Leggendo #150 – Tre ombre

Avete presente quei libri che quando li chiudete vi soffermate un attimo a guardare il vuoto per esordire con un enorme “non ci ho capito un piffero”? Ecco, vi svelo un segreto: capita anche con i fumetti. E si sa, spesso i volumi che terminano con domande esistenziali sono quelli che scavano più nel profondo eppure ci sono storie che a volte vanno davvero al di là dell’immaginazione creando mondi paralleli in cui nessuna spiegazione logica riesce a mettere un punto all’infinito divagare della mente. E no, non sto davvero parlando di tomi enciclopedici alla Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?( cit.) ma di narrazioni che sanno giocare con la fantasia e creare dei Gargantua (scusate, ho appena rivisto Interstallar) incredibili. Tre ombre, graphic novel di Cyril Pedrosa, è una cosa così.

La prima volta che ho incontrato il fumettista francese è stato fra le tavole di Portugal, un viaggio on the road nella penisola Iberica di cui vi ho già raccontato e che non smetterei mai di consigliare. Perché Cyril Pedrosa è un autore davvero magico nel senso che tutto ciò che tocca, sostanzialmente carta e matita, viene avvolto da un incantesimo capace di creare nuovi mondi nemmeno troppo vicini alla nostra galassia. Ciò accade soprattutto in Tre Ombre, una storia delicata eppure così coinvolgente da lasciare il lettore immerso nelle righe che compongono un’avventura al di là di ogni avversità e pronta a farci cercare, in ogni suo meandro, un significato vero e profondo che risponde a tutto ciò che l’autore cerca di dire lasciando nascosti riferimenti qua e là fra le linee dei suoi personaggi.

300-tre-ombre-9Il piccolo Joachim e la sua famiglia vivono felici e contenti alle pendici della montagna, protetti dalle raffiche di vento e dal gelo più terribile. Eppure qualcosa si nasconde là fuori, pronto a spaventare la piccola famiglia e destabilizzare l’equilibrio fatto di passeggiate fra i boschi e serate a scaldarsi con il tepore del camino acceso. Joachim e il padre, così, si ritrovano improvvisamente catapultati in una realtà nuova, a partire per un viaggio in nave che li porterà a lottare con la furia del mare per poi finire fra le mani di una figura più onirica che reale.

E il tratto del fumettista si adegua al susseguirsi delle vicende. Si fa più forte e denso nei momenti in cui i personaggi si ritrovano a vivere le vicende più pericolose della loro vita mentre le tavole tornano a essere limpide e cristalline proprio quando la gioia sta per diventare nuovamente protagonista, la stessa serenità che permeava nella prime pagine di Tre Ombre.

treombre_dettQuale sia davvero il significato di questa graphic novel di Cyril Pedrosa è difficile dirlo. Probabilmente non sarà la prima, non la seconda e nemmeno la terza lettura a rilevarlo. Quello che si può dire, però, è che Tre ombre è un racconto che vuole un futuro, che aiuta ad affrontare ciò che è passato per tornare a cercare la serenità. E così, come in Portugal, Cyril Pedrosa racconta ancora il ritrovamento della felicità, la presa di coscienza sull’ieri per vivere il domani con una vitalità vera, palpabile.

Leggendo #132 – La vita con Mr. Dangerous

Avete presente i quadri di Hopper? Quelli dove i protagonisti paiono percorrere chilometri nella loro mente come se stessero cercando in qualche modo una via d’uscita sperando di ricevere risposte a tutti i loro perché fissando l’orizzonte o più spesso il vuoto? Ecco, La vita di Mr. Dangerous di Paul Hornschemeier è un Hopper lungo 160 pagine, dai colori accesi ma opachi, dalle pagine ruvide ma sincere, dalla copertina cartonata colorata che è una meraviglia guardarla fra gli scaffali sapendo poi che le sue tavole nascondono segreti e verità che sono noi. È che l’ultimo lavoro edito da Tunué è davvero tutto ciò che si nasconde da sempre nei giovani di tutte le generazioni e io per raccontarvelo vorrei portarvi altrove, a bordo di un’automobile che viaggia verso casa la notte tardi, perché c’è qualcosa nel tornare a casa in auto la sera che cambia tutto.

I preparativi sono semplici: mettersi al volante, cercare la playlist perfetta (sempre più spesso la più triste e malinconica) e poi partire. È che scegliere di mettersi alla guida la sera, quando il sole se ne sta andando e la notte corre veloce per arrivare dove stai viaggiando, è scegliere di farsi condurre dai fari che illumineranno solo ciò che è veramente necessario per lasciare nelle tenebre tutto ciò che ti circonda. È una sensazione che solletica il corpo, fidarsi di due fanali e scordarsi di tutto ciò che c’è realmente attorno, pensare solo a evitare le buche che potrebbero comparire improvvise e a chi si potrebbe nascondere dietro la curva, fermo in mezzo alla corsia con le quattro frecce. È che in qualche modo guidare la notte rende tutto più semplice: non bisogna pensare ai problemi perché ci si concentra su gesti ormai abitudinari. La prima, poi la seconda, arrivi in terza e di nuovo a scalare che quel pazzo davanti a te sta frenando. Quando si è alla guida si lascia correre sulla propria pelle ciò che non vorremmo vedere o sentire proprio come Amy, la protagonista de’ La vita con Mr. Dangerous, che pare scegliere di vivere la sua esistenza come un eterno viaggio nella notte, senza scegliere, lasciandosi solo guidare dai fari.

img_9762Tra le cose belle di La vita di Mr. Dangerous c’è che questo fumetto inizia subito, la storia la puoi prendere al volo. È così che scopriamo essere il ventiseiesimo compleanno di Amy e che il giorno prima del tuo essere più vecchia di un anno non le ha portato davvero quelle gioie ed entusiasmi che tutti si aspettano quando ogni dodici mesi arrivano i festeggiamenti, quando si finge di non voler nulla in regalo e invece si vorrebbe anche solo una piccola dimostrazione d’affetto fatta con il cuore. Amy sa di non doversi aspettare nulla di che tanto che per convincersene vorrebbe scordarsi di quel giorno dell’anno che la rende più speciale. Il problema di Amy, sostanzialmente, è che mentre guida e mentre vive non vorrebbe smuovere nulla di ciò che le sta intorno, non vorrebbe scoprire cosa si nasconde sotto gli strati di polvere che le si sono accumulati sopra il cuore e l’esistenza intera.

Perché Amy ha un lavoro che non ama, un gatto che miagola spesso e una madre sempre preoccupata. Amy è tutti noi che siamo lì, a fare qualcosa che non amiamo ma nemmeno odiamo, a capire cosa potrebbe accadere nella nostra vita ma senza metterci mai davvero in gioco. Vorrebbe vivere, Amy, ma non lo fa: non ne ha voglia. Perché farsi deludere ancora?

… e una dovrebbe mantenere un approccio positivo sapendo che la gente non fa che farsi cose orribili a vicenda?

La vita potrebbe cambiare, qualcuno potrebbe entrare a farne parte e rompere i cardini delle abitudini ma perché lasciarglielo fare? Amy si pone tutte queste domande e noi con lei perché ne’ La vita di Mr. Dangerous si riassumono tutte le paure di generazioni e generazioni, i timori che sono i più umani e i più sensibili ovvero quelli difficili da raccontare ma certamente provati. Nell’opera a colori di Paul Hornschemeier ci sono tutti questi momenti ma soprattutto c’è un particolare che ora è così caratteristico nelle nostre vite tanto che non ci rendiamo conto di quanto fosse diverso solo alcuni anni fa.

Sto parlando delle serie TV e dell’amore che ognuno di noi ha cominciato a maturare per personaggi fittizi che hanno iniziato a far parte delle nostre vite. Siamo abituati a divorare stagioni e stagioni, a scandire i giorni con il numero di puntate viste, aspettando il weekend per fare una maratona e maledicendo la stanchezza in settimana che non ci permette di lasciarci fermi sul divano a farci passare vite addosso. Eppure ciò non è stato sempre possibile: Amy fa parte di quel periodo in cui ancora non c’era il servizio di streaming e quindi capitava di guardare ciò che il palinsesto proponeva, repliche di episodi passati in attesa di nuove puntate della stagione preferita. Nonostante ciò Amy si fa cullare dagli episodi già visti e soprattutto dal suo personaggio preferito, Mr. Dangerous, che tante volte ci ho pensato a cosa mi sarebbe accaduto se ci fosse stato Walter White a farmi compagnia in certe nottate perse a pensare ai mille perché con quell’espressione sul volto tipica di quei quadri di Hopper di cui si parlava prima.

Quello di Paul Hornschemeier si può definire così un lavoro meticoloso, una ricerca laboriosa di tutto ciò che la mente elabora quando ci si ritrova a pensare se si è felici e se mai si potrà esserlo davvero trasformando così La vita di Mr. Dangerous in un’opera raffinata, fragile ma incantevole. Un piccolo uragano che smuoverà le vostre vite e che a fine lettura vorrete abbracciare e stringere al vostro petto, proprio come fareste con il personaggio della vostra serie tv preferita dopo il gran finale.

Leggendo #128 – Octave in fondo al mar

Octave è un bambino ma nemmeno poi così tanto. È un pescatore, o meglio, suo nonno lo vorrebbe così.

Octave sicuramente non è un lupo di mare ma il coraggio di certo non gli manca. È un bambino ma sa già come funzionano tante cose.

Octave vive con la sua mamma su un’isola che solo guardandola dall’alto ci si rende conto di quanto è davvero piccina. È un bambino curioso, come tutti i bambini, ma così curioso da riuscire a parlare persino con gli animali.

Octave ha perso il papà nel mare e per questo mica ci vuole stare dentro quel posto tanto cattivo. È spiritoso e sempre sincero perché tanto dire le bugie non è che gli riesca troppo bene.

Octave è tantissime cose dentro le quattro storie che compongono l’edizione integrale delle sue avventure, racchiuse in un volume Tipitondi di Tunué che proprio con l’arrivo dell’estate è stato ristampato per permettere a tutti i lettori, grandi ma soprattutto piccini, di tuffarsi nelle pagine scritte da David Chauvel e disegnate e colorate da Alfred, uno di quei tipi che può sfoggiare nel soggiorno di casa un premio Angulême.

Prima di raccontarvi di questo bambino così vivace, cominciamo dal fatto che le avventure in fondo al mar (o in superficie o in riva o comunque in un mondo in cui le onde sono protagoniste) a noi amanti dei fumetti piacciono davvero tanto. Citando anche Maledetta Balena, bisognerebbe soffermarsi poi su quel capolavoro che è Il porto proibito di Teresa Radice e Stefano Turconi, la coppia che scoppia nel mondo dei fumetti italiani (ma anche all’estero!) creando tavole dalla bellezza quasi commovente. Quella de’ Il porto proibito è una storia che neanche ve la sto a raccontare: è una di quelle letture che dovreste accettare senza tante cerimonie che qualsiasi cosa vi accadrà passerà in secondo piano rispetto alle emozioni che quelle pagine vi faranno vivere. Perché i pirati, si sa, sono quel mondo che tanto piace alla letteratura e che nel mondo dei fumetti trova ancora più grinta ed espressionismo raccontando storie di uomini eroi che affrontano le peggio sfide riuscendo sempre ad averla vinta.

Anche Octave, a modo suo, è un piccolo eroe dal cuore grande. Il tono deve assolutamente cambiare quando si parla di questo piccolo bimbo dalla chioma spettinata perché la tenerezza di queste tavole sorprende dalla prima storia, Octave e il capodoglio, la prima a essere raccontata e la prima dalla quale il mondo di Octave viene rivoluzionato.FullSizeRender.jpg

Perché l’edizione integrale edita da Tunué, arrivata per la prima volta in Italia nel 2010, è l’unione di quattro storie dove un capodoglio, un’orata reale, un pinguino e una sula bassana incontrano il piccolo Octave con lo scopo di fargli vivere avventure fuori dall’ordinario immaginando un mondo reale (ma non troppo) dove il bambino si ritroverà a superare piccole prove che lo renderanno più forte, più grande, più consapevole di cosa la vita ha di buono nonostante tutte le difficoltà.

È una storia dolce, questa, è un tuffo in fondo al mare (che a Octave capiterà più volte di fare in tutte queste tavole!) che in un’estate torrida e soffocante porta un sospiro di sollievo, una pacca sulla spalla e un sorriso di quelli un poco babbei che si fanno quando si trova qualcosa di molto bello e amorevole.

Alla fine non ci vuole molto: è sufficiente un pomeriggio, del sole sulla faccia e qualche ghiacciolo. La storia scivolerà fra le vostre mani senza lasciarvi il tempo di disabituarvi al carattere brillante di un piccolo ma già grande ometto.

Siete pronti a salpare?

Leggendo #126 – Tobiko

Leggevo Tobiko di Maurizia Rubino in un pomeriggio assolato di quelli terribilmente complicati, di quelli che vorresti dire tutto ma niente, di quelli che vorresti così tanto compagnia ma sapendo di non averla ti convinci che si sta bene soli. Insomma, stavo in quel limbo che passa dall’odio per l’umanità intera alla necessità di farsi abbracciare da almeno i tre quarti della popolazione mondiale quando mi è balzato alla mente il problema più incredibile, quel bisogno assurdo che si ricerca e che, ovviamente, mai si trova: qualcosa di irraggiungibile ma che ogni volta si tenta di conquistare. Sto parlando della più grande utopia, quella che è rappresentata dal desiderio di poter salvare le persone e con questo non si intende cambiarle o deviarle o rimproverarle ma semplicemente tentare di aiutarle a trovare se stesse, ovunque siano, cercando nuovi punti di vista e il desiderio di mostrar loro i racconti della loro vita da angolazioni a loro sconosciute, o semplicemente non tenuti in considerazione, per ampliare il loro raggio d’azione che si traduce nella possibilità di scegliere e vedere le cose come stanno realmente.

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Argomentare tutto ciò viene sempre abbastanza semplice. Quante volte è capitato di dare un parere sincero e veder chiudere portoni per mancanza di volontà di chi ascolta di sentire ciò che conosce bene ma che non vuole accettare? Quante volte, quindi, ci siamo morsi la lingua per evitare di dare pareri troppo scomodi? E quante altrettante volte abbiamo deciso di tacere a causa dell’impressione di parlare a un muro che riflette solo il negativismo e la mancanza di liberarsi da una determinata situazione? Tantissime, troppe, infinite volte.

Non andrò a cadere nell’ambito dei se e dei ma che stanno sempre dietro l’angolo a captare ogni singolo movimento per cercare di allontanarlo dalla meta corretta, parlo però di tutti quei gesti ma soprattutto scelte che portano Tobiko a rincorrere Pop, a scendere nella parte più delicata ed intima del suo corpo per cercare di trovare un modo per salvarlo, per riportarlo al Pop del primo incontro, quello curioso che voleva spiccare il volo e stupire la piccola Tobiko in qualsiasi modo.

Hai fatto in modo che mi fidassi di te e guarda cosa è successo.

Tobiko è terrorizzata ma non dalle ferite e dall’improvvisa violenza di Pop ma da quella cicatrice a forma di cuore che rappresenta qualcosa di più profondo, che scava dentro la piccola umana sopravvissuta in un’era dove orsi e corvi si scontrano, un mondo completamente devastato dall’odio e dalla competizione fra specie che hanno portato alla sparizione della maggior parte di esse.

Il mondo creato da Maurizia Rubino è completamente irreale ma reso vivido e lucido dai sentimenti, dai battiti del cuore che si trasformano in istanti di tachicardia, quando il peggio sembra arrivare ma non lo si vuole prendere in considerazione, non si vuole proprio pensare che ogni sforzo è stato vano.FullSizeRender 2

Questo della Bao Publishing è un volume speciale: le tavole sono immerse nei colori, il tratto dell’illustratrice milanese crea un mondo tra il fantasy e il fantascientifico che diventa però umano e palpabile quando le emozioni prendono il sopravvento e ci si ritrova così a pensare a quanto ne vale la pena, se dopotutto conviene ritentare di spiccare il volo verso la persona amata o liberarsi di tutto viaggiando in un universo nuovo. La risposta, purtroppo, non è mai così immediata.

Leggendo #124 – Polpette Spaziali

Da bambina ero terrorizzata dalla fantascienza. Cause funeste che non starò qui a menzionarvi, l’ansia mi prendeva appena sentivo parlare di navicelle spaziali, buchi neri e alieni dalle facce deformi. Le cose hanno cominciato ad andare meglio dopo aver letto Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams e se ho iniziato ad apprezzare ancora di più pianeti e storie inverosimili dopo Ubik di Philip K. Dick, per amare la fantascienza ho dovuto incontrare la saga Star Wars e soprattutto Chewbecca, il mio preferito in assoluto. Tutto ciò è per dirvi che il mio rapporto con questo genere è decisamente delicato e conflittuale tanto che per me è stato un vero e proprio trauma scoprire che uno dei miei fumettisti preferiti, Craig Thompson, stava per mandare in stampa un capolavoro ambientato non si sa bene dove ma dall’esplicativo titolo Polpette spaziali e giuro che mi ci è voluto un bel po’ di tempo prima di prendere in mano questo mattone colorato in photoshop da Dave Stewart, uno dei più noti coloristi statunitensi e vincitore di ben nove Eisner Awards. La paura, sostanzialmente, era di rimanerne delusa ma se ora sto qui a scriverne con gli occhi a cuoricini è perché durante la lettura mi sono subito pentita di aver aspettato così tanto prima di sfogliarlo.

Space-DumplinsCominciamo dal principio, dal motivo per il quale si ama Craig Thompson. Innanzitutto il fumettista statunitense è l’autore di uno dei graphic novel più dolci e sensibili sulla faccia della terra, Blankets. Non parlerò mai ma soprattutto non scriverò mai di questo fumetto di 592 pagine perché sarebbero solo lacrime e dolcezze messe nero su bianco alla velocità dei battiti di un cuore in tachicardia così come non riuscirò mai a raccontare come merita Habibi, un volume di altrettante 672 pagine su cui Craig Thompson ha scribacchiato e disegnato per sette anni, mese più mese meno. Potrei citarvi invece Addio Chunky Rice perché il vero protagonista del primo lavoro di Craig Thompson è proprio lo stesso di Polpette spaziali: l’amicizia, quella vera, quella che unisce pianeti, galassie e universi interi.

Il ritorno alle storie d’avventura e d’amicizia arrivano così dopo i difficili anni di Habibi dove Craig Thompson, per diversi anni, ha rincorso lo stile della calligrafia e della cultura araba per sfoggiare un’opera dalla trama difficile e delicatissima. La logica conseguenza di un lavoro così immenso è stato tornare a disegnare e costruire qualcosa di di allegro e divertente e a raccontarlo è l’autore stesso in una speciale sezione dedicata alla realizzazione dell’opera, edita in Italia da Rizzoli Lizard.

Non che quest’ultima opera abbia avuto bisogno di meno tempo: se il testo del graphic novel nasce insieme alle illustrazioni, il lavoro richiesto in seguito è stata una lunghissima operazione a cuore aperto. Giusto per darvi un’idea, solo i disegni con la china hanno richiesto due anni buoni di impiastricciamenti perché prima viene lo schizzo a penna, fatto direttamente sul blocco da disegno, poi il tratto sul cartoncino e infine le matite che vengono poi ripassate a china con un pennellino di martora per poi passare, nell’ultimissima fase, nelle mani di Dave Stewart e del Photoshop del suo laptop.

2ballpoints-600x308E se insisto su questi particolari è perché le tavole sono assurdamente piene di dettagli che tanto vale tenersi il fumetto sul comodino per il resto dei propri giorni che qualcosa di nuovo lo si troverà sempre. Perché è proprio qui che ci si re-innamora di Craig Thompson; perché è in quest’opera che si ritrova la stessa minuziosità di dettagli della coperta sotto la quale Craig e Raina si rifugiano dal mondo ma anche la stessa cura e attenzione che il fumettista dedicò alle decorazioni delle tavole di Habibi.

Leggere Polpette spaziali, poi, è una grandissima e meravigliosa avventura e, come vi dicevo, con l’amicizia a fare da vera protagonista. L’ultima opera di Craig Thompson, infatti, è tutta concentrata sulla piccola Violet, una bambina curiosa ma soprattutto determinata che fermarla è come cercare di spegnere un dispositivo a cui manca un millesimo di secondo all’esplosione. Il tutto comincia con una diarrea di balene che nell’universo di Violet è paragonabile al peggiore tsunami sul pianeta Terra, soprattutto quando il padre della bambina si ritrova in quello che potremmo chiamare un epicentro. Non vorrei svelarvi troppo ma è inutile dirvi che la piccola non aspetterà permessi e consensi per andare alla ricerca del padre e prepararsi a viaggiare nell’universo guidando una navicella arrangiata alla buona da un amico speciale di diversa natura perché nel mondo di Polpette spaziali, un po’ come in quello di Star Wars, sono tutti diversi eppure così simili, con le stesse paure e lo stesso entusiasmo di unire le forze per sconfiggere il male (se mai è davvero un male e non una semplice reazione a chi il dolore l’ha realmente subito).

Altro da aggiungere? No. Craig Thompson è ancora una volta il re delle tavole e porta nelle librerie un qualcosa che è più facile da leggere che spiegare. C’è solo da prendere una copia di Polpette spaziali, tuffarcisi dentro e perdersi in tutti i suoi colori.

SOS Diarrea di Balene

SOS Diarrea di Balene

Leggendo #121 – Virus Tropical

È successo che ho letto Virus Tropical edito da Hop Edizioni, scarabocchiato da Power Paola e con protagonista il diventare grandi a suon di traumi. Ed è vero, sostanzialmente crescere è sbattere la testa contro il muro infinite volte eppure ieri ho capito la vera differenza fra essere grandi ed essere piccoli:

  • se sei piccolo stai al tavolo dei bambini e giochi con i tuoi cuginetti;
  • se sei grande stai al tavolo dei bambini e ti sfondi di rosé con i cuginetti e ti fa un video al parco sull’altalena (true story).

Perché insomma, crescere continua a essere un trauma, anche a 25 anni, ma poi fortunatamente ognuno la rigira come gli pare. 

(E Virus Tropical comunque è molto bello e se fossi in voi leggerei perché. O qui o qui.)

Power Paola diventa grande (forse).

Io comunque non l’ho mica capito perché nel dizionario, a fianco del verbo crescere, non c’è la parola trauma. La Treccani parla di “sviluppo progressivo e naturale” ma io li vorrei proprio incontrare quelli che a un certo punto si sono ritrovati grandi senza aver preso nemmeno un pugno in faccia o essere caduti dal dodicesimo piano. Ovviamente si sta parlando per metafore (lo vorrei proprio vedere uno che sopravvive a un lancio dal dodicesimo piano) ma tutto ciò è per sottolineare che nella crescita non c’è nulla di naturale e soprattutto progressivo: ci si ritrova una mattina, spesso dopo una notte insonne, ad avere tutti i valori sballati, i pantaloni che non stanno più e le maniche della felpa che improvvisamente arrivano al gomito. Il tuo corpo cambia alla velocità della luce e tu lo vorresti fermare, anche solo per un attimo, per dirgli che non c’è tutta questa fretta di diventare adulti e assumersi responsabilità. E no, non sto parlando di Peter Pan di Barrie ma di un graphic novel che è così reale e sincero da sfiorare tutte le corde del lettore over 21.


virus-donnePerché anche Paola, la protagonista di Virus Tropical edito da HOP Edizioni – una delle case editrici indipendenti più indie pink della nazione intera – è diventata donna a suon di traumi esistenziali, addii e sostanzialmente disagi. Nata in Colombia, Paola cresce in Ecuador ma torna a vivere nella patria d’origine per gli studi delle superiori: lo scenario è quindi un mix di traslochi già fin troppo letale. Paola, poi, è l’ultima bimba arrivata in casa De Gaviria tanto che in realtà nessuno si aspettava l’arrivo di una piccina. “Signora De Gaviria – disse il medico alla mamma di Paola in un dì del 1977 – deve essere un virus tropicale. È impossibile che sia incinta” e invece no: la natura quando ci si mette è più forte di qualsiasi cosa, anche di alcune tube teoricamente chiuse.

La famiglia della nostra protagonista è un gran casino, come giustamente ci si aspetta in quello che si può definire un vero e proprio romanzo (grafico) di formazione. Paola cresce guardando le sorelle più grandi diventare donne ribelli e ovviamente innamorate della persona sbagliata. Il padre è una figura molto presente durante l’infanzia ma che alcuni anni dopo, improvvisamente, decide di tornare a vivere nella casa materna, lontano da casa, mentre la signora De Gaviria si concentra in ciò che le riesce meglio nella vita: leggere le pedine del domino (sì, esiste anche questa pratica).

Come fanno a capire la vita quelli che non hanno delle sorelle maggiori?

Bella domanda. Quando si è i più piccoli di casa tutto è già stato fatto. Le prime sbronze, le prime litigate, le prime crisi adolescenziali. Tutto è stato già vissuto dai fratelli maggiori e quindi il genitore neanche si preoccupa più di badare a tutti i cambiamenti: se l’ha superato il primogenito, per gli altri sarà una passeggiata. E invece è proprio questo il problema: ci si ritrova piccoli in un mondo di grandi dove i propri problemi sono il nulla in confronto al marito che scappa, al nipotino senza più padre, alla sorella che si vuole impegolare negli studi di psicologia in un’altra città. Cosa rimane a una giovane teenager innamorata dell’arte e del disegno se non cercare rifugio nelle amiche, giuste o sbagliate che siano? Paola si ritrova così a vivere nel suo mondo, a cullare il proprio amore per il disegno soprattutto durante il primo periodo in Colombia dopo il trasloco, quando il suo accento ecuadoriano è oggetto di scherno da parte di tutti i suoi nuovi compagni di classe.

E se da bambini si giocava a Maschi contro Femmine, più si cresce più si cerca di far rappacificare i due generi senza riuscire, in realtà, a creare un equilibrio nel momento in cui, poi, gli ormoni paiono prendere il controllo al posto del cervello (e, per alcuni, del cuore). Nascono così i primi amori ma soprattutto i primi cuori spezzati, quelli che a 15 anni si prende la canzone più triste che passa alla radio e si comincia a piangere sperando che più lacrime scenderanno più sarà possibile ricostruire i pezzi del proprio cuore (cosa che in realtà non accadrà mai, anzi). Ognuno ha la propria canzone adolescenziale sulla quale ha pianto infinite lacrime nella propria cameretta e quella di Paola è questa qui (e se fossi in voi l’ascolterei, se non altro perché la cantante è bellissima e i primi anni Novanta ci piacciono tanto).

E tra le cose più belle di Virus Tropical, infatti, c’è proprio la crescita raccontata dalle canzoni perché è scientificamente provato che ognuno di noi ha almeno un pezzo a rappresentare un certo periodo della propria vita (nei miei, per esempio, ce n’è uno con i Tool a tutto volume sul pullman che mi portava alle scuole superiori alle 06:45 del mattino perché quando dico che il mio paesello è in campagna voglio dire che è davvero in campagna, lontano persino dalle scuole).

Potrei andare avanti per ore ed ore a parlare di Virus Tropical e delle tavole sempre esplicite e mai timide, del tratto decisivo ma mai spaventato dagli imprevisti della vita. Vi lascerò solo con due piccoli e innocenti spoiler senza i quali, ne sono certa, vi sarà difficile addormentarvi questa sera.

SPOILER N° UNO:
Paola imparerà ad ascoltare anche musica un po’ più nobile (non me ne voglia Christina). Canterà Wish You Were Here quando la sorella preferita si trasferirà in un’altra città ma soprattutto imparerà a capire un poco di più la vita quando nelle sue orecchie arriveranno i primi accordi di Like a rolling Stone di Bob Dylan.

SPOILER N° DUE:
Virus Tropical si chiude quando Paola sembra aver raggiunto una certa maturità. Ma cosa ne è stato poi di lei? Beh, Paola Gaviria si nasconde dietro il nome d’arte Power Paola che sostanzialmente diventerà l’autrice di questo graphic novel, il primo scritto e disegnato eppure dal quale sarà già tratto un adattamento cinematografico (di cui potete già vedere qualcosa qui). Mica male come inizio, no?

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Leggendo #100 | Avventure di un uomo in pigiama

Di Paco Roca mi sono innamorata due volte nella mia vita: la prima quando lessi Rughe nel settembre del 2013 e la seconda nel novembre del 2014 quando l’autore, in occasione del Lucca Comics and Games, ne autografò la mia copia che ora sta nella parte più preziosa della mia libreria. A distanza di un anno, nel novembre del 2015, mi  ritrovo fra le mani Avventure di un uomo in pigiama, l’ultima opera del fumettista spagnolo edito da Tunué, che con le sue mini storie mi conferma, ancora una volta, il titolo di miglior latin lover letterario che ci sia.

A far innamorare di Paco Roca è proprio la capacità dell’autore di lanciarsi in qualsiasi tematica senza paura e senza riserve, realizzando tavole colorate dai molteplici interessi e passioni. Se Rughe è una storia tenera e sensibile con profonde riflessioni sulla malattia e la vecchiaia trattate in modo così delicato da toccare il cuore, Avventure di un uomo in pigiama è una raccolta esclusivamente divertente che non manca, però, di ragionare sull’importanza della scrittura, della stesura di un’opera, dell’invenzione di personaggi, del lavoro creativo in generale e di tutti i piccoli ma grandi ostacoli che si possono incontrare lungo questo tipo di percorso.

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Non è un caso, quindi, se Avventure di un uomo in pigiama inizia proprio con il racconto di un viaggio, di tutte quelle ansie e premure che caratterizzano una partenza e che spesso rendono un mese di vacanza più stressante di undici mesi al lavoro. Si trattano di piccolezze, di gesti banali, che Paco Roca racconta in modo divertente ed ironico senza mai perdere la voglia di mettersi in gioco e scherzare delle proprie piccole angosce. Un esempio? L’abbuffata a colazione che contraddistingue ogni turista in vacanza.

Quanto tempo serve a un essere umano
per autoregolarsi di fronte a un buffet
gratis prima che il suo colesterolo salga
in maniera più allarmante dell’inflazione?

Momenti di ironia che si intrecciano a riflessioni sempre più profonde sulla creazione di un libro, di come il processo creativo modifichi la vita di un autore che oltre a essere un uomo a volte è anche un marito e un padre (spesso un po’ troppo distratto tanto che in alcune tavole di Paco Roca ci sembra di ritrovare il Guy Delisle di Diario del cattivo papà). Incombenze, imprevisti, assicuratori sempre pronti a citofonare alla porta sono solo alcuni dei disguidi che il lavoratore da casa incontra lungo il suo processo creativo che pare trasformarsi in incubo quando la data di consegna del progetto si avvicina sempre più. Eppure, e Paco Roca lo disegna e lo racconta in modo meraviglioso, è la meraviglia di veder nascere una propria storia che spinge l’autore a non demordere, mai.

Credo che il motivo che mi spinge
a iniziare un nuovo progetto  sia lo stesso che spinge una
persona cresciuta selvaggia
a tornare nelle foreste.

A lettura terminata si rimpiange solo che le tavole siano già finite: fortunatamente a Paco Roca piace molto indossare il pigiama, la divisa perfetta per l’uomo che sa lottare contro la pellicola trasparente e il prossimo progetto da pubblicare.