Leggendo #145 – Un solo paradiso

I libri con protagonista Milano mi fanno sempre un certo effetto tanto che ormai diventa sembra più difficile valutarli oggettivamente senza dare per scontato l’amore e odio infinito per questa città. Dopo un anno da Diario minimo dei giorni di Franco Loi e poche settimane dopo Un’educazione milanese di Rollo, torno a rincorrere pagine che parlano della nuova casa, di Piazza Leonardo, di spazi che riconosco e sono sempre più miei, di periferia ancora più periferia e di centro che beh, è comunque il centro. Perché Un solo paradiso di Giorgio Fontana è soprattutto Milano ed è incredibile come il romanzo stesso sembri una scusa per descrivere la città che si ama e si scopre quartiere dopo quartiere, come se fossero le vie di Milano a raccontare lo stato d’animo del protagonista. È così che la tristezza e la disperazione passano dagli abomini edilizi o le fabbriche abbondante nella periferia e la gioventù dai dintorni di Piola, dalle zone più vicine al centro che i giovani vivono di più.

Amava il modo in cui Milano si lasciava plasmare dal percorso scelto, cambiando pelle dove tutti vedevano solo una coltre monotona di palazzi. Occorreva solo tenacia: quella città che tanto stancava i suoi amici (e che tanto aveva stancato me, al punto di averla abbandonata) per lui costudiva sempre un margine di incanto che gli apparteneva, persino una sorta di mistero.

E pare davvero di sentirlo l’odore di Milano nel nuovo romanzo di Giorgio Fontana, una penna innamorata del capoluogo lombardo tanto da raccontare recentemente di Macao su Internazionale. Un amore puro che si muove tra viale Cassala e la 91 ma che si alimenta soprattutto di passeggiate tanto da diventare il sinonimo perfetto di queste pagine che paiono una parentesi dopo Morte di un uomo felice, una pausa necessaria per raccontare ciò di cui vivono i cuori più giovani: l’amore incondizionato.

Perché comprese questo – il vero punto della storia, come mi disse al Ritornello: si sopravvive a tanti inferni, e non a un solo paradiso.

Un solo paradiso, infatti, è l’amore che si prova senza misure, è la passione che travolge proprio come il jazz, la colonna sonora di una relazione sfortunata e di un protagonista che vive solo al massimo e solo in bianco e nero, senza filtri. Giorgio Fontana racconta una storia che è una confessione, è un inno alla città ma soprattutto alle arti, a quelle che fanno parlare l’animo e a quelle che inquadrano la realtà per studiarla meglio.

La fotografia è l’unica arte che dipende per intero dalla realtà. La musica, la letteratura o la pittura hanno margini diversi, più o meno ampi, di autonomia: a loro il mondo non serve, possono crearne uno nuovo quando gli pare.

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Lontano da Colnaghi, Giorgio Fontana ricorda l’amore e gli istinti più vivi, ricorda Milano e una città in continua evoluzione, sempre pronta a farsi amare e odiare per le sfumature di colori che solo chi ha davvero pazienza sa riconoscere.

 

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Leggendo #144 – Fiume Lento

Viaggiare è forse una delle cose di cui non ci si stancherebbe mai. Quella sensazione di essere catapultati in un mondo completamente nuovo, respirare profumi diversi da quelli a cui si è abituati ogni giorno, soffermarsi su dettagli così differenti da voler continuare a osservarli per ore ed ore, fotografando ogni piccolo e minuzioso angolo di mondo nuovo. Eppure spesso, per viaggiare, non è davvero necessario andare troppo lontano. Un parco in città in cui non ci si era mai fermati per più di cinque minuti o una passeggiata nel paese vicino in cui non si aveva mai fatto caso alla forma particolare della piazza sono piccoli tour improvvisati che faranno bene al cuore. Ma non è finita qui. Viaggiare, spesso, è anche tornare e vedere lo stesso luogo a intervalli regolari, studiando ogni minimo cambiamento, mese dopo mese, un po’ come Alessandro Sanna in Fiume Lento – Un Viaggio lungo il Po, un albo grande e immersivo, senza parole, dove gli acquarelli giocano a dipingere cieli e paesaggi nuovi che si alternano sotto le stelle di stagioni che non possono che continuare a tornare.

Autunno – Alluvione

La cosa più spaventosa dell’acqua è la totale mancanza di controllo che l’uomo ha su un fiume in piena e Alessandro Sanna lo sa bene. Il paese lungo le rive del fiume Po pare scomparire sotto pennellate d’acqua dalle sfumature rosse, neanche fossero mattoni sciolti che si sgretolano per riempire il letto del fiume. Viola, rosso e marrone sono i colori di questa stagione, sono lo sfondo – protagonista a personaggi rilegati a dettagli, dove piccole linee raccontano grandi gesti di una comunità pare quasi abituata agli scherzi del corso d’acqua.

2 - autunno

Inverno – La nascita

La nebbia se ne sta andando, tempo di arrivare per giocare a nascondino e far sparire il paesello che già è un ricordo lontano quando viola, azzurro e bianco invadono la campagna per giocare con i rovi degli alberi, tutti spogli lungo il fiume. Ed è nella stagione più fredda che il fiume racconta le storie più intime, quelle che si svolgono dietro le luci accese di stalle e cascine, quando una nuova vita sta arrivando e c’è un cucciolo in più a cui badare.

3 - inverno

Primavera – La sagra

L’azzurro del cielo pare un’esplosione, una rivoluzione per scacciare le nuvole grigie. Insieme al bianco e verde brillante, i colori della primavera giocano intorno al rosso dei tramonti e delle luci colorate delle feste serali, quando le giornate sono sempre più lunghe e i primi amori diventano corse sotto cieli stellati, mano nella mano, alla ricerca di qualcosa che nei primi giorni più caldi sembra così vicino e possibile.

4 - primavera

Estate – Il pittore e la tigre

L’arancio fortissimo è in netto contrasto con i grigi e il viola dei temporali in un paesaggio tutto nuovo che pare una savana dove la natura è protagonista e il corso del fiume si trasforma in un luogo esotico, qualcosa di totalmente diverso da ciò che durante l’anno si alterna lungo le sue sponde. La quotidianità viene un poco scordata, si vive una stagione completamente nuova dove ogni avventura è vissuta ancora più intensamente perché l’estate è la stagione del mettersi alla prova, del rilassarsi, sì, ma anche del stimolare l’animo a vivere sempre nuove vite.

5 - Estate

Fiume lento – Un viaggio lungo il Po sono così storie silenziose di paesaggi che parlano. In queste tavole sono le persone a fare da sfondo per lasciare alla natura il ruolo della protagonista, con i suoi cieli e i suoi colori, dove le figure che si dissolvono nella nebbia sono le stesse che svolazzano in bicicletta o in auto lungo le rive e che grazie alla particolare porosità della carta si possono sfiorare e toccare con mano.

finale


Questo articolo è stato pubblicato su Salt Editions

Leggendo #143 – Umami

Ho terminato di leggere Umami di Laia Jufresa a bordo piscina, circondata da bambini che giocavano a tuffarsi nell’acqua dove non toccavano. Cercavano, li sentivo, di distrarmi in qualche modo da pagine che mi stavano trascinando in un piccolo comprensorio, un luogo che nella mia mente è un po’ come il cortile della casa dei miei genitori dove più famiglie si ritrovano a vivere con le porte d’entrata affacciate su uno spazio comune, spesso trasformato in luogo di giochi e di chiacchierate infinite. Le sere d’estate, noi bambini, ci trovavamo a improvvisare tornei di pallacanestro e i pomeriggi assolati, invece, correvamo dai nonni dei vicini perché avevano sempre il gelato anche per noi, che eravamo diventati i nipotini adottati. È così che, con questo libro, Edizioni SUR ha rispolverato piccoli sprazzi della mia infanzia ma soprattutto ha portato in Italia il primo romanzo di una scrittrice che strappa sorrisi e che in poco più di duecento pagine ha raccontato un microuniverso, Città del Messico, con la fantasia di chi vorrebbe stare a giocare con le parole per ore.

Umami, questo bisogna precisarlo sin da subito, è un libro a matrioska con una struttura tutta sua che saltella qua e là nel corso degli anni. Le quattro parti in cui è suddiviso il libro sono composte a loro volta da cinque capitoli che sono anni, ognuno di essi raccontato da una voce differente. Ana, Marina, Alf, Luz e Pina, infatti, sono i protagonisti a cui è stato dato il compito di ricostruire le vicende, una struttura solo apparentemente complicata perché Umami, in realtà, è un libro che scivola via, pagina dopo pagina. In libri come questi, spesso, si direbbe che pare di stare in un vortice ma il romanzo di Laia Jufresa è piuttosto una battigia dove le onde giocano con la riva e i piedi stanno ad aspettare l’arrivo della prossima onda che caccerà via i granelli di sabbia dalle dita.

E questo continuo tornare è un dettaglio che è stato sottolineato più volte in occasione di una colazione speciale, a Ivrea, dove Laia Jufresa ha raccontato la storia del suo libro e delle pagine che lo compongono, di come ogni personaggio ha vissuto nella sua testa prima di riuscire a prendere spazio fra le pagine e regalare a Umami la struttura meravigliosa che ha.

SURns2_Jufresa_Umami_coverMa cosa è Umami? Beh, Umami è soprattutto uno dei cinque sapori percepiti dalla lingua umana insieme a Dolce, Salato, Acido e Amaro. Umami, per spiegarvelo come Alf – il maggior esperto di umami nel romanzo di Laia Jufresa – è quel qualcosa che dà un sapore in più a un piatto di spaghetti, a quei “Carboidrati insapori. Ma se ci metti dell’umami, se ci metti parmigiano o pomodoro o melanzane, zac! È un pranzo”. Eppure anche le altre voci narranti, insieme ad Alf, sono a modo loro delle esperte di umami o comunque sia di quel desiderio di aggiungere alla propria vita quel sapore in più. La caratteristica più bella di questo libro, infatti, è che ogni personaggio è vivo, è un insieme di gesti, di modi di dire che ripetono e li caratterizzano (hai presente?), di vite che sono un voler continuare a essere ciò che sono, e ancora di più, nonostante la morte.

Perché Umami è soprattutto un libro sul lutto e Laia Jufresa lo ripete più volte durante la nostra chiacchierata. Ciò che è scritto nelle sue pagine vuole essere un libro sul dolore, non un thriller con colpi di scena ma un lento dondolarsi e soffermarsi sull’evoluzione e trasformazione della sofferenza, quella però irruente e che lacera il cuore quando una persona non c’è più. Il dolore narrato da Laia Jufresa è un continuo rincorrersi di onde, è il dolore di un paese intero, il Messico, di cui la scrittrice confessa di voler raccontare la violenza senza davvero renderla protagonista delle sue pagine, preferendo confinarla in dettagli ben particolari. Una scelta, questa, che predilige quindi i paragrafi con protagonista la vita quotidiana dei personaggi e gli spazi chiusi delle mura di casa perché, come ha voluto specificare la scrittrice, “in città così grandi descrivere luoghi piccoli e privati è un modo per raccontare ciò che accade negli spazi pubblici, più grandi e più ipocriti”. Un romanzo corale, quindi, che predilige soprattutto le voci narranti femminili in una letteratura, quella messicana, dove son sempre stati i personaggi maschili i prediletti a raccontare storie.

Noi bambini di città occupiamo un perimetro ridicolo.

Voltando l’ultima pagina di questo romanzo sono rimasta a fissare le piccole onde della piscina con il desiderio di capire come fosse possibile che, nonostante i temi trattati, la vera essenza di Umami sia il voler essere trascinati dalla voglia di vivere. Gli strascichi di un lutto continuano a tornare, a ondate, infinite volte, eppure a volte il desiderio di surfare su queste onde di dolore è più forte di qualsiasi altra cosa. Perché cercare se stessi, e tentare di definirsi, può essere un modo per superare qualsiasi sofferenza tanto che la ricerca di ciò che siamo è uno dei temi più importanti di Umami e che traspira dalle pagine grazie all’attenzione quasi maniacale di Laia Jufresa per le parole.

La parola alla quale associò quella certezza fu: possibilità. Il colore, quindi, quel bianco del possibile, acceso dal sole sulla parete liscia, si chiamò biansibile.

Umami, infatti, è una continua ricerca delle parole più adatte per descrivere situazioni, persone, attimi. I colori sono stati d’animo, ogni piccolo gesto un lascito di esperienze passate; la lingua inglese (la lingua scritta per Laia Jufresa) un’influenza costante per i messicani che hanno con questa lingua un rapporto tutto particolare dovuto al continuo andare e tornare nello stato vicino dove chiunque, ha raccontato Laia Jufresa, ha sicuramente un cugino, uno zio o un vicino che ci vive o ci ha vissuto. Importantissimo, inoltre, il lavoro di traduzione di Giulia Zavagna che ha giocato insieme a Laia Jufresa ad inventare parole, con un confronto sempre attento alle edizioni già pubblicate negli altri Stati per rispettare un lavoro di fantasia nato anche da passeggiate perché camminare, la scrittrice non ha dubbi, è forse uno dei modi migliori per trovare ispirazione e sedersi davanti a un foglio bianco senza paura.

(…) a guardare la polvere che fluettava, imbambolata (…) convinta che qualcosa (la sua vita) stesse per cominciare.

Umami, in questo romanzo su cui galleggiare, non è solo uno dei cinque sapori percepiti dalla lingua umana, non è solo il desiderio di aggiungere un ingrediente in più a un piatto di pasta per regalare gusto e appetito a un pasto. Umami, qui, è voler vivere al meglio ogni singolo istante, nonostante le difficoltà, nonostante le incertezze del futuro, nonostante le difficoltà del passato che sono piccoli fortini dai quali presiedere il presente.

Umami è anche un po’ Verdami, il verde di Umami che in realtà è anche un Verdeglioso, il verde meraviglioso che si è intrufolato in ogni foto scattata nella veranda de’ La Tisaneria di Ivrea dove Edizioni Sur e Laia Jufresa hanno arricchito una colazione speciale con dettagli di un libro che difficilmente se ne andrà via dagli angoli del cuore in cui si è intrufolato.

La colazione a Ivrea, a La Tisaneria, in occasione de’ La Grande Invasione. Grazie ancora a Edizioni Sur per l’invito speciale.

Leggendo #142 – Il racconto dell’ancella

Pensate a un mondo senza specchi, dove cercate la vostra immagine riflessa nei vetri delle finestre o delle vetrine della vostra città. Pensate a un mondo senza Polaroid e senza nessun tipo di immagine, digitale o analogica che sia, un mondo dove i ricordi non possono essere concreti. Provate a considerare questi presupposti come piccoli dettagli di un mondo assurdamente e ipoteticamente reale, i dettagli di un libro distopico, sì, ma che comunque vi annodano lo stomaco.

Ce l’ha in mano, è una Polaroid; quadrata e lucida. Quindi le fanno ancora le macchine fotografiche. E ci saranno album di famiglia, pure, con le fotografie di tutti i bambini; non delle Ancelle, però. Nella storia futura, noi saremo invisibili.

Ieri e Oggi

Era il 1985 quando Margaret Atwood portava nelle librerie Il racconto dell’ancella; il 1988 quando il romanzo arrivava in Italia. Quando la storia di Difred trovò posto per la prima volta fra gli scaffali canadesi erano passati una quarantina d’anni dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki mentre ne mancavano ancora tre prima della caduta del Muro di Berlino e solo uno al disastro di Černobyl. Perché questi rimandi storici? Perché le storie distopiche fanno paura come poche cose al mondo, perché spesso si crede nelle coincidenze, perché i riferimenti non sono mai davvero troppo casuali. E perché non c’è nulla, ancora, che faccia più paura della società che ogni giorno ci circonda e che non smette mai, mai, di stupirci, purtroppo spesso in negativo.

È il maggio del 2017 quando “Il racconto dell’ancella” viene portato sul piccolo schermo, una serie tv da 10 episodi, e il romanzo viene scelto da Emma Watson come libro del mese per il suo worldwide bookclub, Our shared shelf. È giugno del 2017, poi, quando Ponte delle Graziedecide di ristampare questo romanzo di Margaret Atwood e viene quasi spontaneo sottolineare che tutto ciò sta avvenendo mentre su alcune testate italiane, tra le più lette e importanti, stanno comparendo (ancora) articoli dai titoli “Torino, ricerca choc: un universitario su quattro giustifica la violenza sessuale”. Perché “Se una ragazza si veste in modo provocante, se la va a cercare”, perché stavi tornando a casa la sera tardi, da sola.

Perché Il racconto dell’ancella

Margaret Atwood ha racchiuso in un’opera tutto ciò che i romanzi distopici hanno: l’ascesa di un potere forte, un sistema penale violento, la suddivisione della società in gerarchie con ruoli ben precisi e delineati. E la forza del racconto sta proprio in queste caste rigide e insormontabili: le Mogli, le Ancelle, le Marte, le Nondonne e le Zie (così come i Comandanti, gli Angeli e i Custodi) sono sezioni di società con compiti ben definiti e che non possono trovare alternative al loro destino eccezion fatta, ovviamente, se si sceglie la morte. Ne Il racconto dell’Ancella il compito più attonito spetta proprio a quelle donne che, come la protagonista, sono riconosciute dalla società per le loro vesti rosse, simbolo di chi, invece di un corpo, ha uno strumento per dare alle Mogli dei Comandanti ciò che loro non possono offrire: una gravidanza e un figlio.

Mi manca il respiro: ha detto una parola proibita. Sterili. Qui non esiste più un uomo sterile, non ufficialmente. Ci sono solo donne che sono fertili e donne che sono infeconde, questa è la legge.

È così che ne Il racconto dell’ancella si finisce a parlare delle donne e di tutte le loro sfumature, di come il loro corpo sia un oggetto con obiettivi ben specifici che con le sue caratteristiche dà una presa di posizione (e considerazione) della persona nella società. E qui il dilemma delle protagoniste di questo romanzo di Margaret Atwood: quale situazione è la migliore? Ribellarsi alle gerarchie regalando il proprio corpo “liberamente”, scegliendo la prostituzione invece della schiavitù? Essere in un certo modo “libere” di darsi per non essere obbligate a darsi?

“Ci sono due tipi di libertà (…) La libertà di e la libertà da. Al tempo dell’anarchia c’era la libertà di. Adesso ci viene offerta la libertà da. Non sottovalutarla.”.

Come un racconto sussurrato in un orecchio

La particolarità dello stile di Margaret Atwood in queste trecento pagine è la scelta di non perdersi in dettagli temporali. Spazio e tempo sono relativi nel momento in cui sono i contenuti a esplodere, ad attaccare il lettore con visioni spietate, psicologicamente violente e così vive da sembrare reali.

Difred, profuga del passato come si descrive lei stessa, è la protagonista di un romanzo che ha come punto di forza l’aver ricreato un mondo che è una versione deformata e amplificata di ciò che la storia ha già visto e che la quotidianità continua a raccontarci.

La speranza è nella presa di coscienza, è nel voler continuare a raccontare l’assurdo per ritrovare la semplicità, i valori, la realtà più pura.


Questo articolo è stato pubblicato su Cosebelle Magazine.

Leggendo #141 – Un’educazione milanese

Cominciamo dalla considerazione più generale per la quale la percezione di Un’educazione milanese sarà differente in base alla città in cui il libro di Alberto Rollo verrà letto. Mi immagino lettori in riva al mare, i loro piedi che giocano con i granelli di sabbia e la sensazione di chiuso che proveranno mentre si muoveranno fra le pagine ambientate a Milano dove il cigolio del tram si scontrerà con il rumore delle onde che giocano contro gli scogli. Per chi sarà in montagna, poi, la situazione non sarà tanto diversa: il grigio del capoluogo lombardo sarà in netto contrasto con il verde intenso delle pinete mentre l’azzurro brillante del cielo sgombro di nuvole potrà far nascere un’incomprensione, qualcosa che ad alta quota non potrà essere davvero percepito. Perché Un’educazione milanese di Alberto Rollo, portato nelle librerie da Manni Editore, potrà sembrare troppo sincero, forse troppo legato a una città dagli infiniti cliché, eppure ha così tanto da dire sulla nostra società e tutto ciò che sta accadendo in questi decenni.

Si tratta di scegliere dove mettersi per guardare una città.

Per me, a un anno dal trasferimento a Milano, leggere Un’educazione milanese è stato un atto necessario. Da piccola discendente di contadini nella provincia di Bergamo – i vicini di casa di quelli che Alberto Rollo cita nelle ultime pagine del romanzo facendo riferimento a L’albero degli Zoccoli, di Ermanno Olmi e Palosco – la lettura di Un’educazione milanese a Milano è stato qualcosa di diverso da chi la città l’ha sempre avuta sotto il naso. Tanto per cominciare, trovare fra le righe di questo romanzo il racconto dell’arrivo della linea rossa negli anni Sessanta è stato di per sé qualcosa di assurdo, noi della provincia che nemmeno ce la possiamo immaginare la città senza metrò, noi che siamo cresciuti proprio con città sinonimo di metropolitana.

Un’educazione milanese. Una biografia che non è.

Alberto Rollo racconta la sua Milano attraverso la sua vita. È così che Un’educazione milanese diventa l’infanzia che svanisce nell’adolescenza, la giovinezza che esplode per trasformarsi in età adulta, spazio temporale in cui non ci si vuole davvero credere. Disarmante, in tutto ciò, è il continuo cambiamento del linguaggio e dello stile che si adegua al diverso modo di percepire la città da parte del protagonista che, di anno in anno, continua a guardare alla città come la Milano dei treni e dei binari, dei ponti che guardano ferraglie intrecciarsi e del grigio che è quello dell’acciaio e dei fili che compongono linee destinate a trasportare chi arriva o se ne va.

Il ruolo di Alberto Rollo, in queste trecento pagine, è quello di una guida che si sofferma sui dettagli, che gironzola per la città passeggiando piano, facendo profondi respiri e lanciando lo sguardo dove nessuno osserva, dove i dettagli raccontano la differenza che solo chi nasce e cresce in un luogo che ama può notare e descrivere al meglio o chi, ancora, si vede sempre uguale in un paesaggio in continuo cambiamento dove la vita personale con famiglia, amici e primi amori si intreccia ai fatti di cronaca e di attualità.

Un’educazione milanese. La vita operaia ma tanto altro ancora.

In Un’educazione milanese c’è la vita operaia, la periferia e il desiderio di diventare qualcuno ma c’è soprattutto il teatro, il cinema e la letteratura, quelle arti che sanno segnare i giovani come poche altre cose al mondo e che insieme a Milano diventano protagonisti di pagine che sono una continua crescita, il desiderio di scoprirsi attraverso ciò che si vive nella propria città con i suoi personaggi che la scuotono.

Perché la vera difficoltà, nel diventare grandi a Milano fra gli anni Sessanta e Settanta, è la complicata presa di consapevolezza di sé, in un periodo di cambiamenti enormi nella società e nella storia. È la stessa paura di tutti noi giovani, ancora oggi, in un mondo che è sempre più veloce e dove alcuni di noi si sentono spesso in ritardo, presi come sono a cercare di comprendere e approfondire ogni piccolo cambiamento. Alberto Rollo, parlando degli anni Settanta, dice: «(…) quel tempo che ignorava quanto futuro sarebbe arrivato (…)». Non potremmo forse dire la stessa frase, ancora oggi, per questi anni che stiamo vivendo?

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Milano – ColorTime – 

Un’educazione milanese può diventare, così, un elogio alla vita, quella che si può perdere improvvisamente, quella che diventa più cara quando si svuota e la si deve arricchire, quella che fa la lotta con i genitori così diversi e così concettualmente distanti da noi. Il libro di Alberto Rollo racconta il passato ma ha tracce del presente, di attimi che ancora oggi non capiamo e chissà se capiremo mai.


Questo articolo è stato scritto per il quinto appuntamento dello #Stregabello di Cosebelle Mag. 

Liguria Analogica

Sapete qual è il problema? È che uno ci prova a parlar d’altro ma poi finisce che ci si ritrova come quando si è innamorati neanche fosse la prima volta, quando si continua a parlare della persona che ha fatto breccia nel proprio cuore che ormai pareva di pietra. Come il fidanzatino nuovo che si vuole tenere tutto per sé per paura che anche altri scoprano quanto sia speciale per poi portarcelo via, la Liguria è così bella che a volte è quasi irritante vedere come sole, mare e montagne compongano la triade perfetta per tre giorni di completo distacco dalla realtà.

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Laigueglia – Comet K35

Cominciamo dalle passeggiate: in riva al mare, in spiaggia, sui monti. In Liguria si cammina un po’ ovunque e si fanno chilometri senza nemmeno accorgersene perché tanto poi ci sono farinata e focaccia a far dimenticare ogni tipo di fatica. Partendo da Laigueglia si arriva ad Alassio e partendo da Noli si potrebbe arrivare a Spotorno: due passi si trasformano in piccole maratone vista onde, su e giù per colline, con il vento che ti spettina e il blu del cielo e del mare che fanno la lotta a chi brilla di più.

Bussana Vecchia - Comet K35
Bussana Vecchia – Comet K35

E il camminare, in realtà, si trasforma spesso in girovagare, fuori e dentro il tempo. Perché i borghi liguri sono soprattutto viaggi nel passato: da Cervo a Bussana Vecchia fino a Porto Maurizio – Il Parasio e ancora Noli. Sono torri sul mare, vicoli stretti che finiscono a strapiombo sul mare, sono case dalle porte piccole circondate da vasi di fiori, sono bellezze di ieri che sono più stupende di qualsiasi sorpresa possa riservare il domani. Sono realtà che si nascondono, forse un poco timide, che si raggiungono in macchina litigando con il navigatore ma che quando si mostrano sono meraviglie.

Bussana - Comet K35
Bussana Vecchia – Comet K35

Bussana Vecchia, forse, è il borgo più particolare perché dalla storia decisamente speciale. Colpita da un terremoto nel 1887, la frazione di Sanremo è stata per decenni abbandonata fin quando sul finire degli anni Cinquanta del Novecento alcuni artisti italiani e stranieri hanno scelto queste rovine per dar vita a un villaggio di artisti dai contorni medievali, un luogo che si raggiunge arrampicandosi (quasi letteralmente) sul pendio del colle e che da lontano, su un piccolo cocuzzolo, ammira i selvaggi boschi alle sue spalle.

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Il Parasio – Comet K35

La realtà è che tutti questi borghi hanno un qualcosa di speciale. Cervo, il piccolo comune in provincia di Imperia, ha dei vicoli così stretti che giocano a intrecciarsi fra loro fino ad arrivare alla piccola piazzetta davanti alla chiesa dei corallini, quasi a strapiombo sul mare azzurro. Noli, un poco più grande, ha il centro in riva al mare e un castello sulla cima della collina al suo fianco a fare da guardia a focacce, farinate e biscotterie. Porto Maurizio, e in particolare Il Parasio, invece, hanno la stessa passione per i vicoli di Cervo, seppur più grandi e più spaziosi, ma anche un infinito amore per le scalinate e le case circondate da vasi con piante grasse di ogni tipo.

Il Parasio - Comet K35
Il Parasio – Comet K35

E che dire poi delle spiagge? Dimenticate le distese irlandesi, la spiaggia qui è un continuo ritrovarsi sassolini dentro la scarpa, è l’ombra chiara che si continua a intravedere sotto l’acqua cristallina che nonostante il freddo ti chiama per fare un piccolo tuffo. La Liguria analogica, con tutti questi colori, regala contrasti nero – bianchi che vivono di altri tempi, proprio come i suoi luoghi. Lontana dalla frenesia, è una regione in cui bastano poche manciate di minuti in auto per perdersi nel verde delle colline o nel blu delle onde sotto un cielo che continua a giocare con nuvole e sole. È un passato che continua a vivere nel presente, un rullino in bianco e nero che racconta storie di una regione in cui il vento non si stancherà mai di accarezzarti il viso tanto che vorresti restare lì, ancora per un poco, a vedere il mare infrangersi contro gli scogli.

Comet K35
Comet K35

P.S. Questi scatti sono il risultato dello sviluppo di un rullino di un’analogica degli anni Ottanta che non aveva più voglia di starsene chiusa in un cassetto.

Questo articolo è stato scritto per Salt Editions.

Leggendo #140 – Hannah Coulter

Mi piacerebbe pensare che Hannah Coulter non abbia mai dovuto scegliere, che a plasmarla sia stata la nonna che la portò a vivere in una nuova casa per cominciare una nuova vita: non potrei fare errore più grande.

Avvertii tutt’a un tratto di prendere forma.

La vita di Hannah Coulter, raccontata da Wendell Berry, è un continuo divenire in un clima di attesa e pazienza tipica di quei luoghi talmente piccoli dove tutti si conoscono e trascorrono le giornate alternando piccoli piaceri quotidiani a difficoltà di diversa grandezza. Port William, la comunità inventata da Wendell Berry, è così reale da sembrare fittizia e Hannah Coulter l’eroina che si divide fra due secoli, quello delle guerre e quello dei giovani che tornano anche quando sembrano così lontani.

Hannah Coulter emoziona, si fa rincorrere fra le pagine di questo romanzo con la particolarità di non lasciare al caso nessun dettaglio, spesso sottolineato con frasi che si ripetono nei paragrafi come se per alcuni passaggi, i più delicati, Wendell Berry abbia voluto trasformare la sua scrittura in un singhiozzo, il desiderio di continuare il racconto con la necessità, però, di tornare su ciò che è davvero importante per il cuore di Hannah. In Hannah Coulter, poi, il tono è pacato. La storia procede lenta, come uno di quei racconti che la nonna faceva mentre ti sbucciava la mela a tavola e tu, piccola bambina obbediente, dovevi mangiare e fingevi noia perché era il tuo compito da piccola pestifera ma la realtà era che saresti stata ore a sentirla parlare di un mondo lontano, neanche fosse stato racchiuso solo nelle sue parole, così diverso dal mondo di oggi perché erano i racconti di chi, dopo una vita intera, continuava a credere nel più puro e forte dei sentimenti.

Ma il dolore non è una forza, e non può durare a lungo. Lo si può soltanto sopportare. Ciò che ti sorregge è l’amore, perché l’amore è presente sempre, anche nell’oscurità, e a volte brilla come un filo d’oro in un ricamo.

Wendell Berry, trasferendosi dalla città alla campagna per scrivere di un personaggio come Hannah Coulter, vuole trasmetterci la forza di vivere della semplicità delle cose, per imparare che anche solo una giornata di sole può portare una piccola ma grande gioia con la quale affrontare un giorno nuovo.