Leggendo #163 – Dal tuo terrazzo si vede casa mia

Questo articolo è stato pubblicato su Cosebelle Magazine.


Tra le cose belle, ma belle davvero, ci sono soprattutto il gelato, le giornate di pioggia sotto le coperte e quel dettaglio difficilmente trascurabile: i libri che rispondono alle aspettative date dal titolo in copertina. Ecco, Dal tuo terrazzo si vede casa mia, l’esordio di Elvis Malaj portato nelle librerie da Racconti Edizioni, è decisamente uno di questi libri. Candidato al Premio Strega 2018 da Luca Formenton, quella di Elvis Malaj è una raccolta di racconti che racchiude, in un unico universo, una piccola galassia di sensazioni e sfumature che ruotano attorno al concetto a cui Luca Formenton stesso ha fatto riferimento: l’essere outsider. Eppure, leggendo questi dodici racconti, il termine outsider non è mai stato così inclusivo e pochi come Elvis Malaj hanno raccontato di come ci si senta sradicati pur avendo radici, persi nel vuoto nonostante le tradizioni, in un’epoca in cui – classe disagiata o non – l’estero e la patria stanno sempre un po’ a battibeccare nei nostri cuori.

Trovarsi bene in un posto non dipende dal posto, dipende da te. Ovunque vai ti porti sempre dietro qualcosa che alla fine rende ogni posto uguale a un altro. Potrei anche rispondere alla sua domanda, ma non significherebbe niente. Tradirei semplicemente la mia capacità di trovarmi bene o male in Italia.

Proprio come Elvis Malaj, molti dei personaggi di Dal tuo terrazzo si vede casa mia sono di origine albanese ma vivono da diverso tempo in Italia. Grazie ai loro gesti, alla descrizione della loro quotidianità e dei loro sentimenti, Dal tuo terrazzo si vede casa mia diventa la porta sul mondo per permettere a ognuno di essi di raccontare un pezzo di sé, di cosa significhi vivere in un paese pur avendo origini diverse ma soprattutto, più in generale, di cosa significhi vivere in Italia, oggi. È un modo, quello di Elvis Malaj, di portare nero su bianco personaggi irrequieti focalizzati sui propri problemi ma che tentano di dare un significato – qualunque esso sia – a uno spazio – tempo che non comprendono, a un momento della loro vita non ancora ben chiaro seppur poco circoscritto e totalmente caratterizzante per le loro vite.

Quando guardava il soffitto Mrika vedeva oltre; vedeva se stessa, pensava a ciò che avrebbe o non avrebbe fatto, progettava i giorni. Quella mattina, però, nel soffitto non riusciva a vedere niente.

Dal tuo terrazzo si vede casa mia sembra avere il desiderio di descrivere l’Italia vista dal fuori eppure viene raccontata da chi ogni giorno ci vive, con i propri sentimenti e le proprie paure, portando in scena personaggi tormentati e sull’orlo di una crisi (di nervi ma pure psicologica). Elvis Malaj, inoltre, ha un occhio molto attento alla figura femminile, rappresentata spesso come un personaggio da temere a causa del suo carattere forte e deciso.

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Per trasformare la propria opera in un libro sincero, Elvis Malaj (classe, 1990) ha scelto uno stile di scrittura dal tono fresco, nuovo, spontaneo ma soprattutto ricco di descrizioni pungenti, reali, sempre attenta ai dettagli, compresi quelli più scomodi. A rendere ancora più fluida la lettura sono i molteplici riferimenti ironici, la mancanza di filtri che si concentra soprattutto su attimi e attese in cui i personaggi dei racconti sono concentrati sulla ricerca di sé senza mai trovarsi.

Dal tuo terrazzo si vede casa mia, così, si trasforma in un libro sull’importanza delle radici e delle tradizioni, sì, ma anche su come, tutto sommato, siano solo ed esclusivamente le persone a fare dei luoghi ciò che sono. Qualsiasi nazione d’origine essi abbiano.

 

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Leggendo #141 – Un’educazione milanese

Cominciamo dalla considerazione più generale per la quale la percezione di Un’educazione milanese sarà differente in base alla città in cui il libro di Alberto Rollo verrà letto. Mi immagino lettori in riva al mare, i loro piedi che giocano con i granelli di sabbia e la sensazione di chiuso che proveranno mentre si muoveranno fra le pagine ambientate a Milano dove il cigolio del tram si scontrerà con il rumore delle onde che giocano contro gli scogli. Per chi sarà in montagna, poi, la situazione non sarà tanto diversa: il grigio del capoluogo lombardo sarà in netto contrasto con il verde intenso delle pinete mentre l’azzurro brillante del cielo sgombro di nuvole potrà far nascere un’incomprensione, qualcosa che ad alta quota non potrà essere davvero percepito. Perché Un’educazione milanese di Alberto Rollo, portato nelle librerie da Manni Editore, potrà sembrare troppo sincero, forse troppo legato a una città dagli infiniti cliché, eppure ha così tanto da dire sulla nostra società e tutto ciò che sta accadendo in questi decenni.

Si tratta di scegliere dove mettersi per guardare una città.

Per me, a un anno dal trasferimento a Milano, leggere Un’educazione milanese è stato un atto necessario. Da piccola discendente di contadini nella provincia di Bergamo – i vicini di casa di quelli che Alberto Rollo cita nelle ultime pagine del romanzo facendo riferimento a L’albero degli Zoccoli, di Ermanno Olmi e Palosco – la lettura di Un’educazione milanese a Milano è stato qualcosa di diverso da chi la città l’ha sempre avuta sotto il naso. Tanto per cominciare, trovare fra le righe di questo romanzo il racconto dell’arrivo della linea rossa negli anni Sessanta è stato di per sé qualcosa di assurdo, noi della provincia che nemmeno ce la possiamo immaginare la città senza metrò, noi che siamo cresciuti proprio con città sinonimo di metropolitana.

Un’educazione milanese. Una biografia che non è.

Alberto Rollo racconta la sua Milano attraverso la sua vita. È così che Un’educazione milanese diventa l’infanzia che svanisce nell’adolescenza, la giovinezza che esplode per trasformarsi in età adulta, spazio temporale in cui non ci si vuole davvero credere. Disarmante, in tutto ciò, è il continuo cambiamento del linguaggio e dello stile che si adegua al diverso modo di percepire la città da parte del protagonista che, di anno in anno, continua a guardare alla città come la Milano dei treni e dei binari, dei ponti che guardano ferraglie intrecciarsi e del grigio che è quello dell’acciaio e dei fili che compongono linee destinate a trasportare chi arriva o se ne va.

Il ruolo di Alberto Rollo, in queste trecento pagine, è quello di una guida che si sofferma sui dettagli, che gironzola per la città passeggiando piano, facendo profondi respiri e lanciando lo sguardo dove nessuno osserva, dove i dettagli raccontano la differenza che solo chi nasce e cresce in un luogo che ama può notare e descrivere al meglio o chi, ancora, si vede sempre uguale in un paesaggio in continuo cambiamento dove la vita personale con famiglia, amici e primi amori si intreccia ai fatti di cronaca e di attualità.

Un’educazione milanese. La vita operaia ma tanto altro ancora.

In Un’educazione milanese c’è la vita operaia, la periferia e il desiderio di diventare qualcuno ma c’è soprattutto il teatro, il cinema e la letteratura, quelle arti che sanno segnare i giovani come poche altre cose al mondo e che insieme a Milano diventano protagonisti di pagine che sono una continua crescita, il desiderio di scoprirsi attraverso ciò che si vive nella propria città con i suoi personaggi che la scuotono.

Perché la vera difficoltà, nel diventare grandi a Milano fra gli anni Sessanta e Settanta, è la complicata presa di consapevolezza di sé, in un periodo di cambiamenti enormi nella società e nella storia. È la stessa paura di tutti noi giovani, ancora oggi, in un mondo che è sempre più veloce e dove alcuni di noi si sentono spesso in ritardo, presi come sono a cercare di comprendere e approfondire ogni piccolo cambiamento. Alberto Rollo, parlando degli anni Settanta, dice: «(…) quel tempo che ignorava quanto futuro sarebbe arrivato (…)». Non potremmo forse dire la stessa frase, ancora oggi, per questi anni che stiamo vivendo?

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Milano – ColorTime – 

Un’educazione milanese può diventare, così, un elogio alla vita, quella che si può perdere improvvisamente, quella che diventa più cara quando si svuota e la si deve arricchire, quella che fa la lotta con i genitori così diversi e così concettualmente distanti da noi. Il libro di Alberto Rollo racconta il passato ma ha tracce del presente, di attimi che ancora oggi non capiamo e chissà se capiremo mai.


Questo articolo è stato scritto per il quinto appuntamento dello #Stregabello di Cosebelle Mag.