Leggendo #151 – Uomini nudi

Ci sono libri che, emotivamente parlando, sono fortissimi e Uomini Nudi di Alicia Giménez-Bartlett è uno di questi. Parlarne non è così semplice perché questo romanzo di quattrocento pagine lo si divora in pochissimo tempo, sul terrazzo mentre si cerca di godere del poco vento che c’è e in tram mentre in una Milano deserta si va verso il lavoro e un nuovo capitolo che si sta scrivendo. Uomini nudi entra così intensamente e prepotentemente nella testa del lettore perché è proprio come la parola su cui cade l’occhio nel titolo: nudo. Non ha riguardi, non ha remore: Uomini nudi descrive tutte le vicende così come accadono, si muove attorno ai protagonisti ma soprattutto nelle loro teste per scavare nel loro animo più profondo.

Quello di Alicia Giménez-Bartlett, infatti, è uno stratagemma che funziona sempre ma che lei utilizza divinamente. La voce narrante è un io che continua a cambiare, è un susseguirsi di racconti da parte di un personaggio e poi di un altro, tanto da trasformare il romanzo in un continuo confidarsi e raccontarsi ma, soprattutto, un vivere le vicende narrate da infiniti punti di vista. Ed è proprio qui che Uomini nudi dà il meglio di sé. I protagonisti, come si può dedurre dal titolo stesso, sono nudi davanti alle figure femminili, fisicamente e psicologicamente, ma soprattutto davanti al lettore. Le menti contorte di tutti i personaggi di Alicia Giménez-Bartlett si presentano nitidamente davanti al lettore che preso dalla foga della lettura anticipa e costruisce con lo scrittore le vite di Iván e Javier.

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Ogni personaggio in Uomini nudi vive una lenta ma continua evoluzione, una crescita interiore paragonabile a quella di Walter White in Breaking Bad, una presa di (in)coscienza così rara eppure così profonda che trasforma questo libro in un qualcosa da non perdere, in una lettura feroce e assetata come il desiderio dei protagonisti di vivere intensamente tutte le emozioni più forti, ognuno le proprie.

Alicia Giménez-Bartlett ha scritto un romanzo dalla potenza incredibile, un qualcosa che raramente capita di trovare fra gli scaffali. Crudo e diretto, come solo le storie più complicate ma studiate nei minimi dettagli possono essere.

Leggendo #145 – Un solo paradiso

I libri con protagonista Milano mi fanno sempre un certo effetto tanto che ormai diventa sembra più difficile valutarli oggettivamente senza dare per scontato l’amore e odio infinito per questa città. Dopo un anno da Diario minimo dei giorni di Franco Loi e poche settimane dopo Un’educazione milanese di Rollo, torno a rincorrere pagine che parlano della nuova casa, di Piazza Leonardo, di spazi che riconosco e sono sempre più miei, di periferia ancora più periferia e di centro che beh, è comunque il centro. Perché Un solo paradiso di Giorgio Fontana è soprattutto Milano ed è incredibile come il romanzo stesso sembri una scusa per descrivere la città che si ama e si scopre quartiere dopo quartiere, come se fossero le vie di Milano a raccontare lo stato d’animo del protagonista. È così che la tristezza e la disperazione passano dagli abomini edilizi o le fabbriche abbondante nella periferia e la gioventù dai dintorni di Piola, dalle zone più vicine al centro che i giovani vivono di più.

Amava il modo in cui Milano si lasciava plasmare dal percorso scelto, cambiando pelle dove tutti vedevano solo una coltre monotona di palazzi. Occorreva solo tenacia: quella città che tanto stancava i suoi amici (e che tanto aveva stancato me, al punto di averla abbandonata) per lui costudiva sempre un margine di incanto che gli apparteneva, persino una sorta di mistero.

E pare davvero di sentirlo l’odore di Milano nel nuovo romanzo di Giorgio Fontana, una penna innamorata del capoluogo lombardo tanto da raccontare recentemente di Macao su Internazionale. Un amore puro che si muove tra viale Cassala e la 91 ma che si alimenta soprattutto di passeggiate tanto da diventare il sinonimo perfetto di queste pagine che paiono una parentesi dopo Morte di un uomo felice, una pausa necessaria per raccontare ciò di cui vivono i cuori più giovani: l’amore incondizionato.

Perché comprese questo – il vero punto della storia, come mi disse al Ritornello: si sopravvive a tanti inferni, e non a un solo paradiso.

Un solo paradiso, infatti, è l’amore che si prova senza misure, è la passione che travolge proprio come il jazz, la colonna sonora di una relazione sfortunata e di un protagonista che vive solo al massimo e solo in bianco e nero, senza filtri. Giorgio Fontana racconta una storia che è una confessione, è un inno alla città ma soprattutto alle arti, a quelle che fanno parlare l’animo e a quelle che inquadrano la realtà per studiarla meglio.

La fotografia è l’unica arte che dipende per intero dalla realtà. La musica, la letteratura o la pittura hanno margini diversi, più o meno ampi, di autonomia: a loro il mondo non serve, possono crearne uno nuovo quando gli pare.

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Lontano da Colnaghi, Giorgio Fontana ricorda l’amore e gli istinti più vivi, ricorda Milano e una città in continua evoluzione, sempre pronta a farsi amare e odiare per le sfumature di colori che solo chi ha davvero pazienza sa riconoscere.

 

Leggendo #111 – Sull’orlo del precipizio

Sono senza fiato. Ho appena terminato la lettura di Sull’orlo del precipizio di Antonio Manzini ed è stata una corsa fra i paragrafi, centoquindici pagine di puro terrore, ansia, angoscia, improperi, voglia di urlare. Nelle librerie dal novembre 2015, il nuovo volume della collana Il divano di Sellerio pare anticipare tutto ciò che il mondo dell’editoria non vorrebbe mai sentire e che nonostante ciò sta accadendo proprio sotto il naso (e le coscienze) di tutti.

Giorgio Volpe è uno scrittore famoso, famossimo. Pluripremiato e amato dai lettori e dalla critica, pubblica i suoi lavori con la Gozzi, la casa editrice che lo segue da più di due decenni e che da sempre è ritenuta una delle tre case più note nella scena editoriale italiana contemporanea allo scrittore. Dall’alto, però, stanno arrivando scelte che provocheranno un vero e proprio delirio: queste tre case importanti verranno riunite sotto un unico marchio che dominerà l’intero mercato editoriale e che pur promettendo nessun cambiamento sarà, invece, un terrificante tsunami, un mix di stravolgenti rivoluzioni che faranno cadere Giorgio Volpe in un precipizio, sì, ma senza paracadute e, soprattutto, senza via d’uscita. Una storia paradossale, scritta per lasciare il lettore in una sorta di limbo dove la realtà diventa assurdità e l’irrazionale la quotidianità. Mi ha fatto pensare molto a Il cerchio di Dave Eggers ma più attuale, più spaventoso, forse perché la miccia di quest’esplosione, l’acquisto delle tre case editrici e il conseguente predominio di un solo marchio sul mercato, è così simile alla nostra nuova realtà editoriale.

Ma non c’è solo questo. A terrorizzarmi e lasciarmi senza parole sono stati i paragrafi riguardanti le nuove edizioni di classici e scrittori storici che vengono attualizzati dalla nuova casa editrice, la Sigma, decidendo così tagli di storie (soprattutto delle più tristi e più difficili da digerire: Guerra e Pace, tanto per dirvene una, sarà solo Pace) e con traduzioni di intere pagine di prosa in un linguaggio più diretto e giovanile. La Sigma è certa che i propri cambiamenti piaceranno moltissimo, soprattutto ai ragazzi che, sempre secondo la Sigma, apprezzeranno maggiormente il termine coatti al posto di bravi  e, soprattutto, saranno felici di tagli e riassunti che eviteranno la lettura di inutili scene descrittive. Non so voi, ma a me la faccenda di tradurre e riassumere l’opera di Alessandro Manzoni, I promessi Sposi, ricorda un poco quei distillati di cui tanto si è parlato recentemente e che spero non toccheranno mai i grandi classici della letteratura.

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Antonio Manzini racchiude in un centinaio di pagine una folle rivoluzione editoriale, all’apparenza quasi divertente se non ci fossero così tanti punti in comune con la realtà. Sull’orlo del precipizio è una storia che fa riflettere, è un libro che ci ricorda come questi oggetti non siano solo pagine accumulate ma il sacrificio di persone che credono fortemente nei propri sogni che una volta realizzati finiscono nelle mani di editor e figure lavorative con il compito più difficile e fragile che si possa immaginare. Con la sua presenza fisica, poi, Sull’orlo del precipizio ci ricorda anche come i libri vengano amati proprio per la loro forma, che quando si adorano vengono coccolati proprio come Sellerio fa con la collana Il divano la cui sovracoperta viene fabbricata a mano e appositamente allestita dalla Cartiere di Fabriano per i loro volumi. Sarebbe bello vedere questo libro letto da tutti: per la sua brevità, per la sua prosa meravigliosa, per il mondo delicato che indaga di cui pochi paiono comprenderne veramente la purezza che noi sognatori e aspiranti del campo tanto vediamo fra le pagine che ogni giorno sfogliamo.

Leggendo #110 – Lettere non d’amore (e viceversa)

Tu parli di te, ma quando parli di me, mi rimproveri. Non si scrivono lettere d’amore per il proprio piacere personale, così come un vero amante, in amore, non pensa a sé. Con vari pretesti scrivi sempre di una sola cosa. Smetti di scrivere quanto, quanto, quanto mi ami, perché al terzo “quanto” comincio a pensare a qualcos’altro.

Quello che è racchiuso in Zoo o lettere non d’amore di Viktor Šklovskij si può riassumere con un semplice detto: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Non c’è scusa che regga e nessuna negazione che non sia stata urlata solo per la vergogna di un atto passato: siamo tutti colpevoli.

Trasformiamo la vita quotidiana in aneddoti. Costruiamo fra noi ed il mondo dei microcosmi personali – dei serragli.

Ma Viktor Šklovskij mi irrita da morire: proprio non lo sopporto. Amate Alija, invece di amare il vostro amare è una delle frasi lette in questo libro a cui più volte mi sono aggrappata prima di esplodere in un insulto sgraziato. Certe volte si è talmente sordi e incapaci di ascoltare ciò che non si vuole accettare che ci si ritrova a continuare imperterriti lungo il proprio cammino per poi ritrovarsi così ridicoli e inetti da rinnegare tutto ciò che è stato (o, come accadde con Zoo o lettere non d’amore, a riscrivere infinite lettere e introduzioni alle varie edizioni del proprio libro che a distanza di tempo vuole quasi rinnegare il passato). Banale e immaturo e terribilmente testardo è chi non ascolta e nemmeno si accorge di quanto il suo ego sia superiore a qualsiasi altra cosa, persino alla persona che tanto dice di amare. E se al primo livello di lettura, ci si ritrova a essere così inconcepibilmente irritati dall’insistenza dell’io narrante, il secondo ci porta a una riflessione molto più profonda e guidata dalla biografia dello scrittore russo il cui tema centrale è, ancora una volta, un argomento a me molto caro: l’emigrazione.

Viktor Šklovskij scrive Zoo o lettere non d’amore mentre si trova a Berlino, lontano dalla propria patria, la Russia. Come da richiesta della persona amata, non potendo più scrivere lettere d’amore, si ritrova a raccontare la vita quotidiana e il proprio lavoro soffermandosi maggiormente sul mondo della letteratura russa ma, soprattutto, sulle abitudini ed emozioni di un giovane immigrato che non potendo parlare dei propri sentimenti amorosi decide di narrare il legame con la propria terra d’origine e la difficoltà di dovere vivere in un paese differente dal proprio.

Zoo o lettere non d’amore pare voler raccogliere la testimonianza dello scrittore stesso, Viktor Šklovskij, lasciando al lettore il compito di scavare fra le righe e in particolar modo (scusate se insisto) nella testa dura di un innamorato che con maestria riesce comunque a continuare ad ammorbare la povera amata con le proprie paturnie. Purtroppo, se ancora non si fosse capito, questo libro è capitato fra le mie mani nel periodo meno indicato, in mesi dove osservo l’amore nei libri e nei film in un modo più distaccato del solito. Se nella pellicola Brooklyn è così dolce e nuovo e fresco e giovane, in un film visto di recente, Copenhagen, l’amore viene spiegato con una leggenda di cui subito mi sono innamorata perché equivale, all’incirca, al significato di amore a cui mi piace tanto credere.

I’m telling him a story about Skagen. It’s in the north of the country where the two oceans meet. I went there once with my mother. She was sad because her boyfriend left, and I was sad because I had a fight with my best friend. So she brought me to the end of the beach and then she pointed to the right where the Baltic Sea is. It’s a very beautiful and very blue sea…the current travels west. Then she pointed to the left to the North Sea…also a very beautiful and blue sea, but the current travels east. Then she pointed to the middle and she said that that is the perfect relationship…you look to the left and you look to the right, and both seas are there. And they can meet in the middle, but they never lose themselves in each other. They are always themselves no matter what.

skagen-copenhagenPerché per le persone è così difficile capirlo ma soprattutto metterlo in pratica?

Pochi giorni prima del Natale del 2014, mia madre mi regalò un piccolo quadernino speciale dove per tutto lo scorso anno ho lasciato pensieri sparsi qua e là. Sulla prima pagina lasciai una promessa che volevo mantenere a tutti i costi dopo l’anno più difficile che mi fosse mai capitato di vivere: pensare a me stessa. Scoprire, mesi dopo, di non esserci riuscita mi spezzò il cuore in infiniti pezzettini tanto da decidere di chiudere il 2015 lasciando proprio ciò che stava offuscando i miei sogni e decidendo di lanciarmi in un’avventura più grande di me che ancora non so dove mi porterà.

Non è stato per nulla facile e probabilmente non riuscirò mai a smettere di parlarne finché non sarò veramente felice e soddisfatta di quello che troverò (se mai succederà di arrivare da qualche parte). Quello che più mi preme e più mi ha messo in difficoltà è stato sacrificare persone che non hanno saputo esserci in un momento in cui avevo bisogno di un sostegno speciale: me ne dispiace ma non me ne pento. Perché non è tanto condividere il momento della decisione ma è tenere le redini ancora più salde nel periodo successivo alla scelta perché è proprio quello l’intervallo in cui si ha più bisogno di un sostegno, quando  tutto dovrebbe essere scontato e invece è terribile e spaventoso.

Sto scrivendo di tutto ciò dopo aver letto un libro con protagonista l’amore e il modo di dimostrarlo perché le persone che più mi sono state vicine sono state quelle che da sempre mi hanno dimostrato cosa significhi veramente amarsi: i miei genitori. Me ne sono accorta ancora di più guardando un episodio di Master of None, quando confrontando vicende familiari mi sono resa conto, ancora una volta, di come loro, mamma e papà, sono le persone più fortissime che abbia mai conosciuto, quelle che hanno affrontato malattie più grandi di loro a testa alta e, diciamocelo, hanno saputo crescere me, una testa dura piena di sogni.

Era da tempo che volevo scrivere di loro, soprattutto da quando vidi quell’episodio speciale di Aziz Ansari e da quando sostanzialmente decisi di lasciare ciò che avevo per provare a inseguire i miei sogni. È stato difficile e pur volendolo fare da tempo non sono mai riuscita a lasciarlo nero su bianco: questa volta non ho potuto resistere.

E insomma, vedete come vi prende in giro l’amore? Tu scrivi prendendolo per i fondelli e poi ti ritrovi a elogiarlo e invidiarlo. Merito delle sue infinite sfumature, degli infiniti campi che l’amore tocca e di tutte le maschere che può indossare. Crescere, forse, è proprio capire ciò: riconoscere l’affetto vero, quello puro, quello che tra mille intemperie continua a vivere. Quello che non insiste ma si mette il cuore in pace, quello che cerca di comprendere invece di aggredire: non è per nulla facile ma se lo fosse non perderebbe forse il suo valore?

E mi scuso con Viktor Šklovskij, io non ce l’avevo veramente con lui: sapere che mi ha fatto mandare su tutte le furie dovrebbe essere una prova di quanto le sue parole abbiano fatto effetto su di me, no?

Leggendo #102 – Fuga in Italia (allontanarsi da sé)

Che cosa speriamo? Non lo sappiamo neanche. Ma speriamo. Basta. È quasi la felicità.

È il 1943 e l’Italia è divisa fra tedeschi e americani. Mario Soldati, con l’amico Agostino, decide di lasciare la capitale e dirigersi verso Sud inseguendo il desiderio di essere liberati. Pochi bagagli, piccoli furti a fin di bene, vagoni pieni di gente con linee ferroviarie semi – interrotte che costringono i fuggitivi a prendere due biciclette per raggiungere la propria meta: chissà se il viaggio avrebbe avuto un altro sapore senza tutto quel pedalare fra le buche lasciate dalle bombe esplose. 

Mario Soldati è entrato per puro caso nelle mie letture ma dopo America Primo Amore non ne vuole proprio sapere di lasciarmi andare: mi tiene ancorata a sé, ai suoi racconti, al suo continuo pensare al passato e guardare al futuro con speranza, sì, ma come se fosse una luce fin troppo piccola in un groviglio di rovi da dover attraversare prima di arrivare là, dove ci spingono i sogni. Fuga in Italia è tutto questo e ancora di più: è un viaggio in un paese devastato dalla guerra e da volti che non si sanno più se amici o nemici.

Vorrei non credergli. Vorrei che gli americani stessero sempre lì per arrivare, e poi non arrivassero mai, mai. (..) Sento che qualcosa, fra qualche momento, quando li vedrò, quando vedrò i primi americani, qualche cosa morirà dentro di me. Morirà la speranza dell’arrivo degli americani, la cosa più bella. Perciò non vorrei scendere, non vorrei vederli. Come quando la sveglia suona, è ora di alzarci, e ci voltiamo dall’altra parte e fingiamo a noi stessi di dormire quasi potessimo così prolungare un bellissimo sogno spezzato, vorrei per qualche istante ancora ribellarmi, non credere all’annunzio di Agostino.

Ma bisogna farsi forza, rinunziare. Bisognare avere il coraggio di sposare quella realtà alla quale ci aveva promesso la nostra fantasia. (…) Andrò  incontro agli americani e cercherò di suscitare, magari di fingere dentro di me lo stesso entusiasmo di quando, a vent’anni, vidi, arrivando a New York la prima volta, levarsi dalle ferme acque al cielo,la giogaia dei candidi grattacieli.

Mario Soldati ha 37 anni quando si ritrova a dover pedalare verso il sud d’Italia: l’America dovrebbe essere un ricordo lontano e invece il viaggio di gioventù torna a riempire i paragrafi più belli di Fuga in Italia. È come se lo scrittore non fosse mai veramente tornato e l’arrivo del paese ospite nel proprio paese d’origine è come sentirsi sottrarsi un pezzetto di sé e vederlo esposto in pubblico, come una parte intima che improvvisamente diventa pubblica: è come perdere un tratto distintivo che fino a quel momento è stato caratteristico di sé e ora è accessibile a tutti.

Leggo da quando sono stata la prima bambina a indovinare la parola scritta dalla maestra alla lavagna per mettere alla prova i nostri miglioramenti in quel lontano novembre del 1996. Da quell’istante non smisi più di lanciarmi nelle pagine di libri e romanzi eppure, in tutti questi anni, non mi è mai capitato di trovare il mio scrittore preferito, quella figura quasi materna da seguire e prendere da esempio tanto da invidiare sempre chi sapeva rispondere subito alla domanda più odiata da tutti i lettori: chi è il tuo scrittore preferito?

Ancora oggi continuo ad avere solo le mie preferenze, quelle pagine più delicate e più simili a me e quindi più facili da tenere nel cuore. Scoprire Mario Soldati, però, ha cambiato qualcosa, qualcosa di molto profondo: è stato come trovare un amico, una persona con tantissime curiosità e interessi come me che non ha mai esitato, non ha mai avuto paura di lanciarsi in nuove sfide. È una bella sensazione, una bellissima prova di come letteratura sia trovare un rifugio, qualcuno pronto ad ascoltare quella parte di te che nessuno saprebbe davvero ascoltare e che tu, purtroppo, nemmeno sapresti spiegare.

 

Leggendo #99 – Di America Primo Amore e Ritorni

Ma chi si sente di dover partire ricorda già. Guarda intorno come se immaginasse quello che vede. E la realtà che stringe, la ama come se non la stringesse: con la semplicità negata a qualunque possesso, e unica del desiderio.

Quando cominciai a leggere le prime pagine della mia copia presa in biblioteca di America Primo Amore di Mario Soldati, la chiusi e corsi subito a comprarne una, di copia, e la ricominciai a leggere sottolineandone tutte le parole, senza pudore per le pagine e il pastello blu. Perché quando ricominciai a leggere le prime pagine della mia vera copia di America Primo Amore volevo parlare di viaggi, di conoscere nuova gente, di quel (cito Mario Soldati) represso desiderio di patria che purtroppo ti capita di respirare in compatrioti all’estero, che nessuno li ha obbligati a stare lì e se tu sei nuovo, nuovo alla sensazione di essere espatriato, è un macigno sullo stomaco continuare a sentire quelle parole che elogiano Casa e insultano Nuova Casa. Leggendo Mario Soldati in America Primo Amore, poi, avrei tanto voluto parlare di come non credo che andrò mai in America, è una cosa che non credo riuscirò mai a superare, ma se un giorno lo farò vorrei avere al mio fianco lui, il giovane Mario che vede la Sixth Avenue per la prima volta e ne parla con il cuore gonfio, immaginando che quella città lo salverà, lo cambierà, lo crescerà. Tanti propositi, insomma, ma poi ho terminato la lettura, sono successe un paio di cose che non sono nulla se non semplici diatribe fra me e me causate dalla stessa circostanza che unisce e giustifica l’intera opera di Mario Soldati ovvero un dato di fatto che ancora oggi mi rode tutti gli organi vitali: come ti cambia la vita se alla fine del viaggio si perde e si torna a Casa ma una volta tornati a Casa, Casa non lo è più.

Laggiù si sognava la patria, come dalla patria si sognava l’estero.

Quando si parte per la prima volta, e si parte con un biglietto di sola andata, si muore dalla paura. Ricordo che continuavo a dire “Se mi trovo male, se le persone non mi capiscono, tornerò a casa”: quale bruciore allo stomaco scoprire che l’unica a non capirmi e a farmi male ero solo io. America Primo Amore è composto da diverse parti, una di queste è Risentimenti. Quando si parte e poi si torna, Mario Soldati lo sa bene, c’è quella parte di noi che non se lo perdonerà mai, che non smetterà mai di chiedersi cosa sarebbe successo se si fosse stati solo un poco più coraggiosi. Ti dicono di ripartire, tanto l’hai già fatto una volta,ma non sarà mai come la prima volta, non sarà mai la stessa cosa: non ci si perdonerà mai di perdere una seconda volta e trovalo tu il coraggio di mollare Casa che non è più Casa per sempre.

Ma un grande viaggio intrapreso sui vent’anni, un’emigrazione interrotta, conferisce al paese straniero che abbiamo abbandonato una lontananza religiosa, un’estraneità piena di stupori.

America Primo Amore ha dei passaggi meravigliosi dove a volte pare che le parole siano state messe un poco a caso come se il paroliere fosse stato troppo emozionato per ordinarle e renderle più pure e oggettive. Tutta l’America di Mario Soldati è filtrata dalla nostalgia, dalla rabbia che ci costruisce intorno semplicemente per giustificare la sua privazione fatta di sogni e speranze. Non è un caso, infatti, che la traduzione di America Primo Amore in inglese sia When hope was named America: quando la speranza prende il nome di uno stato, di una città, di un qualsiasi posto lontano è come se nella propria testa quella destinazione sia la soluzione a tutti i problemi, ci si convince che là si starà bene, che se durante il viaggio accade qualcosa, là ci accoglieranno e ci coccoleranno e ci faranno stare bene. Poi, invece, arrivi là e con tutto quello che è capitato durante il tragitto, pensi solo a come sarebbe stato rimanere a Casa: roba da perderci la testa e da rifare i bagagli dopo poco tempo.

E una volta a Casa che non è più Casa ci si cerca di arrangiare. Nulla è più lo stesso, son bastati pochi mesi per vedere sfuggire persone o farle fuggire con le proprie lune a cui non erano più abituati e che la lontananza ha solo peggiorato. Ci si distanzia, poi, da chi può riportarci nella Casa che non è più Casa che è sufficiente la proprio insanità mentale a roderci il fegato e piano piano, come dicevo, i restanti organi vitali. Passa il tempo e ci si ferma dove non si è arrivati, ci si butta in una quotidianità oscena, falsa. Capitano cose belle, perché fortunatamente capitano, ma non si riesce più ad apprezzarle come si avrebbe fatto prima di tutto ciò e fa male, tantissimo male. Sostanzialmente si è ancora a punto e capo: siamo noi che dovremmo aiutare noi stessi ma non sappiamo più come.

Ma un luogo amato e lontano è come una salma che dipenda da noi resuscitare, e che chieda continuamente di essere resuscitata: tormenta, distrae, divide la nostra vita; ed assale talvolta in pieno giorno, nell’attenzione delle opere, col suo fresco, reclamante fantasma.

Mario Soldati in America Primo Amore utilizza tanti ma. Mi piacerebbe immaginarlo nella sua camera, al tramontar del sole, che cerca di darsi spiegazioni mentre la pioggia scroscia contro la finestra. Mi piacerebbe pensarlo mentre cerca di farsi forza da solo ma (ma!) non ci riesce e deve cercare scuse, deve cercare infinite frasi da contrapporre l’una all’altra con quelle due semplici lettere sperando così di purificarsi, di sentirsi più leggero mentre le lascia nero su bianco. Pensando che comunque, nonostante tutto, America, vive ancora, da qualche parte dentro di sé.