Leggendo #157 – Nel paese dei mostri selvaggi

Questo articolo è stato pubblicato su Salt Editions.


Quando gli sconti Adelphi chiamano Salt Editions risponde soprattutto quando si tratta di libri belli (e illustrati!) che arrivano direttamente da infanzie degli anni Sessanta. Era il 1963, infatti, quando Harper & Row pubblicò Where the Wild Things Are (Where the Wild Horses Areinizialmente), una storia narrata e illustrata dallo statunitense Maurice Sendak. Arrivato otto anni dopo anche in Italia, nel 1968, Nel Paese dei Mostri Selvaggi torna sugli scaffali delle librerie italiane grazie ad Adelphi, in un’edizione tutta nuova e speciale, da sfogliare ogni giorno alla ricerca di nuovi dettagli.

Protagonista di questa storia a colori è Max, un bambino a cui non piace stare tranquillo, che preferisce indossare il suo costume da lupo e giocare per casa combinando pasticci, talmente tanti da essere ripreso dalla madre. A Max, però, non piace essere sgridato tanto che, alla madre, preferisce rispondere a tono.

“Selvaggio!” gridò la mamma. “E allora ti mangio!” urlò Max. Così fu spedito a letto senza cena.

E cosa succede al piccolo protagonista quando si ritira nella propria stanza? Le quattro mura diventano una giungla in cui un intero mondo decide di entrare. E Max, di conseguenza, decide così di scappare, di salire sulla piccola barca della sua fantasia e navigare lontano fino a raggiungere il paese che dà il nome all’intera opera. Un’avventura straordinaria, quella di Max, ma che trova in questi passaggi, la risposta a tono alla madre e la fuga come reazione alla punizione, molte cause della duplice critica all’albo di Maurice Sendak. In effetti, diversi gruppi di genitori degli anni Sessanta avanzarono dei giudizi negativi sulle reazioni da ribelle del piccolo Max, etichettandoli come comportamenti mancanti di rispetto e un cattivo esempio per la prole sessantina. Fortunatamente, però – e a buon ragione – altrettante mamme e papà ne lodarono l’insegnamento positivo, la possibilità di trasformare in maniera produttiva la propria rabbia facendo giocare ed esplodere la fantasia del bambino in un mondo irreale ma affascinante e concreto. Non è un caso, forse, se nell’anno di uscita, 1963, Where the Wild Things are vinse il premio Caldecott Medal come miglior libro illustrato americano dell’anno andando a mettere l’accento su un’opera la cui chiusa è un ritorno alle origini, neanche fosse un Peter Pan a lieto fine con una presa di coscienza finale che dimostra l’importanza di imparare dai propri errori.

Ma come sono questi mostri di cui Max diventa addirittura re? Sono colorati, sono definiti in ogni dettaglio e sono soprattutto legati alla tradizione yiddish, proprio come Maurice Sendak che per illustrare queste creature selvagge prese ispirazione dai propri parenti e dai loro comportamenti bizzarri. Ne nasce un albo dalle tonalità più scure eppure vivide, un mondo tutto nuovo per i più piccoli che se lo ritrovano tra le mani e un modo per riscoprire quel lato ribelle che ogni bambino ha che i grandi, spesso, dimenticano. 

Nel paese dei mostri selvaggi è un libro (e diverse trasposizioni cinematografiche tra cui quella indimenticabile del 2009 con la voce di Karen O) che fa tornare all’infanzia, che solletica la voglia di vivere nuove avventure e di non avere così paura di prendere una posizione. Ogni nostra scelta, ovunque ci porterà, avrà qualcosa da insegnarci per renderci un poco più grandi.

 

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Crespi d’Adda è una discesa

Quando dico che mi sono laureata in giardini storici la gente rimane sempre molto perplessa chiedendosi cosa se ne fa, uno, di una tesi che parla di case con pezzi di terra verde. Su Salt Editions ho voluto un raccontare un frammento di quella storia che andai a cercare, terreni verdi, sì, ma anche il tentativo di dare loro un significato in un’epoca, la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, dove il mondo del lavoro stava completamente cambiando abitudini e persone. Enjoy!

crespi (1)Luglio sta finendo e agosto nemmeno lo si vedrà da quanto brevi saranno le vacanze. Non voglio mettere ansia, sia chiaro, ma si sa che queste cose vanno sempre a finire così: tempo di preparare la valigia e si è già in coda in autostrada al casello con nemmeno la voglia di ascoltare la radio tutta presa com’è dal raccontare il grande ritorno della popolazione italiana alla loro casa dopo il grande esodo delle vacanze. Proprio per mettervi meno ansia ho deciso di lasciarvi un tranquillante, una pillola che si chiama come l’aggettivo peggiore che si può appioppare ai capelli di una giovane fanciulla fissata con la sua folta chioma, uno di quei luoghi che ci vorrebbe un altro Christo per farlo conoscere a chi non si interessa di ciò che sta sotto casa perché alla fine nessuno vuole guardare il proprio giardino perché quello del vicino pare sempre più verde. Pare, appunto.

A pochi chilometri da Milano, dove il fiume Brembo si getta nell’Adda, c’è questo piccolo paesino che dal 1995 sta nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, una cosina che capita tutti i giorni insomma. È in provincia di Bergamo ma sta proprio sul confine delle due province, Bergamo e Milano appunto, ed è stata la sede di un pezzo di storia importantissimo che parlarne oggi, più di cent’anni dopo, pare quasi preistoria e invece è solo un pezzo di antenati a noi vicini, di nonni dei nostri nonni, che hanno vissuto quel periodo assurdo che è stato il primo Novecento.

PhotoCredit: Italia.it
PhotoCredit: Italia.it

Sto parlando di Crespi d’Adda, una discesa verso valle che quando ci si arriva, al cartello di benvenuto, non si capisce subito dove si è finiti. Ci vogliono alcuni passi a piedi, scendendo verso il fiume, per capire che quello è un posto che la storia (fortunatamente!) ha lasciato intatto, un pezzo di ieri che il presente non è riuscito a cambiare e mai ci riuscirà. Non vi sembra già una cosa bellissima?

Per chi non lo conoscesse Crespi d’Adda è nato e cresciuto a partire dal 1875, quando l’egregio Cristoforo Benigno Crespi decise di costruire un villaggio operaio operante nel settore più in voga in quel momento: il tessile. E per certi versi le parole “villaggio operaio” possono suonare terribili e invece il signor Crespi sapeva bene di cosa avrebbero avuto bisogno le persone che sarebbero andate a lavorare nella sua fabbrica e lo dimostrò creando un vero e proprio paesino con tanto di quel verde che c’è proprio da perdercisi.

Perché il legame con la terra, questo è quello che sapeva molto bene il signor Crespi, era necessario per gli operai che per la prima volta nella storia lasciavano il badile e il cielo per rinchiudersi dentro un luogo, la fabbrica, che la storia ha sempre raccontato terribile soprattutto nei primi decenni della sua attività. È per questo che ognuno dei lavoratori aveva bisogno, una volta terminati i turni, di uno spazio verde, di un giardino dover poter continuare quello che intere generazioni prima di loro avevano fatto nella loro vita: coltivare. Banale, forse, ma non troppo.

Quello di Crespi d’Adda è un esempio italiano di ciò che stava accadendo in Europa in anni in cui non si immaginavano ancora le guerre mondiali dei decenni successivi perché c’era solo tanto ottimismo e voglia di lavorare e immaginarsi un futuro migliore, diverso – come sempre – ma con un legame che era la terra, un rapporto che si è trasformato in giardini di diverse dimensioni che stanno nelle case di Crespi d’Adda, dalle più piccole (quelle appartenute agli operai) alle più grandi (quelle per gli impiegati dell’azienda tessile) fino ad arrivare alla casa del signor Crespi che vabbè, era pur sempre il capo e aveva la casa più bella di tutti tanto da farla sembrare un piccolo castello.

PhotoCredit: Crespi D'adda Unesco
PhotoCredit: Crespi D’adda Unesco

Tutte queste scelte dell’imprenditore, poi, si riassumono in bellezze architettoniche che descriverle non è davvero troppo semplice perché c’è il verde, e l’abbiamo detto, ma anche casette studiate nei minimi dettagli e una fabbrica che non ha proprio nulla a che vedere con i nostri prefabbricati grigi e freddi. Quello di Crespi d’Adda, per intenderci, è un mondo che è da visitare, è un viaggio nella storia che vi farà sentire completamente immersi in un mondo sconosciuto che mai avreste immaginato di vedere.

Prendete una qualsiasi domenica da qui a settembre. Prendete uno zaino pieno zeppo di cibo e un telo di qualsiasi colore. Arrivate a Crespi d’Adda e fatevi un picnic nella storia. Sarete talmente disorientati che nemmeno vi ricorderete il significato di vacanze.

Naufragare a Ischia

Non so cosa ho amato di più di questo posto, probabilmente il blu profondo del mare e l’azzurro cristallino del cielo. Una cosa è certa: la dolcezza di una giornata d’estate a Ischia è una di quelle cose che calmano l’animo come poche cose al mondo. Ne ho scritto qui, su Salt Editions, e qui.

Ci si innamora totalmente e follemente di un posto (o di una persona) praticamente a  caso e spesso, vai a capirlo il destino, quando non ci si aspetta più nulla da nessuno, quando si smette di credere ai bei gesti senza un secondo fine, quando dopo un viaggio in battello si pensa solo di vedere il mare e nulla più. Il mio sbarco a Ischia è stato un qualcosa di totalmente inaspettato e, diciamocelo, assolutamente imprevedibile: un viaggio nel viaggio organizzato proprio all’ultimo minuto, quando ci si sveglia un mattino, si apre la finestra e in base al colore del cielo si decide da che parte andare.

Eravamo a Napoli per una fuga dal Nord forse un po’ troppo strampalata e azzardata. Il giorno prima pioveva e tutto sembrava andare sostanzialmente a rotoli quando il mattino dopo il sole ci ha invitato a uscire, a passare dal porto e considerare che forse visitare un’isola del golfo napoletano non sarebbe stata una così pessima idea. La scelta è caduta su Ischia, chiacchierata da molti ma visitata da pochi (in realtà da nessuno che conoscevamo personalmente): praticamente abbiamo preso il battello che neanche sapevamo dove stessimo andando.

“Happiness is the journey, not the destination”:  lo sanno  bene gli scalatori che per arrivare alla cima della montagna devono affrontare la ripida e faticosa salita. Allontanarsi da Napoli in battello, per poi arrivare alle isole Flegree, è un po’ la stessa sensazione con la differenza che farsi cullare dalle onde del mare è molto più dolce e rilassante di una scarpinata fra i sentieri montani, soprattutto quando la vista dalla poppa è uno scenario meraviglioso come quello di Napoli e il suo Vesuvio abbracciati da soffici nuvole bianche. E pensare che ancora non sapevamo che il vento sul viso e il rumore delle onde sarebbero stati solo i primi di tanti piccoli piaceri di cui avremmo potuto godere in quella giornata nel blu del mare!
Arrivati a Ischia, infatti, è successa una cosa che è veramente paragonabile a un colpo di fulmine, una freccia che un cupido della geografia ha scoccato puntando dritto al nostro cuore e che razionalmente non saprei proprio spiegare. Il porto di Ischia è piccolo, una conca dove il mare accerchia le navi e i battelli in arrivo, ma bastano pochi passi e l’isola si apre davanti ai propri occhi svelando viuzze alberate con piccoli negozi, un fruttivendolo con le pesche più rosse e più succose che tu abbia mai mangiato e il mare sempre su un fianco a chiamarti e chiederti di tuffarti.

Quello che forse più mi ha colpito di Ischia è la vita che si può percepire in ogni angolo dell’isola, una vita che da secoli si insinua fra le coste che giocano a ripiegarsi su loro stesse formando baie e rientranze in cui sorgono i centri abitati. Ed è proprio qui, fra una porticina e una finestra ancora più piccola, che il mio occhio si è soffermato più volte: la salsedine, insieme al vento, ha giocato con le facciate di queste case i cui colori accesi sono stati spenti dalle intemperie e dal tempo lasciando le abitazioni di Ischia allo scoperto, come fossero nude, ma, se fossero persone,  a testa alta quasi a dimostrare che la vecchiaia le avrà pure cambiate, certo, ma non le ha rese meno belle, anzi, solo più ricche di fascino e di vigore.

Passeggiare a zigzag fra le viuzze, nascondersi in antri tentando di spiare i cortili interni delle abitazioni, salire su gradoni o correre sulla cima di una strada in salita per godersi il panorama dall’alto, perdersi fra i negozietti tipici assaporando i profumi di una regione: Ischia risveglia i sensi, ti trascina nella sua terra e, soprattutto, nella sua storia. È proprio a pochi chilometri dal porto, infatti, che si può godere della sorprendente vista del Castello Aragonese, la fortificazione che sorge sulla cima di un’isoletta collegata all’isola di Ischia grazie a un  ponte in muratura. Di origini greche (parliamo del 474 a.C.!), la moderna fisionomia del castello è stata voluta da Alfonso V d’Aragona (1441 ca)  e non molti sanno che fu proprio questa piccola perla nel golfo di Napoli a ispirare le migliori poesie di Vittoria Colonna, collega e amica (giusto per farvi un’idea) di artisti e letterati di alto prestigio come Ludovico Ariosto e Michelangelo Buonarroti che spesso facevano visita alla dimora della poetessa (e come biasimarli!).

L’unica pecca di questa breve ma intensa gita all’isola di Ischia? Non aver avuto il tempo di ammirare il tramonto a Casamicciola o fare un giro fra le torri di Forio oppure ancora stare semplicemente sdraiati tutto il giorno sotto il sole alternando una pennichella a un tuffo nel mare. L’unico pensiero nella testa durante il viaggio di ritorno a Napoli? Voler tornare presto in quel piccolo ma grande rifugio che è l’isola di Ischia.

Cosa rimane di un viaggio (ad Amsterdam)

Di viaggi lontani nel tempo e, soprattutto, di quello che rimane delle foto attaccate alla bacheca sopra il letto. Lo potete leggere qui o qui, su Salt Editions.

Era il 2011, avevo ventuno anni da due mesi e non sapevo che quella città avrebbe cambiato tante, troppe, cose (spoiler: non parlo di esperienze mistiche nei coffee shop). Le gite improvvisate sono quelle che mi hanno sempre più scosso e quella ad Amsterdam fu l’inizio di un qualcosa che la gente comune chiama crescita mentre per me, ancora ignara di ciò che sarebbe accaduto, fu “solo” un’improvvisa ansia sul volo di ritorno (rientro, tra l’altro, dirottato in un aeroporto tedesco a causa della nebbia: ma questa è un’altra storia).

Quello che vorrei tentare di spiegare è che ci sono dei periodi nei quali, all’improvviso, ci si accorge che tutto sta per mutare tra cui, inconsapevolmente, le proprie priorità. La mia adolescenza protratta fino alla giovane età adulta stava cominciando ad abbandonarmi e me ne accorsi proprio in occasione del mio breve viaggio ad Amsterdam, tre giorni improvvisati  con una vecchia amica con destinazione la città che semplicemente aveva il volo più economico e i più diversi tipi di divertimento nella to do list delle guide turistiche (spoiler: qui i coffee shop fanno la loro piccola ma importante parte ma anche questa è un’altra – divertentissima – storia). In sostanza, non sapevo nulla della città che stavo per visitare, volevo solo allontanarmi un poco per distrarmi il più possibile dalla quotidianità: Amsterdam, con il senno di poi, fu la scelta migliore.

Perché tre giorni passano talmente alla svelta, soprattutto quando si parte al mattino presto e bisogna affrontare la levataccia con corsa in aeroporto che andrà immancabilmente a rovinare metà della prima giornata. Eppure arrivare in Olanda è già di per sé una gioia, soprattutto se si necessita di un treno che attraversa le verdi campagne con i mulini a vento per arrivare, poi, nella capitale dei Paesi Bassi. E che dire della città che ci ospitò?

Amsterdam è acqua e case colorate con i tetti a punta.  È passeggiare lungo i canali, farsi cullare dal rumore della barche e dei battelli che dondolano sull’acqua, è immaginarsi di vivere in una casa galleggiante, sognare di avere un tetto che si può spostare sempre, ovunque tu voglia.  Quando intuii che molti olandesi vivevano veramente sulle loro imbarcazioni provai un’invidia immensa, capii cosa mi sarebbe piaciuto fare realmente e, soprattutto, cosa mi ero stancata di fare: restare con le mani in mano e non aspirare a piccoli sogni che sarebbero potuti diventare realtà, prima o poi (spoiler: molto poi).

Di Amsterdam potrei consigliarvi la visita al Museo di Van Gogh, alla casa – museo di Anna Frank (toccante come poche cose al mondo)oppure al  Rijksmuseum con la sua più grande collezione di opere d’arte del periodo d’oro dell’arte fiamminga. Vi dirò, invece, che la cosa che più mi piacque di Amsterdam fu sedermi su una panchina di Vondelpark, definito da molti il cuore verde della città. Stare lì, in un pomeriggio di novembre, a sorseggiare un caffè bollente cercando di fare mente locale su quelli che erano considerati i miei progetti fino a quel momento e quelli che, invece, stavano per bussare alle porte della mia instancabile voglia di continuare a provare a mettermi in gioco.

Cose che si possono vedere (o che puoi credere di vedere) ad Amsterdam.
Cose che si possono vedere (o che puoi credere di vedere) ad Amsterdam.

È stato riguardando le foto di Amsterdam dopo diversi anni che mi sono chiesta, a bassa voce, cosa rimanga di un viaggio. Restano le foto, appunto, quelle che poi si attaccano sulla bacheca in camera sopra il proprio letto. Rimangono i ricordi di momenti che faranno ridere solo te e il tuo compagno di viaggio perché chi non era presente non può capire realmente l’intera situazione. Con il tempo, però, i ricordi si sfumano tanto che la realtà comincia a far a pugni con la fantasia e chissà cosa c’è di realmente vero nella nostra memoria, lo si vorrebbe chiedere al compagno di quel viaggio ma chissà dove sta in questo momento. Non rimane, allora, che sdraiarsi a pancia in su, fissare il soffitto e provare a tornare indietro nel tempo, focalizzare  il posto che più ha avuto valore per sé in quella vacanza  e tentare di ricordare a cosa si stava pensando in quel momento. È stato così che mi sono ricordata che su quella panchina di Vondelpark sognavo di poter continuare a meravigliarmi di fronte a qualsiasi angolo di una città diversa dalla mia. E che non avrei mai smesso di lottare per me, solo ed esclusivamente per me.

Perdersi fra i carrugi e i Rolli di Genova

Non capii mai Crueza de Ma finché non andai a Genova: dopo aver camminato fra i suoi carrugi ho capito tante cose e alcune di queste ho deciso di scriverle qui, su Salt Editions

Era l’ultimo weekend di febbraio, un febbraio nemmeno tanto freddo e fin troppo soleggiato.  Un’amica avrebbe raggiunto Genova il sabato sera, avremmo cenato insieme e il giorno dopo recuperato le chiacchiere a cui avevamo rinunciato per mesi a causa dei chilometri di distanza fra le nostre città. Io, ormai intrappolata in ufficio da diversi mesi, pensai di raggiungere il capoluogo ligure nel primo pomeriggio e approfittare di alcune ore di solitudine per visitarne il centro storico che mai avevo avuto il piacere di visitare, eccetto per la classica gita scolastica all’acquario che spetta a tutti i ragazzini del Nord durante gli anni delle elementari. Con immenso stupore, quelle ore di girovagare in solitudine si trasformarono in uno dei migliori pomeriggi che mi potessi regalare nei grigi mesi dello scorso inverno.

Salii sul treno a Milano per scendere alla stazione di Piazza Principe. Il punto d’incontro con l’amica era proprio dalla parte opposta della città, esattamente vicino alla stazione di Brignole, ma fortunatamente decisi di scendere alla prima fermata che si incontra entrando a Genova arrivando da  est: se non mi fossi fermata lì, mi sarei persa un edificio storico di una bellezza semplice ma immensa, una piccola costruzione con una particolare cura nei dettagli che i lavori di restauro non hanno mancato di rispettare.

Ma era solo l’inizio: dando le spalle alla stazione, cominciai a scendere verso il centro storico e chi si sarebbe mai immaginato di ritrovarsi a poche centinaia di metri  il Palazzo Reale. Quando uno scrollo improvviso sembra voler rovinare la passeggiata nella città ligure, le sue sale sono l’ottimo rifugio per chi cerca un riparo o, più semplicemente, vuole respirare a pieni polmoni le atmosfere di un’epoca passata ancora così vivida negli affreschi e negli arredi di uno dei maggiori edifici storici di Genova.

In effetti, per chi non lo sapesse,  il Palazzo Reale è solo uno tra i 42 (quarantadue!) edifici iscritti ai Rolli di Genova e, dal 2006, ufficialmente inseriti dall’UNESCO nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità. E se per pura distrazione non foste a conoscenza dei Rolli, regalatevi presto una passeggiata per via Garibaldi, l’antica Strada Nuova di Genova: sarà un modo per confermare  come l’Italia nasconda tesori di un fascino abbagliante.  Al tempo dell’Antica Repubblica, infatti, venivano chiamati Rolli le liste dei palazzi e delle dimore delle nobili famiglie genovesi che ambivano ad ospitare le alte personalità  in visita allo Stato: i Palazzi Rosso, Bianco e Tursi sono solo alcuni di queste meravigliose abitazioni di cui un estraneo alla città non può che rimanerne stupito grazie anche solo alla semplice vista della facciata esteriore, sempre abilmente studiata e decorata nei minimi dettagli.

E che dire, poi, dei carrugi?  Quando quel febbraio arrivai a Genova, come spesso mi capita di fare, decisi di non affidarmi a nessuna cartina ma solo all’istinto e alla brezza marina  che, dalla parte più alta della città in cui mi trovavo,  mi avrebbe attratto a sé guidandomi verso il porto. Per arrivare al mare, però, bisogna attraversare un intricato dedalo di vicoli nei quali (ovviamente) mi persi infinite volte e non solo per mancanza di orientamento bensì a causa dei piccoli spiazzi che si aprono fra una viuzza e l’altra e nei quali venni sorpresa più volte da improvvisate  bancarelle colme di libri usati che aspettavano solo la mia curiosità (e i miei spiccioli).

E per me, piccola bergamasca cresciuta nella pianura padana, è quasi scontato descrivere l’emozione di arrivare al porto per vedere il mare, risalutare l’acquario della città e, soprattutto, il Neptune, il vascello costruito nel 1986 e  protagonista del film Pirati di Roman Polanski. Con l’aria che scompiglia i capelli, e la farinata di ceci fra le mani, mentre si passeggia per il porto pare quasi di sentire nella propria testa le note di Crêuza de mä, quel fin troppo noto album di Fabrizio De André che dopo aver vissuto la protagonista delle sue canzoni ha assunto per me un significato totalmente diverso.

Prima di vedere Genova non sapevo cosa aspettarmi da questa città a cavallo fra i monti e il mare. Dopo averla inspirata e girovagata in solitudine mi è parsa una vecchia signora dall’aria aristocratica che nonostante l’età continua a lottare per tenere alto il suo prestigio, la sua eleganza, il suo orgoglio, il suo fascino antico che il vento del mare pare voler trascinare via per poi soffiarlo in ogni angolo della sua figura. Per averne la conferma, vi basterà salire al Castelletto, il quartiere residenziale di Genova situato sulle sue alture e che si affaccia direttamente sul centro storico della città. Per poterlo raggiungere vi basterà premere il pulsante di un ascensore: ci penserà la vista a farvi perdere la testa e a farvi innamorare di ogni colore, dal blu immenso del mare ai colori accesi e variopinti delle facciate delle case.

Una passeggiata a Howth, fra mare e vento del nord

È passato quasi un anno eppure ho pezzi enormi d’Irlanda che ancora mi tengono sveglia la notte tanto da portarmi a scrivere di viaggi che tutti dovrebbero fare almeno una volta nella vita. Su Salt Editions potete trovare uno dei più belli che abbia mai fatto. Lo potete leggere qui o qui.

Vi è mai capitato di arrivare in un posto e sentire il cuore cominciare a battere all’impazzata, gli occhi inumidirsi e le gambe tremare? Sentire che quello, tra milioni e milioni di posti visitati, è quello che più vi appartiene, che più vi fa sentire a casa nonostante non abbia nulla in comune con quella che è realmente casa vostra? È una sensazione assurda ma decisamente meravigliosa e a chi non l’ha provata posso solo consigliare di mettere subito uno zaino in spalla e uscire per andare a cercarla. Che un’emozione simile dovrebbe obbligarla la legge, a ognuno di noi, almeno una volta nella vita.

Ero a Howth quando mi è capitato di sentirmi come fossi a casa mia, nella bergamasca, e a distanza di undici mesi ancora ricordo quel giorno nitidamente, neanche fosse oggi.
Howth è sostanzialmente un piccolo porto, un villaggio di pescatori che non ha dimenticato le sue origini marinare. Io stavo in Irlanda da quasi tre mesi e da due continuavo a sentire chiacchiericci di questo luogo, a una decina di chilometri da Dublino, famoso soprattutto per il suo fish & chips . Da celiaca quale sono, non me ne poteva importare nulla di una baia celebre per del cibo che non potevo mangiare eppure pochi giorni prima di tornare a casa per un veloce saluto all’estate italiana, decisi di prendere il treno e arrivare in quel noto sobborgo dal quale, per decenni, erano arrivate merci destinate alla capitale irlandese e nel quale, ancora oggi, la pesca è una delle attività principali.
Era uno di quei giorni meravigliosi di luglio. Il cielo era limpido, il vento forte e l’azzurro del mare lottava con il verde delle coste (sì, quel famoso verde la cui tonalità è quasi impossibile da spiegare). Il mio treno arrivò a Howth la mattina presto, carico di scolaresche (italiane!) in vacanza studio. Con la voglia di restarmene sola,
mi finsi un’irlandese e appena mi fu possibile sgattaiolai fuori dalla stazione d’arrivo. La prima impressione non fu delle migliori: Howth, a una prima occhiata, mi parve un non luogo addobbato all’irlandese, una via stretta, talmente stretta da sembrare a fondo chiuso. Un negozio di souvenir da una parte e un piccolo ipermercato dall’altro, già mi stavo pentendo di quel viaggio improvvisato il giorno prima. Immaginate la sorpresa, quindi, nel momento in cui voltai l’angolo della strada e mi ritrovai davanti agli occhi l’intera baia, talmente piccola da poterla abbracciare interamente con lo sguardo dal mio piccolo e improvvisato osservatorio leggermente rialzato.
Non so cosa mi prese in quel momento e ancora oggi mi è difficile spiegarlo, so solo che a quella vista cominciai a correre, giù per la discesa, verso il molo a forma di ferro di cavallo. Ne seguii il lato sinistro, superai da un lato i locali chic e dall’altra i chioschi improvvisati. Continuai a correre e arrivai a una barriera artificiale, rialzata sul mare, dalla cui cima si poteva ammirare il blu più profondo dell’acqua, la schiuma bianca delle onde che si infrangevano contro gli scogli e, proprio di fronte a me, un isolotto interamente verde, quella che per il mio immaginario infantile poteva benissimo essere L’isola che non c’è .
Ricordo che pochi istanti prima, appena fuori dalla stazione, presi uno di quei depliant con le attività consigliate. Tra le più gettonate, vi era una passeggiata di due ore lungo le scogliere, dalle quali avrei potuto godere della vista del villaggio e del porto da diversi punti strategici. Avrei potuto visitare Howth Castle o andare ai piedi della Torre Martello sull’isola Ireland’s Eye. E invece no: non feci nulla di tutto ciò.
Passeggiai lungo il porto, raggiunsi la parte opposta del molo, provai del pesce appena pescato in un localino a lume di candela nonostante il sole fosse nel punto più alto della giornata. Lottai contro il vento e mi avvicinai al faro con la sensazione di chi stava passeggiando nel parco in cui trascorreva le giornate quando era bambina e dopo anni ne faceva ritorno.

E sapete quale è stata la cosa più bella che Howth decise di regalarmi per averla amata così improvvisamente e straordinariamente? Al centro della baia due pescatori stavano maneggiando delle reti. Non so cosa stessero facendo di preciso, probabilmente le stavano solo preparando per la notte, quando sarebbero usciti nel mare aperto. Ai piedi della loro barca, però, improvvisamente, vidi tre foche. Perché uno esce di casa e pensa di andare a vedere il mare e poi si ritrova con delle foche a pochi passi da sé che giocano fra loro aspettando che dalle reti caschino i pesci rimasti incastrati nei nodi.

È sufficiente tutto ciò per farvi anche solo immaginare come in quel preciso momento mi si aprì letteralmente il cuore?