Leggendo #139 – Fair Play

Fair Play è il romanzo d’amore più bello che abbia letto negli ultimi mesi, forse anni, e Tove Jansson la scrittrice con l’animo più dolce che si possa immaginare, lei che è la creatrice del mondo dei Mumin e l’autrice di un’opera, Il libro dell’estate, che anni fa non mi diede tutto ciò che mi darebbe rileggendolo ora, il corrispettivo perfetto di quella forza che solo la stagione che ne è protagonista regala ogni anno esclusivamente quando, però, si impara ad amarla.

«(…) Ma cosa avevamo da fare di tanto importante, poi?»
«Il lavoro, probabilmente», suggerì Mari. «E innamorarsi, quello porta via un sacco di tempo. (…)».

Che Fair Play sia stato un colpo di fulmine anche per Ali Smith, l’autrice di L’una e l’altra, non mi stupisce. Come nel famoso romanzo della scrittrice scozzese edito da Edizioni Sur, anche in Fair Play le protagoniste sono due donne, due amiche – amanti con un legame che è tra le cose più meravigliose al mondo perché Jonna e Mari, le protagoniste di questo libro di Tove Jansson portato nelle librerie da Iperborea, sanno vivere e no, non è cosa da tutti.

I grandi cambiamenti comportano sempre grande violenza, è così che funziona, no?

Nelle pagine della scrittrice finlandese, ma appartenente alla minoranza di lingua svedese, non c’è quella continua ossessione di dover dimostrare qualcosa, quella terribile abitudine che tanto ci prende. In Fair Play l’amore non è irruente, non sconvolge e non morde. La relazione fra le due protagoniste è infinita dolcezza e attesa, è un continuo aspettarsi e un’eterna comprensione, tutto ciò che ormai sembra dimenticato da tutti e quasi inesistente.

Tove Jansson, poi, racconta la bellezza del tempo, segmentandolo e raccogliendolo in aneddoti da regalare alle poche ma ricche pagine di questo romanzo – raccolta di racconti.  E il passare dei minuti e delle ore è fondamentale in Fair Play, soprattutto per le protagoniste, ognuna innamorata a modo proprio dei film, delle riprese con la Konica con cui cercano di intrappolare lo scorrere del tempo e, soprattutto, della loro arte che, seppur diversa, condiziona le loro vite in modo simile.

«(…) Jonna, i tuoi film sono fantastici, sono perfetti. Ma lasciarsi coinvolgere come facciamo noi, non sarà un po’ pericoloso?».

Fair Play è un giocare con la realtà, è un voler godersi ogni soffio di vento in una baia in riva al mare, è accettare di prendersi tutto il tempo necessario per vivere fino in fondo i propri sogni, rispettando l’amore e l’amato, scegliendo di vivere bene per far vivere al meglio chi sta al nostro fianco.

ColorTime – Ilford 400

Come una fotografia di un tempo, come le punte degli alberi che giocano nel cielo, come Jonna e Mari che nei loro silenzi e nella loro quotidianità parlano di tutto l’amore che si può provare, quello vero, quello che scalda il cuore come una tisana bollente davanti a un caminetto acceso.

Ferrara è una festa mobile (semicit).

Se hai avuto la fortuna di vivere a Ferrara da giovane, dopo, ovunque tu passi il resto della tua vita, essa ti accompagna perché Ferrara è una festa mobile. (semicit).

Lo so, Ernest Hemingway parlava di Parigi e della vita nella capitale francese con vista sui tetti della città quando, rinchiuso in una stanzetta, si inventava le vite degli altri per poi andare a rincorrere bicchieri di vino e avventure improvvisate. Eppure sono abbastanza certa che la capirebbe questa cosa che mi prende quando ogni volta, arrivando a Ferrara, comincio a inseguire i mattoncini rossi delle abitazioni vicino al centro storico che ti guidano fin là, nel cuore di una città che sostanzialmente rimarrà perennemente nel mio cuore come la trasposizione perfetta di Festa Mobile.

IMG_1988Ho conosciuto Ferrara in un’estate terribilmente calda di alcuni anni fa quando ancora non avevo sfogliato le pagine di Giorgio Bassani perdendomi ne’ Il giardino dei Finzi-Contini. Ho conosciuto Ferrara, poi, nella stessa torrida estate in cui ho incontrato Urbino per la prima e unica volta e lo dico e lo sottolineo per il semplice fatto che la piccola città sul cocuzzolo di una collina è davvero difficile da paragonare a qualcosa di altrettanto meraviglioso eppure Ferrara resse il confronto e sin dalle prime passeggiate in piazza della Cattedrale diede il meglio di sé per impiantarsi in un angolo del mio cuoricino senza andarsene più. C’è da dire, ancora, che sono arrivata a Ferrara, la prima e la seconda volta, con la macchina che evaporava, con il sole d’agosto che illuminava il Ferrara Busker Festival, un evento nazionale fra i più interessanti e vivi e brillanti che forse, me ne rendo conto, ha fin troppo contribuito a rendere la città così indimenticabile che il solo pensiero di tornarci è una ventata d’aria fresca.

Ferrara, per me, è quella cosa che hanno solo le notti di fine estate, quel profumo di obblighi che stanno per tornare ma che sono ancora abbastanza lontani da poter fingere di dimenticarsene.

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Ferrara, per me, è anche gironzolare per le vie del centro storico con le luci arancio che illuminano la città color terra, i lampioni che si accendono e si spengono allo stesso ritmo dei salti e dei balli di musicisti e giocolieri che durante il Ferrara Busker Festival si prestano fra loro gli spazi pubblici della città per salutare la fine d’agosto mentre si vagheggia sul fatto che tanto vale divertirsi ancora un poco prima di concentrarsi sulle faccende serie che l’autunno porterà con sé. È così che per me, Ferrara, è sempre stato questo e tantissimo altro in più. È stato cercare libri usati e contare le biciclette sui marciapiedi; trovare il posto giusto per un aperitivo veloce per poi fingersi interessati ai vestiti con la scusa di prendersi una boccata d’aria condizionata. Stare a Ferrara, poi, è stato sempre sinonimo di spostare dischi in negozi di musica con vista castello e contare i diamanti che rendono più unica che rara la facciata di uno dei palazzi più scenografici nella loro semplicità.

8044956750_584ce1c65e_oSono passati anni eppure le immagini sono indelebili, la musica che risuona fra i vicoli più stretti dove trattorie e osterie fanno a gara a chi sprigiona i profumi più buoni. E poi c’è il Parco Massari, il Parco Urbano Giorgio Bassani e il Ferrara Balloons Festival da vedere almeno una volta nella vita e io ancora che aspetto la volta buona. E infine le mura, tutt’intorno, a racchiudere una città pronta a far esplodere il cuore.

Sono tornata a Ferrara in primavera, anni dopo, ed è stato bello scoprire che le cose non sono cambiate. Savonarola è sempre lì, ad aspettarti vicino al castello e ai suoi ponti levatoi da attraversare per decidere quale zona del centro storico esplorare, se quella più vicina al Palazzo dei Diamanti o alla Torre dell’Orologio. I dischi sono cambiati ma ci sono ancora e i libri usati continuano a essere l’ingrediente speciale di ogni buon viaggio.

La mia Festa Mobile è color mattoncini e a ogni stagione mi farà respirare la stessa voglia di non pensare al domani.

 

(Questo articolo è stato pubblicato su Salt Editions). 

Leggendo #138 – Festa Mobile

Caro Ernest,

ti scrivo oggi, in un giorno speciale, per dirti che mi dispiace e che ho delle scuse per te ma che sono contenta di poterlo fare ora, alla fine di questa giornata che sa di primavera, quando ancora fa un poco freddo ma c’è il sole e si può mangiare un gelato passeggiando per la città.

Quando esattamente quattro anni fa aprii questo spazio avevo nella testa proprio questo genere di ritrovamenti, questa voglia di imparare a stupirmi, sempre. Con te, Ernest, in queste settimane, ho avuto la prova che non c’è niente di più bello di accorgersi di aver sbagliato strada per poi trovare, scovando, qualcosa di meraviglioso. Perché Ernest, forse tu non lo sai, ma io ti ho odiato per tanto, tantissimo tempo e l’ho fatto con piacere, lo ammetto, perché mi sembravi uno sbruffone di quelli che sono bravi a menarsela per poi campare con i complimenti degli altri. Un odio a priori, insomma, perché quelli come te, con il carattere da bullo e questo modo di fare da finti complessati, non mi sono mai piaciuti: mi hanno sempre fatto sentire così diversa e sbagliata. Poi, però, mi è capitato fra le mani Festa Mobile e ora è tutto completamente diverso, davvero.

Poi veniva la brutta stagione. Alla fine dell’autunno, in un solo giorno, cambiava il tempo.

Forse era necessario ritrovarti ora, Ernest, e scoprire che hai passato tutte quelle ore nella tua stanza che dava sui tetti di Parigi a chiederti se davvero, un giorno, saresti riuscito a scrivere quello che ti gironzolava per la testa. Non c’è nulla di più sublime del raccontare le ore in cui ci si è chiesti cosa ne sarebbe stato del futuro, quando ci si accorge di aver preso mille decisioni sbagliate eppure, nonostante ciò, si è lì, a pensare che dopotutto qualcosa lo si è portato a casa e se non è davvero ciò che si voleva poco importa: c’è ancora tempo finché c’è tutta quell’energia di vivere che scorre nelle vene, finché si ha voglia di riprovare o quanto meno di pensarci sopra ancora e ancora e ancora.

Ernest, volevo dirti grazie perché Festa Mobile mi ha ricordato quanto sono attaccata alla giovinezza, ai miei spazi che continuano a nascondersi sotto strati di polvere e che io torno sempre a lucidare perché sono lì, si nascondono, ma non spariscono mai. Perché cerco mille strade pensando e invidiando chi invece aveva le idee chiare sin dall’inizio eppure poi mi riprendo perché mille avventure porteranno da qualche parte, prima o poi, e nel peggiore dei casi avrò tanti album di foto diverse che hanno costruito me, un insieme indefinito di cose che si trascina qua e là.

Mi alzavo in piedi e guardavo fuori sui tetti di Parigi e pensavo: “Non preoccuparti. Hai sempre scritto e scriverai ancora. Non devi fare altro che scrivere una frase sincera. Scrivi la frase più sincera che sai”.

Caro Ernest, grazie per tutta la voglia di vivere di cui hai scritto. Per i tetti di Parigi e le ore a pensare alla scrittura che sono essa stessa scrittura. Alle bevute in compagnia e alla voglia di amare. Al non arrenderti mai e all’avere sempre in tasca solo due soldi. Al mondo di libri di cui ti sei circondato per raccontare della bellezza delle pagine e della magia di chi le crea. Grazie per tutte le volte che verrò a ritrovarti. Perché ci vedremo presto, sai?

Au revoir!

Cosa fa uno scrittore quando non scrive? 

Quando si inizia a riconoscere parole e non più segni, quando per la prima volta ci si innamora delle storie scritte, alcune domande sorgono più o meno spontanee. Sono, sostanzialmente, dubbi amletici che cominciano a ronzare nella testa del piccolo lettore con protagonisti quei famigerati scrittori che il più delle volte sembrano alieni perché la curiosità, spesso, va ben oltre le vicende narrate. Insomma, Peter Pan aveva la possibilità di rifugiarsi sull’Isola che non c’è, ma che problemi doveva avere J. M. Barrie per desiderare così ardentemente di scappare lontano? E ancora, Matilda era forse il personaggio più dolce e umano che si possa incontrare nei primi anni da lettore: come aveva fatto Roald Dahl a scriverne così meravigliosamente? Cosa faceva la notte, quando tutti dormivano e sognavano, per poter scrivere di una bambina così speciale e coraggiosa? Non parliamo, poi, de’ Il Piccolo Principe (lungi da me criticarne la bellezza e/o il successo che tutti commentano sempre creando squadroni e partiti pro o contro Antoine de Saint-Exupéry), la questione rimane sempre la stessa: se lo scrittore non fosse stato un aviatore, sarebbe mai nata una delle storie più lette dai bambini di ogni nazione? La vita, quella vera, come si insinua fra le pagine di ciò che un narratore scrive?


La domanda è proprio questa: cosa fa uno scrittore quando non scrive? Un autore, d’altronde, non è forse una persona comune come tutti noi? Eppure viene facile chiedersi quale sia la quotidianità di chi riesce a pubblicare il romanzo che andrà a riscuotere un successo improvviso fra i lettori e, soprattutto, quale sia, invece, la vita di quelli che ci provano ma non ci riescono, tutti quelli che si arrendono ma continuano a guardare quel cassetto che custodisce il loro libro scritto solo a metà. Nella raccolta di racconti I difetti Fondamentali di Luca Ricci (Rizzoli) c’è un po’ di tutto questo e qualcosa in più.

Gli sprazzi di realtà descritti dall’autore pisano sono un mondo che qualcuno se lo può anche immaginare ma sul quale non si sofferma mai davvero a pensarci. Ne’ I difetti fondamentali, infatti, si parla di scrittori anonimi che amano, che si nascondono dal mondo, che muoiono aspettando che il proprio lavoro venga riconosciuto, che rinunciano alla carriera che avevano sognato per scegliere di diventare semplici affittacamere. Con frasi lunghe, seguite poi da molte pause per prendere fiato, la scrittura di Luca Ricci ci immerge nel racconto con lo scopo di farci avvolgere da un vortice che uno non se lo spiega davvero come sia possibile che la vita di uno scrittore possa essere così. A tratti feroce, e sicuramente fin troppo sincero, I difetti fondamentali sono una chiave per leggere la vita di tutti i giorni di chi scrive, per ricordarci che sono persone umane, sì, con gli stessi vizi e passioni di tutti noi.

Cominciamo dal fatto, per esempio, che scrivere è come il sesso, più o meno.

Scrivere è come fare petting, né più né meno. Scrivendo uno non arriva mai al punto, e può cominciare a macerarsi per ore, giorni, settimane, mesi, anni e così via. Insomma, scrivere non è piacevole, ma è eccitante.

 Lo scrittore, più di altri, ha molte passioni e la carne, comprensibile ma non troppo, è una delle più comuni. Quando lessi per la prima volta L’amante di Lady Chatterley cercai subito di capire se David Herbert Lawrence fosse un maniaco (non parliamo poi di cosa mi ritrovai a pensare di Vladimir Vladimirovič Nabokov dopo aver letto Lolita). Anche Luca Ricci, in uno dei suoi racconti racchiusi ne’ I difetti fondamentali, si sofferma su questo particolare della carne, su quel vizio viscerale che lega la scrittura al sesso, trasformandola poi in un’ossessione, quello stato psicologico che aleggia su ogni relazione basata sulla follia. Non è un caso, infatti, se Luca Ricci si ritrova anche a narrare la poco equilibrata relazione che si può instaurare fra una scrittrice e un critico ovvero fra chi spera che le proprie parole riscuotano un qualsiasi tipo di successo e chi decide la fama e la gloria altrui. Un gioco che è un azzardo, una storia d’amore (ma non troppo) che spesso si ripete anche nella vita dei più grandi scrittori i quali, volenti o nolenti, si ritrovano spesso a sposare il proprio editor e/o critico. Il talento di Virginia Woolf (indiscusso ed eccezionale) come sarebbe arrivato alle stampe se non ci fosse stato tutto il sostegno del marito Leonard? Sono supposizioni, non si vogliono lasciare dubbi, eppure le relazioni di uno scrittore non sono mai così scontate, così come i suoi vizi.

E parliamo di brutte abitudini, chi non ne ha, eppure la cosa più assurda e forse meno semplice da pensare è che uno scrittore quando non scrive fa esattamente quello che facciamo tutti noi: si annoia, spera che smetta di piovere, si prepara il pranzo, a volte talmente bene da diventare anche un esperto di gastronomia vedi alla voce: Alexandre Dumas chef. Il vero e immenso vizio degli scrittori, infatti, è che persino i loro hobby debbono diventare elogi scritti e saggistica improvvisata. Haruki Murakami ama correre, come forse il settanta per cento della popolazione mondiale, tuttavia solo lui poteva trasformare quella sua passione in un libercolo, L’arte di correre, che è una semplice celebrazione alla sua attività sportiva che, come qualsiasi valvola di sfogo al mondo, l’ha aiutato nell’attività lavorativa e, più semplicemente, ad affrontare la propria vita personale. Dai racconti di Luca Ricci emergono tutte queste semplici deduzioni sugli scrittori, sulla loro voglia di uscire con gli amici, di innamorarsi, di vivere le novità del loro tempo attraverso personaggi che, ricordiamolo, sono scrittori, sì, ma anonimi nel senso più puro del termine: delle identità sconosciute.

Ne’ I difetti fondamentali, inoltre, sono importantissimi lo spazio e il tempo. Questo perché, come in ogni grande romanzo o racconto dove troviamo sempre un pezzo di realtà che narra la vita quotidiana e il contesto storico per immergerci ancora più nel profondo dei protagonisti, anche nella raccolta di Luca Ricci c’è la costruzione di uno spazio – tempo ben preciso, una collocazione netta che rendono i racconti racchiusi in quest’edizione così contemporanei e così Duemila.

Durante il mio apprendistato letterario pensavo che chattare fosse un ottimo esercizio per la stesura dei dialoghi. O almeno quella era la scusa ufficiale. (…) Chattare era semplice negli anni in cui navigare a volto coperto non solo era normale – i social network non erano ancora comparsi – ma quasi auspicabile.

Vien da sé che tutto questo indagare sulla vita privata dell’autore porta poi, in realtà, anche a una leggera ma curiosa attenzione su come il mondo della scrittura sia cambiato nel corso del tempo. Mentre ci immaginiamo i migliori romanzieri dell’Ottocento rinchiusi nelle loro soffitte a scrivere pagine e pagine a mano, sotto l’irrequieta fiamma della loro candela, oggi il contesto è decisamente cambiato.

Secondo lui uno scrittore era soprattutto un tizio attratto fatalmente da una tastiera. (…) Quella pressione accelerata sulle lettere impresse sui tasti era il vero mistero della scrittura, ben più dei cosiddetti processi creativi, e rappresentava da un punto di vista materiale, e persino fisiologico, l’inspiegabile motivo per cui scriveva.

Chissà se Charles Dickens avrebbe lavorato a David Copperfield utilizzando Pages oppure Word. Forse, a ragionarci sopra quell’attimo in più, lo scrittore britannico avrebbe preferito la semplicità delle Note tanto da utilizzarne una diversa per ogni parte del romanzo pubblicata mensilmente su rivista.

Lo so, stiamo deragliando se non delirando. A inizio lettura eravate quasi certi di poter scoprire qualche assurdità che vi avrebbe portato a conoscere tutti i segreti dello scrittore quando non scrive e invece avete scoperto che è semplicemente ossessionato dal sesso, come il novantacinque per cento della popolazione mondiale, e che per la pausa pranzo potrebbe prepararsi dei panini proprio come voi quando nella dispensa non è rimasto nient’altro. Eppure sorge il dubbio che forse era fin troppo banale chiederselo, la realtà è che uno scrittore è come un meccanico appassionato d’auto che, chiusa la saracinesca della propria officina, torna a casa a guardarsi il Gran Premio di Formula Uno o, eccezion vuole, la Moto GP. Probabilmente uno scrittore, quando non scrive, pensa a cosa potrebbe scrivere. Pensa agli infiniti fatti che accadono intorno a sé ragionando su come trasformarli in storie. Nonostante ciò I difetti fondamentali di Luca Ricci vogliono ricordarci che anche gli autori sono umani, che spesso sono solo concentrati su se stessi, sul proprio lavoro che richiede più testa di altri. Perché gli scrittori, forse, hanno l’unica colpa di essere solo più egocentrici e, soprattutto, più impauriti dal fallimento poiché avrebbe come unica conseguenza la terribile e irrecuperabile perdita di fiducia in se stessi.
(Questo articolo è stato pubblicato su Finzioni Magazine). 

Leggendo #137 – L’ultimo amore di Baba Dunja

Innamorarsi dei personaggi di un libro è la cosa più semplice e scontata che possa accadere soprattutto quando sono come noi vorremmo essere, quando la loro semplicità è così candida e innocente, qualsiasi cosa accada. Baba Dunja, la protagonista del romanzo di Alina Bronsky (Keller Editore) è una di quei protagonisti a cui ruotano attorno intere vite, una di quelli che ha tra le proprie mani il compito di rendere un libro meraviglioso o banale.

Esistono milioni di donne come me, eppure io sono così infelice, stupida che non sono altro.

L’ultimo amore di Baba Dunja è un libercolo di quelli leggeri solo nella dimensione e non nel contenuto. In superficie è la storia di una nonnina rotonda, di una vecchietta arzilla pronta a lottare per ogni sua ruga mentre in realtà, fra le righe del romanzo di Alina Bronsky, si nascondono svariati sogni e desideri che sono di una genuinità che fa quasi paura, di quella che abbiamo dimenticato chissà dove e quando rintracciamo ci si lacera il cuore al pensiero che della purezza può vivere ancora su questo pianeta.

Perché Baba Dunja, innanzitutto, vuole bene a priori: non si pone domande, è come una bambina che con naturalezza accetta le vite intorno a sé. Baba Dunja adotta chi ha vicino pur cercando di tenere tutti a debita distanza perché amare quando si è compromessi a volte diventa più un rischio che un bene e allora Baba Dunja osserva e raccoglie ciò che riesce a percepire ma sempre silenziosamente, spesso con aria scontrosa. Baba Dunja, così, accoglie la propria solitudine e la trasforma in una carica sempre nuova, costruendo dettagli di una vita che va sempre troppo veloce per lei tanto da decidere di restare ferma dove è, senza chiedersi troppe volte cosa sia giusto e cosa no: una vita distorta dalle radiazioni non è nulla confrontata al dover cambiare casa, città, abitudini.

Fa male ma non temo il dolore. Temo soltanto l’impotenza. Questo comunque non basta a impedirmi di dire le cose che ritengo importanti.

Per tutte le 176 pagine Baba Dunja è lì, ti guarda e ti abbraccia con gli occhi, quasi cercando di parlarti di tante cose che però non sa come dire. A Baba Dunja, in campagna, non hanno insegnato altre lingue se non quella della vita di tutti i giorni, quella che ti sveglia al mattino e ti fa fare chilometri a piedi sotto il sole o sotto la pioggia per riuscire a portare a casa un pezzo di formaggio e tutte le lettere che il servizio postale può consegnare e tu puoi raccogliere e custodire come fossero un tesoro.

Non avere paura – pare dirti Baba Dunja – è solo un’altra ennesima salita. Il mondo non deve più farti paura. 

E ha ragione, Baba Dunja. È così facile essere terrorizzati, forse ci serve solo quel pizzico di coraggio in più o semplicemente la voglia di rimanere testardi e continuare a inseguire ciò che ci fa galleggiare.

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Leggendo #136 – Volo di notte

Anno nuovo, stessa voglia di vivere con la testa fra le nuvole.

Essi sono simili a quei ladri delle città favolose, murati entro la camera del tesoro dalla quale non potranno più uscire. Ed errano, in mezzo a quella gelida gioielleria notturna, infinitamente ricchi, ma condannati.

Volo di notte di Antoine de Saint-Exupéry è un presagio, è ciò che lo scrittore francese, noto soprattutto per il meraviglioso universo del Piccolo Principe, vivrà realmente una decina d’anni dopo, quando con il suo aereo, il 31 luglio del 1944, sparì fra le nubi del cielo.

Volo di notte non si può raccontare: è un secondo lungo 114 pagine in cui si trattiene il fiato sperando di non arrivare mai alla fine; è il desiderio di volare che prevale su qualsiasi altra cosa tanto che è quasi difficile immaginare la sensazione di respirare là in alto, sopra le nuvole, così vicino alle stelle.

Essa rimaneva sola. Guardava, triste, quei fiori, quei libri, quella dolcezza, che non erano, per lui, che il fondo d’un mare.

A miglia di distanza dalla terra si spiano nuovi mondi, si vive in una realtà che qui sotto, noi, possiamo solo sognare e magari tentare di scrivere cercando ogni giorno di non arrenderci mai, continuando comunque a vivere in questo mondo così limitato eppure indispensabile con il desiderio di svegliarsi ogni mattino pensando solo a quelle piccole ma grandi cose che ci coccoleranno quando la nostra mente correrà ai grandi progetti che non stanno procedendo come dovrebbero.

È che non vorremmo arrenderci mai, anche quando la tormenta è alle nostre spalle con carichi di nuvole pronte a far esplodere nel cielo fulmini e saette. 

Bon voyage, Fabien.

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Leggendo #135 – La vita segreta delle città

28 dicembre 2016.
Ho passato 7 delle 8 ore che sono sveglia in casa.
Le ho utilizzate per leggere un libro, La vita segreta delle città di Suketu Mehta (Einaudi).
È il miglior regalo che potessi farmi.
È il miglior regalo che potreste farvi.
È il libro che racchiude tutta la positività che dovrebbe travolgere l’umanità intera con l’arrivo del nuovo anno.
Sì, ho detto umanità e non sto esagerando.

Dov’è casa per gente come noi? Siamo indiani o americani? Siamo bombaiti o newyorkesi? Siamo entrambe le cose e nessuna delle due. Le persone che oggi si spostano da una località all’altra, che si tratti di città o villaggi, potrebbero essere definiti “interlocali”. Il dizionario dà la seguente definizione di questo aggettivo: “che riguarda i rapporti tra luoghi differenti”.

Chi esce di casa sa cosa significa tornare a casa, quella precedente, molto spesso la prima, anche solo per un breve periodo. Le abitudini nuove fanno a pugni con quelle più vecchie e con quelle di chi, per anni, ci ha cresciuti e amati. Ci si sente perfidi a provare quel fastidio in fondo allo stomaco, quando si pensa che a qualche chilometro c’è una stanza tutta per sé ma ci sono le festività e le cose giuste da fare che ti obbligano a restare qui, fra le mura di chi ti ha modellato.

Tutti i migranti, essendosi lasciati alla spalle parenti e amici, devono affrontare l’arduo compito di convincerli che ne è valsa la pena.

Non mi ritengo una migrante ma al paesello sì, per loro sono la traditrice che se ne è andata dal nido o questo è ciò che traspare dai loro sguardi che incrocio quando  erroneamente mi viene la pessima idea di fare una passeggiata all’amato fiume dove lancio paranoie e paturnie da quando ho coscienza di me. Domande? Infinite. Scoccianti? Abbastanza. Quelle che lacerano il fianco? Quelle di chi ti vuole bene e dai tuoi racconti vuole che ogni tre parole ci sia un “felicità”.

Che effetto produce sulla mente umana veder cambiare da un giorno all’altro i punti di riferimento dell’infanzia? Quanto possiamo convivere col costante mutamento di quel che ci circonda, prima di cominciare a sentirci nervosi, agitati, irritabili?

Mutamento? All’incirca. Il vero cambiamento sono io e la rabbia incontrollabile che sale dalle viscere e che mi fa pentire di ogni mia mossa fra queste mura. È lo scontro con ciò che è rimasto simile, soprattutto la gente e, ancora, le abitudini, quelle immutabili.

Quando la gente dei villaggi emigra in città, la prima cosa che manda a casa non sono i soldi bensì una storia.

Perché la realtà non è sempre facile da raccontare, allora inventiamoci una storia che non c’è niente di meglio delle favole per cullarci. E cullare.

Per comprendere come un essere umano nato dall’amore della propria madre possa essere corrotto bisogna leggere i romanzi: bisogna leggere Dostoevskij, bisogna leggere Balzac.

Perché il potere delle parole è così sottovalutato e basterebbe così poco per comprendere le azioni di chi abbiamo al nostro fianco e di chi sta nell’emisfero opposto al nostro. Si chiama empatia, si legge fingo di non vederlo.

La tristezza di Lisbona è la tristezza di un impero perduto.

Si chiama anche le città hanno una storia e un perché, si legge ma a noi cosa interessa?Costruiamo palazzi che fanno a pugni con tutto ciò che ci circonda.

Come fanno i migranti a non morire di nostalgia? Uno stratagemma è il cibo.

La voglia di tornare a casa l’abbiamo tutti, me l’ha insegnato Mario Soldati. Solo che poi uno deve imparare a capire il posto che preferisce e quando ciò succede non può continuare a vivere di compromessi, deve vivere in un luogo che regala quella cosa lì che fa vibrare il cuore. A volte è una città, altre il pianeta intero.

La sensazione, nelle parole di Joan Didion, che “da un momento all’altro potesse succedere qualcosa di straordinario, da un giorno all’altro, da un mese all’altro”.
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