Leggendo #149 – Happy Hour

In Happy Hour, la raccolta di racconti di Mary Miller edita da Edizioni Black Coffee, tutte le protagoniste hanno sostanzialmente paura. Di vivere, di decidere, di prendere una posizione, di amare e di farsi amare. Non c’è donna, in Happy Hour, che sappia scegliere il proprio uomo, la dolce metà o semplicemente una piacevole compagnia senza inciampare in errori, sbagli, fortuiti incontri dove trovare il meglio per sé pare semplicemente impossibile. Per le donne di Mary Miller, l’amore è soprattutto essere scelte, accettare, prendere per buono tutto ciò che arriva senza farsi troppe domande. È semplicemente l’incapacità di accettare ciò che accade tanto da trasformare il presente in un finto consenso, in un’incapacità di vivere in mancanza di stimoli ma con il desiderio di non provare nemmeno a farlo quel passo che porterebbe a un poco di felicità.

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Comet K35

Masochismo e tentativi vani nemmeno troppo studiati sono alla base di questi racconti che fanno arrabbiare, che rimangono a guardarti mentre ti spiattellano la verità addosso e tu vorresti dirglielo che non sei d’accordo, che l’amore non è così, che i sentimenti esistono e invece da Istruzioni Il 37 le paure sono sempre le stesse e si sommano una dopo l’altra.

Ognuna immagina per sé una vita diversa da quella che ha e non me la sento di toglierle anche questo.

Perché è soprattutto la mancanza di un futuro, la voce narrante che dà del tu a ognuna delle donne di Happy Hour per lasciare minor spazio possibile fra il lettore e il flusso di pensieri che inondano le menti delle giovani protagoniste, tutte indaffarate soprattutto con ex e/o attuali fidanzati, spesso non innamorati o alcune volte fin troppo passionali.

E tutte queste novità contengono così tante promesse che ogni volta riesco quasi a convincermi che sarà diverso.

Mary Miller racconta la sterilità di sentimenti e voglia di vivere così come la totale assenza di spirito di iniziativa senza fronzoli tanto da portare il lettore a opporsi, a provare a mettersi in gioco, ché forse qualcosa per cui vale la pena di vivere dovrà pur esserci, nonostante l’apatia, nonostante l’aria che pare galleggiare su questo presente infinito.

Leggendo #146 – Le nostre anime di notte

Chissà perché la notte è più facile raccontarsi, lasciarsi accarezzare dal buio e svelarsi.

Oh, mi sento già meglio a parlare con te avendoti accanto.
Non abbiamo parlato molto per il momento.
Eppure mi sento già meglio. Te ne sono grata. Ti ringrazio per tutto questo. Adesso mi sento di nuovo molto fortunata.

Le nostre anime di notte di Kent Haruf sono soprattutto frammenti, conversazioni sussurrate nell’orecchio prima di addormentarsi. Dall’autore della Trilogia della Pianura, nascono queste pagine che sono delicate seppur violente, dolci nonostante l’amaro, ottimiste malgrado il pessimismo che si vuole nascondere in gesti crudeli. Holt, la cittadina immaginaria del Colorado protagonista della trilogia dello stesso autore già portata in libreria da NN Editoresi presenta qui in tutta la sua piccola ma grande particolarità di essere ciò che si trova nella realtà in ogni angolo del mondo: un luogo dove tutti si conoscono e probabilmente, per la maggior parte del tempo, non si capiscono.  E per me, che a Holt non c’ero mai stata, gironzolare per Cedar Street e mangiare un hamburger allo Shattuck’s Café è stato come vivere una parentesi temporale in un’atmosfera pressoché indefinita dove un sentimento, forse più forte dell’amore stesso, pare regnare sovrano fra due protagonisti che rendono questo centinaio di pagine e poco più di una bellezza disarmante.

È che a volte non esistono i perché, succede e basta. Si sceglie una persona e sin dall’inizio lo si capisce che è quella giusta (per davvero) che è inutile girarci intorno: bisogna viversela e basta. La fragilità di Jamie, la fermezza di Addie, il finto cuore di pietra di Louis e persino la dolcezza di Bonnie vivono dell’amore che si nutre di parole e di quella sensazione che si prova quando cala il buio e la luce di una finestra accesa al secondo piano è sinonimo di rifugio, di un luogo senza tempo né confini dove cullarsi e parlare di realtà, sì, ma anche di sogni.

Ne’ Le nostre anime di notte di Kent Haruf c’è tanta naturalezza e dolcezza che lascia spazio, però, anche a tantissima cattiveria, quella improvvisa, come quella che arriva senza bussare, irruente e maleducata. Eppure l’amore resiste, ai commenti e alle avversità, grazie alla forza di due persone che si promettono di restare unite nonostante tutto e tutti.

Ma stiamo anche andando avanti, non è vero? disse lei. Stiamo continuando a parlare. Fin quando potremo. Finché dura.
Di cosa vuoi parlare stasera?

Finché dura. Finché insieme è tutto così terribilmente stupendo e le parole continuano a sgorgare come acqua in un fiume in piena.

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Di Libri e altre storie – CometK35

Leggendo #54 – Viaggio al termine della notte (e della presuntuosità)

Lei mi tormentava con le cose dell’anima, se ne riempiva la bocca. L’anima, è la vanità e il piacere del corpo finché uno è in gamba, ma è anche la voglia di uscire dal corpo quand’è malato o le cose girano male. Delle due cose uno si prende quella che funziona meglio sul momento, ecco tutto! Fin che si può scegliere tra le due, va bene. Ma io, non potevo più scegliere, i giochi erano fatti! Stavo nella mia verità fino in fondo, e poi la mia stessa morte mi seguiva per così dire passo passo. Facevo fatica a pensare ad altro che al mio destino d’assassinato con la condizionale, che tutti d’altronde trovavano assolutamente normale per me.

È una giornata grigia, il cielo è plumbeo e Louis – Ferdinand Céline mi sta innervosendo. Che non sia la persona più amorevole del mondo lo si può capire già dalla sua autobiografia (di cui i romanzi ne sono uno specchio) e da quei libelli antisemiti che una persona  perbene non avrebbe mai scritto (gli costarono l’esilio e un processo per collaborazionismo ma è il gesto che conta: e il gesto non era affatto carino). Quando leggo un autore nuovo cerco sempre di cogliere qualcosa dalla sua vita, giusto per trovare un po’ di lui nella sua opera. Cerco sempre, nonostante tutto, di rimanere neutrale ma quando lessi dei libelli, di quel suo fare assurdo, cominciai subito a guardarlo un po’ storto, con quel pizzico di fiducia in meno.

Viaggio al termine della notte è stato descritto da molti come un’opera suprema, un capolavoro del Novecento, una perla del pessimismo e del nichelismo, cupo e arrogante, che tutto distrugge e niente crea. Per me, piccola lettrice in un periodo delicatissimo colmo di grandi speranze, Viaggio al termine della notte è risultato fastidioso, troppo altezzoso, decisamente simile ai quel modo di fare di alcune persone che ho cercato di eliminare dalla cerchia delle amicizie personali.

Perché mi spiace, forse mi rivaluterete dopo questa confessione, ma non riesco a separare la vita quotidiana dalla lettura quotidiana ed è proprio da quest’ultima che cerco di trarre ogni giorno la forza, lo spirito, un nuovo punto di vista per affrontare una giornata nel migliore dei modi. E in questo periodo di grandi partenze, di fughe, di tentativi vani e decisamente deludenti, Louis – Ferdinand Céline non mi ha aiutato per niente.

Lo stile è decisamente assurdo e rivoluzionario per quel 1932, anno in cui l’opera è stata pubblicata per la prima volta. Ma forse lo è ancora oggi, con quella sua punteggiatura ballerina, quelle frasi scritte a metà per essere riprese capitoli dopo. Racconti e riflessioni si intrecciano in un infinito guazzabuglio griglio, tendente al nero, perché racconta di come la guerra può distruggere la mente di un uomo, di come l’uomo sia comunque nulla di fronte alla vita, di come l’esistenza stessa sia solo una cosetta da niente.

Mi dispiace, caro Louis – Ferdinand Céline, ma questo non è tempo per noi e forse, caro mio, non lo sarà mai. Non voglio tutto questo grigiore a pesarmi l’animo, non voglio tutte queste meditazioni oscure contro le mie leggere ancore di salvezza, non voglio ricordarmi che dopotutto ci siamo solo noi a salvare noi stessi perché semplicemente non voglio che tu me lo scriva così, con questo disprezzo, con questa faccia tosta da osannato, da tuttologo, da uno che ha vissuto la vita come se l’avesse vissuta solo lui. (Mica come la solitudine descritta meravigliosamente da Maeve Brennan.. )

Insomma, mi dispiace, caro Louis – Ferdinand Céline (con fan e ultras vari), questo matrimonio non s’ha da fare. E non me ne pento. Di persone presuntuose ne ho già fatto la scorta. E la citazione non è poi così puramente casuale, amen.

Leggendo #46 – L’immensa profondità de Il Nao di Brown

Ci sono quelle letture che lasciano spiazzati, un po’ persi nel vuoto, che quando chiudi l’ultima pagina ti dici: no, ne devo leggere ancora. Il Nao di Brown – che non è stato scritto da Brown ma da Glyn Dillon e pubblicato da Bao Publishing – è proprio questo tipo di opera, un po’ surreale ma allo stesso tempo così reale, un po’ arrancante ma così viva e così toccante tanto da saper stuzzicare tutte le corde dell’animo umano. Ma parlare del Nao di Brown non è per niente facile perché la sua profondità si perde fra tavole immensamente colorate, tonalità forti, addirittura prepotenti, che entrano in testa fino a distillarne i pensieri. Gli acquarelli di Glyn Dillon affrontano la pagina senza paura e il rosso, il colore predominante per tutta la graphic novel, ha il compito di disegnare il confine fra realtà e fantasia, fra meditazione e concretezza, fra giusto e sbagliato fino al voler tentare di far comprendere a tutti i costi il significato più nascosto. Un’opera difficile, quindi, che forse, con il suo spessore, rischia di risultare poco diretta tanto da farci chiedere cosa sia, sostanzialmente, questo Nao di Brown.

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Rispondere a tale domanda, però, è un arduo compito perché l’intero racconto è un vortice di sensazioni e parole, di timori e tentativi di salvezza. Perché il Nao di Brown è la storia di una ragazza che vive di paure, che soffre di un Disturbo Ossessivo Compulsivo, una malattia che ogni giorno le ostacola la vita sociale, la condivisione di sentimenti con le persone che le stanno vicino ma, soprattutto, la comprensione stessa della propria vita e della propria persona. Ma durante la lettura ci si rende conto che il vero problema non è il disturbo in sé ma il turbinio di emotività che avvolge tutti i protagonisti. Perché, a fine lettura, ci si rende conto che non importa come Nao cerchi di superare il suo ostacolo o come Gregory Pope, il ragazzo che scambia i suoi Enso per delle lavatrici, sia arrivato così improvvisamente nella sua vita. Ciò che conta, nel Nao di Brown, è come i protagonisti tentino lungo la loro strada di superare i propri disagi e i propri difetti e di come, solitari lungo il proprio cammino, capiscano solo a distanza di tempo che è solo grazie all’aiuto inconsapevole delle vicende altrui che ogni giorno trovano la forza e lo stimolo per proseguire.

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Perché poi, ovviamente, per Nao e Gregory ci sarà un fatto grave e fatale che costringerà entrambi a cambiar vita, come una punizione divina che rimette ordine nel cosmo. Ma sarà proprio questa la dimostrazione che la vita è un ciclo, che la prima tavola è sostanzialmente anche l’ultima e che dopotutto la Verità era proprio lì, dietro l’angolo: si doveva semplicemente aprire gli occhi e guardarla meglio. Ed è così che ti lascia Nao, fra dubbi e illuminazioni, che solo una seconda lettura potrà aiutare a comprendere. Perché, tornare indietro e rituffarsi nelle tavole immense del Nao di Brown, è la dimostrazione stessa della ciclicità che Glyn Dillon voleva portare con le sue note, le sue parole, i suoi tratti e i suoi colori nella graphic novel più amata del 2013. Un’opera unica proprio come una di quelle che si lasciano vicino al comodino per sbirciarle ogni tanto, nel timore di non dimenticarle. Perché è solo dopo una salita che comincia la discesa.

Leggendo #44 – LMVDM ovvero i Segreti di Gipi

Parlare di LMVDM – La Mia Vita Disegnata Male di Gipi, edito da Coconino, è difficile perché Gipi non ti avvisa su ciò che ti sta per accadere a inizio lettura ma semplicemente ti catapulta nella sua vita senza che tu lo possa immaginare o prevedere. È difficile parlare dei tratti di Gipi perché effettivamente sì, la sua vita è disegnata male ma tutto ciò sembra proprio esser stato studiato per dar luce alla Vita stessa e a tutte le vicende, psicologiche e vissute, che hanno creato l’uomo che vive nel presente. E allora, perché parlarne se è così difficile?

Perché questo Gipi non può essere trascurato, perché, semplicemente, LMVDM va assimilato e fatto crescere dentro di sé per superare gli ostacoli di una lettura che porta con sé dolorosi e difficili periodi di vita alternati a battute tragicomiche rasenti l’esilarante. Perché la vita di Gipi è una vita fatta di traumi, di rincorse fra realtà e fantasia dove ciò che è stato vissuto si confonde con ciò che è stato immaginato. Non è un caso, quindi, se il tratto semplice e nero, che risplende sulla pagina bianca, si alterna a tavole colorate, ricche di acquarelli che trascinano letteralmente il lettore in un mondo onirico e fantasmagorico.

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La lettura di LMVDM non è semplice, questo va detto, perché ogni tavola è ricca di parole, di frasi sconnesse, di evasioni, di viaggi d’andata seguiti da ritorni, di pause e di riprese che intervallano la lettura ma che lasciano costantemente il lettore attaccato alla pagina, senza smettere di cercare di capire cosa è accaduto, senza perdere la connessione e il filo della trama. Una lettura da non perdere, quindi, anche solo per conoscere un poco di più quel Gipi che, oggi, è addirittura un possibile candidato al premio Strega con la sua ultima graphic novel, unastoria (sì, rigorosamente in minuscolo e senza spazio).

Leggendo #41 – Quel Dieci Dicembre di Saunders di cui tutti chiacchierano

Questo Leggendo sarà breve, e un poco istintivo, perché quando rimango perplessa da una lettura non me ne esce di capacitarmene e devo trovare ad ogni costo una risposta. Il Problema? Questo maledetto George Saunders. La causa? “Dieci Dicembre”, che mi ha lasciato perplessa.

Non so. Il problema di una raccolta di racconti è che immancabilmente se ne ama uno terribilmente ma subito dopo ci si chiede cosa fosse quell’obbrobrio successivo al suddetto amato. Anche con George Saunders, così acclamato, così emulato, così amato alla follia, la musica non cambia e tra un divino “Fuori dall’aracnotesta” si passa ad un impenetrabile “Fiasco Cavalleresco” per tornare poi alla poesia di “Dieci Dicembre”. Alcune perle di questa raccolta, “Dieci Dicembre” appunto, sono da portare nel cuore per sempre ma alcune, ve lo dico, mi paiono una sorta di presa in giro al Lettore, quello che vuole le Storie, le Emozioni, la Trama e non lo stile astruso fine a se stesso e, tantomeno, la dimostrazione delle proprie capacità creative.

Perché, ancora una volta, la domanda sorge spontanea: può la stima per lo stile di uno scrittore superare ogni ostacolo, anche quello di una trama poco elaborata? Il Lettore, quello che Legge, come può votare un’opera come quella di George Saunders? Non c’è giusto e sbagliato nei gusti, si sa, ma a volte non c’è nemmeno giusto e sbagliato nella critica. Questo George Saunders, che mi lascia perplessa su tutte le cinque stelline di Anobii e Goodreads, mi porta a chiedere cosa abbia trovato chi l’ha votato entusiasta a pieni voti. Farselo piacere è la prova per far vedere che si apprezza la difficoltà della lettura reduce da tutti quei periodi costruiti uno sopra l’altro in modo assurdo e poco ordinato? Difficile è uguale fico? Non so, sono perplessa.

Ovviamente non sto dicendo che “Dieci Dicembre” è da buttare dalla finestra. Vorrei solo dire agli entusiasti che sì, le tematiche di George Saunders sono forti e l’importanza di sottolineare il degenero della nostra umanità impeccabile ma ciò non significa che Tutto è inevitabilmente bello. “Dieci Dicembre” non è necessariamente divino. È bello ma con i Ma. Che poi anche i Ma, diciamocelo, fanno il loro dovere. E poi nient’altro, non so. Continuo a rimanere perplessa. Illuminatemi.

Leggendo #21 – Incomprensioni con Julian Barnes

Il senso di una fine è che sono destinata a non capire mai il senso di una fine. Così come spesso nella vita mi ritrovo a chiedermi se mi sia persa qualcosa di così rilevante che mi abbia lasciato all’oscuro del vero senso e del vero significato delle cose, anche in “Il Senso di una Fine” di Julian Barnes mi ritrovo a ricapitolare la storia senza riuscire a capire dove e come mi sono distratta per perderne il senso, quando la prima metà del romanzo mi aveva letteralmente trascinata via.

Viviamo nel tempo; il tempo ci forgia e ci contiene, eppure non ho mai avuto la sensazione di capirlo fino in fondo. Non mi riferisco alle varie teorie su curvature e accelerazioni, né all’eventuale esistenza di dimensioni parallele in un altrove qualsiasi. No, sto parlando del tempo comunque, quotidiano, quello che orologi e cronometri ci assicurano scorra regolarmente: tic tac, tic toc. 

È con questo stile che Barnes mi abbaglia sin dalla prima pagina e mi lascia incollata alla storia senza modo di uscirne: Tony, il protagonista del romanzo, racconta la propria adolescenza a distanza di anni presentandola come l’adolescenza di tutti quei ragazzini che si innamorano della solita ragazza che tratta il povero Romeo a pesci in faccia, un amore degli anni ’60 che come dice Tony non era poi così anni ’60 e non del tutto così libertino come spesso si pensa. Tra nuove conoscenze e giornate con gli amici, Tony cambia a poco a poco il suo modo di vedere fatti ed eventi.

In effetti scopriamo a breve che il romanzo è tutto un rivisitare la propria vita: come quando a distanza di anni ci si chiede come effettivamente siano andate le cose, se come le abbiamo ricordate o come le abbiamo raccontate. Con la scusa di una futile eredità (futile in quanto non viene assolutamente giustificata, o forse ancora mi sono persa qualcosa), Tony si rende conto di quanto in realtà abbia taciuto a sé stesso, di quanto spesso i fatti del passato non vogliano essere ricordati e vengano cancellati dalla propria mente come se non fossero mai accaduti.

Con quale frequenza raccontiamo la storia della nostra vita? Aggiustandola, migliorandola, applicandovi tagli strategici? E più avanti si va negli anni, meno corriamo il rischio che qualcuno intorno a noi ci possa contestare quella versione dei fatti, ricordandoci che la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato. Agli altri, ma soprattutto a noi stessi.

Come non essere d’accordo? Ma tutte queste massime sento che non mi bastano, le belle parole e la bellissima prosa sono invidiabili ma il tutto sembra scomparire dietro il famoso “tanto fumo niente arrosto”.

Mi ritrovo quindi a carponi a tentare di trovare una qualche conclusione che forse potrò capire alla stessa età che il protagonista ha alla fine del capitolo: over 60 aspettatemi che intanto cerco di concludere a modo mio da qualche parte, ovunque sia quel qualche parte. Un vero peccato nonostante tutto ma forse potevo aspettarmelo che un senso non me lo avrebbero servito su un piatto d’argento. Barnes ci rivedremo, forse.