Le parole che scivolano via a braccetto con la tecnologia

Frances e Nick, così come Melissa e poi Bobbi, si parlano molto ma soprattutto si scrivono. Lunghe email e messaggi in chat compaiono qua e là fra le pagine di questo romanzo lasciando spazio persino a Tinder, in un incontro occasionale finito apparentemente molto male. Sally Rooney pare voler raccontare come la tecnologia stia cambiando i rapporti o, forse, nemmeno troppo. Perché in un’email possiamo tentare di esprimerci come vogliamo, nascondendoci al sicuro dietro le parole, ma il faccia a faccia è comunque inevitabile e lì Frances non è più così forte come dietro lo schermo di un pc: dal vivo si scioglie al sole, come in quelle giornate di agosto in Francia con Nick. Parlarne tra amici è quindi un libro che racconta i legami ma che tenta di raccontare anche un frammento di società, quell’élite di poeti, scrittori, redattori e fotografi che parlano tanto di collettività ma che restano comunque a guardarla da lontano, senza farsi toccare, lasciandola scorrere sotto i loro occhi e l’ego delle loro parole.

Parlarne tra amici è uno di quei libri che delude solo quando davvero si vuole essere delusi. Le atmosfere sono così palpabili, le ambientazioni creano spazio-tempo reali come quelli in cui la cotta si trasforma in amore e viene descritta fra le onde di una vacanza in Francia ad agosto o come il malessere che può nascere dalle proprie viscere quando si torna in città, a Dublino, e la pioggia continua a scendere placida, senza fermarsi. Come le domande che continuano a rincorrersi nella propria testa trovando solo temporanee risposte.

Leggendo #160 – La carne di Emma Glass

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C’era una volta la parola comfortable

Le infinite possibilità delle parole sono troppo spesso sottovalutate e così tutto il mondo della traduzione. Prendete per esempio la parola comfortable. Piccola e rotonda, comfortable significa comodo, confortevole ma esprime anche, e soprattutto, quella sensazione di sentirsi a proprio agio, nei propri panni, una percezione che in italiano si descriverebbe con un giro di parole incredibile. In inglese, invece, è sufficiente un termine per esternare quella sensazione troppo spesso dimenticata e davvero poco presente nella vita, quantomeno in quella di chi si aspetta sempre un parere altrui. Il motivo di questa premessa? Un anticipo di quello che ci ha raccontato Emma Glass che ha utilizzato proprio la parola comfortable per descrivere il suo modo di scrivere, di avvicinare le parole fra loro per dare vita al suo primo romanzo, Peach, in Italia La carne. Edito da Il Saggiatore e tradotto da Franca Cavagnoli, il primo romanzo di questa giovane infermiera pediatrica è un fulmine a ciel sereno, una fiaba – incubo decisamente reale e quasi una sinfonia di parole che aggrovigliandosi fra loro raccontano una violenza e un percorso verso lo spolpamento.

Cosa è La carne

Peach, una pesca, viene aggredita da una salsiccia. Non dice niente a nessuno, torna a casa perdendo pezzi di sé che tenta di ricucire da sola, seduta sul pavimento del bagno con ago e filo in mano. Una metafora? Non necessariamente. Ogni ferita è una lacerazione, un continuo tentativo di dimenticare quella sensazione terribile che cresce nel ventre, quel guscio freddo e così diverso dall’esterno da rendere tutto necessariamente viscerale. Emma Glass non racconta una storia, non necessariamente appunto. Ne’ La carne si gioca soprattutto con le parole, con la loro musicalità, con il loro effetto e potere di esporre conseguenze, disgusti e profondi squarci. Come le macchie di grasso di una salsiccia lasciate sul vetro di una tavola calda e Peach che le vede e ne rimane terrorizzata, La carne racconta un incubo a occhi aperti che ritorna per essere rivissuto infinite altre volte.

Quello di Emma Glass non vuole essere un horror, non di certo quel genere inseguito spesso dai ragazzini durante l’adolescenza – Emma inclusa. Quello della scrittrice non è un amore per il macabro ma semplicemente quella parte di sentimento che non viene facile raccontare. È trasformare le parole in musica, farsi ispirare da sillabe che vanno a braccetto e farsi guidare dal loro suono, dalla naturalezza con cui le parole si trovano, componendo frasi, paragrafi e, nel caso di Emma Glass, anche capitoli, che in La carne si sono inseguiti per dieci anni.

E dieci anni è un arco temporale discretamente breve ma incredibilmente lungo, in cui però Emma Glass ha continuato a rileggere ad alta voce le sue frasi, per cercarne il suono migliore, non la storia ma la musicalità composta da frasi brevi, concise, tronche. Nella letteratura lo chiamano flusso di coscienza, io lo vorrei definire infinite possibilità delle parole di raccontare.

Non posso crescere. Non posso contenere la benché minima anima. In questo nocciolo me ne starò. In questo nocciolo me ne starò. In questo. In questo. Nocciolo.

Scrivere mentre il tempo passa

La carne, così, è diventato col tempo un centinaio di pagine e poco più, paragrafi che non vogliono essere criticati nel senso letterario del termine, come quando si studia letteratura e ogni frase viene ripresa per essere diagnostica, neanche avesse una malattia nella quale cercare il significato più recondito per avvicinarsi sempre più alla vera essenza dell’essere. Dai primi studi di letteratura, poi abbandonati, Emma Glass ha imparato che le parole, per lei, sono suoni, non interpretazioni. E ciò ha ancora più senso in La carne  perché scrivere una storia in un decennio può significare tantissime cose, può sembrare l’inizio di qualcosa fatto per gioco e ritrovarsi poi a darsi scadenze giornaliere, con una coinquilina che ti regala dolcetti per ogni paragrafo scritto. Questa può essere la storia di tanti e in particolare di Emma Glass, viso dolce e animo forte.

La carne è un libro femminista?

Emma Glass se ne è accorta solo ora, quando il libro è già nelle librerie, che la sua protagonista può essere un’eroina del nuovo mondo. Il suo scrivere di Peach è stato necessariamente un modo per liberarsi da qualcosa, di raccontare il corpo, composto dalle sue parti più tenere e crude. L’accostamento con il cibo ha permesso di scegliere un linguaggio più diretto e spontaneo, forse ispirato anche dalla naturalezza con cui si esprimono i bambini con cui ogni giorno la scrittrice trascorre le sue giornate al lavoro e di cui ammira l’immediatezza. E la pesca, per la sua morbidezza e il guscio all’interno, è un frutto dagli infiniti connotati, tali da renderla la protagonista perfetta di questa storia.

Tutto ok? Sembri distratta. Sto bene, grazie, è solo che non mi piace la pelle, scribacchio sotto le sue zampe di gallina. Poi lui mi scrive Ma perché se la tua è così bella, e io divento rossa perché sono enorme e faccio schifo e lui non lo vede.

Come leggere La Carne

Sarà naturale cominciare a leggere La carne cercando metafore, rincorrendo i capitoli cercando il significato più nascosto e sperduto. Vi ritroverete poi, a fine lettura, a convincervi che non c’era bisogno di trovare tutti quegli infiniti significati: a volte le cose sono esattamente come le si leggono.