Leggendo #142 – Il racconto dell’ancella

Pensate a un mondo senza specchi, dove cercate la vostra immagine riflessa nei vetri delle finestre o delle vetrine della vostra città. Pensate a un mondo senza Polaroid e senza nessun tipo di immagine, digitale o analogica che sia, un mondo dove i ricordi non possono essere concreti. Provate a considerare questi presupposti come piccoli dettagli di un mondo assurdamente e ipoteticamente reale, i dettagli di un libro distopico, sì, ma che comunque vi annodano lo stomaco.

Ce l’ha in mano, è una Polaroid; quadrata e lucida. Quindi le fanno ancora le macchine fotografiche. E ci saranno album di famiglia, pure, con le fotografie di tutti i bambini; non delle Ancelle, però. Nella storia futura, noi saremo invisibili.

Ieri e Oggi

Era il 1985 quando Margaret Atwood portava nelle librerie Il racconto dell’ancella; il 1988 quando il romanzo arrivava in Italia. Quando la storia di Difred trovò posto per la prima volta fra gli scaffali canadesi erano passati una quarantina d’anni dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki mentre ne mancavano ancora tre prima della caduta del Muro di Berlino e solo uno al disastro di Černobyl. Perché questi rimandi storici? Perché le storie distopiche fanno paura come poche cose al mondo, perché spesso si crede nelle coincidenze, perché i riferimenti non sono mai davvero troppo casuali. E perché non c’è nulla, ancora, che faccia più paura della società che ogni giorno ci circonda e che non smette mai, mai, di stupirci, purtroppo spesso in negativo.

È il maggio del 2017 quando “Il racconto dell’ancella” viene portato sul piccolo schermo, una serie tv da 10 episodi, e il romanzo viene scelto da Emma Watson come libro del mese per il suo worldwide bookclub, Our shared shelf. È giugno del 2017, poi, quando Ponte delle Graziedecide di ristampare questo romanzo di Margaret Atwood e viene quasi spontaneo sottolineare che tutto ciò sta avvenendo mentre su alcune testate italiane, tra le più lette e importanti, stanno comparendo (ancora) articoli dai titoli “Torino, ricerca choc: un universitario su quattro giustifica la violenza sessuale”. Perché “Se una ragazza si veste in modo provocante, se la va a cercare”, perché stavi tornando a casa la sera tardi, da sola.

Perché Il racconto dell’ancella

Margaret Atwood ha racchiuso in un’opera tutto ciò che i romanzi distopici hanno: l’ascesa di un potere forte, un sistema penale violento, la suddivisione della società in gerarchie con ruoli ben precisi e delineati. E la forza del racconto sta proprio in queste caste rigide e insormontabili: le Mogli, le Ancelle, le Marte, le Nondonne e le Zie (così come i Comandanti, gli Angeli e i Custodi) sono sezioni di società con compiti ben definiti e che non possono trovare alternative al loro destino eccezion fatta, ovviamente, se si sceglie la morte. Ne Il racconto dell’Ancella il compito più attonito spetta proprio a quelle donne che, come la protagonista, sono riconosciute dalla società per le loro vesti rosse, simbolo di chi, invece di un corpo, ha uno strumento per dare alle Mogli dei Comandanti ciò che loro non possono offrire: una gravidanza e un figlio.

Mi manca il respiro: ha detto una parola proibita. Sterili. Qui non esiste più un uomo sterile, non ufficialmente. Ci sono solo donne che sono fertili e donne che sono infeconde, questa è la legge.

È così che ne Il racconto dell’ancella si finisce a parlare delle donne e di tutte le loro sfumature, di come il loro corpo sia un oggetto con obiettivi ben specifici che con le sue caratteristiche dà una presa di posizione (e considerazione) della persona nella società. E qui il dilemma delle protagoniste di questo romanzo di Margaret Atwood: quale situazione è la migliore? Ribellarsi alle gerarchie regalando il proprio corpo “liberamente”, scegliendo la prostituzione invece della schiavitù? Essere in un certo modo “libere” di darsi per non essere obbligate a darsi?

“Ci sono due tipi di libertà (…) La libertà di e la libertà da. Al tempo dell’anarchia c’era la libertà di. Adesso ci viene offerta la libertà da. Non sottovalutarla.”.

Come un racconto sussurrato in un orecchio

La particolarità dello stile di Margaret Atwood in queste trecento pagine è la scelta di non perdersi in dettagli temporali. Spazio e tempo sono relativi nel momento in cui sono i contenuti a esplodere, ad attaccare il lettore con visioni spietate, psicologicamente violente e così vive da sembrare reali.

Difred, profuga del passato come si descrive lei stessa, è la protagonista di un romanzo che ha come punto di forza l’aver ricreato un mondo che è una versione deformata e amplificata di ciò che la storia ha già visto e che la quotidianità continua a raccontarci.

La speranza è nella presa di coscienza, è nel voler continuare a raccontare l’assurdo per ritrovare la semplicità, i valori, la realtà più pura.


Questo articolo è stato pubblicato su Cosebelle Magazine.

Leggendo #141 – Un’educazione milanese

Cominciamo dalla considerazione più generale per la quale la percezione di Un’educazione milanese sarà differente in base alla città in cui il libro di Alberto Rollo verrà letto. Mi immagino lettori in riva al mare, i loro piedi che giocano con i granelli di sabbia e la sensazione di chiuso che proveranno mentre si muoveranno fra le pagine ambientate a Milano dove il cigolio del tram si scontrerà con il rumore delle onde che giocano contro gli scogli. Per chi sarà in montagna, poi, la situazione non sarà tanto diversa: il grigio del capoluogo lombardo sarà in netto contrasto con il verde intenso delle pinete mentre l’azzurro brillante del cielo sgombro di nuvole potrà far nascere un’incomprensione, qualcosa che ad alta quota non potrà essere davvero percepito. Perché Un’educazione milanese di Alberto Rollo, portato nelle librerie da Manni Editore, potrà sembrare troppo sincero, forse troppo legato a una città dagli infiniti cliché, eppure ha così tanto da dire sulla nostra società e tutto ciò che sta accadendo in questi decenni.

Si tratta di scegliere dove mettersi per guardare una città.

Per me, a un anno dal trasferimento a Milano, leggere Un’educazione milanese è stato un atto necessario. Da piccola discendente di contadini nella provincia di Bergamo – i vicini di casa di quelli che Alberto Rollo cita nelle ultime pagine del romanzo facendo riferimento a L’albero degli Zoccoli, di Ermanno Olmi e Palosco – la lettura di Un’educazione milanese a Milano è stato qualcosa di diverso da chi la città l’ha sempre avuta sotto il naso. Tanto per cominciare, trovare fra le righe di questo romanzo il racconto dell’arrivo della linea rossa negli anni Sessanta è stato di per sé qualcosa di assurdo, noi della provincia che nemmeno ce la possiamo immaginare la città senza metrò, noi che siamo cresciuti proprio con città sinonimo di metropolitana.

Un’educazione milanese. Una biografia che non è.

Alberto Rollo racconta la sua Milano attraverso la sua vita. È così che Un’educazione milanese diventa l’infanzia che svanisce nell’adolescenza, la giovinezza che esplode per trasformarsi in età adulta, spazio temporale in cui non ci si vuole davvero credere. Disarmante, in tutto ciò, è il continuo cambiamento del linguaggio e dello stile che si adegua al diverso modo di percepire la città da parte del protagonista che, di anno in anno, continua a guardare alla città come la Milano dei treni e dei binari, dei ponti che guardano ferraglie intrecciarsi e del grigio che è quello dell’acciaio e dei fili che compongono linee destinate a trasportare chi arriva o se ne va.

Il ruolo di Alberto Rollo, in queste trecento pagine, è quello di una guida che si sofferma sui dettagli, che gironzola per la città passeggiando piano, facendo profondi respiri e lanciando lo sguardo dove nessuno osserva, dove i dettagli raccontano la differenza che solo chi nasce e cresce in un luogo che ama può notare e descrivere al meglio o chi, ancora, si vede sempre uguale in un paesaggio in continuo cambiamento dove la vita personale con famiglia, amici e primi amori si intreccia ai fatti di cronaca e di attualità.

Un’educazione milanese. La vita operaia ma tanto altro ancora.

In Un’educazione milanese c’è la vita operaia, la periferia e il desiderio di diventare qualcuno ma c’è soprattutto il teatro, il cinema e la letteratura, quelle arti che sanno segnare i giovani come poche altre cose al mondo e che insieme a Milano diventano protagonisti di pagine che sono una continua crescita, il desiderio di scoprirsi attraverso ciò che si vive nella propria città con i suoi personaggi che la scuotono.

Perché la vera difficoltà, nel diventare grandi a Milano fra gli anni Sessanta e Settanta, è la complicata presa di consapevolezza di sé, in un periodo di cambiamenti enormi nella società e nella storia. È la stessa paura di tutti noi giovani, ancora oggi, in un mondo che è sempre più veloce e dove alcuni di noi si sentono spesso in ritardo, presi come sono a cercare di comprendere e approfondire ogni piccolo cambiamento. Alberto Rollo, parlando degli anni Settanta, dice: «(…) quel tempo che ignorava quanto futuro sarebbe arrivato (…)». Non potremmo forse dire la stessa frase, ancora oggi, per questi anni che stiamo vivendo?

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Milano – ColorTime – 

Un’educazione milanese può diventare, così, un elogio alla vita, quella che si può perdere improvvisamente, quella che diventa più cara quando si svuota e la si deve arricchire, quella che fa la lotta con i genitori così diversi e così concettualmente distanti da noi. Il libro di Alberto Rollo racconta il passato ma ha tracce del presente, di attimi che ancora oggi non capiamo e chissà se capiremo mai.


Questo articolo è stato scritto per il quinto appuntamento dello #Stregabello di Cosebelle Mag. 

Liguria Analogica

Sapete qual è il problema? È che uno ci prova a parlar d’altro ma poi finisce che ci si ritrova come quando si è innamorati neanche fosse la prima volta, quando si continua a parlare della persona che ha fatto breccia nel proprio cuore che ormai pareva di pietra. Come il fidanzatino nuovo che si vuole tenere tutto per sé per paura che anche altri scoprano quanto sia speciale per poi portarcelo via, la Liguria è così bella che a volte è quasi irritante vedere come sole, mare e montagne compongano la triade perfetta per tre giorni di completo distacco dalla realtà.

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Laigueglia – Comet K35

Cominciamo dalle passeggiate: in riva al mare, in spiaggia, sui monti. In Liguria si cammina un po’ ovunque e si fanno chilometri senza nemmeno accorgersene perché tanto poi ci sono farinata e focaccia a far dimenticare ogni tipo di fatica. Partendo da Laigueglia si arriva ad Alassio e partendo da Noli si potrebbe arrivare a Spotorno: due passi si trasformano in piccole maratone vista onde, su e giù per colline, con il vento che ti spettina e il blu del cielo e del mare che fanno la lotta a chi brilla di più.

Bussana Vecchia - Comet K35
Bussana Vecchia – Comet K35

E il camminare, in realtà, si trasforma spesso in girovagare, fuori e dentro il tempo. Perché i borghi liguri sono soprattutto viaggi nel passato: da Cervo a Bussana Vecchia fino a Porto Maurizio – Il Parasio e ancora Noli. Sono torri sul mare, vicoli stretti che finiscono a strapiombo sul mare, sono case dalle porte piccole circondate da vasi di fiori, sono bellezze di ieri che sono più stupende di qualsiasi sorpresa possa riservare il domani. Sono realtà che si nascondono, forse un poco timide, che si raggiungono in macchina litigando con il navigatore ma che quando si mostrano sono meraviglie.

Bussana - Comet K35
Bussana Vecchia – Comet K35

Bussana Vecchia, forse, è il borgo più particolare perché dalla storia decisamente speciale. Colpita da un terremoto nel 1887, la frazione di Sanremo è stata per decenni abbandonata fin quando sul finire degli anni Cinquanta del Novecento alcuni artisti italiani e stranieri hanno scelto queste rovine per dar vita a un villaggio di artisti dai contorni medievali, un luogo che si raggiunge arrampicandosi (quasi letteralmente) sul pendio del colle e che da lontano, su un piccolo cocuzzolo, ammira i selvaggi boschi alle sue spalle.

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Il Parasio – Comet K35

La realtà è che tutti questi borghi hanno un qualcosa di speciale. Cervo, il piccolo comune in provincia di Imperia, ha dei vicoli così stretti che giocano a intrecciarsi fra loro fino ad arrivare alla piccola piazzetta davanti alla chiesa dei corallini, quasi a strapiombo sul mare azzurro. Noli, un poco più grande, ha il centro in riva al mare e un castello sulla cima della collina al suo fianco a fare da guardia a focacce, farinate e biscotterie. Porto Maurizio, e in particolare Il Parasio, invece, hanno la stessa passione per i vicoli di Cervo, seppur più grandi e più spaziosi, ma anche un infinito amore per le scalinate e le case circondate da vasi con piante grasse di ogni tipo.

Il Parasio - Comet K35
Il Parasio – Comet K35

E che dire poi delle spiagge? Dimenticate le distese irlandesi, la spiaggia qui è un continuo ritrovarsi sassolini dentro la scarpa, è l’ombra chiara che si continua a intravedere sotto l’acqua cristallina che nonostante il freddo ti chiama per fare un piccolo tuffo. La Liguria analogica, con tutti questi colori, regala contrasti nero – bianchi che vivono di altri tempi, proprio come i suoi luoghi. Lontana dalla frenesia, è una regione in cui bastano poche manciate di minuti in auto per perdersi nel verde delle colline o nel blu delle onde sotto un cielo che continua a giocare con nuvole e sole. È un passato che continua a vivere nel presente, un rullino in bianco e nero che racconta storie di una regione in cui il vento non si stancherà mai di accarezzarti il viso tanto che vorresti restare lì, ancora per un poco, a vedere il mare infrangersi contro gli scogli.

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Comet K35

P.S. Questi scatti sono il risultato dello sviluppo di un rullino di un’analogica degli anni Ottanta che non aveva più voglia di starsene chiusa in un cassetto.

Questo articolo è stato scritto per Salt Editions.

Leggendo #140 – Hannah Coulter

Mi piacerebbe pensare che Hannah Coulter non abbia mai dovuto scegliere, che a plasmarla sia stata la nonna che la portò a vivere in una nuova casa per cominciare una nuova vita: non potrei fare errore più grande.

Avvertii tutt’a un tratto di prendere forma.

La vita di Hannah Coulter, raccontata da Wendell Berry, è un continuo divenire in un clima di attesa e pazienza tipica di quei luoghi talmente piccoli dove tutti si conoscono e trascorrono le giornate alternando piccoli piaceri quotidiani a difficoltà di diversa grandezza. Port William, la comunità inventata da Wendell Berry, è così reale da sembrare fittizia e Hannah Coulter l’eroina che si divide fra due secoli, quello delle guerre e quello dei giovani che tornano anche quando sembrano così lontani.

Hannah Coulter emoziona, si fa rincorrere fra le pagine di questo romanzo con la particolarità di non lasciare al caso nessun dettaglio, spesso sottolineato con frasi che si ripetono nei paragrafi come se per alcuni passaggi, i più delicati, Wendell Berry abbia voluto trasformare la sua scrittura in un singhiozzo, il desiderio di continuare il racconto con la necessità, però, di tornare su ciò che è davvero importante per il cuore di Hannah. In Hannah Coulter, poi, il tono è pacato. La storia procede lenta, come uno di quei racconti che la nonna faceva mentre ti sbucciava la mela a tavola e tu, piccola bambina obbediente, dovevi mangiare e fingevi noia perché era il tuo compito da piccola pestifera ma la realtà era che saresti stata ore a sentirla parlare di un mondo lontano, neanche fosse stato racchiuso solo nelle sue parole, così diverso dal mondo di oggi perché erano i racconti di chi, dopo una vita intera, continuava a credere nel più puro e forte dei sentimenti.

Ma il dolore non è una forza, e non può durare a lungo. Lo si può soltanto sopportare. Ciò che ti sorregge è l’amore, perché l’amore è presente sempre, anche nell’oscurità, e a volte brilla come un filo d’oro in un ricamo.

Wendell Berry, trasferendosi dalla città alla campagna per scrivere di un personaggio come Hannah Coulter, vuole trasmetterci la forza di vivere della semplicità delle cose, per imparare che anche solo una giornata di sole può portare una piccola ma grande gioia con la quale affrontare un giorno nuovo.

Leggendo #139 – Fair Play

Fair Play è il romanzo d’amore più bello che abbia letto negli ultimi mesi, forse anni, e Tove Jansson la scrittrice con l’animo più dolce che si possa immaginare, lei che è la creatrice del mondo dei Mumin e l’autrice di un’opera, Il libro dell’estate, che anni fa non mi diede tutto ciò che mi darebbe rileggendolo ora, il corrispettivo perfetto di quella forza che solo la stagione che ne è protagonista regala ogni anno esclusivamente quando, però, si impara ad amarla.

«(…) Ma cosa avevamo da fare di tanto importante, poi?»
«Il lavoro, probabilmente», suggerì Mari. «E innamorarsi, quello porta via un sacco di tempo. (…)».

Che Fair Play sia stato un colpo di fulmine anche per Ali Smith, l’autrice di L’una e l’altra, non mi stupisce. Come nel famoso romanzo della scrittrice scozzese edito da Edizioni Sur, anche in Fair Play le protagoniste sono due donne, due amiche – amanti con un legame che è tra le cose più meravigliose al mondo perché Jonna e Mari, le protagoniste di questo libro di Tove Jansson portato nelle librerie da Iperborea, sanno vivere e no, non è cosa da tutti.

I grandi cambiamenti comportano sempre grande violenza, è così che funziona, no?

Nelle pagine della scrittrice finlandese, ma appartenente alla minoranza di lingua svedese, non c’è quella continua ossessione di dover dimostrare qualcosa, quella terribile abitudine che tanto ci prende. In Fair Play l’amore non è irruente, non sconvolge e non morde. La relazione fra le due protagoniste è infinita dolcezza e attesa, è un continuo aspettarsi e un’eterna comprensione, tutto ciò che ormai sembra dimenticato da tutti e quasi inesistente.

Tove Jansson, poi, racconta la bellezza del tempo, segmentandolo e raccogliendolo in aneddoti da regalare alle poche ma ricche pagine di questo romanzo – raccolta di racconti.  E il passare dei minuti e delle ore è fondamentale in Fair Play, soprattutto per le protagoniste, ognuna innamorata a modo proprio dei film, delle riprese con la Konica con cui cercano di intrappolare lo scorrere del tempo e, soprattutto, della loro arte che, seppur diversa, condiziona le loro vite in modo simile.

«(…) Jonna, i tuoi film sono fantastici, sono perfetti. Ma lasciarsi coinvolgere come facciamo noi, non sarà un po’ pericoloso?».

Fair Play è un giocare con la realtà, è un voler godersi ogni soffio di vento in una baia in riva al mare, è accettare di prendersi tutto il tempo necessario per vivere fino in fondo i propri sogni, rispettando l’amore e l’amato, scegliendo di vivere bene per far vivere al meglio chi sta al nostro fianco.

ColorTime – Ilford 400

Come una fotografia di un tempo, come le punte degli alberi che giocano nel cielo, come Jonna e Mari che nei loro silenzi e nella loro quotidianità parlano di tutto l’amore che si può provare, quello vero, quello che scalda il cuore come una tisana bollente davanti a un caminetto acceso.

Ferrara è una festa mobile (semicit).

Se hai avuto la fortuna di vivere a Ferrara da giovane, dopo, ovunque tu passi il resto della tua vita, essa ti accompagna perché Ferrara è una festa mobile. (semicit).

Lo so, Ernest Hemingway parlava di Parigi e della vita nella capitale francese con vista sui tetti della città quando, rinchiuso in una stanzetta, si inventava le vite degli altri per poi andare a rincorrere bicchieri di vino e avventure improvvisate. Eppure sono abbastanza certa che la capirebbe questa cosa che mi prende quando ogni volta, arrivando a Ferrara, comincio a inseguire i mattoncini rossi delle abitazioni vicino al centro storico che ti guidano fin là, nel cuore di una città che sostanzialmente rimarrà perennemente nel mio cuore come la trasposizione perfetta di Festa Mobile.

IMG_1988Ho conosciuto Ferrara in un’estate terribilmente calda di alcuni anni fa quando ancora non avevo sfogliato le pagine di Giorgio Bassani perdendomi ne’ Il giardino dei Finzi-Contini. Ho conosciuto Ferrara, poi, nella stessa torrida estate in cui ho incontrato Urbino per la prima e unica volta e lo dico e lo sottolineo per il semplice fatto che la piccola città sul cocuzzolo di una collina è davvero difficile da paragonare a qualcosa di altrettanto meraviglioso eppure Ferrara resse il confronto e sin dalle prime passeggiate in piazza della Cattedrale diede il meglio di sé per impiantarsi in un angolo del mio cuoricino senza andarsene più. C’è da dire, ancora, che sono arrivata a Ferrara, la prima e la seconda volta, con la macchina che evaporava, con il sole d’agosto che illuminava il Ferrara Busker Festival, un evento nazionale fra i più interessanti e vivi e brillanti che forse, me ne rendo conto, ha fin troppo contribuito a rendere la città così indimenticabile che il solo pensiero di tornarci è una ventata d’aria fresca.

Ferrara, per me, è quella cosa che hanno solo le notti di fine estate, quel profumo di obblighi che stanno per tornare ma che sono ancora abbastanza lontani da poter fingere di dimenticarsene.

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Ferrara, per me, è anche gironzolare per le vie del centro storico con le luci arancio che illuminano la città color terra, i lampioni che si accendono e si spengono allo stesso ritmo dei salti e dei balli di musicisti e giocolieri che durante il Ferrara Busker Festival si prestano fra loro gli spazi pubblici della città per salutare la fine d’agosto mentre si vagheggia sul fatto che tanto vale divertirsi ancora un poco prima di concentrarsi sulle faccende serie che l’autunno porterà con sé. È così che per me, Ferrara, è sempre stato questo e tantissimo altro in più. È stato cercare libri usati e contare le biciclette sui marciapiedi; trovare il posto giusto per un aperitivo veloce per poi fingersi interessati ai vestiti con la scusa di prendersi una boccata d’aria condizionata. Stare a Ferrara, poi, è stato sempre sinonimo di spostare dischi in negozi di musica con vista castello e contare i diamanti che rendono più unica che rara la facciata di uno dei palazzi più scenografici nella loro semplicità.

8044956750_584ce1c65e_oSono passati anni eppure le immagini sono indelebili, la musica che risuona fra i vicoli più stretti dove trattorie e osterie fanno a gara a chi sprigiona i profumi più buoni. E poi c’è il Parco Massari, il Parco Urbano Giorgio Bassani e il Ferrara Balloons Festival da vedere almeno una volta nella vita e io ancora che aspetto la volta buona. E infine le mura, tutt’intorno, a racchiudere una città pronta a far esplodere il cuore.

Sono tornata a Ferrara in primavera, anni dopo, ed è stato bello scoprire che le cose non sono cambiate. Savonarola è sempre lì, ad aspettarti vicino al castello e ai suoi ponti levatoi da attraversare per decidere quale zona del centro storico esplorare, se quella più vicina al Palazzo dei Diamanti o alla Torre dell’Orologio. I dischi sono cambiati ma ci sono ancora e i libri usati continuano a essere l’ingrediente speciale di ogni buon viaggio.

La mia Festa Mobile è color mattoncini e a ogni stagione mi farà respirare la stessa voglia di non pensare al domani.

 

(Questo articolo è stato pubblicato su Salt Editions). 

Leggendo #138 – Festa Mobile

Caro Ernest,

ti scrivo oggi, in un giorno speciale, per dirti che mi dispiace e che ho delle scuse per te ma che sono contenta di poterlo fare ora, alla fine di questa giornata che sa di primavera, quando ancora fa un poco freddo ma c’è il sole e si può mangiare un gelato passeggiando per la città.

Quando esattamente quattro anni fa aprii questo spazio avevo nella testa proprio questo genere di ritrovamenti, questa voglia di imparare a stupirmi, sempre. Con te, Ernest, in queste settimane, ho avuto la prova che non c’è niente di più bello di accorgersi di aver sbagliato strada per poi trovare, scovando, qualcosa di meraviglioso. Perché Ernest, forse tu non lo sai, ma io ti ho odiato per tanto, tantissimo tempo e l’ho fatto con piacere, lo ammetto, perché mi sembravi uno sbruffone di quelli che sono bravi a menarsela per poi campare con i complimenti degli altri. Un odio a priori, insomma, perché quelli come te, con il carattere da bullo e questo modo di fare da finti complessati, non mi sono mai piaciuti: mi hanno sempre fatto sentire così diversa e sbagliata. Poi, però, mi è capitato fra le mani Festa Mobile e ora è tutto completamente diverso, davvero.

Poi veniva la brutta stagione. Alla fine dell’autunno, in un solo giorno, cambiava il tempo.

Forse era necessario ritrovarti ora, Ernest, e scoprire che hai passato tutte quelle ore nella tua stanza che dava sui tetti di Parigi a chiederti se davvero, un giorno, saresti riuscito a scrivere quello che ti gironzolava per la testa. Non c’è nulla di più sublime del raccontare le ore in cui ci si è chiesti cosa ne sarebbe stato del futuro, quando ci si accorge di aver preso mille decisioni sbagliate eppure, nonostante ciò, si è lì, a pensare che dopotutto qualcosa lo si è portato a casa e se non è davvero ciò che si voleva poco importa: c’è ancora tempo finché c’è tutta quell’energia di vivere che scorre nelle vene, finché si ha voglia di riprovare o quanto meno di pensarci sopra ancora e ancora e ancora.

Ernest, volevo dirti grazie perché Festa Mobile mi ha ricordato quanto sono attaccata alla giovinezza, ai miei spazi che continuano a nascondersi sotto strati di polvere e che io torno sempre a lucidare perché sono lì, si nascondono, ma non spariscono mai. Perché cerco mille strade pensando e invidiando chi invece aveva le idee chiare sin dall’inizio eppure poi mi riprendo perché mille avventure porteranno da qualche parte, prima o poi, e nel peggiore dei casi avrò tanti album di foto diverse che hanno costruito me, un insieme indefinito di cose che si trascina qua e là.

Mi alzavo in piedi e guardavo fuori sui tetti di Parigi e pensavo: “Non preoccuparti. Hai sempre scritto e scriverai ancora. Non devi fare altro che scrivere una frase sincera. Scrivi la frase più sincera che sai”.

Caro Ernest, grazie per tutta la voglia di vivere di cui hai scritto. Per i tetti di Parigi e le ore a pensare alla scrittura che sono essa stessa scrittura. Alle bevute in compagnia e alla voglia di amare. Al non arrenderti mai e all’avere sempre in tasca solo due soldi. Al mondo di libri di cui ti sei circondato per raccontare della bellezza delle pagine e della magia di chi le crea. Grazie per tutte le volte che verrò a ritrovarti. Perché ci vedremo presto, sai?

Au revoir!