Leggendo #136 – Volo di notte

Anno nuovo, stessa voglia di vivere con la testa fra le nuvole.

Essi sono simili a quei ladri delle città favolose, murati entro la camera del tesoro dalla quale non potranno più uscire. Ed errano, in mezzo a quella gelida gioielleria notturna, infinitamente ricchi, ma condannati.

Volo di notte di Antoine de Saint-Exupéry è un presagio, è ciò che lo scrittore francese, noto soprattutto per il meraviglioso universo del Piccolo Principe, vivrà realmente una decina d’anni dopo, quando con il suo aereo, il 31 luglio del 1944, sparì fra le nubi del cielo.

Volo di notte non si può raccontare: è un secondo lungo 114 pagine in cui si trattiene il fiato sperando di non arrivare mai alla fine; è il desiderio di volare che prevale su qualsiasi altra cosa tanto che è quasi difficile immaginare la sensazione di respirare là in alto, sopra le nuvole, così vicino alle stelle.

Essa rimaneva sola. Guardava, triste, quei fiori, quei libri, quella dolcezza, che non erano, per lui, che il fondo d’un mare.

A miglia di distanza dalla terra si spiano nuovi mondi, si vive in una realtà che qui sotto, noi, possiamo solo sognare e magari tentare di scrivere cercando ogni giorno di non arrenderci mai, continuando comunque a vivere in questo mondo così limitato eppure indispensabile con il desiderio di svegliarsi ogni mattino pensando solo a quelle piccole ma grandi cose che ci coccoleranno quando la nostra mente correrà ai grandi progetti che non stanno procedendo come dovrebbero.

È che non vorremmo arrenderci mai, anche quando la tormenta è alle nostre spalle con carichi di nuvole pronte a far esplodere nel cielo fulmini e saette. 

Bon voyage, Fabien.

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Leggendo #135 – La vita segreta delle città

28 dicembre 2016.
Ho passato 7 delle 8 ore che sono sveglia in casa.
Le ho utilizzate per leggere un libro, La vita segreta delle città di Suketu Mehta (Einaudi).
È il miglior regalo che potessi farmi.
È il miglior regalo che potreste farvi.
È il libro che racchiude tutta la positività che dovrebbe travolgere l’umanità intera con l’arrivo del nuovo anno.
Sì, ho detto umanità e non sto esagerando.

Dov’è casa per gente come noi? Siamo indiani o americani? Siamo bombaiti o newyorkesi? Siamo entrambe le cose e nessuna delle due. Le persone che oggi si spostano da una località all’altra, che si tratti di città o villaggi, potrebbero essere definiti “interlocali”. Il dizionario dà la seguente definizione di questo aggettivo: “che riguarda i rapporti tra luoghi differenti”.

Chi esce di casa sa cosa significa tornare a casa, quella precedente, molto spesso la prima, anche solo per un breve periodo. Le abitudini nuove fanno a pugni con quelle più vecchie e con quelle di chi, per anni, ci ha cresciuti e amati. Ci si sente perfidi a provare quel fastidio in fondo allo stomaco, quando si pensa che a qualche chilometro c’è una stanza tutta per sé ma ci sono le festività e le cose giuste da fare che ti obbligano a restare qui, fra le mura di chi ti ha modellato.

Tutti i migranti, essendosi lasciati alla spalle parenti e amici, devono affrontare l’arduo compito di convincerli che ne è valsa la pena.

Non mi ritengo una migrante ma al paesello sì, per loro sono la traditrice che se ne è andata dal nido o questo è ciò che traspare dai loro sguardi che incrocio quando  erroneamente mi viene la pessima idea di fare una passeggiata all’amato fiume dove lancio paranoie e paturnie da quando ho coscienza di me. Domande? Infinite. Scoccianti? Abbastanza. Quelle che lacerano il fianco? Quelle di chi ti vuole bene e dai tuoi racconti vuole che ogni tre parole ci sia un “felicità”.

Che effetto produce sulla mente umana veder cambiare da un giorno all’altro i punti di riferimento dell’infanzia? Quanto possiamo convivere col costante mutamento di quel che ci circonda, prima di cominciare a sentirci nervosi, agitati, irritabili?

Mutamento? All’incirca. Il vero cambiamento sono io e la rabbia incontrollabile che sale dalle viscere e che mi fa pentire di ogni mia mossa fra queste mura. È lo scontro con ciò che è rimasto simile, soprattutto la gente e, ancora, le abitudini, quelle immutabili.

Quando la gente dei villaggi emigra in città, la prima cosa che manda a casa non sono i soldi bensì una storia.

Perché la realtà non è sempre facile da raccontare, allora inventiamoci una storia che non c’è niente di meglio delle favole per cullarci. E cullare.

Per comprendere come un essere umano nato dall’amore della propria madre possa essere corrotto bisogna leggere i romanzi: bisogna leggere Dostoevskij, bisogna leggere Balzac.

Perché il potere delle parole è così sottovalutato e basterebbe così poco per comprendere le azioni di chi abbiamo al nostro fianco e di chi sta nell’emisfero opposto al nostro. Si chiama empatia, si legge fingo di non vederlo.

La tristezza di Lisbona è la tristezza di un impero perduto.

Si chiama anche le città hanno una storia e un perché, si legge ma a noi cosa interessa?Costruiamo palazzi che fanno a pugni con tutto ciò che ci circonda.

Come fanno i migranti a non morire di nostalgia? Uno stratagemma è il cibo.

La voglia di tornare a casa l’abbiamo tutti, me l’ha insegnato Mario Soldati. Solo che poi uno deve imparare a capire il posto che preferisce e quando ciò succede non può continuare a vivere di compromessi, deve vivere in un luogo che regala quella cosa lì che fa vibrare il cuore. A volte è una città, altre il pianeta intero.

La sensazione, nelle parole di Joan Didion, che “da un momento all’altro potesse succedere qualcosa di straordinario, da un giorno all’altro, da un mese all’altro”.
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Leggendo #134 – Come svanire completamente

Siamo onde.

Se stai cercando una storia non la troverai in Come svanire completamente di Alessandro Baronciani sempre se, una copia, riuscirai ancora a trovarla. Questa scatola che si apre su un mondo completamente inventato è il risultato di un progetto riuscito alla grande e che ha portato nella cassetta della posta un regalo di Natale tra i più belli che si possano ricevere: la possibilità di vivere infiniti inizi. Quello di Alessandro Baronciani è un guardare l’oceano dalle scogliere, è quel pezzo di Irlanda che cerco sempre di spiegare senza mai riuscirci davvero, è stare male per poi stare bene davvero perché quando quel bene arriva, perché arriva, è una cosa davvero difficile da raccontare e io l’ho capito da meno di cento giorni.

Di cosa stiamo parlando? Di un’isola che è diventata una penisola. Di fiori che crescono perché un raggio di sole li ha illusi che la primavera è vicina e invece è ancora autunno inoltrato e l’inverno sta per arrivare. Di una burrasca e del vento che porta via con sé tutto quello che trova. Di un luogo che non esiste eppure è così reale. Di microsentimenti, quelle sensazioni che si provano quando si rigira fra le mani un oggetto rinvenuto dal passato. Del ricordare a tutti i costi e la paura di non riuscirci. Come svanire completamente è tutto questo, è un inno alle scatole che da anni si accumulano in un angolo della camera e racchiudono infiniti mondi di una stessa vita. È un microcosmo così reale che pare assurdo che tutto sia stato solo inventato, si chiude la scatola e si cerca dalla finestra lei, con i suoi capelli lunghi e biondi e la cuffia in testa un po’ storta.

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Uno lo vorrebbe raccontare, Come Svanire Completamente, e invece non lo può fare perché è una sensazione che dura da mesi. È un gesto di fiducia, comprare a occhi chiusi qualcosa che non si conosce e sapere che non si verrà delusi. È tornare a casa e finalmente trovare la propria copia sulla scrivania, la paura di rompere il sigillo che la chiude ed entrare in un universo di cui si sogna di conoscere tutti i dettagli.

La mia copia è arrivata molto tardi, ormai vicina al Natale. Ho aperto la scatola oggi, a due giorni dal 25 dicembre, in un momento in cui ho deciso che per me il 2016 è già finito e il 2017, invece, è già qui, con la fine dei vent’anni (sì, quelli) e lunghissimi viaggi in auto che mi scompiglieranno i capelli e mi faranno pensare a milioni di cose che vorrei scrivere per il solo desiderio di scriverle. In Come Svanire Completamente tutto cambia restando fermo e immobile. Io ho deciso che non voglio cambiare nulla delle ultime cose che ho, tutte così nuove che un anno fa, quando decidevo di rivoluzionare tutto, mai avrei pensato di avere e che negli ultimi mesi mi sono volate addosso senza nemmeno me ne accorgessi. Non voglio cambiare nulla, dicevo, ma non voglio fermarmi qui. Voglio continuare ad andare, sempre più lontano, fino a quando non svanirò completamente e non avrò più bisogno di spiegare nulla a nessuno.

Sai, il mondo si divide in quelli che fanno i trucchi e in quelli che credono nella magia. Tu? A chi appartieni?

Merry Christmas, Joan Didion.

Questa speciale lettera a Babbo Natale  è stata scritta e pubblicata in occasione dell’Avvento letterario di Impressions Chosen From Another Time.

Joan Didion and John Gregory Dunne, Trancas, California, March 1972

Caro Babbo Natale,

Ti scrivo mentre sono nella Miami degli anni Ottanta, mentre voglio lottare per un bene comune che non si trova mai, figuriamoci quando di mezzo ci sono ricconi e affari da infiniti zeri. Ti scrivo dall’ennesima città che non ho mai visitato, dall’ennesima parte di America che lei, la mia scrittrice del cuore, ha descritto con tanto fervore da rimanermi impressa nel cuore e nella mente come se fossi stata davvero lì, al suo fianco, a discutere di società e architettura come facce della stessa medaglia.

Il fatto è che, caro Babbo Natale, per questo 25 dicembre voglio un regalo speciale, specialissimo, perché la lista di libri e fumetti che troverai qua sotto non è per me ma per la donna più speciale che ha reso questi ultimi due anni più belli, più veri, più vissuti. Lei si chiama Joan Didion ed è forse la donna più magnifica che io abbia mai letto.Se il colpo di fulmine è avvenuto con Prendila così, l’amore è sbocciato con le raccolte dei suoi scritti giornalistici, quelli che si trovano in Verso Betlemme. Scritti 1961-1968 e The White Album e che raccontano gli anni Sessanta e Settanta di una Joan Didion sempre presente in ciò che narra, di una penna che sembra una bambina curiosa che non sa resistere al desiderio di voler sondare tutti i terreni, dalla politica alla cultura passando alle infrastrutture e alle città che visita e vive nella sua vita, dalla Sacramento abbandonata in gioventù, alla New York degli anni più vividi.

A Joan Didion, sempre in balia di quel dilemma casa o non casa, tornare o restare, vorrei, caro Babbo Natale, che tu le regalassi Anche noi l’America di Cristina Henríquez, un libro che ha come protagonisti solo personaggi forti e coraggiosi, dei cuor di leone che inseguono il proprio sogno americano senza timore, senza spaventarsi del cambiamento e della difficoltà di inserirsi in una realtà diversa dalla propria. La Joan Didion che ha studiato e analizzato Miami nell’omonimo romanzo l’apprezzerebbe molto.

Vorrei poi, caro Babbo Natale, che tu regalassi a Joan Didion quella bellezza infinita di America primo amore di Mario Soldati (Sellerio) perché vorrei ricordarle che il suo paese è un posto stupendo e la sua paura di viverlo pure, che partire è facile ma tornare non lo è mai e chi più di un esule obbligato come Soldati può raccontarglielo?

Ma un grande viaggio intrapreso sui vent’anni, un’emigrazione interrotta, conferisce al paese straniero che abbiamo abbandonato una lontananza religiosa, un’estraneità piena di stupori. E di viaggi ne sa anche Cyril Pedrosa che con le linee ingarbugliate del suo Portugal (Bao Publishing) ci trascina in un viaggio che è soprattutto una crescita interiore, il desiderio di scoprirsi che è lo stesso di Joan Didion, di lei, così insicura, tanto da ricevere, come regalo di compleanno da parte di suo marito, John Gregory Dunne, la lettura di un passaggio di un suo romanzo senza sapere, poi, che quello sarebbe stato l’ultimo dono del compagno di una vita intera. Un presagio, forse, che lascerà ceneri dalle quali nascerà L’anno del pensiero magico, un inno al dolore da far perdere al lettore qualsiasi riferimento alla realtà e il desiderio di sedersi al fianco di Joan Didion, senza necessariamente stringerle la mano perché a volte è sufficiente la presenza, sapere che qualcuno, anche se non lo si vede, è proprio lì.

Perché insomma, scrittrice, giornalista e saggista: lei è davvero tutto. Joan Didion è la donna che origlia conversazioni e le trasforma in riflessioni, è la voce che non si stanca di parlare, è la bellezza della scrittura che vuole sempre crescere e migliorarsi senza mai scordare di indagare le emozioni per trasformare le parole in mondi intensi ma spesso anche laceranti. A lei, così attaccata alla vita, vorrei che tu, Babbo Natale, regalassi anche Bisogno di libertàdi Björn Larsson (Iperborea), un saggio – biografia che è una continua lode alla ricerca della propria felicità perché chissà se anche Joan Didion, in tutti questi anni in cui si è costruita quella corazza incredibile, non abbia sognato, ogni tanto, di naufragare lontano da tutto.

Caro Babbo Natale, nel 2017 Joan Didion porterà nelle librerie un nuovo capolavoro. Io lo so che sarà meraviglioso e per questo ti chiedo di lasciarle anche un poco di biscotti e soprattutto tanto gelato, che scrivere è faticoso e gli zuccheri non sono mai abbastanza. Non dirle che sono da parte mia, dille che è solo un piccolo grazie per quelle infinite parole che mi lasciano senza fiato ogni volta che apro un suo libro e che mi fanno sognare e mi convincono ogni giorno a continuare a provare e riprovare a inseguire i miei sogni.

Merry Christmas, Joan Didion.

Leggendo #133 – Della famiglia Fang e un Wes Anderson in più

A volte mi sembra di avere il cuore nello stomaco.

Quando non leggi per tanto tempo, quando ti ritrovi a fare più traslochi di quanti umanamente se ne possono sopportare (Francesco Motta insegna), tutto diventa estremamente e terribilmente difficile, soprattutto quando vorresti leggere e invece c’è la spesa pre – durante – post nuova casa a rubarti ogni istante, compresi quelli in cui vorresti abbandonarti a una bella storia. Quella de’ La famiglia Fang, portata nelle librerie da Fazi Editore e scritta da Kevin Wilson, è una di queste, una di quelle pause rasserenanti dal profumo di biscotti appena sfornati.

“Be’, immagino che sia per questo che scrivo. Mi vengono in testa queste idee assurde, e non voglio neppure pensarci, ma non riesco a liberarmene finché non le porto avanti fin dove riesco, finché non arrivo a una specie di finale, e solo allora sono capace di staccarmene. Ecco cosa significa per me scrivere”.

La famiglia Fang è un film di Wes Anderson. O meglio, la famiglia Fang doveva essere un Wes Anderson e anche se questa storia è stata portata nelle sale cinematografiche da un altro regista, non me ne voglia il fato se io, perdendomi fra queste pagine, mi sono ritrovata a scovare tutte le bellezze che ci han fatto innamorare de’ I Tenenbaum. Perché questo romanzo di Kevin Wilson è bello, quel bello che proprio ti vien voglia di perderci, che continui a ripensare ai personaggi perché li leggi ma li vedi, stanno davanti a te con le loro vite completamente incasinate che ti consola sapere che da qualche parte c’è qualcuno con un tornado in testa paragonabile al tuo.

I Fang gettano semplicemente i propri corpi in uno spazio come fossero bombe a mano e aspettano che lo sconvolgimento avvenga.

schermata-2016-10-27-alle-15-40-48La cosa più bella della famiglia Fang, che la rende così particolare e vicina a Wes Anderson, è l’amore per l’arte, per quelle vite un po’ estreme che giocano con la quotidianità, dove non ci si accontenta di ciò che si ha ma si corre ovunque, soprattutto con la mente, a cercare il particolare più bizzarro per enfatizzarlo e farlo diventare una caratterista di sé. Questa passione per l’espressione artistica, per tutto ciò che può far parlare il pubblico, diventa ne’ La famiglia Fang il desiderio di aver voglia di vivere e di non arrendersi mai. È il desiderio di mettersi in gioco, a qualunque costo, per avere il coraggio che non si ha soprattutto quando ci si ritrova davanti a cambiamenti banali ma non troppo.

“Le cose più semplici sono le più difficili da capire”

Tutto cambia, sempre. La famiglia Fang è uno di quei romanzi che ti dà una pacca sulla spalla e ti racconta che non c’è bisogno di preoccuparsi, che tutto andrà bene, che una città nuova non fa poi così paura, che per chi se ne va c’è qualcuno che arriva, che è sufficiente una piccola attenzione per dare alla giornata una nuova piega, che è inutile pensare a cosa accadrà domani: se oggi è bello, tanto vale restarsene qua e non spostarsi più.

“Che cosa pensi farò?” gli chiese la sorella.
“Qualunque cosa sarà” rispose lui “credo che sarai terrorizzata quando succederà. Ma non permettere a questo di fermarti”.

Di cosa ho imparato dalla rottura tra Angelina Jolie e Brad Pitt feat altre cose.

Di cosa ho imparato dalla rottura tra Angelina Jolie e Brad Pitt in questo martedì 20 settembre 2016.

Cominciamo dal fatto che tutto questo non l’ho scritto ma l’ho dettato mentre guidavo al tramonto, tornando verso casa, in uno scenario molto idilliaco e romantico, lo so. Vi sottolineo questo dettaglio perché dovreste immaginarvi queste righe come una conversazione che viene fatta in auto mentre i chilometri si sommano l’uno con l’altro, uno di quei discorsi che si fanno con i finestrini abbassati quando le parole volano di qua e di là spinte dal vento e quindi uno dice una cosa intendendone un’altra e così via.

Dicevo, quindi: di cosa ho imparato dalla rottura tra Angelina Jolie e Brad Pitt.
Che l’amore vero non esiste. Che sempre e comunque, in ogni caso, è meglio essere una Jennifer Aniston che piange per sempre per il suo Brad Pitt piuttosto che pensare di aver trovato l’amore e rimanere a piedi. Troppo cinico, vero? Ricominciamo.

Di cosa ho imparato dalla rottura tra Angelina Jolie e Brad Pitt.
Beh, ho imparato che JENNIFER ANISTON TEAM FOREVER.
Che la ruota prima o poi gira.
Che gli imprevisti son sempre lì dietro l’angolo.
Che comunque vada prima o poi la cosa bella arriva.
Che anche se ti ritrovi da sola a piangere nel tuo letto per ore e ore, e giorni e giorni, e settimane e settimane, e mesi e mesi ascoltando Skinny Love di Bon Iver per altrettanto tempo poi però le cose belle accadono realmente.
Che comunque il karma esiste.
Che non è sufficiente essere carine con le tette grosse ma bisogna avere anche un cervello.
Che le cose belle, quando accadono appunto, poi le vuoi raccontare.
Che in ogni caso chi la dura la vince.
Che se la strada è sempre in salita, almeno il lato positivo è che ci si fa i polpacci e le chiappe sode.
Che tanto vale essere la mollata perché, come dicevo, la ruota gira.

E non è questione di essere felici delle disgrazie altrui ma felici che cambino i ruoli, che ogni tanto una piccola soddisfazione ce la si vuole anche concedere che poi domani magari nulla cambia, o magari sì, ma in ogni caso lo stesso tramonto che si vede ogni giorno per quel decimo di secondo ha un significato diverso.

Che ogni inizio è una fine e viceversa.

Che è il 20 settembre 2016 e fra otto giorni compio 26 anni ma io in questo momento sono con Jennifer Aniston a bere vino a volontà.fullsizerender

Leggendo #132 – La vita con Mr. Dangerous

Avete presente i quadri di Hopper? Quelli dove i protagonisti paiono percorrere chilometri nella loro mente come se stessero cercando in qualche modo una via d’uscita sperando di ricevere risposte a tutti i loro perché fissando l’orizzonte o più spesso il vuoto? Ecco, La vita di Mr. Dangerous di Paul Hornschemeier è un Hopper lungo 160 pagine, dai colori accesi ma opachi, dalle pagine ruvide ma sincere, dalla copertina cartonata colorata che è una meraviglia guardarla fra gli scaffali sapendo poi che le sue tavole nascondono segreti e verità che sono noi. È che l’ultimo lavoro edito da Tunué è davvero tutto ciò che si nasconde da sempre nei giovani di tutte le generazioni e io per raccontarvelo vorrei portarvi altrove, a bordo di un’automobile che viaggia verso casa la notte tardi, perché c’è qualcosa nel tornare a casa in auto la sera che cambia tutto.

I preparativi sono semplici: mettersi al volante, cercare la playlist perfetta (sempre più spesso la più triste e malinconica) e poi partire. È che scegliere di mettersi alla guida la sera, quando il sole se ne sta andando e la notte corre veloce per arrivare dove stai viaggiando, è scegliere di farsi condurre dai fari che illumineranno solo ciò che è veramente necessario per lasciare nelle tenebre tutto ciò che ti circonda. È una sensazione che solletica il corpo, fidarsi di due fanali e scordarsi di tutto ciò che c’è realmente attorno, pensare solo a evitare le buche che potrebbero comparire improvvise e a chi si potrebbe nascondere dietro la curva, fermo in mezzo alla corsia con le quattro frecce. È che in qualche modo guidare la notte rende tutto più semplice: non bisogna pensare ai problemi perché ci si concentra su gesti ormai abitudinari. La prima, poi la seconda, arrivi in terza e di nuovo a scalare che quel pazzo davanti a te sta frenando. Quando si è alla guida si lascia correre sulla propria pelle ciò che non vorremmo vedere o sentire proprio come Amy, la protagonista de’ La vita con Mr. Dangerous, che pare scegliere di vivere la sua esistenza come un eterno viaggio nella notte, senza scegliere, lasciandosi solo guidare dai fari.

img_9762Tra le cose belle di La vita di Mr. Dangerous c’è che questo fumetto inizia subito, la storia la puoi prendere al volo. È così che scopriamo essere il ventiseiesimo compleanno di Amy e che il giorno prima del tuo essere più vecchia di un anno non le ha portato davvero quelle gioie ed entusiasmi che tutti si aspettano quando ogni dodici mesi arrivano i festeggiamenti, quando si finge di non voler nulla in regalo e invece si vorrebbe anche solo una piccola dimostrazione d’affetto fatta con il cuore. Amy sa di non doversi aspettare nulla di che tanto che per convincersene vorrebbe scordarsi di quel giorno dell’anno che la rende più speciale. Il problema di Amy, sostanzialmente, è che mentre guida e mentre vive non vorrebbe smuovere nulla di ciò che le sta intorno, non vorrebbe scoprire cosa si nasconde sotto gli strati di polvere che le si sono accumulati sopra il cuore e l’esistenza intera.

Perché Amy ha un lavoro che non ama, un gatto che miagola spesso e una madre sempre preoccupata. Amy è tutti noi che siamo lì, a fare qualcosa che non amiamo ma nemmeno odiamo, a capire cosa potrebbe accadere nella nostra vita ma senza metterci mai davvero in gioco. Vorrebbe vivere, Amy, ma non lo fa: non ne ha voglia. Perché farsi deludere ancora?

… e una dovrebbe mantenere un approccio positivo sapendo che la gente non fa che farsi cose orribili a vicenda?

La vita potrebbe cambiare, qualcuno potrebbe entrare a farne parte e rompere i cardini delle abitudini ma perché lasciarglielo fare? Amy si pone tutte queste domande e noi con lei perché ne’ La vita di Mr. Dangerous si riassumono tutte le paure di generazioni e generazioni, i timori che sono i più umani e i più sensibili ovvero quelli difficili da raccontare ma certamente provati. Nell’opera a colori di Paul Hornschemeier ci sono tutti questi momenti ma soprattutto c’è un particolare che ora è così caratteristico nelle nostre vite tanto che non ci rendiamo conto di quanto fosse diverso solo alcuni anni fa.

Sto parlando delle serie TV e dell’amore che ognuno di noi ha cominciato a maturare per personaggi fittizi che hanno iniziato a far parte delle nostre vite. Siamo abituati a divorare stagioni e stagioni, a scandire i giorni con il numero di puntate viste, aspettando il weekend per fare una maratona e maledicendo la stanchezza in settimana che non ci permette di lasciarci fermi sul divano a farci passare vite addosso. Eppure ciò non è stato sempre possibile: Amy fa parte di quel periodo in cui ancora non c’era il servizio di streaming e quindi capitava di guardare ciò che il palinsesto proponeva, repliche di episodi passati in attesa di nuove puntate della stagione preferita. Nonostante ciò Amy si fa cullare dagli episodi già visti e soprattutto dal suo personaggio preferito, Mr. Dangerous, che tante volte ci ho pensato a cosa mi sarebbe accaduto se ci fosse stato Walter White a farmi compagnia in certe nottate perse a pensare ai mille perché con quell’espressione sul volto tipica di quei quadri di Hopper di cui si parlava prima.

Quello di Paul Hornschemeier si può definire così un lavoro meticoloso, una ricerca laboriosa di tutto ciò che la mente elabora quando ci si ritrova a pensare se si è felici e se mai si potrà esserlo davvero trasformando così La vita di Mr. Dangerous in un’opera raffinata, fragile ma incantevole. Un piccolo uragano che smuoverà le vostre vite e che a fine lettura vorrete abbracciare e stringere al vostro petto, proprio come fareste con il personaggio della vostra serie tv preferita dopo il gran finale.