Di cosa ho imparato dalla rottura tra Angelina Jolie e Brad Pitt feat altre cose.

Di cosa ho imparato dalla rottura tra Angelina Jolie e Brad Pitt in questo martedì 20 settembre 2016.

Cominciamo dal fatto che tutto questo non l’ho scritto ma l’ho dettato mentre guidavo al tramonto, tornando verso casa, in uno scenario molto idilliaco e romantico, lo so. Vi sottolineo questo dettaglio perché dovreste immaginarvi queste righe come una conversazione che viene fatta in auto mentre i chilometri si sommano l’uno con l’altro, uno di quei discorsi che si fanno con i finestrini abbassati quando le parole volano di qua e di là spinte dal vento e quindi uno dice una cosa intendendone un’altra e così via.

Dicevo, quindi: di cosa ho imparato dalla rottura tra Angelina Jolie e Brad Pitt.
Che l’amore vero non esiste. Che sempre e comunque, in ogni caso, è meglio essere una Jennifer Aniston che piange per sempre per il suo Brad Pitt piuttosto che pensare di aver trovato l’amore e rimanere a piedi. Troppo cinico, vero? Ricominciamo.

Di cosa ho imparato dalla rottura tra Angelina Jolie e Brad Pitt.
Beh, ho imparato che JENNIFER ANISTON TEAM FOREVER.
Che la ruota prima o poi gira.
Che gli imprevisti son sempre lì dietro l’angolo.
Che comunque vada prima o poi la cosa bella arriva.
Che anche se ti ritrovi da sola a piangere nel tuo letto per ore e ore, e giorni e giorni, e settimane e settimane, e mesi e mesi ascoltando Skinny Love di Bon Iver per altrettanto tempo poi però le cose belle accadono realmente.
Che comunque il karma esiste.
Che non è sufficiente essere carine con le tette grosse ma bisogna avere anche un cervello.
Che le cose belle, quando accadono appunto, poi le vuoi raccontare.
Che in ogni caso chi la dura la vince.
Che se la strada è sempre in salita, almeno il lato positivo è che ci si fa i polpacci e le chiappe sode.
Che tanto vale essere la mollata perché, come dicevo, la ruota gira.

E non è questione di essere felici delle disgrazie altrui ma felici che cambino i ruoli, che ogni tanto una piccola soddisfazione ce la si vuole anche concedere che poi domani magari nulla cambia, o magari sì, ma in ogni caso lo stesso tramonto che si vede ogni giorno per quel decimo di secondo ha un significato diverso.

Che ogni inizio è una fine e viceversa.

Che è il 20 settembre 2016 e fra otto giorni compio 26 anni ma io in questo momento sono con Jennifer Aniston a bere vino a volontà.fullsizerender

Leggendo 132 – La vita con Mr. Dangerous

Avete presente i quadri di Hopper? Quelli dove i protagonisti paiono percorrere chilometri nella loro mente come se stessero cercando in qualche modo una via d’uscita sperando di ricevere risposte a tutti i loro perché fissando l’orizzonte o più spesso il vuoto? Ecco, La vita di Mr. Dangerous di Paul Hornschemeier è un Hopper lungo 160 pagine, dai colori accesi ma opachi, dalle pagine ruvide ma sincere, dalla copertina cartonata colorata che è una meraviglia guardarla fra gli scaffali sapendo poi che le sue tavole nascondono segreti e verità che sono noi. È che l’ultimo lavoro edito da Tunué è davvero tutto ciò che si nasconde da sempre nei giovani di tutte le generazioni e io per raccontarvelo vorrei portarvi altrove, a bordo di un’automobile che viaggia verso casa la notte tardi, perché c’è qualcosa nel tornare a casa in auto la sera che cambia tutto.

I preparativi sono semplici: mettersi al volante, cercare la playlist perfetta (sempre più spesso la più triste e malinconica) e poi partire. È che scegliere di mettersi alla guida la sera, quando il sole se ne sta andando e la notte corre veloce per arrivare dove stai viaggiando, è scegliere di farsi condurre dai fari che illumineranno solo ciò che è veramente necessario per lasciare nelle tenebre tutto ciò che ti circonda. È una sensazione che solletica il corpo, fidarsi di due fanali e scordarsi di tutto ciò che c’è realmente attorno, pensare solo a evitare le buche che potrebbero comparire improvvise e a chi si potrebbe nascondere dietro la curva, fermo in mezzo alla corsia con le quattro frecce. È che in qualche modo guidare la notte rende tutto più semplice: non bisogna pensare ai problemi perché ci si concentra su gesti ormai abitudinari. La prima, poi la seconda, arrivi in terza e di nuovo a scalare che quel pazzo davanti a te sta frenando. Quando si è alla guida si lascia correre sulla propria pelle ciò che non vorremmo vedere o sentire proprio come Amy, la protagonista de’ La vita con Mr. Dangerous, che pare scegliere di vivere la sua esistenza come un eterno viaggio nella notte, senza scegliere, lasciandosi solo guidare dai fari.

img_9762Tra le cose belle di La vita di Mr. Dangerous c’è che questo fumetto inizia subito, la storia la puoi prendere al volo. È così che scopriamo essere il ventiseiesimo compleanno di Amy e che il giorno prima del tuo essere più vecchia di un anno non le ha portato davvero quelle gioie ed entusiasmi che tutti si aspettano quando ogni dodici mesi arrivano i festeggiamenti, quando si finge di non voler nulla in regalo e invece si vorrebbe anche solo una piccola dimostrazione d’affetto fatta con il cuore. Amy sa di non doversi aspettare nulla di che tanto che per convincersene vorrebbe scordarsi di quel giorno dell’anno che la rende più speciale. Il problema di Amy, sostanzialmente, è che mentre guida e mentre vive non vorrebbe smuovere nulla di ciò che le sta intorno, non vorrebbe scoprire cosa si nasconde sotto gli strati di polvere che le si sono accumulati sopra il cuore e l’esistenza intera.

Perché Amy ha un lavoro che non ama, un gatto che miagola spesso e una madre sempre preoccupata. Amy è tutti noi che siamo lì, a fare qualcosa che non amiamo ma nemmeno odiamo, a capire cosa potrebbe accadere nella nostra vita ma senza metterci mai davvero in gioco. Vorrebbe vivere, Amy, ma non lo fa: non ne ha voglia. Perché farsi deludere ancora?

… e una dovrebbe mantenere un approccio positivo sapendo che la gente non fa che farsi cose orribili a vicenda?

La vita potrebbe cambiare, qualcuno potrebbe entrare a farne parte e rompere i cardini delle abitudini ma perché lasciarglielo fare? Amy si pone tutte queste domande e noi con lei perché ne’ La vita di Mr. Dangerous si riassumono tutte le paure di generazioni e generazioni, i timori che sono i più umani e i più sensibili ovvero quelli difficili da raccontare ma certamente provati. Nell’opera a colori di Paul Hornschemeier ci sono tutti questi momenti ma soprattutto c’è un particolare che ora è così caratteristico nelle nostre vite tanto che non ci rendiamo conto di quanto fosse diverso solo alcuni anni fa.

Sto parlando delle serie TV e dell’amore che ognuno di noi ha cominciato a maturare per personaggi fittizi che hanno iniziato a far parte delle nostre vite. Siamo abituati a divorare stagioni e stagioni, a scandire i giorni con il numero di puntate viste, aspettando il weekend per fare una maratona e maledicendo la stanchezza in settimana che non ci permette di lasciarci fermi sul divano a farci passare vite addosso. Eppure ciò non è stato sempre possibile: Amy fa parte di quel periodo in cui ancora non c’era il servizio di streaming e quindi capitava di guardare ciò che il palinsesto proponeva, repliche di episodi passati in attesa di nuove puntate della stagione preferita. Nonostante ciò Amy si fa cullare dagli episodi già visti e soprattutto dal suo personaggio preferito, Mr. Dangerous, che tante volte ci ho pensato a cosa mi sarebbe accaduto se ci fosse stato Walter White a farmi compagnia in certe nottate perse a pensare ai mille perché con quell’espressione sul volto tipica di quei quadri di Hopper di cui si parlava prima.

Quello di Paul Hornschemeier si può definire così un lavoro meticoloso, una ricerca laboriosa di tutto ciò che la mente elabora quando ci si ritrova a pensare se si è felici e se mai si potrà esserlo davvero trasformando così La vita di Mr. Dangerous in un’opera raffinata, fragile ma incantevole. Un piccolo uragano che smuoverà le vostre vite e che a fine lettura vorrete abbracciare e stringere al vostro petto, proprio come fareste con il personaggio della vostra serie tv preferita dopo il gran finale.

Gate numero 25

Stava tornando.

Nel terminal le voci si coprivano l’una con l’altra. Entusiasmo e noia e rabbia si alternavano davanti al gate numero 25 ma nelle sue orecchie il tutto era solo un ronzio lontano, un sibilo insistente ma secondario che non riusciva a distrarla dai suoi pensieri tutti presi dal fatto che sì, effettivamente, stava tornando.

Il fatto è che non l’aveva realmente deciso: è stata una semplice reazione, forse l’istinto o soltanto la sopravvivenza. È successo che quel giorno si era svegliata e aveva capito che doveva tornare, non poteva più restare là a sperare che le cose si sarebbero sistemate da sole. Il problema però, mentre stava al gate numero 25, è che quasi certamente le cose non si sarebbero mai sistemate davvero, ripresentarsi da dove era partita forse non era la soluzione migliore ma dopotutto lei che altro avrebbe potuto fare? Non riusciva ad immaginare altre soluzioni ed era proprio per questo che stava tornando.

È la stessa sensazione che si prova quando tutte le persone che si incontrano paiono nate e cresciute per fare ciò che stanno facendo in quel determinato momento, adatti per quella situazione che forse non è davvero ciò per cui sono nati ma dove ci si muovono bene, come se il destino l’avesse deciso per loro e loro, d’accordo con lui, l’avessero seguito. Per lei, invece, l’unica certezza è che tutto funzionava diversamente. Si sentiva perennemente capitata per caso, una conseguenza di qualche sì e qualche no che spesso, oltretutto, hanno espresso altri per lei. Potrebbe chiamarlo un presente non troppo soddisfacente o semplicemente poco guidato, qualcosa che non riusciva a gestire e che in qualche modo la stava portando all’ultima conseguenza più improvvisata ovvero che stava tornando.

Molto probabilmente alcuni li chiamerebbero fallimenti ma lei, mentre stava al gate numero 25, preferiva chiamarli “doveva andare così”. Aveva riempito due valige alla bell’e meglio, aveva cercato di non dimenticare nulla ma soprattutto aveva cercato di capire quale fosse il profumo dominante, se quello del luogo che stava lasciando o quello in cui stava tornando.

Perché spesso è più facile far scegliere al caso. Si vivono mesi lontano da tutto senza capire bene cosa sta accadendo al proprio corpo. È come se il proprio cuore diventasse di pietra e lei lo sentiva sotto la sua pelle che stava perdendo qualsiasi curiosità e interesse, tutto ciò che sostanzialmente non voleva perché desiderava ancora sentirlo battere, quel cuore, sentire carne e cuore e cuore e carne rincorrersi nelle sue vene, sempre più veloci, sempre più forti ed era anche per questo che stava tornando.

Era al gate numero 25 e al suo fianco c’era questa coppia. Lei era distratta da qualcosa, era decisamente infastidita da non sa bene cosa. E lei, che stava tornando, glielo voleva dire all’infuriata che non era il caso di prendersela per quella piccola cosa che lui, nel frattempo, aveva sicuramente già dimenticato, che non ne valeva la pena di stare a mettere i puntini su tutte le i perché poi, mesi dopo, si sarebbe ritrovata a doverci riflettere sopra per settimane, o forse mesi e addirittura anni, e non ci sarebbe stato nessuno da incolpare se non quei brevi istanti in cui la mente divagava ma il corpo restava lì, davanti a lui, mentre tutto spariva, qualsiasi collegamento e qualsiasi contatto. Lei avrebbe tanto voluto cambiarle, quelle cose, avrebbe tanto voluto dirle cosa sarebbe successo, che quelli son modi che poi ti spingono a fare cose che non avresti mai voluto fare come lei che, ancora non ci credeva, stava tornando.

È che ripeterselo sembrava un ottimo metodo per convincersi o anche solo capire che era la scelta corretta ma al gate numero 25, sommersa dagli entusiasmi di chi parte e dalla tristezza di chi torna, non sapeva da quale parte stare perché quando casa diventa sia l’andata che il ritorno tutto si complica, tutto si incrina, tutto diventa così sottile e delicato che l’unica cosa che vorrebbe fare è sdraiarsi sul proprio letto, non sa più di quale casa, e scrivere tutto quello che le passa per la mente in quel momento perché è certa che una volta a casa, quella del ritorno, si sarebbe dimenticata tutte quelle emozioni che le stavano scuotendo il corpo mentre stava tornando.

Arrivano le hostess, la fila comincia a muoversi. Lei è lì, al gate numero 25: o scappa ora o non scappa più. Sono millesimi di secondi in cui la sua testa dovrebbe decidere tutto e invece è paralizzata dal fatto che, ormai è evidente, stava tornando.

Stava tornando davvero.

Stava tornando 2.jpg

 

(Questo racconto è stato pubblicato su Casa di Ringhiera). 

Leggendo #131 – Questa è la mia casa

Metti un pomeriggio al lago con le onde che fanno ballare le barche e il cigolio del ponte a cui è aggrappata la corda che tenta di non fare scappare la piccola barchetta blu. Metti questa nuova ossessione per i racconti, che dopo che si è letto Le cose che non facciamo di Neuman, vorresti leggere tutto ciò che c’è al mondo che è stato scritto e concentrato in poche pagine. Metti poi di avere questa raccolta sul comodino da tanto tempo, quasi in attesa del momento perfetto ed ecco, finalmente, che quel momento è arrivato.

FullSizeRender 2Anche Questa è la mia casa, la raccolta di racconti di Paolo Bottiroli (Edizioni La Gru), è un insieme di tante cose semplici, perlopiù di quei sapori e profumi che ci circondano soprattutto durante l’estate, quando si ha più tempo per pensare perché ci sono le vacanze ma non sempre si può cambiare aria e quindi si rimane a casa, fra le proprie mura, a pensare a infiniti dilemmi e al fatto che sì, è stato proprio un bene aspettare agosto per leggere questa raccolta in riva al lago.

In questi racconti ci sono momenti scolpiti nel tempo ma soprattutto sensazioni a partire da Questa è la mia casa, il racconto che dà il titolo alla raccolta, che sostanzialmente è un tuffo nell’infanzia. È tra questi paragrafi che si trovano le stesse paure e curiosità che si provavano da bambini, quando si vedevano arrivare in città le carovane dei gitani e si voleva sapere tutto della loro vita in giro per il mondo ma allo stesso tempo li si guardava impauriti perché della loro abitudine a girovagare non si sapeva poi davvero molto.

Ne’ Le chiavi di Mattia, decisamente il mio racconto preferito, c’è invece la dolcezza e la preoccupazione di chi è innamorato e vuole dimostrare ad ogni costo qualcosa alla persona amata, quando si aspetta quell’occasione unica per mettersi alla prova e ci si ritrova a chiedersi come vive la persona che si ama dentro le sue mura, quando nessuno la vede, per poi finire davvero in quella casa ma senza di lei e sentire una sensazione assurda, come incontrare mille suoi fantasmi.

Le emozioni e i sentimenti, se ancora non si fosse capito, si rincorrono sempre più veloci fra i racconti (da leggere e riassaporare più volte Le agende del nonno e Una cosa dopo l’altra) ma tra i protagonisti di questa raccolta di Paolo Bottiroli c’è anche la storia, quella che ha conosciuto l’Italia negli ultimi decenni, ma soprattutto i tantissimi viaggi a cui Paolo Bottiroli ha regalato le pagine più sentite. Tra uno scorcio a Parigi e infiniti fra i monti, i personaggi che viaggiano in questa raccolta hanno sempre uno zaino, poche cose con sé perché ciò che veramente conta sta in ognuno di noi, dentro quell’organo che non smette mai di battere giorno dopo giorno, anche quando l’amica di cui ci si è innamorati ha trovato un altro amore, anche quando il ricordo di un momento dell’infanzia torna in superficie come fosse accaduto il giorno stesso.

E si sta al lago, sì, ma a a portarci al largo, con Questa è la mia casa, sono proprio i ricordi.

Leggendo #130 – Run River

Avete presente quelle scene nei film in cui il protagonista ha la pistola in mano e all’improvviso preme il grilletto e il proiettile parte e la telecamera si sofferma proprio su questo dettaglio, sceglie di mettere a fuoco la pallottola e lo fa a rallentatore, seguendone il percorso per arrivare, frame dopo frame, al corpo di quella che sarà la vittima? Ecco, Run River, il primo romanzo di Joan Didion da pochi mesi nelle librerie grazie a Il Saggiatore, è proprio questo: un proiettile a rallentatore, un romanzo lungo un eterno sparo.

Voleva restare e voleva essere altrove.

Siamo in California, la terra di Joan Didion. Siamo Martha, la protagonista che un giorno potrebbe diventare Marìa di Prendila così, ma siamo più spaventate e soprattutto circondate da molti più personaggi tanto che la scrittrice americana pare, per la prima volta, non sapere quali far parlare fra loro. Ed è giusto così perché questo, appunto, è il primo romanzo di Joan Didion, scritto nel 1963, e completamente intriso di casa, di quella sensazione che si ha quando si sta cambiando aria ma si vorrebbe restare nelle proprie quattro mura, al sicuro.

“Non è nessuno. Alle volte io non voglio sposare nessuno. Ci sono pomeriggio in cui sono sdraiata sul letto e la luce filtra dalle persiane, e penso che non vorrei mai lasciare camera mia.”

Run River, poi, con i suoi personaggi è soprattutto tutto ciò che verrà della scrittura di Joan Didion. Ancora non ci sono la profondità e le forte emozioni nascoste fra le righe de’ L’anno del pensiero magico ma ci sono tutti i presupposti di una scrittura destinata a evolversi, a crescere, a maturare e diventare quella di una scrittrice pazzesca che come poche sa destreggiarsi sia nella narrativa che nella saggistica. Le atmosfere e i dialoghi si alternano sullo sfondo di una città calda e così vivida che pare di viverla davvero sulla propria pelle in quest’estate milanese passata sui mezzi pubblici a leggere di una terra solo relativamente lontana mentre il sole brucia la pelle di Everett come brucia la mia.

IMG_9121Essere innamorata di Joan Didion, lo ammetto, rende tutto un poco più confusionario perché è l’entusiasmo a leggere queste pagine, il desiderio di rintracciare fra i paragrafi ogni piccolo dettaglio che porta a quella che è diventata, ormai, una delle mie scrittrici preferite. È che leggere Run River è anche voler scoprire come si diventa così immense, come si riescono a trasformare parole in mondi vividi e laceranti, i personaggi in persone che con i loro problemi e le loro preoccupazioni diventano praticamente reali perché nel mondo di Joan Didion son sempre loro, gli uomini e le donne, a scrivere il romanzo con le loro vite e, soprattutto, con il loro mondo racchiuso nella loro mente e che la scrittrice americana riesce a portare su carta in un modo strabiliante.

L’unica cosa reale era stato lo sparo e lo sentiva ancora, aprirsi una breccia attraverso gli anni passati, vorticando nell’oscurità tra i giochi di quando erano bambini e quelli a cui giocavano ora, tra la bambina che era stata e qualsiasi cosa fosse diventata, seduta sulla sedia da ricamo, sapendo che lui non le avrebbe lasciato risolvere la situazione.
Lasciami fare. Che cosa sta tutto quanto? tutte le promesse non mantenute, le delusioni d’amore e d’onore; (…)

Il ricordo di Run River, anche a distanza di giorni e settimane, sarà questo lunghissimo sparo, sarà una notte d’estate con le finestre aperte, mentre si aspetta di spegnere la luce sul comodino che a malapena illumina un quarto di stanza. Sarà un mondo tutto da scoprire e che continuerà a rimanere ignoto perché dentro la nostra testa, purtroppo (o fortunatamente), ci siamo solo noi.

Leggendo #129 – Le cose che non facciamo

C’è una cosa che facevo sempre da bambina quando andavo in spiaggia e che mi sono ritrovata a fare qualche giorno fa, in riva al mare dopo anni, mentre le onde mi sballottavano di qua e di là. Questa cosa che facevo e che son tornata a fare è osservare le coppiette nel senso che quando mi trovo in spiaggia proprio mi metto a fissarle e non riesco mica a levare lo sguardo se non quando cominciano a guardarmi imbarazzate o indemoniate. Da piccina era innocente curiosità, voglia di capire cosa succede ai grandi che si muovono in una complicata ma affascinante vita; ora è semplicemente un modo per avere conferme su come l’ottanta per cento delle coppie che ci sono al mondo dovrebbero semplicemente dirsi addio, studiarle in un habitat come la spiaggia dove tutti si mostrano così come sono realmente (in tutti i sensi) per poi disegnare una riga fra loro, le coppiette, per far capire che uno dovrebbe stare di qua e uno di là da quella cosa invisibile ma presente a meno che entrambi non vogliano cancellare insieme quella linea e capire cosa sbagliano o come potrebbero amarsi meglio e quindi stare davvero vicini e davvero insieme. Questa divisione, questa separazione aleatoria eppure così simbolica, è la protagonista di uno dei meravigliosi racconti che si trovano in Le cose che non facciamo di Andrés Neuman, una raccolta portata in libreria da Edizioni Sur che una volta in spiaggia vorrete leggere e rileggere un’infinità di volte.

Pensandoci bene, non so cosa sia più grave: non accorgersi di certe cose o accorgersene e non fare niente. Proprio per questo, capisci, ho tirato quella riga. È infantile. È brutta e piccolina. Ed è la cosa più importante che io abbia fatto quest’estate. [Una riga sulla sabbia]

Ma facciamo ordine.

Ne’ Le cose che non facciamo di Andrés Neuman ci sono tante cose, infinite. Non sono nemmeno centocinquanta pagine ma quando arriverete alla fine (molto presto) capirete che la sola cosa che vi rimane da fare è tornare indietro, alla copertina del libro, per ricominciare la lettura di ogni racconto, magari in ordine sparso, ma con la necessità di rivivere ogni paragrafo, se non ogni parola, sulla vostra pelle. Perché i racconti dello scrittore di origini argentine scavano ovunque, in ogni fragile contesto che si incontra ogni giorno, e si diramano in qualsiasi ambito che sta fra la vita e la morte ma soprattutto la prima, quella cosa che ingarbuglia ogni istante in cui si decide di vivere e che rendono complicato ma meraviglioso questo mal d’animo quotidiano.

Un po’ vago, vero? Ci riprovo.

Ne’ Le cose che non facciamo di Andrés Neuman c’è un riferimento a Bachelard e al fatto che secondo il filosofo della scienza francese ci sono posti che sono un tempo. Non c’è distinzione fra oggi e domani quando un posto è stato vissuto sia ieri che oggi: quel posto resterà oggi e il domani non arriverà mai.

Non c’è niente di più disordinato che tralasciare di scrivere quel che accade. (…) Se non mi racconto la storia, non capisco che posto occupa ognuno di noi. [Juan, José]

E quindi scrivere diventa la soluzione. Lasciare sulla carta quello che succede ieri e oggi può far capire quanto il domani sia davvero un domani e quanto il futuro stia veramente arrivando oppure si nasconda ancora dietro a un continuo oggi che non cambia mai. Andrés Neuman racconta ciò e molto altro in questa raccolta perché sceglie di narrare quei momenti chiave, quelle piccole cose che si vivono non si sa bene come, quei momenti in cui si pensa a cosa sarebbe successo se si fosse riusciti a realizzare meglio l’accaduto o prevedere l’istante successivo, quei momenti che sono cardini di portoni che si chiudono o si aprono.

Ci rassicura credere che le grandi decisioni si prendano poco per volta, si concepiscano con il tempo. Ma il tempo non concepisce niente. Erode, solamente, sottrae, rompe. [Dopo Elena]

La voglia di rileggere ogni racconto di Andrés Neuman è provocata dal fatto che la sua scrittura nasconde storie fra le parole, crea universi in piccoli mondi sconvolgendo l’animo del lettore che si ritrova completamente disarmato davanti a pagine che tentano di metterlo a nudo, di far risaltare ogni suo piccolo ma grande errore, fingendo ironia e fantasia per parlare di ciò che è reale e vivido, di ciò che non si vuole mai ammettere soprattutto quando c’è di mezzo quella cosa terribile ma indispensabile eppure contraddittoria: l’amore.

Mi piacciono tutti i propositi, dichiarati o segreti, che disattendiamo insieme. È questo che preferisco della vita a due. La meraviglia aperta sull’altrove. Le cose che non facciamo. [Le cose che non facciamo]

FullSizeRenderTra gli attimi che più rimangono impressi di Le cose che non facciamo ci sono sicuramente i momenti di Dare alla luce, un racconto che non ha punti ma solo frasi che si rincorrono virgola dopo virgola per meno di una decina di pagine e che raccontano meravigliosamente come la vera nascita avvenga nel momento in cui due corpi si incontrano tanto che concepimento e parto paiono seguire lo stesso climax in una contorta visione che Andrés Neuman regala in un lungo e intenso paragrafo dal ritmo che vuole rappresentare in modo molto efficace l’ansia, il dolore e la frenesia di istanti così diversi ma assurdamente vicini. Tra le storie migliori, poi, c’è Teoria della stesura, un (quasi) studio sociologico che ognuno di noi può fare dalla finestra della propria casa, fissando i panni stesi dei vicini, analizzando il loro metodo per mettere sotto gli occhi di tutti ciò che generalmente sta nascosto sotto i vestiti, cullandosi con il profumo del bucato fresco che il vento porta fino a noi, cosa che succede realmente se si sta seduti tutto il pomeriggio sul terrazzo a leggere e scrivere e pensare a Andrés Neuman.

Con tre o quattro fili si dovrebbe avere abbastanza materiale per scrivere un romanzo del mistero. È una bella giornata, oggi. Il sole inonda il cortile. I fili del miei vicini sembrano animati, pieni di progetti. Troppi panni per metterne a nudo le vite. I miei fili non si vedono. [Teoria della stesura]

Ci sono così tante cose che vorrei ancora dire di questa raccolta, forse la migliore che io abbia mai letto o di certo amato. Sono tantissime, forse davvero infinite, le parentesi che apre e che chiude, le sensazioni che attraversa e alle quali vuole dare spazio. Il mondo del professore di letteratura latinoamericana è immenso, vuole ridere di situazioni assurde, vuole giocare con contesti veri e circoscritti.

A chiudere Le cose che non facciamo c’è una serie di Dodecaloghi di uno scrittore di racconti, intuiti e pareri di Andrés Neuman su ciò che si dovrebbe fare scrivendo ma soprattutto leggendo.

È molto più urgente svegliare un lettore che metterlo k.o.

Perché il lettore non vuole essere colpito ma solo sedotto. E soprattutto:

Ci sono racconti che meriterebbero di finire con un punto e virgola;

E i tuoi, Andrés Neuman, dovrebbero davvero finire tutti così;

Crespi d’Adda è una discesa

Quando dico che mi sono laureata in giardini storici la gente rimane sempre molto perplessa chiedendosi cosa se ne fa, uno, di una tesi che parla di case con pezzi di terra verde. Su Salt Editions ho voluto un raccontare un frammento di quella storia che andai a cercare, terreni verdi, sì, ma anche il tentativo di dare loro un significato in un’epoca, la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, dove il mondo del lavoro stava completamente cambiando abitudini e persone. Enjoy!

crespi (1)Luglio sta finendo e agosto nemmeno lo si vedrà da quanto brevi saranno le vacanze. Non voglio mettere ansia, sia chiaro, ma si sa che queste cose vanno sempre a finire così: tempo di preparare la valigia e si è già in coda in autostrada al casello con nemmeno la voglia di ascoltare la radio tutta presa com’è dal raccontare il grande ritorno della popolazione italiana alla loro casa dopo il grande esodo delle vacanze. Proprio per mettervi meno ansia ho deciso di lasciarvi un tranquillante, una pillola che si chiama come l’aggettivo peggiore che si può appioppare ai capelli di una giovane fanciulla fissata con la sua folta chioma, uno di quei luoghi che ci vorrebbe un altro Christo per farlo conoscere a chi non si interessa di ciò che sta sotto casa perché alla fine nessuno vuole guardare il proprio giardino perché quello del vicino pare sempre più verde. Pare, appunto.

A pochi chilometri da Milano, dove il fiume Brembo si getta nell’Adda, c’è questo piccolo paesino che dal 1995 sta nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, una cosina che capita tutti i giorni insomma. È in provincia di Bergamo ma sta proprio sul confine delle due province, Bergamo e Milano appunto, ed è stata la sede di un pezzo di storia importantissimo che parlarne oggi, più di cent’anni dopo, pare quasi preistoria e invece è solo un pezzo di antenati a noi vicini, di nonni dei nostri nonni, che hanno vissuto quel periodo assurdo che è stato il primo Novecento.

PhotoCredit: Italia.it
PhotoCredit: Italia.it

Sto parlando di Crespi d’Adda, una discesa verso valle che quando ci si arriva, al cartello di benvenuto, non si capisce subito dove si è finiti. Ci vogliono alcuni passi a piedi, scendendo verso il fiume, per capire che quello è un posto che la storia (fortunatamente!) ha lasciato intatto, un pezzo di ieri che il presente non è riuscito a cambiare e mai ci riuscirà. Non vi sembra già una cosa bellissima?

Per chi non lo conoscesse Crespi d’Adda è nato e cresciuto a partire dal 1875, quando l’egregio Cristoforo Benigno Crespi decise di costruire un villaggio operaio operante nel settore più in voga in quel momento: il tessile. E per certi versi le parole “villaggio operaio” possono suonare terribili e invece il signor Crespi sapeva bene di cosa avrebbero avuto bisogno le persone che sarebbero andate a lavorare nella sua fabbrica e lo dimostrò creando un vero e proprio paesino con tanto di quel verde che c’è proprio da perdercisi.

Perché il legame con la terra, questo è quello che sapeva molto bene il signor Crespi, era necessario per gli operai che per la prima volta nella storia lasciavano il badile e il cielo per rinchiudersi dentro un luogo, la fabbrica, che la storia ha sempre raccontato terribile soprattutto nei primi decenni della sua attività. È per questo che ognuno dei lavoratori aveva bisogno, una volta terminati i turni, di uno spazio verde, di un giardino dover poter continuare quello che intere generazioni prima di loro avevano fatto nella loro vita: coltivare. Banale, forse, ma non troppo.

Quello di Crespi d’Adda è un esempio italiano di ciò che stava accadendo in Europa in anni in cui non si immaginavano ancora le guerre mondiali dei decenni successivi perché c’era solo tanto ottimismo e voglia di lavorare e immaginarsi un futuro migliore, diverso – come sempre – ma con un legame che era la terra, un rapporto che si è trasformato in giardini di diverse dimensioni che stanno nelle case di Crespi d’Adda, dalle più piccole (quelle appartenute agli operai) alle più grandi (quelle per gli impiegati dell’azienda tessile) fino ad arrivare alla casa del signor Crespi che vabbè, era pur sempre il capo e aveva la casa più bella di tutti tanto da farla sembrare un piccolo castello.

PhotoCredit: Crespi D'adda Unesco
PhotoCredit: Crespi D’adda Unesco

Tutte queste scelte dell’imprenditore, poi, si riassumono in bellezze architettoniche che descriverle non è davvero troppo semplice perché c’è il verde, e l’abbiamo detto, ma anche casette studiate nei minimi dettagli e una fabbrica che non ha proprio nulla a che vedere con i nostri prefabbricati grigi e freddi. Quello di Crespi d’Adda, per intenderci, è un mondo che è da visitare, è un viaggio nella storia che vi farà sentire completamente immersi in un mondo sconosciuto che mai avreste immaginato di vedere.

Prendete una qualsiasi domenica da qui a settembre. Prendete uno zaino pieno zeppo di cibo e un telo di qualsiasi colore. Arrivate a Crespi d’Adda e fatevi un picnic nella storia. Sarete talmente disorientati che nemmeno vi ricorderete il significato di vacanze.