Leggendo #138 – Festa Mobile

Caro Ernest,

ti scrivo oggi, in un giorno speciale, per dirti che mi dispiace e che ho delle scuse per te ma che sono contenta di poterlo fare ora, alla fine di questa giornata che sa di primavera, quando ancora fa un poco freddo ma c’è il sole e si può mangiare un gelato passeggiando per la città.

Quando esattamente quattro anni fa aprii questo spazio avevo nella testa proprio questo genere di ritrovamenti, questa voglia di imparare a stupirmi, sempre. Con te, Ernest, in queste settimane, ho avuto la prova che non c’è niente di più bello di accorgersi di aver sbagliato strada per poi trovare, scovando, qualcosa di meraviglioso. Perché Ernest, forse tu non lo sai, ma io ti ho odiato per tanto, tantissimo tempo e l’ho fatto con piacere, lo ammetto, perché mi sembravi uno sbruffone di quelli che sono bravi a menarsela per poi campare con i complimenti degli altri. Un odio a priori, insomma, perché quelli come te, con il carattere da bullo e questo modo di fare da finti complessati, non mi sono mai piaciuti: mi hanno sempre fatto sentire così diversa e sbagliata. Poi, però, mi è capitato fra le mani Festa Mobile e ora è tutto completamente diverso, davvero.

Poi veniva la brutta stagione. Alla fine dell’autunno, in un solo giorno, cambiava il tempo.

Forse era necessario ritrovarti ora, Ernest, e scoprire che hai passato tutte quelle ore nella tua stanza che dava sui tetti di Parigi a chiederti se davvero, un giorno, saresti riuscito a scrivere quello che ti gironzolava per la testa. Non c’è nulla di più sublime del raccontare le ore in cui ci si è chiesti cosa ne sarebbe stato del futuro, quando ci si accorge di aver preso mille decisioni sbagliate eppure, nonostante ciò, si è lì, a pensare che dopotutto qualcosa lo si è portato a casa e se non è davvero ciò che si voleva poco importa: c’è ancora tempo finché c’è tutta quell’energia di vivere che scorre nelle vene, finché si ha voglia di riprovare o quanto meno di pensarci sopra ancora e ancora e ancora.

Ernest, volevo dirti grazie perché Festa Mobile mi ha ricordato quanto sono attaccata alla giovinezza, ai miei spazi che continuano a nascondersi sotto strati di polvere e che io torno sempre a lucidare perché sono lì, si nascondono, ma non spariscono mai. Perché cerco mille strade pensando e invidiando chi invece aveva le idee chiare sin dall’inizio eppure poi mi riprendo perché mille avventure porteranno da qualche parte, prima o poi, e nel peggiore dei casi avrò tanti album di foto diverse che hanno costruito me, un insieme indefinito di cose che si trascina qua e là.

Mi alzavo in piedi e guardavo fuori sui tetti di Parigi e pensavo: “Non preoccuparti. Hai sempre scritto e scriverai ancora. Non devi fare altro che scrivere una frase sincera. Scrivi la frase più sincera che sai”.

Caro Ernest, grazie per tutta la voglia di vivere di cui hai scritto. Per i tetti di Parigi e le ore a pensare alla scrittura che sono essa stessa scrittura. Alle bevute in compagnia e alla voglia di amare. Al non arrenderti mai e all’avere sempre in tasca solo due soldi. Al mondo di libri di cui ti sei circondato per raccontare della bellezza delle pagine e della magia di chi le crea. Grazie per tutte le volte che verrò a ritrovarti. Perché ci vedremo presto, sai?

Au revoir!

Cosa fa uno scrittore quando non scrive? 

Quando si inizia a riconoscere parole e non più segni, quando per la prima volta ci si innamora delle storie scritte, alcune domande sorgono più o meno spontanee. Sono, sostanzialmente, dubbi amletici che cominciano a ronzare nella testa del piccolo lettore con protagonisti quei famigerati scrittori che il più delle volte sembrano alieni perché la curiosità, spesso, va ben oltre le vicende narrate. Insomma, Peter Pan aveva la possibilità di rifugiarsi sull’Isola che non c’è, ma che problemi doveva avere J. M. Barrie per desiderare così ardentemente di scappare lontano? E ancora, Matilda era forse il personaggio più dolce e umano che si possa incontrare nei primi anni da lettore: come aveva fatto Roald Dahl a scriverne così meravigliosamente? Cosa faceva la notte, quando tutti dormivano e sognavano, per poter scrivere di una bambina così speciale e coraggiosa? Non parliamo, poi, de’ Il Piccolo Principe (lungi da me criticarne la bellezza e/o il successo che tutti commentano sempre creando squadroni e partiti pro o contro Antoine de Saint-Exupéry), la questione rimane sempre la stessa: se lo scrittore non fosse stato un aviatore, sarebbe mai nata una delle storie più lette dai bambini di ogni nazione? La vita, quella vera, come si insinua fra le pagine di ciò che un narratore scrive?


La domanda è proprio questa: cosa fa uno scrittore quando non scrive? Un autore, d’altronde, non è forse una persona comune come tutti noi? Eppure viene facile chiedersi quale sia la quotidianità di chi riesce a pubblicare il romanzo che andrà a riscuotere un successo improvviso fra i lettori e, soprattutto, quale sia, invece, la vita di quelli che ci provano ma non ci riescono, tutti quelli che si arrendono ma continuano a guardare quel cassetto che custodisce il loro libro scritto solo a metà. Nella raccolta di racconti I difetti Fondamentali di Luca Ricci (Rizzoli) c’è un po’ di tutto questo e qualcosa in più.

Gli sprazzi di realtà descritti dall’autore pisano sono un mondo che qualcuno se lo può anche immaginare ma sul quale non si sofferma mai davvero a pensarci. Ne’ I difetti fondamentali, infatti, si parla di scrittori anonimi che amano, che si nascondono dal mondo, che muoiono aspettando che il proprio lavoro venga riconosciuto, che rinunciano alla carriera che avevano sognato per scegliere di diventare semplici affittacamere. Con frasi lunghe, seguite poi da molte pause per prendere fiato, la scrittura di Luca Ricci ci immerge nel racconto con lo scopo di farci avvolgere da un vortice che uno non se lo spiega davvero come sia possibile che la vita di uno scrittore possa essere così. A tratti feroce, e sicuramente fin troppo sincero, I difetti fondamentali sono una chiave per leggere la vita di tutti i giorni di chi scrive, per ricordarci che sono persone umane, sì, con gli stessi vizi e passioni di tutti noi.

Cominciamo dal fatto, per esempio, che scrivere è come il sesso, più o meno.

Scrivere è come fare petting, né più né meno. Scrivendo uno non arriva mai al punto, e può cominciare a macerarsi per ore, giorni, settimane, mesi, anni e così via. Insomma, scrivere non è piacevole, ma è eccitante.

 Lo scrittore, più di altri, ha molte passioni e la carne, comprensibile ma non troppo, è una delle più comuni. Quando lessi per la prima volta L’amante di Lady Chatterley cercai subito di capire se David Herbert Lawrence fosse un maniaco (non parliamo poi di cosa mi ritrovai a pensare di Vladimir Vladimirovič Nabokov dopo aver letto Lolita). Anche Luca Ricci, in uno dei suoi racconti racchiusi ne’ I difetti fondamentali, si sofferma su questo particolare della carne, su quel vizio viscerale che lega la scrittura al sesso, trasformandola poi in un’ossessione, quello stato psicologico che aleggia su ogni relazione basata sulla follia. Non è un caso, infatti, se Luca Ricci si ritrova anche a narrare la poco equilibrata relazione che si può instaurare fra una scrittrice e un critico ovvero fra chi spera che le proprie parole riscuotano un qualsiasi tipo di successo e chi decide la fama e la gloria altrui. Un gioco che è un azzardo, una storia d’amore (ma non troppo) che spesso si ripete anche nella vita dei più grandi scrittori i quali, volenti o nolenti, si ritrovano spesso a sposare il proprio editor e/o critico. Il talento di Virginia Woolf (indiscusso ed eccezionale) come sarebbe arrivato alle stampe se non ci fosse stato tutto il sostegno del marito Leonard? Sono supposizioni, non si vogliono lasciare dubbi, eppure le relazioni di uno scrittore non sono mai così scontate, così come i suoi vizi.

E parliamo di brutte abitudini, chi non ne ha, eppure la cosa più assurda e forse meno semplice da pensare è che uno scrittore quando non scrive fa esattamente quello che facciamo tutti noi: si annoia, spera che smetta di piovere, si prepara il pranzo, a volte talmente bene da diventare anche un esperto di gastronomia vedi alla voce: Alexandre Dumas chef. Il vero e immenso vizio degli scrittori, infatti, è che persino i loro hobby debbono diventare elogi scritti e saggistica improvvisata. Haruki Murakami ama correre, come forse il settanta per cento della popolazione mondiale, tuttavia solo lui poteva trasformare quella sua passione in un libercolo, L’arte di correre, che è una semplice celebrazione alla sua attività sportiva che, come qualsiasi valvola di sfogo al mondo, l’ha aiutato nell’attività lavorativa e, più semplicemente, ad affrontare la propria vita personale. Dai racconti di Luca Ricci emergono tutte queste semplici deduzioni sugli scrittori, sulla loro voglia di uscire con gli amici, di innamorarsi, di vivere le novità del loro tempo attraverso personaggi che, ricordiamolo, sono scrittori, sì, ma anonimi nel senso più puro del termine: delle identità sconosciute.

Ne’ I difetti fondamentali, inoltre, sono importantissimi lo spazio e il tempo. Questo perché, come in ogni grande romanzo o racconto dove troviamo sempre un pezzo di realtà che narra la vita quotidiana e il contesto storico per immergerci ancora più nel profondo dei protagonisti, anche nella raccolta di Luca Ricci c’è la costruzione di uno spazio – tempo ben preciso, una collocazione netta che rendono i racconti racchiusi in quest’edizione così contemporanei e così Duemila.

Durante il mio apprendistato letterario pensavo che chattare fosse un ottimo esercizio per la stesura dei dialoghi. O almeno quella era la scusa ufficiale. (…) Chattare era semplice negli anni in cui navigare a volto coperto non solo era normale – i social network non erano ancora comparsi – ma quasi auspicabile.

Vien da sé che tutto questo indagare sulla vita privata dell’autore porta poi, in realtà, anche a una leggera ma curiosa attenzione su come il mondo della scrittura sia cambiato nel corso del tempo. Mentre ci immaginiamo i migliori romanzieri dell’Ottocento rinchiusi nelle loro soffitte a scrivere pagine e pagine a mano, sotto l’irrequieta fiamma della loro candela, oggi il contesto è decisamente cambiato.

Secondo lui uno scrittore era soprattutto un tizio attratto fatalmente da una tastiera. (…) Quella pressione accelerata sulle lettere impresse sui tasti era il vero mistero della scrittura, ben più dei cosiddetti processi creativi, e rappresentava da un punto di vista materiale, e persino fisiologico, l’inspiegabile motivo per cui scriveva.

Chissà se Charles Dickens avrebbe lavorato a David Copperfield utilizzando Pages oppure Word. Forse, a ragionarci sopra quell’attimo in più, lo scrittore britannico avrebbe preferito la semplicità delle Note tanto da utilizzarne una diversa per ogni parte del romanzo pubblicata mensilmente su rivista.

Lo so, stiamo deragliando se non delirando. A inizio lettura eravate quasi certi di poter scoprire qualche assurdità che vi avrebbe portato a conoscere tutti i segreti dello scrittore quando non scrive e invece avete scoperto che è semplicemente ossessionato dal sesso, come il novantacinque per cento della popolazione mondiale, e che per la pausa pranzo potrebbe prepararsi dei panini proprio come voi quando nella dispensa non è rimasto nient’altro. Eppure sorge il dubbio che forse era fin troppo banale chiederselo, la realtà è che uno scrittore è come un meccanico appassionato d’auto che, chiusa la saracinesca della propria officina, torna a casa a guardarsi il Gran Premio di Formula Uno o, eccezion vuole, la Moto GP. Probabilmente uno scrittore, quando non scrive, pensa a cosa potrebbe scrivere. Pensa agli infiniti fatti che accadono intorno a sé ragionando su come trasformarli in storie. Nonostante ciò I difetti fondamentali di Luca Ricci vogliono ricordarci che anche gli autori sono umani, che spesso sono solo concentrati su se stessi, sul proprio lavoro che richiede più testa di altri. Perché gli scrittori, forse, hanno l’unica colpa di essere solo più egocentrici e, soprattutto, più impauriti dal fallimento poiché avrebbe come unica conseguenza la terribile e irrecuperabile perdita di fiducia in se stessi.
(Questo articolo è stato pubblicato su Finzioni Magazine). 

Leggendo #137 – L’ultimo amore di Baba Dunja

Innamorarsi dei personaggi di un libro è la cosa più semplice e scontata che possa accadere soprattutto quando sono come noi vorremmo essere, quando la loro semplicità è così candida e innocente, qualsiasi cosa accada. Baba Dunja, la protagonista del romanzo di Alina Bronsky (Keller Editore) è una di quei protagonisti a cui ruotano attorno intere vite, una di quelli che ha tra le proprie mani il compito di rendere un libro meraviglioso o banale.

Esistono milioni di donne come me, eppure io sono così infelice, stupida che non sono altro.

L’ultimo amore di Baba Dunja è un libercolo di quelli leggeri solo nella dimensione e non nel contenuto. In superficie è la storia di una nonnina rotonda, di una vecchietta arzilla pronta a lottare per ogni sua ruga mentre in realtà, fra le righe del romanzo di Alina Bronsky, si nascondono svariati sogni e desideri che sono di una genuinità che fa quasi paura, di quella che abbiamo dimenticato chissà dove e quando rintracciamo ci si lacera il cuore al pensiero che della purezza può vivere ancora su questo pianeta.

Perché Baba Dunja, innanzitutto, vuole bene a priori: non si pone domande, è come una bambina che con naturalezza accetta le vite intorno a sé. Baba Dunja adotta chi ha vicino pur cercando di tenere tutti a debita distanza perché amare quando si è compromessi a volte diventa più un rischio che un bene e allora Baba Dunja osserva e raccoglie ciò che riesce a percepire ma sempre silenziosamente, spesso con aria scontrosa. Baba Dunja, così, accoglie la propria solitudine e la trasforma in una carica sempre nuova, costruendo dettagli di una vita che va sempre troppo veloce per lei tanto da decidere di restare ferma dove è, senza chiedersi troppe volte cosa sia giusto e cosa no: una vita distorta dalle radiazioni non è nulla confrontata al dover cambiare casa, città, abitudini.

Fa male ma non temo il dolore. Temo soltanto l’impotenza. Questo comunque non basta a impedirmi di dire le cose che ritengo importanti.

Per tutte le 176 pagine Baba Dunja è lì, ti guarda e ti abbraccia con gli occhi, quasi cercando di parlarti di tante cose che però non sa come dire. A Baba Dunja, in campagna, non hanno insegnato altre lingue se non quella della vita di tutti i giorni, quella che ti sveglia al mattino e ti fa fare chilometri a piedi sotto il sole o sotto la pioggia per riuscire a portare a casa un pezzo di formaggio e tutte le lettere che il servizio postale può consegnare e tu puoi raccogliere e custodire come fossero un tesoro.

Non avere paura – pare dirti Baba Dunja – è solo un’altra ennesima salita. Il mondo non deve più farti paura. 

E ha ragione, Baba Dunja. È così facile essere terrorizzati, forse ci serve solo quel pizzico di coraggio in più o semplicemente la voglia di rimanere testardi e continuare a inseguire ciò che ci fa galleggiare.

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Leggendo #136 – Volo di notte

Anno nuovo, stessa voglia di vivere con la testa fra le nuvole.

Essi sono simili a quei ladri delle città favolose, murati entro la camera del tesoro dalla quale non potranno più uscire. Ed errano, in mezzo a quella gelida gioielleria notturna, infinitamente ricchi, ma condannati.

Volo di notte di Antoine de Saint-Exupéry è un presagio, è ciò che lo scrittore francese, noto soprattutto per il meraviglioso universo del Piccolo Principe, vivrà realmente una decina d’anni dopo, quando con il suo aereo, il 31 luglio del 1944, sparì fra le nubi del cielo.

Volo di notte non si può raccontare: è un secondo lungo 114 pagine in cui si trattiene il fiato sperando di non arrivare mai alla fine; è il desiderio di volare che prevale su qualsiasi altra cosa tanto che è quasi difficile immaginare la sensazione di respirare là in alto, sopra le nuvole, così vicino alle stelle.

Essa rimaneva sola. Guardava, triste, quei fiori, quei libri, quella dolcezza, che non erano, per lui, che il fondo d’un mare.

A miglia di distanza dalla terra si spiano nuovi mondi, si vive in una realtà che qui sotto, noi, possiamo solo sognare e magari tentare di scrivere cercando ogni giorno di non arrenderci mai, continuando comunque a vivere in questo mondo così limitato eppure indispensabile con il desiderio di svegliarsi ogni mattino pensando solo a quelle piccole ma grandi cose che ci coccoleranno quando la nostra mente correrà ai grandi progetti che non stanno procedendo come dovrebbero.

È che non vorremmo arrenderci mai, anche quando la tormenta è alle nostre spalle con carichi di nuvole pronte a far esplodere nel cielo fulmini e saette. 

Bon voyage, Fabien.

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Leggendo #135 – La vita segreta delle città

28 dicembre 2016.
Ho passato 7 delle 8 ore che sono sveglia in casa.
Le ho utilizzate per leggere un libro, La vita segreta delle città di Suketu Mehta (Einaudi).
È il miglior regalo che potessi farmi.
È il miglior regalo che potreste farvi.
È il libro che racchiude tutta la positività che dovrebbe travolgere l’umanità intera con l’arrivo del nuovo anno.
Sì, ho detto umanità e non sto esagerando.

Dov’è casa per gente come noi? Siamo indiani o americani? Siamo bombaiti o newyorkesi? Siamo entrambe le cose e nessuna delle due. Le persone che oggi si spostano da una località all’altra, che si tratti di città o villaggi, potrebbero essere definiti “interlocali”. Il dizionario dà la seguente definizione di questo aggettivo: “che riguarda i rapporti tra luoghi differenti”.

Chi esce di casa sa cosa significa tornare a casa, quella precedente, molto spesso la prima, anche solo per un breve periodo. Le abitudini nuove fanno a pugni con quelle più vecchie e con quelle di chi, per anni, ci ha cresciuti e amati. Ci si sente perfidi a provare quel fastidio in fondo allo stomaco, quando si pensa che a qualche chilometro c’è una stanza tutta per sé ma ci sono le festività e le cose giuste da fare che ti obbligano a restare qui, fra le mura di chi ti ha modellato.

Tutti i migranti, essendosi lasciati alla spalle parenti e amici, devono affrontare l’arduo compito di convincerli che ne è valsa la pena.

Non mi ritengo una migrante ma al paesello sì, per loro sono la traditrice che se ne è andata dal nido o questo è ciò che traspare dai loro sguardi che incrocio quando  erroneamente mi viene la pessima idea di fare una passeggiata all’amato fiume dove lancio paranoie e paturnie da quando ho coscienza di me. Domande? Infinite. Scoccianti? Abbastanza. Quelle che lacerano il fianco? Quelle di chi ti vuole bene e dai tuoi racconti vuole che ogni tre parole ci sia un “felicità”.

Che effetto produce sulla mente umana veder cambiare da un giorno all’altro i punti di riferimento dell’infanzia? Quanto possiamo convivere col costante mutamento di quel che ci circonda, prima di cominciare a sentirci nervosi, agitati, irritabili?

Mutamento? All’incirca. Il vero cambiamento sono io e la rabbia incontrollabile che sale dalle viscere e che mi fa pentire di ogni mia mossa fra queste mura. È lo scontro con ciò che è rimasto simile, soprattutto la gente e, ancora, le abitudini, quelle immutabili.

Quando la gente dei villaggi emigra in città, la prima cosa che manda a casa non sono i soldi bensì una storia.

Perché la realtà non è sempre facile da raccontare, allora inventiamoci una storia che non c’è niente di meglio delle favole per cullarci. E cullare.

Per comprendere come un essere umano nato dall’amore della propria madre possa essere corrotto bisogna leggere i romanzi: bisogna leggere Dostoevskij, bisogna leggere Balzac.

Perché il potere delle parole è così sottovalutato e basterebbe così poco per comprendere le azioni di chi abbiamo al nostro fianco e di chi sta nell’emisfero opposto al nostro. Si chiama empatia, si legge fingo di non vederlo.

La tristezza di Lisbona è la tristezza di un impero perduto.

Si chiama anche le città hanno una storia e un perché, si legge ma a noi cosa interessa?Costruiamo palazzi che fanno a pugni con tutto ciò che ci circonda.

Come fanno i migranti a non morire di nostalgia? Uno stratagemma è il cibo.

La voglia di tornare a casa l’abbiamo tutti, me l’ha insegnato Mario Soldati. Solo che poi uno deve imparare a capire il posto che preferisce e quando ciò succede non può continuare a vivere di compromessi, deve vivere in un luogo che regala quella cosa lì che fa vibrare il cuore. A volte è una città, altre il pianeta intero.

La sensazione, nelle parole di Joan Didion, che “da un momento all’altro potesse succedere qualcosa di straordinario, da un giorno all’altro, da un mese all’altro”.
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Leggendo #134 – Come svanire completamente

Siamo onde.

Se stai cercando una storia non la troverai in Come svanire completamente di Alessandro Baronciani sempre se, una copia, riuscirai ancora a trovarla. Questa scatola che si apre su un mondo completamente inventato è il risultato di un progetto riuscito alla grande e che ha portato nella cassetta della posta un regalo di Natale tra i più belli che si possano ricevere: la possibilità di vivere infiniti inizi. Quello di Alessandro Baronciani è un guardare l’oceano dalle scogliere, è quel pezzo di Irlanda che cerco sempre di spiegare senza mai riuscirci davvero, è stare male per poi stare bene davvero perché quando quel bene arriva, perché arriva, è una cosa davvero difficile da raccontare e io l’ho capito da meno di cento giorni.

Di cosa stiamo parlando? Di un’isola che è diventata una penisola. Di fiori che crescono perché un raggio di sole li ha illusi che la primavera è vicina e invece è ancora autunno inoltrato e l’inverno sta per arrivare. Di una burrasca e del vento che porta via con sé tutto quello che trova. Di un luogo che non esiste eppure è così reale. Di microsentimenti, quelle sensazioni che si provano quando si rigira fra le mani un oggetto rinvenuto dal passato. Del ricordare a tutti i costi e la paura di non riuscirci. Come svanire completamente è tutto questo, è un inno alle scatole che da anni si accumulano in un angolo della camera e racchiudono infiniti mondi di una stessa vita. È un microcosmo così reale che pare assurdo che tutto sia stato solo inventato, si chiude la scatola e si cerca dalla finestra lei, con i suoi capelli lunghi e biondi e la cuffia in testa un po’ storta.

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Uno lo vorrebbe raccontare, Come Svanire Completamente, e invece non lo può fare perché è una sensazione che dura da mesi. È un gesto di fiducia, comprare a occhi chiusi qualcosa che non si conosce e sapere che non si verrà delusi. È tornare a casa e finalmente trovare la propria copia sulla scrivania, la paura di rompere il sigillo che la chiude ed entrare in un universo di cui si sogna di conoscere tutti i dettagli.

La mia copia è arrivata molto tardi, ormai vicina al Natale. Ho aperto la scatola oggi, a due giorni dal 25 dicembre, in un momento in cui ho deciso che per me il 2016 è già finito e il 2017, invece, è già qui, con la fine dei vent’anni (sì, quelli) e lunghissimi viaggi in auto che mi scompiglieranno i capelli e mi faranno pensare a milioni di cose che vorrei scrivere per il solo desiderio di scriverle. In Come Svanire Completamente tutto cambia restando fermo e immobile. Io ho deciso che non voglio cambiare nulla delle ultime cose che ho, tutte così nuove che un anno fa, quando decidevo di rivoluzionare tutto, mai avrei pensato di avere e che negli ultimi mesi mi sono volate addosso senza nemmeno me ne accorgessi. Non voglio cambiare nulla, dicevo, ma non voglio fermarmi qui. Voglio continuare ad andare, sempre più lontano, fino a quando non svanirò completamente e non avrò più bisogno di spiegare nulla a nessuno.

Sai, il mondo si divide in quelli che fanno i trucchi e in quelli che credono nella magia. Tu? A chi appartieni?

Merry Christmas, Joan Didion.

Questa speciale lettera a Babbo Natale  è stata scritta e pubblicata in occasione dell’Avvento letterario di Impressions Chosen From Another Time.

Joan Didion and John Gregory Dunne, Trancas, California, March 1972

Caro Babbo Natale,

Ti scrivo mentre sono nella Miami degli anni Ottanta, mentre voglio lottare per un bene comune che non si trova mai, figuriamoci quando di mezzo ci sono ricconi e affari da infiniti zeri. Ti scrivo dall’ennesima città che non ho mai visitato, dall’ennesima parte di America che lei, la mia scrittrice del cuore, ha descritto con tanto fervore da rimanermi impressa nel cuore e nella mente come se fossi stata davvero lì, al suo fianco, a discutere di società e architettura come facce della stessa medaglia.

Il fatto è che, caro Babbo Natale, per questo 25 dicembre voglio un regalo speciale, specialissimo, perché la lista di libri e fumetti che troverai qua sotto non è per me ma per la donna più speciale che ha reso questi ultimi due anni più belli, più veri, più vissuti. Lei si chiama Joan Didion ed è forse la donna più magnifica che io abbia mai letto.Se il colpo di fulmine è avvenuto con Prendila così, l’amore è sbocciato con le raccolte dei suoi scritti giornalistici, quelli che si trovano in Verso Betlemme. Scritti 1961-1968 e The White Album e che raccontano gli anni Sessanta e Settanta di una Joan Didion sempre presente in ciò che narra, di una penna che sembra una bambina curiosa che non sa resistere al desiderio di voler sondare tutti i terreni, dalla politica alla cultura passando alle infrastrutture e alle città che visita e vive nella sua vita, dalla Sacramento abbandonata in gioventù, alla New York degli anni più vividi.

A Joan Didion, sempre in balia di quel dilemma casa o non casa, tornare o restare, vorrei, caro Babbo Natale, che tu le regalassi Anche noi l’America di Cristina Henríquez, un libro che ha come protagonisti solo personaggi forti e coraggiosi, dei cuor di leone che inseguono il proprio sogno americano senza timore, senza spaventarsi del cambiamento e della difficoltà di inserirsi in una realtà diversa dalla propria. La Joan Didion che ha studiato e analizzato Miami nell’omonimo romanzo l’apprezzerebbe molto.

Vorrei poi, caro Babbo Natale, che tu regalassi a Joan Didion quella bellezza infinita di America primo amore di Mario Soldati (Sellerio) perché vorrei ricordarle che il suo paese è un posto stupendo e la sua paura di viverlo pure, che partire è facile ma tornare non lo è mai e chi più di un esule obbligato come Soldati può raccontarglielo?

Ma un grande viaggio intrapreso sui vent’anni, un’emigrazione interrotta, conferisce al paese straniero che abbiamo abbandonato una lontananza religiosa, un’estraneità piena di stupori. E di viaggi ne sa anche Cyril Pedrosa che con le linee ingarbugliate del suo Portugal (Bao Publishing) ci trascina in un viaggio che è soprattutto una crescita interiore, il desiderio di scoprirsi che è lo stesso di Joan Didion, di lei, così insicura, tanto da ricevere, come regalo di compleanno da parte di suo marito, John Gregory Dunne, la lettura di un passaggio di un suo romanzo senza sapere, poi, che quello sarebbe stato l’ultimo dono del compagno di una vita intera. Un presagio, forse, che lascerà ceneri dalle quali nascerà L’anno del pensiero magico, un inno al dolore da far perdere al lettore qualsiasi riferimento alla realtà e il desiderio di sedersi al fianco di Joan Didion, senza necessariamente stringerle la mano perché a volte è sufficiente la presenza, sapere che qualcuno, anche se non lo si vede, è proprio lì.

Perché insomma, scrittrice, giornalista e saggista: lei è davvero tutto. Joan Didion è la donna che origlia conversazioni e le trasforma in riflessioni, è la voce che non si stanca di parlare, è la bellezza della scrittura che vuole sempre crescere e migliorarsi senza mai scordare di indagare le emozioni per trasformare le parole in mondi intensi ma spesso anche laceranti. A lei, così attaccata alla vita, vorrei che tu, Babbo Natale, regalassi anche Bisogno di libertàdi Björn Larsson (Iperborea), un saggio – biografia che è una continua lode alla ricerca della propria felicità perché chissà se anche Joan Didion, in tutti questi anni in cui si è costruita quella corazza incredibile, non abbia sognato, ogni tanto, di naufragare lontano da tutto.

Caro Babbo Natale, nel 2017 Joan Didion porterà nelle librerie un nuovo capolavoro. Io lo so che sarà meraviglioso e per questo ti chiedo di lasciarle anche un poco di biscotti e soprattutto tanto gelato, che scrivere è faticoso e gli zuccheri non sono mai abbastanza. Non dirle che sono da parte mia, dille che è solo un piccolo grazie per quelle infinite parole che mi lasciano senza fiato ogni volta che apro un suo libro e che mi fanno sognare e mi convincono ogni giorno a continuare a provare e riprovare a inseguire i miei sogni.

Merry Christmas, Joan Didion.