Leggendo #148 – Piccoli furti

Capelli corti, a caschetto, e mondo patinato che luccica solo quando gli pare. Piccoli Furti di Michael Cho, edito da Rizzoli Lizard, è tutto ciò di cui avevamo bisogno, una piccola conferma di come alla fine ci serva solo del coraggio in più per salutare ciò che ci infastidisce e abbracciare ciò che vorremmo, ovvero quella semplice carezza chiamata felicità. Perché non è tutto oro ciò che luccica e non lo è nemmeno quel mondo che dovrebbe farlo brillare ancora di più, quello della pubblicità, e a raccontarlo è Corrina, laureata in letteratura inglese e copywriter da diversi anni in un’agenzia di comunicazione.

Vorrei parlare ma dentro sono una bambina che agita la mano mentre la maestra è distratta.

Schermata 2017-07-02 alle 16.02.59Fine della giornata di lavoro, Corrina si trascina in metropolitana e verso casa dove ad aspettarla c’è Anais, una micia che è un piccolo tornado, lo stesso che travolge i pensieri della protagonista di questo graphic novel bicolore. Il racconto di Michael Cho è una riflessione continua sull’obbligo di dover fare un lavoro simile a quello dei propri sogni perché a volte i compromessi sono una necessità eppure si può vivere di soli sacrifici? Scegliere una città nuova, smettere di abitare in quella che era casa per ritrovarsi poi a non vivere nel luogo in cui si è capitati, sentirsi sempre “come se un macigno sul petto mi bloccasse a terra”.

Adesso però mi pare solo di galleggiare, in attesa che qualcosa si spezzi.

Schermata 2017-07-02 alle 16.04.20Quella di Corrina è una vita a cui fanno da sottofondo le tragedie amplificate dai media, i cambiamenti climatici e l’iper – connettività che pare creare solo più solitudine e distanza in una città così affollata in cui sentirsi soli sembra solo un paradosso, uno scherzo del destino. Quello di Piccoli furti è un racconto che scorre lentamente, come i giorni feriali della protagonista, e che si sofferma sui dettagli più astratti con tavole a due pagine che paiono piccole pause dal trambusto di tutti i giorni, la ricerca di quell’attimo di pace che pare sempre più difficile trovare.

Ed è forse l’’eterna attesa di una spinta gentile, un gesto inatteso e una conversazione improvvisata in un supermercato dove le linee di dialogo sono due: quella più superficiale e quella che smuove tutto ciò che nessuno è mai riuscito anche solo a toccare. Piccoli furti è il nuovo millennio con i suoi lavori rivisitati nell’era digitale; è il mondo di illusioni in cui ci gettano per poi riemergere e trovare la nostra strada, quella che più fa bene al nostro cuore.

 Cosa farai adesso? – Non lo so. Ma, qualsiasi cosa sarà, sarò io a trovarla, e non aspetterò che lei trovi me. 

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Questo articolo è stato pubblicato su Salt Editions.

 

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Leggendo #124 – Polpette Spaziali

Da bambina ero terrorizzata dalla fantascienza. Cause funeste che non starò qui a menzionarvi, l’ansia mi prendeva appena sentivo parlare di navicelle spaziali, buchi neri e alieni dalle facce deformi. Le cose hanno cominciato ad andare meglio dopo aver letto Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams e se ho iniziato ad apprezzare ancora di più pianeti e storie inverosimili dopo Ubik di Philip K. Dick, per amare la fantascienza ho dovuto incontrare la saga Star Wars e soprattutto Chewbecca, il mio preferito in assoluto. Tutto ciò è per dirvi che il mio rapporto con questo genere è decisamente delicato e conflittuale tanto che per me è stato un vero e proprio trauma scoprire che uno dei miei fumettisti preferiti, Craig Thompson, stava per mandare in stampa un capolavoro ambientato non si sa bene dove ma dall’esplicativo titolo Polpette spaziali e giuro che mi ci è voluto un bel po’ di tempo prima di prendere in mano questo mattone colorato in photoshop da Dave Stewart, uno dei più noti coloristi statunitensi e vincitore di ben nove Eisner Awards. La paura, sostanzialmente, era di rimanerne delusa ma se ora sto qui a scriverne con gli occhi a cuoricini è perché durante la lettura mi sono subito pentita di aver aspettato così tanto prima di sfogliarlo.

Space-DumplinsCominciamo dal principio, dal motivo per il quale si ama Craig Thompson. Innanzitutto il fumettista statunitense è l’autore di uno dei graphic novel più dolci e sensibili sulla faccia della terra, Blankets. Non parlerò mai ma soprattutto non scriverò mai di questo fumetto di 592 pagine perché sarebbero solo lacrime e dolcezze messe nero su bianco alla velocità dei battiti di un cuore in tachicardia così come non riuscirò mai a raccontare come merita Habibi, un volume di altrettante 672 pagine su cui Craig Thompson ha scribacchiato e disegnato per sette anni, mese più mese meno. Potrei citarvi invece Addio Chunky Rice perché il vero protagonista del primo lavoro di Craig Thompson è proprio lo stesso di Polpette spaziali: l’amicizia, quella vera, quella che unisce pianeti, galassie e universi interi.

Il ritorno alle storie d’avventura e d’amicizia arrivano così dopo i difficili anni di Habibi dove Craig Thompson, per diversi anni, ha rincorso lo stile della calligrafia e della cultura araba per sfoggiare un’opera dalla trama difficile e delicatissima. La logica conseguenza di un lavoro così immenso è stato tornare a disegnare e costruire qualcosa di di allegro e divertente e a raccontarlo è l’autore stesso in una speciale sezione dedicata alla realizzazione dell’opera, edita in Italia da Rizzoli Lizard.

Non che quest’ultima opera abbia avuto bisogno di meno tempo: se il testo del graphic novel nasce insieme alle illustrazioni, il lavoro richiesto in seguito è stata una lunghissima operazione a cuore aperto. Giusto per darvi un’idea, solo i disegni con la china hanno richiesto due anni buoni di impiastricciamenti perché prima viene lo schizzo a penna, fatto direttamente sul blocco da disegno, poi il tratto sul cartoncino e infine le matite che vengono poi ripassate a china con un pennellino di martora per poi passare, nell’ultimissima fase, nelle mani di Dave Stewart e del Photoshop del suo laptop.

2ballpoints-600x308E se insisto su questi particolari è perché le tavole sono assurdamente piene di dettagli che tanto vale tenersi il fumetto sul comodino per il resto dei propri giorni che qualcosa di nuovo lo si troverà sempre. Perché è proprio qui che ci si re-innamora di Craig Thompson; perché è in quest’opera che si ritrova la stessa minuziosità di dettagli della coperta sotto la quale Craig e Raina si rifugiano dal mondo ma anche la stessa cura e attenzione che il fumettista dedicò alle decorazioni delle tavole di Habibi.

Leggere Polpette spaziali, poi, è una grandissima e meravigliosa avventura e, come vi dicevo, con l’amicizia a fare da vera protagonista. L’ultima opera di Craig Thompson, infatti, è tutta concentrata sulla piccola Violet, una bambina curiosa ma soprattutto determinata che fermarla è come cercare di spegnere un dispositivo a cui manca un millesimo di secondo all’esplosione. Il tutto comincia con una diarrea di balene che nell’universo di Violet è paragonabile al peggiore tsunami sul pianeta Terra, soprattutto quando il padre della bambina si ritrova in quello che potremmo chiamare un epicentro. Non vorrei svelarvi troppo ma è inutile dirvi che la piccola non aspetterà permessi e consensi per andare alla ricerca del padre e prepararsi a viaggiare nell’universo guidando una navicella arrangiata alla buona da un amico speciale di diversa natura perché nel mondo di Polpette spaziali, un po’ come in quello di Star Wars, sono tutti diversi eppure così simili, con le stesse paure e lo stesso entusiasmo di unire le forze per sconfiggere il male (se mai è davvero un male e non una semplice reazione a chi il dolore l’ha realmente subito).

Altro da aggiungere? No. Craig Thompson è ancora una volta il re delle tavole e porta nelle librerie un qualcosa che è più facile da leggere che spiegare. C’è solo da prendere una copia di Polpette spaziali, tuffarcisi dentro e perdersi in tutti i suoi colori.

SOS Diarrea di Balene

SOS Diarrea di Balene

Leggendo #87 – Qui (e un poco ovunque)

Quella è la luna.

La bambina non ne vuole sapere di dormire. Ha pochi giorni di vita e ancora non conosce la sua casa così il padre decide di portarla a spasso per la sua nuova dimora, lasciando spente tutte le luci nella speranza che la piccola venga cullata non solo dalle proprie braccia ma anche dalle ombre della notte. Questa è la scarpiera e quello il divano. Questo è il camino e quella la foto di nonna. Mi sembra una cosa proprio dolce soprattutto quando il padre esita davanti alla finestra e, scostando con una mano la tenda, decide di presentare alla figlia l’unico satellite del pianeta Terra. Voilà.

Magari non è andata proprio così ma il bello di Qui di Richard McGuire è che invece di leggerle, le storie, le si possono inventare. Perché la raccolta definitiva dell’illustratore americano è tutto e niente, sono tanti racconti e nessuno di essi, sono dialoghi inesistenti e poche frasi sparse qua e là come Quella è la luna. Eppure quattro parole possono dar spunto a un romanzo così come trecento pagine illustrate possono dar vita a infinite esistenze: la cosa più assurda è che nessuna di essa sarà al centro del lavoro di McGuire. Perché il vero protagonista di Qui è il Tempo, l’andare e venire degli anni, dei lustri, dei decenni, dei secoli. Qui risponde a una domanda così basilare ma essenziale, a quella curiosità che pizzica le corde dei nostri pensieri più reconditi: cosa c’era, qui, prima che io nascessi? Per raccontarlo, Richard McGuire sceglie un unico e costante punto di vista, un salotto, e lo trasforma in una sorta di pellicola audiovisiva, una raccolta di immagini proiettate su uno schermo che raccontano il passato, il presente e il futuro di una stanza di una determinata casa in differenti spazi temporali.

Ma dove va il tempo?

E la scelta del locale non è proprio da sottovalutare. Il salotto è la stanza più viva di ogni casa dove parenti e amici ci fanno compagnia sul divano quando ci vengono a trovare, magari in occasione di una festa o spesso, più semplicemente, per un caffè in compagnia. Il salotto poi, solitamente, è uno degli ambienti più illuminati della casa, è dove la moglie saluta il marito che esce per andare al lavoro e gli ricorda se ha preso tutto: chiavi, portafoglio, soldi. È la stanza che ci si gode di più quando si è casa soli, quando si può alzare la musica e ballare sul tappeto a piedi nudi senza il timore di essere disturbati. Il salotto, di conseguenza, è anche la stanza che vede più litigi, più pianti, più crisi di coppia. È nel salotto che diciamo addio ai nostri cari negli ultimi giorni che si possono trascorrere insieme e quasi è paradossale come la stanza più vitale di una casa possa diventare anche quella dell’addio.

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Insomma, in Qui c’è tanta vita ma anche abbondante fantasia e non parlo solo di quella sprigionata dalla mente del lettore più attento ai minimi particolari. Richard McGuire, oltre alla stanza e a tutti i dettagli d’arredamento che si evolvono nel tempo, crea un intero spazio, un esterno che è tutto ciò che viene prima e dopo l’esistenza del suo punto di vista. È un mondo che si crea, si evolve e si distrugge e forse, chi lo sa, rinascerà dai colori più brillanti che sopravviveranno alle tenebre. Anche se in quest’ultime, una cosa è certa, continueremo a viverci soprattutto noi.

Nessuno è maestro nell’arte di vivere. Brancoliamo tutti nel buio.

 

Leggendo #86 – Il mondo così com’è (o come ti piace)

Delle storie belle amo il fatto che cambiano la giornata da così e così (sì, tipo le Gocciole).
Delle storie belle amo il fatto che spesso la tua giornata fa davvero schifo ma poi te ne ritrovi improvvisamente una sotto il naso e le 24 ore migliorano.
Delle storie belle amo il fatto che il manager si lamenta che hai prenotato il posto extra – large ma non vicino al finestrino bensì il lato corridoio e insomma, non si fanno questo tipo di cose e lui ci tiene a fartelo notare, però poi leggi la storia bella e va meglio (anche perché si sa che il lato finestrino è il più emozionante).

Delle storie belle amo il fatto che domani ci sarà un’altra persona a lamentarsi di qualcosa che ho fatto però io tenterò di far entrare le sue lamentele da un orecchio e farle uscire dall’altro perché loro non lo sanno ma io conosco una storia bella che loro non sanno e non sapranno mai.
Delle storie belle amo il fatto che basta un prestito inter-bibliotecario per godere di avventure super.
Delle storie belle amo il fatto che uno dei due autori è lo scrittore di un libro che mi accompagnò nel mio primo viaggio da sola, verso la mia prima (e poi unica) casa in affitto.
Delle storie belle amo il fatto che i disegni colorati sono così pieni di gioia: rendono ogni storia ancora più accesa e più viva.
Delle storie belle amo il fatto che in otto minuti mi hanno punto diciotto zanzare ma poco importa: devo arrivare all’ultima pagina.
Delle storie belle amo il fatto che il protagonista è sempre un matto però ci si affeziona talmente tanto che la normalità diventa una follia. 
Delle storie belle amo il fatto che spesso sono a fumetti e la lettura si amplifica tantissimo.
Delle storie belle amo il fatto che alcune volte hanno un cofanetto a contenerle, come se fossero troppo preziose per stare all’aria aperta.
Delle storie belle amo il fatto che potrei continuare a parlarne per ore e ore e ore così come mi basterebbe stare sdraiata a pancia in su nel mio lettino e sorridere al soffitto per altrettanto tempo pensando alla storia bella che mi ha colmato il cuore. 

E quindi, cosa ci fate ancora lì? Leggetelo Il mondo così com’è di Massimo Giacon e Tiziano Scarpa, leggetelo che poi starete meglio con la testa fra le nuvole, che al mondo ci vorrebbero più Alfio, lui che soffre di allucinazioni grafiche, e più Gigi, lui che racconta i colpi di scena anticipandoli.

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Torno al mio soffitto.

Leggere #73 – Skandalon ovvero un cerchio che si chiude

Lo ammetto: la prima volta che vidi Skandalon, regalo di un amico, ci rimasi abbastanza male. La copertina mi sembrava la rappresentazione di uno di quei vasi greci a figure rosse, molto belli eh, ma ormai legati al ricordo di quell’assistente non troppo carina che mi ritrovai davanti all’esame di storia dell’Arte greco – romana e che ovviamente mi chiese l’unica cosa che non sapevo mandando in fumo le mie grandi aspirazioni che consistevano nel volere un voto esagerato per far colpo sul ragazzo carino che era in corso con me (e che ovviamente mi passava davanti senza neanche vedermi).skandalonmaroh

Con le peggiori aspettative, quindi, mi sono ritrovata a leggere una graphic novel che al contrario non mi aspettavo proprio di trovare così interessante. La sua lettura, poi, cade proprio a quasi un anno di distanza dall’arrivo in Italia di Il Blu è un Colore Caldo, un volume che conquistava per la bellissima e tenerissima storia ma che deludeva un poco, diciamocelo, per il tratto, molto insicuro e decisamente disordinato. Sin dalle prime tavole di Julie Maroh in Skandalon, invece, ci si accorge di come lo stile della disegnatrice sia assolutamente migliorato: qui le sfumature rendono perfettamente lo stato d’animo di una rockstar sull’orlo di una crisi di nervi e la storia di Tazane, se pur ricca di stereotipi, è delineata perfettamente tanto da concludersi come il cosiddetto karma desidererebbe.

Droga, sesso e rock’n’roll sono elementi indispensabili nella vita di un giovane che con il desiderio di raccontare la propria vita sotto forma di musica si ritroverà ad essere sopraffatto dalla notorietà, dal desiderio incontrollato (e inconsapevole) di esagerare per essere sempre al centro dell’attenzione e dell’opinione pubblica. Nulla di nuovo, commenterete, eppure il ritmo della narrazione è perfetto, le sue pause danno al lettore il tempo di prendere un respiro profondo prima di vedere Tazane cadere nell’abisso della disperazione arrivando poi a un punto di non ritorno che nessuno può biasimare.

Un cerchio che si chiude, un filo logico che la disegnatrice tenta di spiegare nelle ultime pagine facendo riferimenti a miti antichi, a mali del mondo, a come gli uomini cercavano la pace e la prima legge fu un divieto. E così, a lettura terminata, mi ritrovo soddisfatta di ogni follia da riflettore. Anche perché nonostante i vasi greci a figure rosse, nell’esame di storia dell’arte greco – romana presi un dignitoso ventisei e il ragazzo, per la cronaca, non lo conquistai ma scoprii poco tempo dopo che tanto era bello quanto era ignorante (nel senso che ignorava proprio cosa fosse l’educazione).

Leggendo #71 – Essere Alla Deriva non è mai stato così Bello

Una cosa è certa e se non l’avete ancora capita abbiamo un problema: sono follemente, disperatamente, terribilmente, immensamente innamorata dei Viaggi e di tutto ciò che li circonda, ne consegue e ne nasce. E se sono riuscita a trovare il senso di un viaggio in Prendila Così, immaginate cosa sono riuscita a fare con Alla Deriva, la meravigliosa e dolcissima graphic novel di Bryan Lee O’Malley (ve lo ricordate Scott Pilgrim vs the world, no?).

Ho letto tante recensioni negative, ho letto di “opera adolescenziale per adolescenti depressi”, ho letto di “bei disegni ma la storia fa pena”. Beh, a me Alla Deriva ha aperto un mondo, ha rasserenato il cuore come da tanto un libro non faceva e mi ha fatto ripensare a tutte quelle cose che sono cambiate mentre stavo nella mia Irlanda, a come, volenti o nolenti, certe destini non li scegliamo noi ma ce li possiamo caricare sulle spalle per migliorare, per crescere ancora e ancora e ancora e non fermarsi mai.

Il viaggio di Dave, Ian, Steph e Raleigh è solo parzialmente fisico e lo possiamo ben intuire da come riescono a perdersi continuamente, da come decidono spesso di fermarsi a mangiare qualcosa, come se fossero i loro stessi corpi a richiamarli, a far notar loro che forse c’è quel qualcosa in più che si stanno perdendo. La prova? La loro unione nel momento in cui decidono di cercare l’anima dell’ultima arrivata, un’anima nascosta nel corpo di un gatto che ovviamente è un qualcosa di assurdamente improbabile.
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Eppure loro ci credono, uniscono le forze, lasciano la loro stanza per addentrarsi nel buio, in ciò che non conoscono, per comprendere poi che l’anima di Releigh, semplicemente, è sempre stata lì dov’era, nascosta dalle paure e dalla solitudine che l’addio di un’amica (e quello di un Ragazzo) possono provocare. E se lei continua imperterrita a pensare a una perdita, la sua è semplicemente paura di affrontare ancora quegli ultimi chilometri che la separano da casa, capire che forse Stillmal, Lui, è da lasciare nel proprio cuore ma non nel suo centro, assolutamente: Stillman lo deve portare in un angolino, tenerlo lì, in ricordo di tutte le cose belle ma il centro del cuore, la parte più importante, Releigh la deve lasciare a tutto ciò che deve ancora accadere, a ciò che potrà cambiare e sbarcare nella sua vita.

E non smetterò mai di chiedermi se ti rivedrò, o magari me lo chiederò per sei giorni, o per otto mesi, o per cinque anni, o per il resto della mia orribile, fantastica vita. E mi capiteranno altre cose, cose che saranno meravigliose e adorabili e traumatiche tanto quanto lo sei stato tu e non te ne racconterò nessuna. Forse. Talvolta mi sforzo di non pensare a un futuro slegato dalle cose, e talvolta invece mi lascio andare e lo faccio, perché potrebbe farmi bene.

E Alla deriva fa più che bene. Ti scuote, ti teletrasporta in una macchina in viaggio verso il Nord,  ti chiede dove sei e cosa stai facendo e se è davvero ciò che vorresti in quel momento. Credo fosse dai tempi di Blankets di Craig Thompson che non leggevo qualcosa di così tenero, di così intimo, di così semplice, forse, ma che nasconde tanti di quei piccoli segreti che sanno smuovere qualsiasi animo o, per lo meno, quelli più sensibili.IMG_5344[1]

E potrei parlare di Alla deriva per ore perché mi ha colmato il cuore come pochissime graphic novel han saputo fare ma forse è meglio fermarsi qui. Ognuno ha i suoi viaggi e chiunque ne abbia fatto uno si ritroverà ad amare la prima graphic novel di Bryan Lee O’Malley senza paura, solo con tanta voglia di ripartire per ritrovare, ancora una volta, se stesso. Magari cambiato, magari cresciuto.

Leggendo #50 – Addio Chunky Rice, il Piccolo Principe di Craig Thompson

Vi ricordate il Piccolo Principe? Beh, certamente non è facile dimenticarlo. Ma ve lo ricordate mentre viaggiava per i vari asteroidi dello spazio e ogni tanto il suo pensiero andava a quella rosa che tanto amava e che per molto tempo aveva accudito sul suo piccolo pianeta – asteroide? Ecco. Addio Chunky Rice di Craig Thompson mi ha ricordato tanto la freschezza degli arrivederci del piccolo biondino caduto sulla terra, una storia dolce e così semplice da lasciare il cuore del lettore ripieno d’amore (e di nostalgia).

Chunky Rice è una tenera tartaruga, pronta a partire alla ricerca della sua Vera Casa. Il viaggio, ancora una volta, è la tematica principale di tutta l’opera (un po’ come in quella straordinaria graphic novel di Cyril Pedrosa, Portugal) ma ci sono altre innumerevoli colonne portanti in questo primo lavoro di Craig Thompson, ben lontano da Blankets e Habibi, i due capolavori eccelsi dell’autore che seguiranno le avventure della testuggine.

Perché Addio Chunky Rice è sì un elogio alle partenze, quelle importanti e fondamentali che ognuno di noi si ritrovano ad affrontare almeno una volta nella vita, ma è anche un tributo alle amicizie, quelle indispensabili e più intense, quelle che abbiamo instaurato con una persona speciale ma che poi, in un modo o nell’altro, si sono perse nell’oceano dei se e dei Però. Perché poi: cosa si dovrebbe fare con quell’Amicizia Semi – Distrutta? Tanto vale rinunciare ai propri sogni per cercare di riportarla sulla retta via o forse è meglio lasciarsela alle spalle per cercare la propria strada, ovunque essa ci porterà? Trovare un nuovo amico, magari più surreale, o rimanere legati al passato? L’opera di Craig Thompson racconta tutto ciò, unendo alla storia principale tanti particolari personaggi che riusciranno a entrare nel cuore di ogni lettore.

Sai, la marea sale e scende come un gigantesco respiro.. è stato allora che ho capito di aver trovato un amico per la vita.

Addio Chunky Rice è come un panino dolce appena sfornato: è caldo e sa trasmettere al lettore tanta gioia ma quando poi finisce rimane quella sensazione di amaro in bocca, come quando se ne vorrebbe di più e invece è già tutto terminato. Come quando si sogna di poter ricucire quel qualcosa e invece tanto vale proseguire e lasciarlo sotto le macerie. Come quando la partenza lascia spazio alla fantasia e all’ottimismo ma porta con sé quella scia di malinconia che tutto sommato non fa mai troppo male.

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