Resterà

Questo racconto è stato pubblicato su Lahar Magzine (#40 – Buio)


È incredibile come tutto faccia meno paura una volta calata la notte. Quella stanza, così spoglia al suo arrivo, si illuminava con i primi raggi di luna senza il bisogno di disturbare la piccola abat-jour tutta rossa messa su uno scaffale in mezzo ai libri perché altro spazio non ve n’era. La luce, a poco a poco, veniva riflessa un po’ ovunque ma malamente: eppure ciò non la preoccupava, anzi, la rasserenava, la faceva sentire più vicina a un angolo di mondo, il suo, quello a cui bastava poca luce per stare bene. Era questa la caratteristica che ogni sua camera aveva avuto nel tempo, trasloco dopo trasloco. Era l’idea di ricreare un piccolo nascondiglio in ogni nuova città enorme in cui si ritrovava, dove i sogni del momento la trascinavano e lei rimaneva in attesa di capire se quella era la volta buona oppure l’ennesimo tentativo di capirsi, ancora.

E chiederselo, o quanto meno accettare di provare a farlo, era più semplice quando la luce era spenta e il soffitto diventava un qualsiasi soffitto, a volte persino quello di casa, la vera casa, quella che aveva lasciato per il primo sogno e la prima fuga (non) d’amore. Tutto sommato bastava poco: una piccola luce da spegnere, l’album preferito da ascoltare con le cuffie a volume nemmeno troppo alto, quel tanto che bastava per ricreare quell’amato e fin troppo conosciuto rumore di sottofondo, la luce dei lampioni contro le tende della finestra e un’immensità di ricordi nella quale naufragare.

Ehi, sei sveglia?”.

No”.

Volevo solo sapere se tornerai o ripartirai”.

Non lo so”.

Me lo dirai quando lo deciderai?”

Sì”.

Ok”.

Per strada sta passando un’automobile seguita da un’altra e poi un’altra ancora. Il semaforo è rosso, rallentano, e sapere che ha già cominciato a riconoscere tutti questi rumori, a capire lo spazio intorno a sé dal buio della propria stanza, le fa capire che forse, forse, quella è diventata una casa.

E se così fosse, non tornerà né ripartirà.

Resterà.

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Leggendo #159 – Darusja la dolce

A distanza di un anno da L’ultimo amore di Baba DunjaKeller Editore mi fa innamorare di un’altra donna dall’animo forte, nascosto sotto una corazza di dolcezza. Darusja la dolce, come quello di Alina Bronsky, è solo apparentemente un libro semplice: è un concentrato di realtà – cruda e indelicata – che si alterna al potere dei sentimenti, delle emozioni e di quei fatti che segnano la vita in modo indelebile, come solo quelli tracciati dalla storia sanno fare.

E il romanzo di Marija Matios, non a caso, ha un secondo titolo che è Drammi in tre vite. Perché ogni storia, per essere raccontata e spiegata, ha bisogno di riferimenti temporali lontani dal presente, di cause e azioni che hanno dato un senso a gesti e comportamenti come quelli di Darusja la dolce, chiamata così dalle voci di paese protagoniste di pagine che riescono ad alleggerire la trama, rendendo la storia della Bucovina, qui raccontata in decenni che si rincorrono, ancora più viva e reale.

Se i drammi di Darusja la dolce vivono tre vite, Darusja stessa è protagonista di ognuno di essi, di ogni pagina e di ogni necessità che porta il proprio io a reagire come può agli elementi esterni più irruenti e violenti, alla brutalità dei governi forti che hanno reso la vita della regione storica della Bucovina turbolenta e protagonista di soprusi. Marija Matios, per raccontare un pezzo di storia della sua regione, crea un personaggio delicato, fermo nelle sue convinzioni e deciso a comportarsi come solo ha imparato a fare. Sono piccoli gesti, abitudini bizzarre ed emicranie fulminee alla vista di caramelle che rendono Darusja speciale, con le sue stranezze e i suoi lunghi bagni al fiume.

Le vicende narrate in Darusja la dolce, poi, sono volutamente inserite in un contesto corale. Discorsi diretti fra vicine di casa si trasformano in pettegolezzi fra gente di paese, fra anziani che sanno aneddoti di oggi e di ieri e che volutamente sono stati inseriti fra le pagine per rafforzare lo spirito di un romanzo capace di essere sia immensamente poetico che terribilmente crudele, tanto da richiedere qualche pagina di leggerezza come quelle con protagonista le chiacchierate del vicinato. La prosa, come i protagonisti, è reale ed energica, sempre pronta a far emergere i dettagli più importanti diventando come Darusja, che non ha mai paura di manifestarsi per quello che è.

Un pomeriggio di lettura, così, termina con minuti di silenzio, a interrogarsi sull’umanità – se esiste ancora – sulla forza di reagire, di non lasciarsi schiacciare. Di scegliere quali parole dire e quali lasciare trasparire dalle nostre azioni. E sono questi i segnali di un libro che è destinato a rimanere parecchio tempo nel cuore.

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Leggendo #158 – Il corpo che vuoi

Questo articolo è stato pubblicato su Cosebelle Magazine


Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman è un libro materico composto da cosmetici, merendine e strati di pelle toccati e da toccare. Quello portato nelle librerie da Edizioni Black Coffee, infatti, è soprattutto un romanzo costruito da sensazioni esclusivamente tattili, di decisioni prese di pancia e mai di testa e di movimenti che si ripetono per pagine e pagine, come quelle in cui le dita della protagonista sbucciano un mandarino, tanto da sentirla  sulla pelle quella sensazione, l’indice che scava nella buccia per cominciare a toglierla mentre il succo scivola sulla mano. Alexandra Kleeman, giovane penna di origine statunitense, descrive così parti di corpo ma anche organi, respiri e affanni perché ogni tensione, in questo romanzo, diventa simbolo e filtro per descriversi.

Di notte me ne sto sdraiata a letto e, anche se non posso toccarlo o tenerlo in mano, sento il cuore muoversi dentro di me, troppo piccolo per occupare il petto di un adulto, troppo grande per stare nel petto di un bambino.

Il corpo che vuoi, innanzitutto, è un libro senza personaggi, solo identità vacue. A, B e C sono tutti e nessuno, sono protagonisti di storie che possono essere la mia e la tua, sono anime che vivono di paure, terrori, ma senza costringersi ad affrontarle. Perché A, B e C non hanno passato né futuro. Vivono un eterno presente con, forse, il desiderio di cercare se stessi in un mondo in cui tutti sono autentici, dove i colori dei messaggi fuorvianti della pubblicità riflettono ciò che non si è più ma che si vorrebbe tornare a essere (spoiler: senza riuscirci).

Mi sento come la neve, come probabilmente si sente la neve: fredda e in pace e sul punto di svanire. Un manto provvisorio sopra un fazzoletto di terra. Giaccio come neve per un lungo istante, mentre un’auto passa ogni tanto in strada rendendo il bianco più bianco.

E il mondo della cosmetica ha un impatto tutto suo nel romanzo di Alexandra Kleeman. Le creme e i trucchi che si ritrovano fra le pagine de’ Il corpo che vuoi sono strumenti per trasfigurarsi, per modificare il proprio viso come se si potesse modificare la propria anima semplicemente applicando sul proprio volto con un poco di ombretto. La cura dell’esterno, in questo modo, diventa un tentativo per abbellire anche l’interno, come se l’uso di creme rendesse più bella non solo la propria pelle ma anche gli organi, trasformando così un cosmetico in un qualcosa di commestibile, neanche fossero le merendine di cui la televisione racconta ogni giorno un’avventura nuova. Un modo, quello di Alexandra Kleeman di raccontare il mondo della cosmetica, più forte di altri, per approfondire il bisogno di sentirsi belli, più per gli altri che per sé, di riempirsi di altro per sentire a tutti i costi qualcosa, qualsiasi cosa sia.

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Una fame disperata mi si agita dentro. La pelle è una prigione. All’improvviso vorrei rivoltarmi come un calzino, riversarmi all’esterno e iniziare a staccarmi dei pezzi a morsi, nutrirmi.

Perché Il corpo che vuoi è soprattutto solitudine. È la corsia dei supermercati vuota e tu che ci cammini in mezzo con il ronzio del banco frigo come unica compagnia. È il vagare per la periferia della propria città guardando il marciapiede opposto con i suoi palazzi e distributori di benzina. È accendere la tv e lasciare che i canali televisivi illuminino il viso con un’invasione di immagini, lasciando spazio alla passività e all’assenza di presa di coscienza, inventando le vite dei protagonisti dei reality show. Il corpo che vuoi è un continuo cercare di darsi risposte, di giustificare comportamenti altrui per capire meglio i propri tentando di dimostrarsi forti quando nella realtà ci si sente sempre più piccoli. Così piccoli da cercare un qualcosa di troppo grande in cui perdersi.

(..) io, invece, trasformo il risolvibile in irrisolvibile e poi cerco di risolverlo.

Leggendo #157 – Nel paese dei mostri selvaggi

Questo articolo è stato pubblicato su Salt Editions.


Quando gli sconti Adelphi chiamano Salt Editions risponde soprattutto quando si tratta di libri belli (e illustrati!) che arrivano direttamente da infanzie degli anni Sessanta. Era il 1963, infatti, quando Harper & Row pubblicò Where the Wild Things Are (Where the Wild Horses Areinizialmente), una storia narrata e illustrata dallo statunitense Maurice Sendak. Arrivato otto anni dopo anche in Italia, nel 1968, Nel Paese dei Mostri Selvaggi torna sugli scaffali delle librerie italiane grazie ad Adelphi, in un’edizione tutta nuova e speciale, da sfogliare ogni giorno alla ricerca di nuovi dettagli.

Protagonista di questa storia a colori è Max, un bambino a cui non piace stare tranquillo, che preferisce indossare il suo costume da lupo e giocare per casa combinando pasticci, talmente tanti da essere ripreso dalla madre. A Max, però, non piace essere sgridato tanto che, alla madre, preferisce rispondere a tono.

“Selvaggio!” gridò la mamma. “E allora ti mangio!” urlò Max. Così fu spedito a letto senza cena.

E cosa succede al piccolo protagonista quando si ritira nella propria stanza? Le quattro mura diventano una giungla in cui un intero mondo decide di entrare. E Max, di conseguenza, decide così di scappare, di salire sulla piccola barca della sua fantasia e navigare lontano fino a raggiungere il paese che dà il nome all’intera opera. Un’avventura straordinaria, quella di Max, ma che trova in questi passaggi, la risposta a tono alla madre e la fuga come reazione alla punizione, molte cause della duplice critica all’albo di Maurice Sendak. In effetti, diversi gruppi di genitori degli anni Sessanta avanzarono dei giudizi negativi sulle reazioni da ribelle del piccolo Max, etichettandoli come comportamenti mancanti di rispetto e un cattivo esempio per la prole sessantina. Fortunatamente, però – e a buon ragione – altrettante mamme e papà ne lodarono l’insegnamento positivo, la possibilità di trasformare in maniera produttiva la propria rabbia facendo giocare ed esplodere la fantasia del bambino in un mondo irreale ma affascinante e concreto. Non è un caso, forse, se nell’anno di uscita, 1963, Where the Wild Things are vinse il premio Caldecott Medal come miglior libro illustrato americano dell’anno andando a mettere l’accento su un’opera la cui chiusa è un ritorno alle origini, neanche fosse un Peter Pan a lieto fine con una presa di coscienza finale che dimostra l’importanza di imparare dai propri errori.

Ma come sono questi mostri di cui Max diventa addirittura re? Sono colorati, sono definiti in ogni dettaglio e sono soprattutto legati alla tradizione yiddish, proprio come Maurice Sendak che per illustrare queste creature selvagge prese ispirazione dai propri parenti e dai loro comportamenti bizzarri. Ne nasce un albo dalle tonalità più scure eppure vivide, un mondo tutto nuovo per i più piccoli che se lo ritrovano tra le mani e un modo per riscoprire quel lato ribelle che ogni bambino ha che i grandi, spesso, dimenticano. 

Nel paese dei mostri selvaggi è un libro (e diverse trasposizioni cinematografiche tra cui quella indimenticabile del 2009 con la voce di Karen O) che fa tornare all’infanzia, che solletica la voglia di vivere nuove avventure e di non avere così paura di prendere una posizione. Ogni nostra scelta, ovunque ci porterà, avrà qualcosa da insegnarci per renderci un poco più grandi.

 

Di papà che sono Pongo

Degli amori dei papà, due anni fa su Finzioni.


Fu nei giorni intorno a Natale che decidemmo di togliere dall’armadio tutti i vari album di famiglia. Non lo facciamo mai, l’ultima volta, forse, fu una decina d’anni fa ma quest’anno avevamo un evento da festeggiare: la caduta del primo dentino da latte del mio nipotino. E per non spaventarlo, e incoraggiarlo in questa grande avventura che sarà la crescita di un sacco di denti nuovi e brillanti, mia madre (nonché la nonna) ebbe la grandissima idea di cercare le foto con me e i miei fratelli in posa smagliante con la finestrella al posto delle palette giusto per dire “guarda, anche tuo papà e i tuoi zii hanno avuto lo stesso problema”. Oltre all’imbarazzo di aver vinto il premio Miss Sorriso, mi sono accorta che sfogliando i vari album non c’era foto in cui mio papà non tenesse sulle spalle, in braccio o attaccato alle gambe noi tre piccoli marmocchi. Perché la mamma è sempre la mamma, si sa, ma il papà, soprattutto per noi giovani fanciulle, è un amore incondizionato, la promessa di quel principe azzurro che ci porterà via da casa, sì, ma solo per portarci in un altro regno dove anche lì, si supponeva, saremmo state chiamate principesse.

Una storia molto dolce, insomma, che spiega come spesso noi fanciulle preferiamo stare a casa con il babbo invece che lanciarci nelle braccia di principi poco gentiluomini e più innamorati del joystick che di un ipotetico regno fatato. Un sogno infranto, a dirla tutta, che quasi avevo scordato ma che è tornato in superficie mentre sfogliavo le foto dell’infanzia. Ed è proprio in quel momento che mi sono resa conto che forse il mio affetto per Pongo da bambina era fin troppo ovvio: era docile e responsabile e amorevole proprio come il mio papà. È lui, ne La carica dei 101, che ritorna sui suoi passi per aiutare il piccolo cucciolo infreddolito e con la coda gelata ed è lui, si sa, che insieme all’amorevole Peggy decide di salvare tutti i cuccioli che ritrovano insieme ai loro piccini dalle grinfie della terribile Crudelia De Mon. Era il 1961 e, per i più curiosi, La carica dei 101 era il primo classico Disney a non essere ambientato in un’epoca passata o di fantasia: fu un grandissimo successo.

Sarà lo scorrere del tempo, l’arrivo del nuovo millennio, ma è stato proprio dopo questo flashback che mi son ritrovata a pensare ai papà disegnati dalla nuova generazione. Sono affettuosi, l’amore per i figli dicono sia incondizionato, eppure i papà del nuovo secolo paiono più buffi che attenti, più spericolati che severi, più giocherelloni che seduti sulla poltrona a leggere il giornale. Parlo, soprattutto, di quei papà letteralmente disegnati, di genitori tuttofare che ho trovato nelle tavole di due fumettisti da me tanto amati: Paco Roca e Guy Delisle.

Avventure di un uomo in pigiama è una raccolta divertente che pur ragionando sull’importanza della scrittura, della stesura di un’opera e dell’invenzione dei personaggi non manca di divertire e intrattenere il lettore con scene di vita spassose. Nell’opera di Paco Roca, infatti, ci sono momenti di ironia che scherzano sul peso del processo creativo nella vita quotidiana di un autore che, oltre a essere disegnatore e narratore, è anche (e soprattutto!) un marito e un padre. Incombenze e imprevisti sono solo alcuni dei disguidi che il lavoratore da casa come un fumettista può incontrare nella sua giornata che spesso pare trasformarsi in un incubo e in un perenne tentativo di rimanere sempre imprigionato nella propria testa alla ricerca di nuove storie. È così che Paco Roca si ritrova a passeggiare fra le vie della propria città con il figlioletto nel passeggino e con lo sguardo perso nel vuoto, forse alla ricerca di un’ispirazione, tanto da accorgersi solo all’ultimo secondo che il bambino, saltellando, sta per cadere sull’asfalto (se solo la moglie lo vedesse!).

Guy-Delisle-Papà_13E di mogli che non vedono il padre mentre si occupa dei propri bambini se ne parla anche in Diario di un cattivo papà di Guy Delisle, un mix di mini storie da spanciarsi dalle risate e con protagoniste le avventure più esilaranti di un padre divertente e affezionato che si occupa dei figli quando la moglie lavora per Medici senza Frontiere, come racconta l’autore stesso nei suoi progetti di graphic journalism. Tavola dopo tavola, risata dopo risata, Guy Delisle è il padre con la testa fra le nuvole ma che non perde mai l’occasione di giocare con i propri piccini, spesso divertendosi più dei figlioletti.

Una cosa è certa, da Pongo ai fumettisti un elemento in comune c’è: è l’amore del padre che spesso, per motivi lavorativi, ha meno tempo da trascorrere con i figli e si ritrova a voler rendere ogni momento ancora più speciale, pur dovendo alcune volte rimanere attaccato al mondo del lavoro. È un affetto più unico che raro, un gioco che cambia da carattere a carattere ma che si trasforma sempre in un momento indimenticabile che anche ad anni di distanza, riguardando una foto, verrà ricordato dai figli come uno dei più speciali.

 

Babbo Natale (non) sei tu

Dopo diciassette anni decise di scrivere a Babbo Natale, tanto non aveva chissà che da perdere se non un’oretta in stazione fra un treno e l’altro. Pioveva e lo sciopero dei mezzi cadeva in uno di quei giorni in cui sperava di chiudersi fra le mura della propria camera il prima possibile: rumore e caos fuori, silenzio e finto ordine dentro. Perché di tranquillità non ce n’era poi molta e si era stancata di quella calma apparente. Scrivere a Babbo Natale, così, poteva diventare un modo come un altro per cercare una breve via di fuga, un tempo-spazio in cui ricordi e fantasmi potevano starsene a distanza insieme a momenti di panico creati dalla certezza che pressoché tutto stava cambiando, ancora e ancora, come ogni anno. E quindi perché non scrivere due righe a Babbo Natale per chiedergli anche solo di fermarlo un attimo, quel tempo così inarrestabile?

Innanzitutto, a Babbo Natale avrebbe potuto chiedere di aiutarla a realizzare il piano A, ora che il piano B era completato. Perché insomma, tutti abbiamo un piano B, un’alternativa per avvicinarsi a quel sogno che inseguiamo e che spesso non riusciamo a realizzare. Ma cosa succede se il piano B lo si pensa, ci si lavora e poi improvvisamente diventa realtà? Quando si raggiungono degli obiettivi secondari, come ci si sente nei confronti dei sogni che si volevano davvero inseguire? Come dare una ricompensa a quei sacrifici che però hanno portato a una gioia a metà? Tanto vale provare a rimettersi in gioco e tentare di lavorare (ancora) al piano A, quello che doveva diventare protagonista delle nostre pagine.

Eppure non è così semplice. Perché cambiare città, dopo un poco, diventa quasi facile ma non facilissimo. Perché il cambiamento, a volte, può trasformarsi in un’abitudine, una difficoltà che con il tempo diventa più semplice o quantomeno accettabile. E spaventa, ancora e ancora, come ogni anno. E si rimanda di qualche istante la scelta, quella che cambia in continuazione, crogiolandosi di aver quantomeno raggiunto tutti gli obiettivi del piano B, chiedendosi però dove stia il limite di ogni sogno. Perché a Babbo Natale vorrebbe chiedere una cosa semplice: quando è tempo di ripartire? Quando una casa smette di essere casa, tu lo sai Santa Claus? Quando ci si ritrova in una stanza e la si riconosce come il posto in cui si vuole davvero vivere per un arco di tempo pressoché infinito continuando a vivere di ciò che si ha costruito? Quando all’improvviso ci si ritrova suddivisi fra due mondi, quello vecchio e quello nuovo, e tu in un limbo a capire da che parte stai, come fai a capire il meglio per te? Chissà se Babbo Natale le avrebbe potuto far trovare sotto l’albero il potere della scelta.

Sostanzialmente, per farsi capire meglio, a Babbo Natale avrebbe potuto chiedere una mappa. Dopo anni di puzzle, bambole parlanti e quintali di dolci, cosa poteva essere una semplice mappa? E nulla che si possa trovare con Google Maps o con l’invio della propria posizione su una qualsiasi app di messaggistica. Una mappa, solo quella, con magari una timeline e i luoghi in cui si sarebbe dovuta trovare a ogni determinato periodo della sua vita. Un modo, insomma, per capire cosa scegliere, quale strada prendere, dove arrivare, cosa rispondere alle domande dei parenti il 25 dicembre. Fra un mese dove dovrei essere, Babbo Natale? Fra un anno? E fra dieci anni? Cosa sarebbe successo se avessi scelto sin da subito il piano A, me lo sai dire Santa Claus?

Un carico merci passa veloce sui binari davanti a lei e le pagine del taccuino cominciano a girare velocissime mentre con una mano sposta i capelli mossi dal vento e riprende le fila di ciò che sta cercando di scrivere, provando a tradursi e ad allineare pensieri sommersi dalla routine mentre il cielo continua a mandare secchiate d’acqua e la temperatura a scendere sempre più.

Perché a distanza di diciassette anni, oltre a capire dove si trova davvero, lei vorrebbe ancora un dizionario, quasi come quell’anno in terza elementare quando si era stancata di non capire parole che trovava qua e là sparse fra i suoi nuovi papabili libri preferiti. Perché dopo più di vent’anni, certe volte, le veniva comunque difficile capire certe parole, soprattutto quelle urlate quando si litiga, quando si dicono cose cattive. Sono quelle frasi sputate in fretta e furia, quelle che si giustificano dicendo che sono state dette a causa della rabbia però ecco, se uno le dice un motivo ci sarà e quel motivo, per quanto faccia male, uno lo vuole sapere e quindi, Babbo Natale, sarebbe tanto bello avere un dizionario per questi momenti, che dici? Sapere di poter contare su una traduzione, su un’interpretazione pressoché azzeccata giusto per dar respiro a ciò che si è sentito, farlo svolazzare un po’ nell’aria osservandolo mentre la mente cerca di inseguirlo e capire dove andrà a parare.

Perché la vera domanda Babbo Natale, sta nel capire dove arrivi tu e dove inizia lei. Dove i limiti di lei superano i tuoi e dove i tuoi rinforzano i suoi, lasciandola lì a decidere su quella panchina e dove l’altrove la trascina.

La voce amplificata sulla stazione annuncia il treno in arrivo. Chiuse il taccuino, si rimise le cuffie, la vera e unica barriera fra lei e il mondo, aprì la pagina di un nuovo capitolo del libro che stava leggendo sperando fosse il proprio e aspettò il vagone che l’avrebbe portata a una versione di casa.

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Questo racconto è stato scritto e pubblicato in occasione del #NataleBello di Cosebelle Magazine.

Se Natale durasse un mese

Se Natale non fosse un giorno ma un intero mese saremmo tutti più felici e meno stressati. Non ci credete? Stento a crederlo

Se Natale durasse un mese non ci sarebbe l’ansia del regalo, tanto prima o dopo che differenza farebbe? Natale arriverebbe e sarebbe bello svegliarsi ogni giorno per un mese aspettando un regalo fin quando una mattina, a nostra insaputa, quel dono arriva davvero. Sarebbe un po’ come un mese di Non Compleanno e Alice ne sarebbe felicissima (sì, quell’Alice che sta persa nel mondo delle meraviglie).

Se Natale durasse un mese, dicevo, non ci sarebbe l’ansia del regalo e quindi si sceglierebbe con calma, si valuterebbero i pro e i contro di ciascuna scelta. Taccuino o agenda? C’è tutto il tempo per indagare. Ma soprattutto, classico o ultima uscita? Libro nuovo o di seconda mano? Chissà quanti giri in librerie per poter trovare pagine perfette. Perché si sa, Natale è soprattutto lettura. Fra un pranzo e l’altro, fra la visita di un parente e quella di amici che non si vedono da tempo; fra l’arrosto di tacchino e il pandoro con la crema di mascarpone; fra il bicchiere di vino e l’amaro che verrà seguito da un altro bicchierino e poi un altro ancora: a Natale, di tempo per leggere due pagine e molte altre in più, ce n’è in abbondanza.

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Perché Natale è soprattutto quel periodo dell’anno in cui si decide quale dei libri composti da tanti volumi e da tante pagine leggere. Epopea Americana di Joyce Carol Oates o rilettura di Queste oscure materie di Philip Pullman? Che poi sarebbe come dire, scelgo la realtà o la fantasia? Scelgo parole dirette pronte a conficcarsi nel cuore o un filtro che mi faccia vedere quello che voglio? Se Natale durasse un mese non si creerebbero questi problemi, anzi, ci sarebbe pure tempo per un’autobiografia, qualche fumetto e una storia da divorare in fretta furia. Avete dubbi? Giorni Selvaggi di William Finnegan sarebbe lì ad aspettarvi, Amy & Isabelle morirebbero dalla voglia di farvi immergere nel loro mondo, quello descritto divinamente da Elizabeth Strout mentre Flavia Biondi vi prenderebbe per mano per portarvi a Bologna (e non solo!) fra le tavole de’La Giusta Mezura.

E poi ci sarebbero i libri di fotografia, la voglia di tornare nel mondo dell’arte così bella da ammirare dal vivo e ancora di più da sognare ad occhi aperti davanti ai libri. Dalle meravigliose foto di Sebastião Salgado raccolte in Dalla mia terra alla Terra alle Lettere appassionate di Frida Kahlo, è un continuo viaggio fra passato e presente con romanzi, come La vedova Van Gogh di Camilo Sánchez, che raccontano storie vere con quel tocco di magia in più.

Caro Babbo Natale, che ne dici se il mio regalo quest’anno è un mese intero di letture davanti al fuocherello di un camino, seduta su una poltrona con biscotti e latte caldo vicini?


Questo articolo è stato pubblicato su Impression chosen from another time in occasione dell’Avvento Letterario 2017.