Leggendo #150 – Tre ombre

Avete presente quei libri che quando li chiudete vi soffermate un attimo a guardare il vuoto per esordire con un enorme “non ci ho capito un piffero”? Ecco, vi svelo un segreto: capita anche con i fumetti. E si sa, spesso i volumi che terminano con domande esistenziali sono quelli che scavano più nel profondo eppure ci sono storie che a volte vanno davvero al di là dell’immaginazione creando mondi paralleli in cui nessuna spiegazione logica riesce a mettere un punto all’infinito divagare della mente. E no, non sto davvero parlando di tomi enciclopedici alla Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?( cit.) ma di narrazioni che sanno giocare con la fantasia e creare dei Gargantua (scusate, ho appena rivisto Interstallar) incredibili. Tre ombre, graphic novel di Cyril Pedrosa, è una cosa così.

La prima volta che ho incontrato il fumettista francese è stato fra le tavole di Portugal, un viaggio on the road nella penisola Iberica di cui vi ho già raccontato e che non smetterei mai di consigliare. Perché Cyril Pedrosa è un autore davvero magico nel senso che tutto ciò che tocca, sostanzialmente carta e matita, viene avvolto da un incantesimo capace di creare nuovi mondi nemmeno troppo vicini alla nostra galassia. Ciò accade soprattutto in Tre Ombre, una storia delicata eppure così coinvolgente da lasciare il lettore immerso nelle righe che compongono un’avventura al di là di ogni avversità e pronta a farci cercare, in ogni suo meandro, un significato vero e profondo che risponde a tutto ciò che l’autore cerca di dire lasciando nascosti riferimenti qua e là fra le linee dei suoi personaggi.

300-tre-ombre-9Il piccolo Joachim e la sua famiglia vivono felici e contenti alle pendici della montagna, protetti dalle raffiche di vento e dal gelo più terribile. Eppure qualcosa si nasconde là fuori, pronto a spaventare la piccola famiglia e destabilizzare l’equilibrio fatto di passeggiate fra i boschi e serate a scaldarsi con il tepore del camino acceso. Joachim e il padre, così, si ritrovano improvvisamente catapultati in una realtà nuova, a partire per un viaggio in nave che li porterà a lottare con la furia del mare per poi finire fra le mani di una figura più onirica che reale.

E il tratto del fumettista si adegua al susseguirsi delle vicende. Si fa più forte e denso nei momenti in cui i personaggi si ritrovano a vivere le vicende più pericolose della loro vita mentre le tavole tornano a essere limpide e cristalline proprio quando la gioia sta per diventare nuovamente protagonista, la stessa serenità che permeava nella prime pagine di Tre Ombre.

treombre_dettQuale sia davvero il significato di questa graphic novel di Cyril Pedrosa è difficile dirlo. Probabilmente non sarà la prima, non la seconda e nemmeno la terza lettura a rilevarlo. Quello che si può dire, però, è che Tre ombre è un racconto che vuole un futuro, che aiuta ad affrontare ciò che è passato per tornare a cercare la serenità. E così, come in Portugal, Cyril Pedrosa racconta ancora il ritrovamento della felicità, la presa di coscienza sull’ieri per vivere il domani con una vitalità vera, palpabile.

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Leggendo #149 – Happy Hour

In Happy Hour, la raccolta di racconti di Mary Miller edita da Edizioni Black Coffee, tutte le protagoniste hanno sostanzialmente paura. Di vivere, di decidere, di prendere una posizione, di amare e di farsi amare. Non c’è donna, in Happy Hour, che sappia scegliere il proprio uomo, la dolce metà o semplicemente una piacevole compagnia senza inciampare in errori, sbagli, fortuiti incontri dove trovare il meglio per sé pare semplicemente impossibile. Per le donne di Mary Miller, l’amore è soprattutto essere scelte, accettare, prendere per buono tutto ciò che arriva senza farsi troppe domande. È semplicemente l’incapacità di accettare ciò che accade tanto da trasformare il presente in un finto consenso, in un’incapacità di vivere in mancanza di stimoli ma con il desiderio di non provare nemmeno a farlo quel passo che porterebbe a un poco di felicità.

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Comet K35

Masochismo e tentativi vani nemmeno troppo studiati sono alla base di questi racconti che fanno arrabbiare, che rimangono a guardarti mentre ti spiattellano la verità addosso e tu vorresti dirglielo che non sei d’accordo, che l’amore non è così, che i sentimenti esistono e invece da Istruzioni Il 37 le paure sono sempre le stesse e si sommano una dopo l’altra.

Ognuna immagina per sé una vita diversa da quella che ha e non me la sento di toglierle anche questo.

Perché è soprattutto la mancanza di un futuro, la voce narrante che dà del tu a ognuna delle donne di Happy Hour per lasciare minor spazio possibile fra il lettore e il flusso di pensieri che inondano le menti delle giovani protagoniste, tutte indaffarate soprattutto con ex e/o attuali fidanzati, spesso non innamorati o alcune volte fin troppo passionali.

E tutte queste novità contengono così tante promesse che ogni volta riesco quasi a convincermi che sarà diverso.

Mary Miller racconta la sterilità di sentimenti e voglia di vivere così come la totale assenza di spirito di iniziativa senza fronzoli tanto da portare il lettore a opporsi, a provare a mettersi in gioco, ché forse qualcosa per cui vale la pena di vivere dovrà pur esserci, nonostante l’apatia, nonostante l’aria che pare galleggiare su questo presente infinito.

Leggendo #146 – Le nostre anime di notte

Chissà perché la notte è più facile raccontarsi, lasciarsi accarezzare dal buio e svelarsi.

Oh, mi sento già meglio a parlare con te avendoti accanto.
Non abbiamo parlato molto per il momento.
Eppure mi sento già meglio. Te ne sono grata. Ti ringrazio per tutto questo. Adesso mi sento di nuovo molto fortunata.

Le nostre anime di notte di Kent Haruf sono soprattutto frammenti, conversazioni sussurrate nell’orecchio prima di addormentarsi. Dall’autore della Trilogia della Pianura, nascono queste pagine che sono delicate seppur violente, dolci nonostante l’amaro, ottimiste malgrado il pessimismo che si vuole nascondere in gesti crudeli. Holt, la cittadina immaginaria del Colorado protagonista della trilogia dello stesso autore già portata in libreria da NN Editoresi presenta qui in tutta la sua piccola ma grande particolarità di essere ciò che si trova nella realtà in ogni angolo del mondo: un luogo dove tutti si conoscono e probabilmente, per la maggior parte del tempo, non si capiscono.  E per me, che a Holt non c’ero mai stata, gironzolare per Cedar Street e mangiare un hamburger allo Shattuck’s Café è stato come vivere una parentesi temporale in un’atmosfera pressoché indefinita dove un sentimento, forse più forte dell’amore stesso, pare regnare sovrano fra due protagonisti che rendono questo centinaio di pagine e poco più di una bellezza disarmante.

È che a volte non esistono i perché, succede e basta. Si sceglie una persona e sin dall’inizio lo si capisce che è quella giusta (per davvero) che è inutile girarci intorno: bisogna viversela e basta. La fragilità di Jamie, la fermezza di Addie, il finto cuore di pietra di Louis e persino la dolcezza di Bonnie vivono dell’amore che si nutre di parole e di quella sensazione che si prova quando cala il buio e la luce di una finestra accesa al secondo piano è sinonimo di rifugio, di un luogo senza tempo né confini dove cullarsi e parlare di realtà, sì, ma anche di sogni.

Ne’ Le nostre anime di notte di Kent Haruf c’è tanta naturalezza e dolcezza che lascia spazio, però, anche a tantissima cattiveria, quella improvvisa, come quella che arriva senza bussare, irruente e maleducata. Eppure l’amore resiste, ai commenti e alle avversità, grazie alla forza di due persone che si promettono di restare unite nonostante tutto e tutti.

Ma stiamo anche andando avanti, non è vero? disse lei. Stiamo continuando a parlare. Fin quando potremo. Finché dura.
Di cosa vuoi parlare stasera?

Finché dura. Finché insieme è tutto così terribilmente stupendo e le parole continuano a sgorgare come acqua in un fiume in piena.

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Di Libri e altre storie – CometK35

Leggendo #144 – Fiume Lento

Viaggiare è forse una delle cose di cui non ci si stancherebbe mai. Quella sensazione di essere catapultati in un mondo completamente nuovo, respirare profumi diversi da quelli a cui si è abituati ogni giorno, soffermarsi su dettagli così differenti da voler continuare a osservarli per ore ed ore, fotografando ogni piccolo e minuzioso angolo di mondo nuovo. Eppure spesso, per viaggiare, non è davvero necessario andare troppo lontano. Un parco in città in cui non ci si era mai fermati per più di cinque minuti o una passeggiata nel paese vicino in cui non si aveva mai fatto caso alla forma particolare della piazza sono piccoli tour improvvisati che faranno bene al cuore. Ma non è finita qui. Viaggiare, spesso, è anche tornare e vedere lo stesso luogo a intervalli regolari, studiando ogni minimo cambiamento, mese dopo mese, un po’ come Alessandro Sanna in Fiume Lento – Un Viaggio lungo il Po, un albo grande e immersivo, senza parole, dove gli acquarelli giocano a dipingere cieli e paesaggi nuovi che si alternano sotto le stelle di stagioni che non possono che continuare a tornare.

Autunno – Alluvione

La cosa più spaventosa dell’acqua è la totale mancanza di controllo che l’uomo ha su un fiume in piena e Alessandro Sanna lo sa bene. Il paese lungo le rive del fiume Po pare scomparire sotto pennellate d’acqua dalle sfumature rosse, neanche fossero mattoni sciolti che si sgretolano per riempire il letto del fiume. Viola, rosso e marrone sono i colori di questa stagione, sono lo sfondo – protagonista a personaggi rilegati a dettagli, dove piccole linee raccontano grandi gesti di una comunità pare quasi abituata agli scherzi del corso d’acqua.

2 - autunno

Inverno – La nascita

La nebbia se ne sta andando, tempo di arrivare per giocare a nascondino e far sparire il paesello che già è un ricordo lontano quando viola, azzurro e bianco invadono la campagna per giocare con i rovi degli alberi, tutti spogli lungo il fiume. Ed è nella stagione più fredda che il fiume racconta le storie più intime, quelle che si svolgono dietro le luci accese di stalle e cascine, quando una nuova vita sta arrivando e c’è un cucciolo in più a cui badare.

3 - inverno

Primavera – La sagra

L’azzurro del cielo pare un’esplosione, una rivoluzione per scacciare le nuvole grigie. Insieme al bianco e verde brillante, i colori della primavera giocano intorno al rosso dei tramonti e delle luci colorate delle feste serali, quando le giornate sono sempre più lunghe e i primi amori diventano corse sotto cieli stellati, mano nella mano, alla ricerca di qualcosa che nei primi giorni più caldi sembra così vicino e possibile.

4 - primavera

Estate – Il pittore e la tigre

L’arancio fortissimo è in netto contrasto con i grigi e il viola dei temporali in un paesaggio tutto nuovo che pare una savana dove la natura è protagonista e il corso del fiume si trasforma in un luogo esotico, qualcosa di totalmente diverso da ciò che durante l’anno si alterna lungo le sue sponde. La quotidianità viene un poco scordata, si vive una stagione completamente nuova dove ogni avventura è vissuta ancora più intensamente perché l’estate è la stagione del mettersi alla prova, del rilassarsi, sì, ma anche del stimolare l’animo a vivere sempre nuove vite.

5 - Estate

Fiume lento – Un viaggio lungo il Po sono così storie silenziose di paesaggi che parlano. In queste tavole sono le persone a fare da sfondo per lasciare alla natura il ruolo della protagonista, con i suoi cieli e i suoi colori, dove le figure che si dissolvono nella nebbia sono le stesse che svolazzano in bicicletta o in auto lungo le rive e che grazie alla particolare porosità della carta si possono sfiorare e toccare con mano.

finale


Questo articolo è stato pubblicato su Salt Editions

Leggendo #143 – Umami

Ho terminato di leggere Umami di Laia Jufresa a bordo piscina, circondata da bambini che giocavano a tuffarsi nell’acqua dove non toccavano. Cercavano, li sentivo, di distrarmi in qualche modo da pagine che mi stavano trascinando in un piccolo comprensorio, un luogo che nella mia mente è un po’ come il cortile della casa dei miei genitori dove più famiglie si ritrovano a vivere con le porte d’entrata affacciate su uno spazio comune, spesso trasformato in luogo di giochi e di chiacchierate infinite. Le sere d’estate, noi bambini, ci trovavamo a improvvisare tornei di pallacanestro e i pomeriggi assolati, invece, correvamo dai nonni dei vicini perché avevano sempre il gelato anche per noi, che eravamo diventati i nipotini adottati. È così che, con questo libro, Edizioni SUR ha rispolverato piccoli sprazzi della mia infanzia ma soprattutto ha portato in Italia il primo romanzo di una scrittrice che strappa sorrisi e che in poco più di duecento pagine ha raccontato un microuniverso, Città del Messico, con la fantasia di chi vorrebbe stare a giocare con le parole per ore.

Umami, questo bisogna precisarlo sin da subito, è un libro a matrioska con una struttura tutta sua che saltella qua e là nel corso degli anni. Le quattro parti in cui è suddiviso il libro sono composte a loro volta da cinque capitoli che sono anni, ognuno di essi raccontato da una voce differente. Ana, Marina, Alf, Luz e Pina, infatti, sono i protagonisti a cui è stato dato il compito di ricostruire le vicende, una struttura solo apparentemente complicata perché Umami, in realtà, è un libro che scivola via, pagina dopo pagina. In libri come questi, spesso, si direbbe che pare di stare in un vortice ma il romanzo di Laia Jufresa è piuttosto una battigia dove le onde giocano con la riva e i piedi stanno ad aspettare l’arrivo della prossima onda che caccerà via i granelli di sabbia dalle dita.

E questo continuo tornare è un dettaglio che è stato sottolineato più volte in occasione di una colazione speciale, a Ivrea, dove Laia Jufresa ha raccontato la storia del suo libro e delle pagine che lo compongono, di come ogni personaggio ha vissuto nella sua testa prima di riuscire a prendere spazio fra le pagine e regalare a Umami la struttura meravigliosa che ha.

SURns2_Jufresa_Umami_coverMa cosa è Umami? Beh, Umami è soprattutto uno dei cinque sapori percepiti dalla lingua umana insieme a Dolce, Salato, Acido e Amaro. Umami, per spiegarvelo come Alf – il maggior esperto di umami nel romanzo di Laia Jufresa – è quel qualcosa che dà un sapore in più a un piatto di spaghetti, a quei “Carboidrati insapori. Ma se ci metti dell’umami, se ci metti parmigiano o pomodoro o melanzane, zac! È un pranzo”. Eppure anche le altre voci narranti, insieme ad Alf, sono a modo loro delle esperte di umami o comunque sia di quel desiderio di aggiungere alla propria vita quel sapore in più. La caratteristica più bella di questo libro, infatti, è che ogni personaggio è vivo, è un insieme di gesti, di modi di dire che ripetono e li caratterizzano (hai presente?), di vite che sono un voler continuare a essere ciò che sono, e ancora di più, nonostante la morte.

Perché Umami è soprattutto un libro sul lutto e Laia Jufresa lo ripete più volte durante la nostra chiacchierata. Ciò che è scritto nelle sue pagine vuole essere un libro sul dolore, non un thriller con colpi di scena ma un lento dondolarsi e soffermarsi sull’evoluzione e trasformazione della sofferenza, quella però irruente e che lacera il cuore quando una persona non c’è più. Il dolore narrato da Laia Jufresa è un continuo rincorrersi di onde, è il dolore di un paese intero, il Messico, di cui la scrittrice confessa di voler raccontare la violenza senza davvero renderla protagonista delle sue pagine, preferendo confinarla in dettagli ben particolari. Una scelta, questa, che predilige quindi i paragrafi con protagonista la vita quotidiana dei personaggi e gli spazi chiusi delle mura di casa perché, come ha voluto specificare la scrittrice, “in città così grandi descrivere luoghi piccoli e privati è un modo per raccontare ciò che accade negli spazi pubblici, più grandi e più ipocriti”. Un romanzo corale, quindi, che predilige soprattutto le voci narranti femminili in una letteratura, quella messicana, dove son sempre stati i personaggi maschili i prediletti a raccontare storie.

Noi bambini di città occupiamo un perimetro ridicolo.

Voltando l’ultima pagina di questo romanzo sono rimasta a fissare le piccole onde della piscina con il desiderio di capire come fosse possibile che, nonostante i temi trattati, la vera essenza di Umami sia il voler essere trascinati dalla voglia di vivere. Gli strascichi di un lutto continuano a tornare, a ondate, infinite volte, eppure a volte il desiderio di surfare su queste onde di dolore è più forte di qualsiasi altra cosa. Perché cercare se stessi, e tentare di definirsi, può essere un modo per superare qualsiasi sofferenza tanto che la ricerca di ciò che siamo è uno dei temi più importanti di Umami e che traspira dalle pagine grazie all’attenzione quasi maniacale di Laia Jufresa per le parole.

La parola alla quale associò quella certezza fu: possibilità. Il colore, quindi, quel bianco del possibile, acceso dal sole sulla parete liscia, si chiamò biansibile.

Umami, infatti, è una continua ricerca delle parole più adatte per descrivere situazioni, persone, attimi. I colori sono stati d’animo, ogni piccolo gesto un lascito di esperienze passate; la lingua inglese (la lingua scritta per Laia Jufresa) un’influenza costante per i messicani che hanno con questa lingua un rapporto tutto particolare dovuto al continuo andare e tornare nello stato vicino dove chiunque, ha raccontato Laia Jufresa, ha sicuramente un cugino, uno zio o un vicino che ci vive o ci ha vissuto. Importantissimo, inoltre, il lavoro di traduzione di Giulia Zavagna che ha giocato insieme a Laia Jufresa ad inventare parole, con un confronto sempre attento alle edizioni già pubblicate negli altri Stati per rispettare un lavoro di fantasia nato anche da passeggiate perché camminare, la scrittrice non ha dubbi, è forse uno dei modi migliori per trovare ispirazione e sedersi davanti a un foglio bianco senza paura.

(…) a guardare la polvere che fluettava, imbambolata (…) convinta che qualcosa (la sua vita) stesse per cominciare.

Umami, in questo romanzo su cui galleggiare, non è solo uno dei cinque sapori percepiti dalla lingua umana, non è solo il desiderio di aggiungere un ingrediente in più a un piatto di pasta per regalare gusto e appetito a un pasto. Umami, qui, è voler vivere al meglio ogni singolo istante, nonostante le difficoltà, nonostante le incertezze del futuro, nonostante le difficoltà del passato che sono piccoli fortini dai quali presiedere il presente.

Umami è anche un po’ Verdami, il verde di Umami che in realtà è anche un Verdeglioso, il verde meraviglioso che si è intrufolato in ogni foto scattata nella veranda de’ La Tisaneria di Ivrea dove Edizioni Sur e Laia Jufresa hanno arricchito una colazione speciale con dettagli di un libro che difficilmente se ne andrà via dagli angoli del cuore in cui si è intrufolato.

La colazione a Ivrea, a La Tisaneria, in occasione de’ La Grande Invasione. Grazie ancora a Edizioni Sur per l’invito speciale.

Leggendo #142 – Il racconto dell’ancella

Pensate a un mondo senza specchi, dove cercate la vostra immagine riflessa nei vetri delle finestre o delle vetrine della vostra città. Pensate a un mondo senza Polaroid e senza nessun tipo di immagine, digitale o analogica che sia, un mondo dove i ricordi non possono essere concreti. Provate a considerare questi presupposti come piccoli dettagli di un mondo assurdamente e ipoteticamente reale, i dettagli di un libro distopico, sì, ma che comunque vi annodano lo stomaco.

Ce l’ha in mano, è una Polaroid; quadrata e lucida. Quindi le fanno ancora le macchine fotografiche. E ci saranno album di famiglia, pure, con le fotografie di tutti i bambini; non delle Ancelle, però. Nella storia futura, noi saremo invisibili.

Ieri e Oggi

Era il 1985 quando Margaret Atwood portava nelle librerie Il racconto dell’ancella; il 1988 quando il romanzo arrivava in Italia. Quando la storia di Difred trovò posto per la prima volta fra gli scaffali canadesi erano passati una quarantina d’anni dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki mentre ne mancavano ancora tre prima della caduta del Muro di Berlino e solo uno al disastro di Černobyl. Perché questi rimandi storici? Perché le storie distopiche fanno paura come poche cose al mondo, perché spesso si crede nelle coincidenze, perché i riferimenti non sono mai davvero troppo casuali. E perché non c’è nulla, ancora, che faccia più paura della società che ogni giorno ci circonda e che non smette mai, mai, di stupirci, purtroppo spesso in negativo.

È il maggio del 2017 quando “Il racconto dell’ancella” viene portato sul piccolo schermo, una serie tv da 10 episodi, e il romanzo viene scelto da Emma Watson come libro del mese per il suo worldwide bookclub, Our shared shelf. È giugno del 2017, poi, quando Ponte delle Graziedecide di ristampare questo romanzo di Margaret Atwood e viene quasi spontaneo sottolineare che tutto ciò sta avvenendo mentre su alcune testate italiane, tra le più lette e importanti, stanno comparendo (ancora) articoli dai titoli “Torino, ricerca choc: un universitario su quattro giustifica la violenza sessuale”. Perché “Se una ragazza si veste in modo provocante, se la va a cercare”, perché stavi tornando a casa la sera tardi, da sola.

Perché Il racconto dell’ancella

Margaret Atwood ha racchiuso in un’opera tutto ciò che i romanzi distopici hanno: l’ascesa di un potere forte, un sistema penale violento, la suddivisione della società in gerarchie con ruoli ben precisi e delineati. E la forza del racconto sta proprio in queste caste rigide e insormontabili: le Mogli, le Ancelle, le Marte, le Nondonne e le Zie (così come i Comandanti, gli Angeli e i Custodi) sono sezioni di società con compiti ben definiti e che non possono trovare alternative al loro destino eccezion fatta, ovviamente, se si sceglie la morte. Ne Il racconto dell’Ancella il compito più attonito spetta proprio a quelle donne che, come la protagonista, sono riconosciute dalla società per le loro vesti rosse, simbolo di chi, invece di un corpo, ha uno strumento per dare alle Mogli dei Comandanti ciò che loro non possono offrire: una gravidanza e un figlio.

Mi manca il respiro: ha detto una parola proibita. Sterili. Qui non esiste più un uomo sterile, non ufficialmente. Ci sono solo donne che sono fertili e donne che sono infeconde, questa è la legge.

È così che ne Il racconto dell’ancella si finisce a parlare delle donne e di tutte le loro sfumature, di come il loro corpo sia un oggetto con obiettivi ben specifici che con le sue caratteristiche dà una presa di posizione (e considerazione) della persona nella società. E qui il dilemma delle protagoniste di questo romanzo di Margaret Atwood: quale situazione è la migliore? Ribellarsi alle gerarchie regalando il proprio corpo “liberamente”, scegliendo la prostituzione invece della schiavitù? Essere in un certo modo “libere” di darsi per non essere obbligate a darsi?

“Ci sono due tipi di libertà (…) La libertà di e la libertà da. Al tempo dell’anarchia c’era la libertà di. Adesso ci viene offerta la libertà da. Non sottovalutarla.”.

Come un racconto sussurrato in un orecchio

La particolarità dello stile di Margaret Atwood in queste trecento pagine è la scelta di non perdersi in dettagli temporali. Spazio e tempo sono relativi nel momento in cui sono i contenuti a esplodere, ad attaccare il lettore con visioni spietate, psicologicamente violente e così vive da sembrare reali.

Difred, profuga del passato come si descrive lei stessa, è la protagonista di un romanzo che ha come punto di forza l’aver ricreato un mondo che è una versione deformata e amplificata di ciò che la storia ha già visto e che la quotidianità continua a raccontarci.

La speranza è nella presa di coscienza, è nel voler continuare a raccontare l’assurdo per ritrovare la semplicità, i valori, la realtà più pura.


Questo articolo è stato pubblicato su Cosebelle Magazine.

Leggendo #141 – Un’educazione milanese

Cominciamo dalla considerazione più generale per la quale la percezione di Un’educazione milanese sarà differente in base alla città in cui il libro di Alberto Rollo verrà letto. Mi immagino lettori in riva al mare, i loro piedi che giocano con i granelli di sabbia e la sensazione di chiuso che proveranno mentre si muoveranno fra le pagine ambientate a Milano dove il cigolio del tram si scontrerà con il rumore delle onde che giocano contro gli scogli. Per chi sarà in montagna, poi, la situazione non sarà tanto diversa: il grigio del capoluogo lombardo sarà in netto contrasto con il verde intenso delle pinete mentre l’azzurro brillante del cielo sgombro di nuvole potrà far nascere un’incomprensione, qualcosa che ad alta quota non potrà essere davvero percepito. Perché Un’educazione milanese di Alberto Rollo, portato nelle librerie da Manni Editore, potrà sembrare troppo sincero, forse troppo legato a una città dagli infiniti cliché, eppure ha così tanto da dire sulla nostra società e tutto ciò che sta accadendo in questi decenni.

Si tratta di scegliere dove mettersi per guardare una città.

Per me, a un anno dal trasferimento a Milano, leggere Un’educazione milanese è stato un atto necessario. Da piccola discendente di contadini nella provincia di Bergamo – i vicini di casa di quelli che Alberto Rollo cita nelle ultime pagine del romanzo facendo riferimento a L’albero degli Zoccoli, di Ermanno Olmi e Palosco – la lettura di Un’educazione milanese a Milano è stato qualcosa di diverso da chi la città l’ha sempre avuta sotto il naso. Tanto per cominciare, trovare fra le righe di questo romanzo il racconto dell’arrivo della linea rossa negli anni Sessanta è stato di per sé qualcosa di assurdo, noi della provincia che nemmeno ce la possiamo immaginare la città senza metrò, noi che siamo cresciuti proprio con città sinonimo di metropolitana.

Un’educazione milanese. Una biografia che non è.

Alberto Rollo racconta la sua Milano attraverso la sua vita. È così che Un’educazione milanese diventa l’infanzia che svanisce nell’adolescenza, la giovinezza che esplode per trasformarsi in età adulta, spazio temporale in cui non ci si vuole davvero credere. Disarmante, in tutto ciò, è il continuo cambiamento del linguaggio e dello stile che si adegua al diverso modo di percepire la città da parte del protagonista che, di anno in anno, continua a guardare alla città come la Milano dei treni e dei binari, dei ponti che guardano ferraglie intrecciarsi e del grigio che è quello dell’acciaio e dei fili che compongono linee destinate a trasportare chi arriva o se ne va.

Il ruolo di Alberto Rollo, in queste trecento pagine, è quello di una guida che si sofferma sui dettagli, che gironzola per la città passeggiando piano, facendo profondi respiri e lanciando lo sguardo dove nessuno osserva, dove i dettagli raccontano la differenza che solo chi nasce e cresce in un luogo che ama può notare e descrivere al meglio o chi, ancora, si vede sempre uguale in un paesaggio in continuo cambiamento dove la vita personale con famiglia, amici e primi amori si intreccia ai fatti di cronaca e di attualità.

Un’educazione milanese. La vita operaia ma tanto altro ancora.

In Un’educazione milanese c’è la vita operaia, la periferia e il desiderio di diventare qualcuno ma c’è soprattutto il teatro, il cinema e la letteratura, quelle arti che sanno segnare i giovani come poche altre cose al mondo e che insieme a Milano diventano protagonisti di pagine che sono una continua crescita, il desiderio di scoprirsi attraverso ciò che si vive nella propria città con i suoi personaggi che la scuotono.

Perché la vera difficoltà, nel diventare grandi a Milano fra gli anni Sessanta e Settanta, è la complicata presa di consapevolezza di sé, in un periodo di cambiamenti enormi nella società e nella storia. È la stessa paura di tutti noi giovani, ancora oggi, in un mondo che è sempre più veloce e dove alcuni di noi si sentono spesso in ritardo, presi come sono a cercare di comprendere e approfondire ogni piccolo cambiamento. Alberto Rollo, parlando degli anni Settanta, dice: «(…) quel tempo che ignorava quanto futuro sarebbe arrivato (…)». Non potremmo forse dire la stessa frase, ancora oggi, per questi anni che stiamo vivendo?

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Milano – ColorTime – 

Un’educazione milanese può diventare, così, un elogio alla vita, quella che si può perdere improvvisamente, quella che diventa più cara quando si svuota e la si deve arricchire, quella che fa la lotta con i genitori così diversi e così concettualmente distanti da noi. Il libro di Alberto Rollo racconta il passato ma ha tracce del presente, di attimi che ancora oggi non capiamo e chissà se capiremo mai.


Questo articolo è stato scritto per il quinto appuntamento dello #Stregabello di Cosebelle Mag.