Gate numero 25

Stava tornando.

Nel terminal le voci si coprivano l’una con l’altra. Entusiasmo e noia e rabbia si alternavano davanti al gate numero 25 ma nelle sue orecchie il tutto era solo un ronzio lontano, un sibilo insistente ma secondario che non riusciva a distrarla dai suoi pensieri tutti presi dal fatto che sì, effettivamente, stava tornando.

Il fatto è che non l’aveva realmente deciso: è stata una semplice reazione, forse l’istinto o soltanto la sopravvivenza. È successo che quel giorno si era svegliata e aveva capito che doveva tornare, non poteva più restare là a sperare che le cose si sarebbero sistemate da sole. Il problema però, mentre stava al gate numero 25, è che quasi certamente le cose non si sarebbero mai sistemate davvero, ripresentarsi da dove era partita forse non era la soluzione migliore ma dopotutto lei che altro avrebbe potuto fare? Non riusciva ad immaginare altre soluzioni ed era proprio per questo che stava tornando.

È la stessa sensazione che si prova quando tutte le persone che si incontrano paiono nate e cresciute per fare ciò che stanno facendo in quel determinato momento, adatti per quella situazione che forse non è davvero ciò per cui sono nati ma dove ci si muovono bene, come se il destino l’avesse deciso per loro e loro, d’accordo con lui, l’avessero seguito. Per lei, invece, l’unica certezza è che tutto funzionava diversamente. Si sentiva perennemente capitata per caso, una conseguenza di qualche sì e qualche no che spesso, oltretutto, hanno espresso altri per lei. Potrebbe chiamarlo un presente non troppo soddisfacente o semplicemente poco guidato, qualcosa che non riusciva a gestire e che in qualche modo la stava portando all’ultima conseguenza più improvvisata ovvero che stava tornando.

Molto probabilmente alcuni li chiamerebbero fallimenti ma lei, mentre stava al gate numero 25, preferiva chiamarli “doveva andare così”. Aveva riempito due valige alla bell’e meglio, aveva cercato di non dimenticare nulla ma soprattutto aveva cercato di capire quale fosse il profumo dominante, se quello del luogo che stava lasciando o quello in cui stava tornando.

Perché spesso è più facile far scegliere al caso. Si vivono mesi lontano da tutto senza capire bene cosa sta accadendo al proprio corpo. È come se il proprio cuore diventasse di pietra e lei lo sentiva sotto la sua pelle che stava perdendo qualsiasi curiosità e interesse, tutto ciò che sostanzialmente non voleva perché desiderava ancora sentirlo battere, quel cuore, sentire carne e cuore e cuore e carne rincorrersi nelle sue vene, sempre più veloci, sempre più forti ed era anche per questo che stava tornando.

Era al gate numero 25 e al suo fianco c’era questa coppia. Lei era distratta da qualcosa, era decisamente infastidita da non sa bene cosa. E lei, che stava tornando, glielo voleva dire all’infuriata che non era il caso di prendersela per quella piccola cosa che lui, nel frattempo, aveva sicuramente già dimenticato, che non ne valeva la pena di stare a mettere i puntini su tutte le i perché poi, mesi dopo, si sarebbe ritrovata a doverci riflettere sopra per settimane, o forse mesi e addirittura anni, e non ci sarebbe stato nessuno da incolpare se non quei brevi istanti in cui la mente divagava ma il corpo restava lì, davanti a lui, mentre tutto spariva, qualsiasi collegamento e qualsiasi contatto. Lei avrebbe tanto voluto cambiarle, quelle cose, avrebbe tanto voluto dirle cosa sarebbe successo, che quelli son modi che poi ti spingono a fare cose che non avresti mai voluto fare come lei che, ancora non ci credeva, stava tornando.

È che ripeterselo sembrava un ottimo metodo per convincersi o anche solo capire che era la scelta corretta ma al gate numero 25, sommersa dagli entusiasmi di chi parte e dalla tristezza di chi torna, non sapeva da quale parte stare perché quando casa diventa sia l’andata che il ritorno tutto si complica, tutto si incrina, tutto diventa così sottile e delicato che l’unica cosa che vorrebbe fare è sdraiarsi sul proprio letto, non sa più di quale casa, e scrivere tutto quello che le passa per la mente in quel momento perché è certa che una volta a casa, quella del ritorno, si sarebbe dimenticata tutte quelle emozioni che le stavano scuotendo il corpo mentre stava tornando.

Arrivano le hostess, la fila comincia a muoversi. Lei è lì, al gate numero 25: o scappa ora o non scappa più. Sono millesimi di secondi in cui la sua testa dovrebbe decidere tutto e invece è paralizzata dal fatto che, ormai è evidente, stava tornando.

Stava tornando davvero.

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(Questo racconto è stato pubblicato su Casa di Ringhiera). 

Leggendo #131 – Questa è la mia casa

Metti un pomeriggio al lago con le onde che fanno ballare le barche e il cigolio del ponte a cui è aggrappata la corda che tenta di non fare scappare la piccola barchetta blu. Metti questa nuova ossessione per i racconti, che dopo che si è letto Le cose che non facciamo di Neuman, vorresti leggere tutto ciò che c’è al mondo che è stato scritto e concentrato in poche pagine. Metti poi di avere questa raccolta sul comodino da tanto tempo, quasi in attesa del momento perfetto ed ecco, finalmente, che quel momento è arrivato.

FullSizeRender 2Anche Questa è la mia casa, la raccolta di racconti di Paolo Bottiroli (Edizioni La Gru), è un insieme di tante cose semplici, perlopiù di quei sapori e profumi che ci circondano soprattutto durante l’estate, quando si ha più tempo per pensare perché ci sono le vacanze ma non sempre si può cambiare aria e quindi si rimane a casa, fra le proprie mura, a pensare a infiniti dilemmi e al fatto che sì, è stato proprio un bene aspettare agosto per leggere questa raccolta in riva al lago.

In questi racconti ci sono momenti scolpiti nel tempo ma soprattutto sensazioni a partire da Questa è la mia casa, il racconto che dà il titolo alla raccolta, che sostanzialmente è un tuffo nell’infanzia. È tra questi paragrafi che si trovano le stesse paure e curiosità che si provavano da bambini, quando si vedevano arrivare in città le carovane dei gitani e si voleva sapere tutto della loro vita in giro per il mondo ma allo stesso tempo li si guardava impauriti perché della loro abitudine a girovagare non si sapeva poi davvero molto.

Ne’ Le chiavi di Mattia, decisamente il mio racconto preferito, c’è invece la dolcezza e la preoccupazione di chi è innamorato e vuole dimostrare ad ogni costo qualcosa alla persona amata, quando si aspetta quell’occasione unica per mettersi alla prova e ci si ritrova a chiedersi come vive la persona che si ama dentro le sue mura, quando nessuno la vede, per poi finire davvero in quella casa ma senza di lei e sentire una sensazione assurda, come incontrare mille suoi fantasmi.

Le emozioni e i sentimenti, se ancora non si fosse capito, si rincorrono sempre più veloci fra i racconti (da leggere e riassaporare più volte Le agende del nonno e Una cosa dopo l’altra) ma tra i protagonisti di questa raccolta di Paolo Bottiroli c’è anche la storia, quella che ha conosciuto l’Italia negli ultimi decenni, ma soprattutto i tantissimi viaggi a cui Paolo Bottiroli ha regalato le pagine più sentite. Tra uno scorcio a Parigi e infiniti fra i monti, i personaggi che viaggiano in questa raccolta hanno sempre uno zaino, poche cose con sé perché ciò che veramente conta sta in ognuno di noi, dentro quell’organo che non smette mai di battere giorno dopo giorno, anche quando l’amica di cui ci si è innamorati ha trovato un altro amore, anche quando il ricordo di un momento dell’infanzia torna in superficie come fosse accaduto il giorno stesso.

E si sta al lago, sì, ma a a portarci al largo, con Questa è la mia casa, sono proprio i ricordi.

Leggendo #130 – Run River

Avete presente quelle scene nei film in cui il protagonista ha la pistola in mano e all’improvviso preme il grilletto e il proiettile parte e la telecamera si sofferma proprio su questo dettaglio, sceglie di mettere a fuoco la pallottola e lo fa a rallentatore, seguendone il percorso per arrivare, frame dopo frame, al corpo di quella che sarà la vittima? Ecco, Run River, il primo romanzo di Joan Didion da pochi mesi nelle librerie grazie a Il Saggiatore, è proprio questo: un proiettile a rallentatore, un romanzo lungo un eterno sparo.

Voleva restare e voleva essere altrove.

Siamo in California, la terra di Joan Didion. Siamo Martha, la protagonista che un giorno potrebbe diventare Marìa di Prendila così, ma siamo più spaventate e soprattutto circondate da molti più personaggi tanto che la scrittrice americana pare, per la prima volta, non sapere quali far parlare fra loro. Ed è giusto così perché questo, appunto, è il primo romanzo di Joan Didion, scritto nel 1963, e completamente intriso di casa, di quella sensazione che si ha quando si sta cambiando aria ma si vorrebbe restare nelle proprie quattro mura, al sicuro.

“Non è nessuno. Alle volte io non voglio sposare nessuno. Ci sono pomeriggio in cui sono sdraiata sul letto e la luce filtra dalle persiane, e penso che non vorrei mai lasciare camera mia.”

Run River, poi, con i suoi personaggi è soprattutto tutto ciò che verrà della scrittura di Joan Didion. Ancora non ci sono la profondità e le forte emozioni nascoste fra le righe de’ L’anno del pensiero magico ma ci sono tutti i presupposti di una scrittura destinata a evolversi, a crescere, a maturare e diventare quella di una scrittrice pazzesca che come poche sa destreggiarsi sia nella narrativa che nella saggistica. Le atmosfere e i dialoghi si alternano sullo sfondo di una città calda e così vivida che pare di viverla davvero sulla propria pelle in quest’estate milanese passata sui mezzi pubblici a leggere di una terra solo relativamente lontana mentre il sole brucia la pelle di Everett come brucia la mia.

IMG_9121Essere innamorata di Joan Didion, lo ammetto, rende tutto un poco più confusionario perché è l’entusiasmo a leggere queste pagine, il desiderio di rintracciare fra i paragrafi ogni piccolo dettaglio che porta a quella che è diventata, ormai, una delle mie scrittrici preferite. È che leggere Run River è anche voler scoprire come si diventa così immense, come si riescono a trasformare parole in mondi vividi e laceranti, i personaggi in persone che con i loro problemi e le loro preoccupazioni diventano praticamente reali perché nel mondo di Joan Didion son sempre loro, gli uomini e le donne, a scrivere il romanzo con le loro vite e, soprattutto, con il loro mondo racchiuso nella loro mente e che la scrittrice americana riesce a portare su carta in un modo strabiliante.

L’unica cosa reale era stato lo sparo e lo sentiva ancora, aprirsi una breccia attraverso gli anni passati, vorticando nell’oscurità tra i giochi di quando erano bambini e quelli a cui giocavano ora, tra la bambina che era stata e qualsiasi cosa fosse diventata, seduta sulla sedia da ricamo, sapendo che lui non le avrebbe lasciato risolvere la situazione.
Lasciami fare. Che cosa sta tutto quanto? tutte le promesse non mantenute, le delusioni d’amore e d’onore; (…)

Il ricordo di Run River, anche a distanza di giorni e settimane, sarà questo lunghissimo sparo, sarà una notte d’estate con le finestre aperte, mentre si aspetta di spegnere la luce sul comodino che a malapena illumina un quarto di stanza. Sarà un mondo tutto da scoprire e che continuerà a rimanere ignoto perché dentro la nostra testa, purtroppo (o fortunatamente), ci siamo solo noi.

Leggendo #129 – Le cose che non facciamo

C’è una cosa che facevo sempre da bambina quando andavo in spiaggia e che mi sono ritrovata a fare qualche giorno fa, in riva al mare dopo anni, mentre le onde mi sballottavano di qua e di là. Questa cosa che facevo e che son tornata a fare è osservare le coppiette nel senso che quando mi trovo in spiaggia proprio mi metto a fissarle e non riesco mica a levare lo sguardo se non quando cominciano a guardarmi imbarazzate o indemoniate. Da piccina era innocente curiosità, voglia di capire cosa succede ai grandi che si muovono in una complicata ma affascinante vita; ora è semplicemente un modo per avere conferme su come l’ottanta per cento delle coppie che ci sono al mondo dovrebbero semplicemente dirsi addio, studiarle in un habitat come la spiaggia dove tutti si mostrano così come sono realmente (in tutti i sensi) per poi disegnare una riga fra loro, le coppiette, per far capire che uno dovrebbe stare di qua e uno di là da quella cosa invisibile ma presente a meno che entrambi non vogliano cancellare insieme quella linea e capire cosa sbagliano o come potrebbero amarsi meglio e quindi stare davvero vicini e davvero insieme. Questa divisione, questa separazione aleatoria eppure così simbolica, è la protagonista di uno dei meravigliosi racconti che si trovano in Le cose che non facciamo di Andrés Neuman, una raccolta portata in libreria da Edizioni Sur che una volta in spiaggia vorrete leggere e rileggere un’infinità di volte.

Pensandoci bene, non so cosa sia più grave: non accorgersi di certe cose o accorgersene e non fare niente. Proprio per questo, capisci, ho tirato quella riga. È infantile. È brutta e piccolina. Ed è la cosa più importante che io abbia fatto quest’estate. [Una riga sulla sabbia]

Ma facciamo ordine.

Ne’ Le cose che non facciamo di Andrés Neuman ci sono tante cose, infinite. Non sono nemmeno centocinquanta pagine ma quando arriverete alla fine (molto presto) capirete che la sola cosa che vi rimane da fare è tornare indietro, alla copertina del libro, per ricominciare la lettura di ogni racconto, magari in ordine sparso, ma con la necessità di rivivere ogni paragrafo, se non ogni parola, sulla vostra pelle. Perché i racconti dello scrittore di origini argentine scavano ovunque, in ogni fragile contesto che si incontra ogni giorno, e si diramano in qualsiasi ambito che sta fra la vita e la morte ma soprattutto la prima, quella cosa che ingarbuglia ogni istante in cui si decide di vivere e che rendono complicato ma meraviglioso questo mal d’animo quotidiano.

Un po’ vago, vero? Ci riprovo.

Ne’ Le cose che non facciamo di Andrés Neuman c’è un riferimento a Bachelard e al fatto che secondo il filosofo della scienza francese ci sono posti che sono un tempo. Non c’è distinzione fra oggi e domani quando un posto è stato vissuto sia ieri che oggi: quel posto resterà oggi e il domani non arriverà mai.

Non c’è niente di più disordinato che tralasciare di scrivere quel che accade. (…) Se non mi racconto la storia, non capisco che posto occupa ognuno di noi. [Juan, José]

E quindi scrivere diventa la soluzione. Lasciare sulla carta quello che succede ieri e oggi può far capire quanto il domani sia davvero un domani e quanto il futuro stia veramente arrivando oppure si nasconda ancora dietro a un continuo oggi che non cambia mai. Andrés Neuman racconta ciò e molto altro in questa raccolta perché sceglie di narrare quei momenti chiave, quelle piccole cose che si vivono non si sa bene come, quei momenti in cui si pensa a cosa sarebbe successo se si fosse riusciti a realizzare meglio l’accaduto o prevedere l’istante successivo, quei momenti che sono cardini di portoni che si chiudono o si aprono.

Ci rassicura credere che le grandi decisioni si prendano poco per volta, si concepiscano con il tempo. Ma il tempo non concepisce niente. Erode, solamente, sottrae, rompe. [Dopo Elena]

La voglia di rileggere ogni racconto di Andrés Neuman è provocata dal fatto che la sua scrittura nasconde storie fra le parole, crea universi in piccoli mondi sconvolgendo l’animo del lettore che si ritrova completamente disarmato davanti a pagine che tentano di metterlo a nudo, di far risaltare ogni suo piccolo ma grande errore, fingendo ironia e fantasia per parlare di ciò che è reale e vivido, di ciò che non si vuole mai ammettere soprattutto quando c’è di mezzo quella cosa terribile ma indispensabile eppure contraddittoria: l’amore.

Mi piacciono tutti i propositi, dichiarati o segreti, che disattendiamo insieme. È questo che preferisco della vita a due. La meraviglia aperta sull’altrove. Le cose che non facciamo. [Le cose che non facciamo]

FullSizeRenderTra gli attimi che più rimangono impressi di Le cose che non facciamo ci sono sicuramente i momenti di Dare alla luce, un racconto che non ha punti ma solo frasi che si rincorrono virgola dopo virgola per meno di una decina di pagine e che raccontano meravigliosamente come la vera nascita avvenga nel momento in cui due corpi si incontrano tanto che concepimento e parto paiono seguire lo stesso climax in una contorta visione che Andrés Neuman regala in un lungo e intenso paragrafo dal ritmo che vuole rappresentare in modo molto efficace l’ansia, il dolore e la frenesia di istanti così diversi ma assurdamente vicini. Tra le storie migliori, poi, c’è Teoria della stesura, un (quasi) studio sociologico che ognuno di noi può fare dalla finestra della propria casa, fissando i panni stesi dei vicini, analizzando il loro metodo per mettere sotto gli occhi di tutti ciò che generalmente sta nascosto sotto i vestiti, cullandosi con il profumo del bucato fresco che il vento porta fino a noi, cosa che succede realmente se si sta seduti tutto il pomeriggio sul terrazzo a leggere e scrivere e pensare a Andrés Neuman.

Con tre o quattro fili si dovrebbe avere abbastanza materiale per scrivere un romanzo del mistero. È una bella giornata, oggi. Il sole inonda il cortile. I fili del miei vicini sembrano animati, pieni di progetti. Troppi panni per metterne a nudo le vite. I miei fili non si vedono. [Teoria della stesura]

Ci sono così tante cose che vorrei ancora dire di questa raccolta, forse la migliore che io abbia mai letto o di certo amato. Sono tantissime, forse davvero infinite, le parentesi che apre e che chiude, le sensazioni che attraversa e alle quali vuole dare spazio. Il mondo del professore di letteratura latinoamericana è immenso, vuole ridere di situazioni assurde, vuole giocare con contesti veri e circoscritti.

A chiudere Le cose che non facciamo c’è una serie di Dodecaloghi di uno scrittore di racconti, intuiti e pareri di Andrés Neuman su ciò che si dovrebbe fare scrivendo ma soprattutto leggendo.

È molto più urgente svegliare un lettore che metterlo k.o.

Perché il lettore non vuole essere colpito ma solo sedotto. E soprattutto:

Ci sono racconti che meriterebbero di finire con un punto e virgola;

E i tuoi, Andrés Neuman, dovrebbero davvero finire tutti così;

Crespi d’Adda è una discesa

Quando dico che mi sono laureata in giardini storici la gente rimane sempre molto perplessa chiedendosi cosa se ne fa, uno, di una tesi che parla di case con pezzi di terra verde. Su Salt Editions ho voluto un raccontare un frammento di quella storia che andai a cercare, terreni verdi, sì, ma anche il tentativo di dare loro un significato in un’epoca, la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, dove il mondo del lavoro stava completamente cambiando abitudini e persone. Enjoy!

crespi (1)Luglio sta finendo e agosto nemmeno lo si vedrà da quanto brevi saranno le vacanze. Non voglio mettere ansia, sia chiaro, ma si sa che queste cose vanno sempre a finire così: tempo di preparare la valigia e si è già in coda in autostrada al casello con nemmeno la voglia di ascoltare la radio tutta presa com’è dal raccontare il grande ritorno della popolazione italiana alla loro casa dopo il grande esodo delle vacanze. Proprio per mettervi meno ansia ho deciso di lasciarvi un tranquillante, una pillola che si chiama come l’aggettivo peggiore che si può appioppare ai capelli di una giovane fanciulla fissata con la sua folta chioma, uno di quei luoghi che ci vorrebbe un altro Christo per farlo conoscere a chi non si interessa di ciò che sta sotto casa perché alla fine nessuno vuole guardare il proprio giardino perché quello del vicino pare sempre più verde. Pare, appunto.

A pochi chilometri da Milano, dove il fiume Brembo si getta nell’Adda, c’è questo piccolo paesino che dal 1995 sta nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, una cosina che capita tutti i giorni insomma. È in provincia di Bergamo ma sta proprio sul confine delle due province, Bergamo e Milano appunto, ed è stata la sede di un pezzo di storia importantissimo che parlarne oggi, più di cent’anni dopo, pare quasi preistoria e invece è solo un pezzo di antenati a noi vicini, di nonni dei nostri nonni, che hanno vissuto quel periodo assurdo che è stato il primo Novecento.

PhotoCredit: Italia.it
PhotoCredit: Italia.it

Sto parlando di Crespi d’Adda, una discesa verso valle che quando ci si arriva, al cartello di benvenuto, non si capisce subito dove si è finiti. Ci vogliono alcuni passi a piedi, scendendo verso il fiume, per capire che quello è un posto che la storia (fortunatamente!) ha lasciato intatto, un pezzo di ieri che il presente non è riuscito a cambiare e mai ci riuscirà. Non vi sembra già una cosa bellissima?

Per chi non lo conoscesse Crespi d’Adda è nato e cresciuto a partire dal 1875, quando l’egregio Cristoforo Benigno Crespi decise di costruire un villaggio operaio operante nel settore più in voga in quel momento: il tessile. E per certi versi le parole “villaggio operaio” possono suonare terribili e invece il signor Crespi sapeva bene di cosa avrebbero avuto bisogno le persone che sarebbero andate a lavorare nella sua fabbrica e lo dimostrò creando un vero e proprio paesino con tanto di quel verde che c’è proprio da perdercisi.

Perché il legame con la terra, questo è quello che sapeva molto bene il signor Crespi, era necessario per gli operai che per la prima volta nella storia lasciavano il badile e il cielo per rinchiudersi dentro un luogo, la fabbrica, che la storia ha sempre raccontato terribile soprattutto nei primi decenni della sua attività. È per questo che ognuno dei lavoratori aveva bisogno, una volta terminati i turni, di uno spazio verde, di un giardino dover poter continuare quello che intere generazioni prima di loro avevano fatto nella loro vita: coltivare. Banale, forse, ma non troppo.

Quello di Crespi d’Adda è un esempio italiano di ciò che stava accadendo in Europa in anni in cui non si immaginavano ancora le guerre mondiali dei decenni successivi perché c’era solo tanto ottimismo e voglia di lavorare e immaginarsi un futuro migliore, diverso – come sempre – ma con un legame che era la terra, un rapporto che si è trasformato in giardini di diverse dimensioni che stanno nelle case di Crespi d’Adda, dalle più piccole (quelle appartenute agli operai) alle più grandi (quelle per gli impiegati dell’azienda tessile) fino ad arrivare alla casa del signor Crespi che vabbè, era pur sempre il capo e aveva la casa più bella di tutti tanto da farla sembrare un piccolo castello.

PhotoCredit: Crespi D'adda Unesco
PhotoCredit: Crespi D’adda Unesco

Tutte queste scelte dell’imprenditore, poi, si riassumono in bellezze architettoniche che descriverle non è davvero troppo semplice perché c’è il verde, e l’abbiamo detto, ma anche casette studiate nei minimi dettagli e una fabbrica che non ha proprio nulla a che vedere con i nostri prefabbricati grigi e freddi. Quello di Crespi d’Adda, per intenderci, è un mondo che è da visitare, è un viaggio nella storia che vi farà sentire completamente immersi in un mondo sconosciuto che mai avreste immaginato di vedere.

Prendete una qualsiasi domenica da qui a settembre. Prendete uno zaino pieno zeppo di cibo e un telo di qualsiasi colore. Arrivate a Crespi d’Adda e fatevi un picnic nella storia. Sarete talmente disorientati che nemmeno vi ricorderete il significato di vacanze.

Di chi cerca una singola a Milano e altri disagi.

A passare i weekend a casa a guardare stagioni intere di serie tv come Dramaworld o Stranger Things sono bravissima ma di weekend fra le quattro mura a cercare annunci di catapecchie, ecco, di questi sono veramente stanca. Gli ultimi mesi sono stati un uragano e questo poco importa alla popolazione del web ma da quando sto cercando una singola a Milano il disagio include l’umanità intera che per me può finire nell’Upside Down e non fare più ritorno. Perché io capisco che Milano è una città importante, Milano come l’ombelico del mondo (che dalla puzza che emana d’estate pare non venga lavato da un bel po’ di tempo), io sto davvero cercando di capirlo ma la maleducazione (oh, ancora lei), quella proprio io non la reggo e da quando sto cercando un buco di camera a Milano lei, la maleducazione, la sto trovando condita in tutte le salse.

Lo so, non dovrei stupirmene, ma il mio animo contadino da giovane fanciulla della campagna non li regge proprio questi modi e questi tempi: abituarmi a stare in città è veramente difficile di per sé non avendo nemmeno qualche ancora alla quale aggrapparmi, se poi mi ritrovo a vivere situazioni simili il tutto risulta ancora più pessimo. Quello che sto scrivendo, ovviamente, non vuole fare di tutta un’erba un fascio, come si suol dire, vuole semplicemente essere uno sfogo scritto di getto dove da piccoli fatti me ne esco con massime su quanto la gente sappia essere disturbante, fastidiosa, incoerente. Anche perché si sa: se lo sono con le persone che “”amano”” (accettate la mia doppia virgoletta ma c’è dell’acido qui) figuriamoci con gli sconosciuti.IMG_8955.JPG

Perché di Milano ho già scritto più volte eppure questa città io proprio la non capisco così come ho totalmente smesso di comprendere la gente che vi abita. Mani amiche? Volano. Comprensione sull’arrivare in una città sconosciuta? Ancora meno. Quando arrivai in Irlanda, a chilometri e chilometri da qui, trovai persone che trasformarono i miei giorni veramente pessimi in un qualcosa di dolce e caro. A Milano, per ora, ho trovato solo gente che mi cammina sui polpacci sulla linea gialla, che cerca di spingermi giù dalla Novanta e che non saluta mai: forse ora posso cominciare a capire perché quelli che vi si trasferiscono cambiano così radicalmente. È una sorta di dualismo: voler diventare terribile come tutti i cittadini e la voglia di rimanere campagnola dentro e sorridere a chi incontro per strada e tutte quelle cose educate che si fanno in un paesello di cinquemila anime pettegole ma comunque a loro modo vive.

Insomma, se mi sto trovando così male sarà a causa del mio background ma soprattutto dell’astio di chi affitta una stanza singola di cui io, dolce ragazzina che vien dalla provincia, cerco con assoluta disperazione da ormai più di un mese. Una situazione che sta completamente sfuggendo di mano, un mix di antipatie e situazioni assurde che ho riassunto in punti che vogliono solo stare lì, a testimoniare come a uno venga voglia di mandare tutto a quel paese e restarsene chiuso nell’armadio a leggere romanzi aspettando l’apertura di un qualsiasi portale su un qualsiasi mondo alieno. È quindi una sorta di carrellata, dicevo, di respiri profondi che ho deciso di lasciare qui come monito per tutte quelle volte che continuerà a salirmi l’ulcera ma potrò rileggere queste righe e ricordarmi che è tutto normale: è Milano.

Esempi quindi? Sì, a bizzeffe.

  • C’è un nuovo annuncio. Non ha prezzo ma solo foto; non ha indicazioni sulla posizione ma solo un generale “vicino ai mezzi”. Scrivi per chiedere informazioni più dettagliate e questi cominciano a sbraitare, come impossessati da un demonio, perché quando scopri che la casa è dalla parte opposta da dove cerchi tu giustamente dici che non sei interessato. “Grazie per averci fatto perdere tempo”. Grazie a voi, simpaticoni, che per poter perdere tempo fra annunci come il vostro ho perso un totale di non so più quante ore, sicuramente una decina di episodi di qualsiasi serie fighissima e alcuni capitoli della Joan Didion che mi aspetta sul comodino da settimane.
  • Nuovo annuncio. “Solo chiamare, no messaggi”. Ci sono solo due foto e una è la vista dalla finestra che vabbè, almeno fosse stato il Duomo. E quindi si prende il telefono e si chiama e si chiedono foto o un appuntamento per vedere la casa. Il signore, che tanto gentile e tanto onesto pareva, risponde: “Può venire a vedere la stanza solo se mi dice già ora che la prende, qua a Milano mica si perde tempo”. Spero che il prossimo che la chiamerà, Mr Simpatia, potrà prendere la casa e distruggerne ogni centimetro.
  • Poi ci sono gli amori, sì, i colpi di fulmine. Come quella volta che io cercavo una stanza singola e lui una moglie. Perché tu pensi di stare a cercare una singola, appunto, ma in realtà ti stai piazzando come single sul mercato. Stai attenta a ciò che desideri.
  • Tra le curiosità più interessanti sugli annunci di camere a Milano ci sono cose come “uso cucina su prenotazione”. Ché se hai fame ma non hai prenotato non mangi, tutto normale.
  • Cercare una singola a Milano, poi, diventa così debilitante che la ricerca in sé diventa più stressante dell’ex che mette like al tuo stato e alla tua foto su Facebook e questo è veramente assurdo e angosciante che non può essere reale e invece sì, lo è.
  • Poi ci sono gli igienisti, quelli che chiedono “pulizia e ordine” neanche fossero della della Gestapo che stanno cercando un esemplare che non puzza mai, non sporca mai, non tocca mai nulla.
  • Il fatto è, poi, che mettere in affitto  certe catapecchie a prezzi indecenti mi fa pensare che potrei quasi proporre i sedili posteriori della mia auto come “posto letto ampio ma non troppo” così da ricavarci qualche soldo e di conseguenza racimolare denaro per dei buchi che evidentemente, dal loro prezzo, hanno rifiniture in oro.

Persino la mia rabbia, ormai, la distribuisco a citazioni di serie tv. Tutta quest’ansia, poi, mi sta portando a decidere di passare una vita da pendolare: anche i treni hanno sempre e comunque la puzza di città antipatica e poco accogliente ma almeno a volte non c’è bisogno di avere a che fare con qualcuno.

 

 

 

Di chi parte per non tornare mai.

Era venerdì. La settimana pareva finita e c’era la voglia di andare ovunque o sufficientemente lontano da casa, da lavoro, da se stessi. Su Finzioni Magazine c’era un mio nuovo pezzo che parlava di personaggi di libri che come te vogliono partire ma che diversamente da te non tornano mai. Beati loro? Punti di vista. Io grazie a loro viaggio 365 giorni l’anno e più che non tornare mi assento proprio del tutto. Buon weekend, ovunque andrai con la tua testa.13782181_10209951256967800_6549715005743659587_n

Quando arriva il primo sole, e per primo sole intendo quello che spacca le pietre, che sommerge Milano di afa e nella metro comincia a diventare veramente difficile respirare a pieni polmoni, quando arriva questo primo sole, dicevo, io con la mente parto ma nel senso che proprio mi ci vuole un attimo per capire che dalla realtà mi stanno chiamando, che io sto davanti al pc ma non faccio nulla, fisso lo schermo e con la testa sono ovunque meno che qui. Il bello di leggere, per me, è sempre stato l’aiuto che i libri mi hanno dato in queste situazioni, cominciando da quella meraviglia di Alain De Botton, L’arte di viaggiare (Guanda), che mi ha insegnato che andarsene via con la testa è più che legittimo, anzi, proprio una necessità quando luglio è ormai vicino ma le ferie no, quelle rimangono un miraggio.

Perché poi, non è il solo viaggiare con la mente: i protagonisti dei libri viaggiano davvero. Il più delle volte prendono le prime cose che capitano sotto il loro naso e se ne vanno senza poi, però, fare mai realmente ritorno. Perché chi viaggia, chi viaggia davvero, cambia totalmente e di tornare non se ne parla. E le destinazioni, beh, quelle sono pressoché infinite.

L’America

Scontato ma non troppo se non fosse che alla fine è successo anche alla piccola protagonista di Alla deriva di Bryan Lee O’Malley (Rizzoli Lizard) quando si è ritrovata a fare un viaggio in auto attraversando la California, un qualcosa che è perlopiù malinconia e paura di crescere, che durante l’adolescenza è forse l’unico vero ed immenso timore. Eppure capita fin troppe volte che l’America diventi la nazione in cui crescere, dove questo non significa necessariamente prendere centimetri e chilogrammi ma soprattutto cambiare, rivoluzionarsi, diventare persone nuove. Alcuni esempi? Mario Soldati nel suo America Primo Amore (Sellerio). Lo ammetto: non sarò mai veramente oggettiva con queste trecento pagine fatte di andate e ritorni, di volontà di trasferirsi in un paese straniero ma con la paura di non trovare la vera casa, la home così differente da house come solo l’inglese sa trasmettere.

“Laggiù si sognava la patria, come dalla patria si sognava l’estero.”

Perché poi, il problema, è proprio questo, un po’ come quello di chi ha i capelli lisci e li vorrebbe ricci e viceversa. Non si sa più da che parte si vive, ci si ritrova in un paese dove è difficile capire chi si è realmente, se la persona che sta vivendo l’America o quella che vorrebbe tornare a casa, dalla famiglia o semplicemente fra le proprie mura. Ed è proprio questo il dilemma che vive Eilis a partire dal 1952, quando salpa dall’Irlanda per arrivare a New York, a Brooklyn, cuore di tutta la storia tanto da diventare il titolo dell’opera di Colm Tóibín edito da Bompiani e portato al cinema da John Crowley, con la sceneggiatura di Nick Hornby, in una trasposizione cinematografica fin troppo fedele e splendidamente bellissima. Senza fare troppo spoiler, la dolce protagonista si ritroverà a scegliere fra l’amore, il primo vero amore nato dall’incontro con un giovane idraulico di origini italiane, e la casa, quella in Irlanda, quella dove la madre l’aspetta per aiutarla a superare un terribile imprevisto. Ma anche qui: dove è casa? Dove sta il limite fra vecchio e nuovo? Quale parte di cuore bisogna ascoltare? Eilis si ritroverà a dover scegliere, a dover decidere se rimanere legata alla ragazzina irlandese nascosta dentro di sé o alla giovane donna che è cresciuta in America, affrontando novità e cambiamenti completamente sola. Inutile dire quale parte del suo animo vincerà: fin troppo semplice intuire come la vita ti sorprende.

E queste scelte non sono solo di Eilis ma di un’ intera generazione di migranti che da diversi stati dell’America latina hanno deciso di cercare fortuna negli Stati Uniti. Sto parlando di Anche noi l’America di Cristina Henríquez (NNEditore) i cui protagonisti si sono trasferiti dal Messico, dal Panama, dal Porto Rico, dal Paraguay e dal Venezuela per sfidare la sorte, per rincorrere la felicità in un paese il cui solo nome è sinonimo di nuova vita, di nuove opportunità, di nuove speranze. Un po’ come nelle storie raccolte da Paolo Cognetti in New York Stories (Einaudi) dove uomini e donne di ogni età sono pronti a cambiare radicalmente vita per darsi una nuova occasione nonostante tutte le avversità perché come dice il giovane milanese nella sua beve introduzione ai racconti scelti

“Nessuno al mondo è così solo come chi è solo a New York.”

Ma c’è dell’altro.

Perché nonostante l’America sia la meta preferita da chi scappa dalla propria patria, c’è anche chi va contro corrente e dagli Stati Uniti decide di scappare lontano da ciò che è casa, lavoro, obblighi e routine. Succede a Elyria, la protagonista di Nessuno scompare davvero, opera di Catherine Lacey e portato in Italia da Edizioni Sur.

“(…) prendiamo decisioni in base a meccanismi interiori che dipendono poco o niente dalla nostra volontà di attivarli (…)”

Perché alla fine chi è davvero a decidere per noi se non qualcosa che sta sotto la nostra pelle e che possiamo solo tentare di immaginare? Elyria lascia il marito e la propria vita per andare in Australia a cercare non sa bene nemmeno lei cosa, portando con sé Mrs Bridge di Evan S. Connell (Einaudi), un libro che forse è la chiave di tutto il suo girovagare o forse un vero e proprio escamotage da parte di Catherine Lacey per nascondere il vero motivo che porta una giovane donna a scegliere di prendersi una pausa da qualsiasi cosa ottenuta fino a quel momento dalla propria vita.

Poi ovviamente c’è anche chi prende la parola viaggio fin troppo seriamente, prepara uno zaino con quelle poche cose di cui parlavo alcuni paragrafi fa e sceglie di attraversare zone del mondo il cui territorio è fin troppo impervio. Non parlerò del protagonista principale di Nelle terre estreme di Jon Krakauer (Villard), conosciuto ai più per l’arcinota trasposizione cinematografica, ma di una giovane donna alla deriva che decide di attraversare pezzi di America dalle più disperate temperature semplicemente sola con se stessa. Sto parlando di Wild. Una storia selvaggia e di avventura di Cheryl Strayed, anche questa un’opera resa nota dal cinema ma che leggerla, ve lo garantisco, è tutto un altro paio di maniche. C’è la fatica quotidiana, quella del proprio corpo, che si scontra con la difficoltà di tenere la propria mente lucida, pronta a reagire a qualsiasi tipo di imprevisto e pericolo, quello vero, che se sbagli qualcosa rimani senz’acqua nel deserto e sopravvivere, lì, diventa fin troppo complicato.

E poi c’è l’Europa.

Perché il viaggio, ovviamente, non è solo oltreoceano. Nella nostra Europa il valore del girovagare ha preso importanza soprattutto nel periodo dei Grand Tour, i lunghi viaggi dei giovani ricchi aristocratici che a partire dal XVII secolo cominciarono a gironzolare per il vecchio continente con lo scopo di perfezionare il proprio sapere perché viaggiare, giustamente, è anche imparare. Non parlerò di opere come Viaggio in Italia di Goethe (Oscar Mondadori) perché preferisco passare ai giorni nostri, alla bellezza di quella parte d’Europa che ancora non è così nota a molti perché nascosta da anni di storia terribili che hanno trovato pace solo negli ultimi decenni. Sto parlando di quei paesi a nord est e in particolare a quelli raccontati da Jan Brokken in Anime Baltiche (Iperborea), un’opera che tra gli scaffali ho trovato nella sezione critica letteraria ma che per me potrebbe stare nelle raccolte di racconti più meravigliosi di sempre. Lo scrittore ma soprattutto viaggiatore di origini olandesi si sofferma sulle vite di personaggi importanti vissuti fra la Lettonia, la Lituana e l’Estonia per poi intrecciarle alla loro storia la vita di persone comuni e di luoghi magici che nonostante la Storia, quella che detta legge e dittature, hanno saputo sopravvivere salvando la propria bellezza.

Viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è la via più breve per arrivare a se stessi.”

Ed è con queste parole di Jan Brokken che ritorno alla realtà, lascio i personaggi di libri che ho amato al viaggio e al non ritorno a casa, non di certo con la loro mente, per partire anche io mentre scrivo dalla mia nuova e improvvisata camera dicendomi che le ferie saranno anche belle e desiderate ma io ho la fortuna di viaggiare sempre, 365 giorni all’anno, ogni volta che prendo una nave per New York con una giovane irlandese o decido di traslocare dal Puerto Rico agli Stati Uniti.

Bon voyage, les amis lecteurs!