Di Inside Out e Ritorni letterari

Bando alle ciance: se Inside Out è piaciuto o meno dipende un poco anche dalla sensibilità di ognuno di noi nei confronti di quella sensazione – stato d’animo chiamato ritorno. Quando Riley capisce che la sua fuga è un enorme sbaglio, e decide quindi di scendere dal bus e correre verso casa, io ho cominciato a singhiozzare senza ritegno con il cuore che a momenti stava per esplodere. E pensare che il viaggio di Riley non è nemmeno durato molto, praticamente un pomeriggio, eppure nella testa di quella bambina cosa non è successo in una manciata di ore! Siamo abituati a dar così tanta importanza all’andata senza accorgerci che spesso è proprio il ritorno la parte più sensibile, quella che avvia un processo irreversibile. E riflettendoci un poco, ci potremmo accorgere che spesso i viaggi sono solo dei grandi e immensi ritorni e anche in ciò Inside Out ha dato molto: l’avventura di Gioia e Tristezza nella Memoria a Lungo Termine non è forse un grande e sentito ritorno al Quartier Generale?  E ancora: non è forse quando si sta tornando che ci si accorge di quanto si è cambiati e cresciuti? Di quanto smuovere l’animo trasportando il proprio corpo in un’altra dimensione sia così meravigliosamente stupendo?

Gioia e Tristezza scoprono non poco dalla loro avventura tra i ricordi più indelebili di Riley così come la bambina, in quel breve lasso di tempo lontano da casa, capisce quanto sia importante non vedere continuamente il mondo di un solo colore (giallo, blu, verde, rosso o viola che sia) ma che per ciascuna delle sue Isole della Personalità, per ogni sfumatura del suo essere, sia necessario un mix di emozioni tanto da rendere ogni momento più particolare e profondamente vissuto. Dire che per Riley riabbracciare i propri genitori dopo aver colorato le proprie emozioni sia stata un’esperienza meravigliosa è ovviamente fin troppo scontato. Ma cosa sarebbe accaduto se non avesse mai tentato di partire? Probabilmente non avrebbe mai veramente compreso se stessa così come Mario Soldati non avrebbe mai e poi mai incontrato il suo Primo (vero) Amore: l’America.

Ma un grande viaggio intrapreso sui vent’anni, un’emigrazione interrotta, conferisce al paese straniero che abbiamo abbandonato una lontananza religiosa, un’estraneità piena di stupori.

Quando parte per l’America, Mario Soldati è giovane e pieno di sogni. Il suo viaggio è raccontato in poco più di trecento pagine in un qualcosa, America Primo Amore, che mi piacerebbe tanto chiamare memoir in cui lo scrittore torinese racchiude sostanzialmente tutto ciò che il suo grande ritorno ha provocato nel proprio animo. Perché uno è impavido e coraggioso quando partorisce un’idea ma poi dopo poco tempo (e spesso all’improvviso!) si ritrova davanti alla realtà e si accorge inaspettatamente di aver sbagliato, di dover riguardare indietro e tornare dove era partito. È un lampo, un risveglio inatteso, è un autobus che parte con Riley a bordo che però decide di restare dove è mentre il mezzo sta uscendo dalla stazione. Eppure spesso, come nel caso di Mario Soldati, ne seguono anni di ripensamenti dove si cerca di non chiedersi cosa sarebbe accaduto se si fosse stati un poco più coraggiosi ma in cui si tenta di imbastire un eterno racconto di quel viaggio cercando di abbracciare tutte le sensazioni vissute per poter poi spiegare il presente e quella sensazione di eterno ritorno che continua a logorare l’animo. Non è un caso, poi, che Mario Soldati abbia deciso solo dopo alcuni anni di  pubblicare tutto ciò che ha cambiato radicalmente e profondamente le sue visioni: il tempo per digerire un ritorno non previsto, un cambio d’idea che rinnega un ideale passato, non è per nulla semplice.  Ma ancora: se Mario Soldati non fosse tornato sarebbe davvero riuscito a narrare città e persone con lo stesso pathos che respiriamo in America Primo Amore? Non credo.

In fin dei conti, niente di nuovo sul fronte occidentale: un viaggio cambia, sempre, e nulla di quello che c’è stato prima è destinato a rimanere tale e quale al passato. Però (c’è sempre un però!) che gran splendore potersi guardare allo specchio con più coscienza di sé, con una consapevolezza mai sentita prima. Come se tutti quei meccanismi che regolano le proprie sinapsi (qualsiasi colore e forma abbiano) fossero veramente visibili, sotto i nostri occhi, modellati dai nostri eterni ritorni che ci portiamo nel cuore.


Questo articolo è stato pubblicato tanto tempo fa su Finzioni Magazine ma a distanza di anni gli voglio bene come fosse ieri. 

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Leggendo #155 – La Giusta Mezura

La vita sono quelle 13 ore in più grazie alle quali avresti visto la prima nevicata dell’anno e invece no. È continuare a cambiare direzione per arrivare a un nuovo ennesimo inizio. È continuare a farsi domande e chissà se si troverà mai una risposta.

È leggere un fumetto ambientato a Bologna prima di tornare a Bologna e chiedersi quanti ritorni devono ancora esserci per riuscire a ripartire.


Dopo aver letto La giusta mezura di Flavia Biondi (edito da Bao Publishing) una domanda nasce spontanea: ma davvero esiste ancora l’amore cortese? Ci sono ancora, da qualche parte nel mondo, cuori colmi di tenerezza che si innamorano di romanzi ambientati nel Medioevo dove un prode cavaliere affronta sette prove di coraggio per conquistare il cuore della sua bella? E vi dirò che sì, esistono ancora perché se animi simili gironzolano ancora per il mondo è perché in realtà è più difficile rispondere alla seconda domanda che rincorrere il lettore lungo le tavole di questo graphic novel: ma l’amore, in generale, esiste davvero?

È così che fanno gli adulti. Fanno del male e poi ingoiano. Cresci un po’.

Mia e Manuel vivono e si amano da 8 anni a Bologna. La loro vita, da ex studenti in una camera che condividono in un appartamento con altre persone, si trova in quel limbo fra il voler terribilmente rincorrere i propri sogni e continuare invece a fare lavoretti passeggeri, sognare di cambiare vita ogni cinque minuti nell’attesa che qualcosa di buono capiti senza però riuscire mai veramente a trovare il coraggio per prendere una scelta d’istinto e trovarsi, prima o poi, un futuro diverso.

La giusta mezura, infatti, è soprattutto una storia d’amore e lo è nel profondo perché ragiona sulle lunghe distanze, su ciò che l’amore diventa con il passare degli anni e cosa porta con sé nei cuori e nelle menti di chi ne è folgorato. Flavia Biondi racchiude in tavole dalla tonalità blu tutti i sogni e gli incubi che rincorrono i giovani persi in un presente sempre più difficile da gestire. I progetti futuri, quelli che potrebbero trasformarsi un giorno nella parola “famiglia”, fanno continuamente a pugni con la ricerca della propria identità e professione, al tentativo di trasformare i propri studi in un lavoro vero. Eppure il desiderio di continuare a fare ciò che si ama, anche durante quelle nove ore al giorno in cui si cerca di portare a casa il necessario per vivere e magari (si spera) qualcosa in più, è una fiamma che non si spegne mai, un motore sempre acceso che muove gli animi e i pensieri.

La storia di Mia e Manuel, così, si trasforma in una ricerca dell’equilibrio, della giusta mezura, in una sua rincorsa che viene deviata dalla monotonia e l’arrivo di una distrazione, Nicola, un ragazzo che può essere uno qualsiasi e che lancia la mente della protagonista di questo graphic novel in un turbine di domande.

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Flavia Biondi racconta la quotidianità dei protagonisti e il loro modo di affrontare la vita con stili grafici (e linguistici) differenti, alternando le voci di Mia e Manuel a quelle dei personaggi del libro che Manuel sta scrivendo e pubblicando a puntate online, nella speranza di essere notato e trasformare, un giorno, le proprie pagine ambientate nel Medioevo in una vera e propria pubblicazione. La magia di Flavia Biondi, poi, sta nel dare alle parole sfumature diverse, osservazioni che danno alle sue tavole quella magia in più.

Storia: una parola che rappresenta gli avvenimenti assolutamente reali del passato e allo stesso tempo un racconto. Qualcosa di esclusivamente immaginario. Ma significa anche avere una relazione. Mi piace pensare che questo indichi che i nostri legami vivono nel giusto equilibrio fra realtà e fantasia.

E se la ricerca dell’equilibro fra crescere, amare e vivere è complicata da trovare, La giusta mezura parla al lettore con realtà ma affetto, lasciando intendere sin dall’inizio che l’amore esiste, eccome se esiste, e sta nelle autrici che aprono le proprie storie a fumetti con dediche così:

Ad Anna, che non mi ha mai chiesto di essere un Cavaliere o una Dama, ma ha sempre voluto che fossi una valorosa guerriera.


Questo articolo è stato pubblicato su Cosebelle Mag

Di Libri Belli giudicati dalle copertine

Quest’intervista è stata pubblicata su Cosebelle Mag.

Ogni lettrice, quando incontra un’altra lettrice, ha mille domande. Quando hai iniziato a fare della lettura una passione? Quali tipi di libri ti fanno innamorare più di altri? Quali autori non puoi proprio sopportare? E l’edizione preferita ce l’hai? Ogni lettrice, spesso, è anche un poco gelosa del suo piccolo regno, di quella libreria che volume dopo volume diventa un modo per rappresentare periodi, situazioni, momenti della propria vita a cui corrispondono pagine di scrittori più o meno amati. Quando Livia Satriano ha aperto il suo Libri Belli shop, il mio primo pensiero è andato al suo coraggio di condividere con altri lettori  pagine belle. Perché Libri Belli, come dice il nome stesso, è anche qualcosa di visivo, di palpabile: è un e-shop alla cui base sta l’amore per i libri, sì, ma anche per tutte le curiosità legate alla loro storia, a edizioni passate e piccoli tesori editoriali da riscoprire. Abbiamo incontrato Livia Satriano e ci siamo fatte raccontare i retroscena di un progetto bello con protagonista colori accesi, entusiasmo e tantissime pagine.

Cosebelle: Libri Belli giudica i libri dalle copertine. È solo questa l’unica e grande differenza fra il tuo e-shop e un mercatino di libri?
Livia: Quella del giudicare i libri dalle copertine è nata quasi come una provocazione ma alla fine mi sono convinta che forse un po’ ci credo per davvero. La selezione di Libri Belli parte sicuramente da un criterio visivo ma non è solo questo, anche l’originalità e talvolta bizzarria dei contenuti gioca un ruolo importante. Mi piace raccogliere libri inusuali, assieme a titoli che amo e classici in belle edizioni. Frequento molto i mercatini e ho creato Libri Belli forse anche perché ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto prima o poi trovare una bancarella di libri che avesse solo figate.

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CB: Quali sono i Libri Belli più particolari che hai visto? Capita mai che siano così belli che ti dispiaccia lasciarli?
L: I vecchi libri che trattano con serietà di argomenti strampalati o le guide che promettono l’impossibile sono fra i miei preferiti! Ho un po’ di manuali anni ’50 e ’60 con titoli come “Come aumentare di statura in poco tempo” o “Come farsi una perfetta educazione e brillare in società” o ancora “Come predire scientificamente il futuro”. Nel momento in cui ho deciso di dar vita a Libri Belli ho accettato l’idea che avrei lasciato andare i miei libri, ma comunque cerco e raccolgo libri di continuo. Alcuni titoli magari non li vendo perché li voglio tenere e altri invece li prendo proprio con l’obiettivo di proporli nel il mio e-shop pensando anche al genere di persone che forse potrebbe apprezzarli. Tempo fa leggevo online questo motto “Se ami i tuoi libri lasciali andare” e mi sembra carino riportarlo qui.

CB: Libri Belli è soprattutto online e ha una grafica molto curata, sia per quanto riguarda il sito che per il canale Instagram. Quale aspetto di te hai potuto raccontare meglio ideando questo progetto e scegliendo questo trattamento?
L: Per me è stato davvero molto stimolante perché è la prima volta che ho ideato e sviluppato un progetto da cima a fondo, da sola, senza avere vincoli e restrizioni. A partire dall’idea che avevo in mente ho pensato alla forma e all’immagine che avrei voluto dargli e da lì mi sono poi adoperata per la sua realizzazione, sia creativa che tecnica. Sono da sempre appassionata di tutto ciò che è visivo e mettermi per una volta nei panni di un art director è stato divertente. Anche alla pagina Instagram @libribellishop mi dedico parecchio, nei post parlo al plurale ma sono sempre e solo io che faccio tutto. Alla fine in pochi mesi ha sviluppato un buon seguito e vedere che i post riscuotono successo mi dà soddisfazione.

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CB: Libri Belli diventerà mai un mercatino reale? Cosa potremmo trovare?
L: Non credo, ci sono già molti mercatini e bancarelle di libri, la mia vuole solo essere una piccola selezione online. Però sono stata invitata a partecipare al prossimo SPRINT che è una fiera dell’editoria indipendente molto carina che si tiene ogni anno qui a Milano e alla quale finora ho sempre partecipato solo da visitatrice. Sono molto contenta perché nel corso di questi mesi in molti mi hanno scritto chiedendo se era possibile acquistare i miei libri anche dal vivo (soprattutto chi era di Milano) perciò credo che questa sarà l’occasione giusta. Ho pensato che proporrò una selezione molto estetizzante, vorrei che il banchetto diventi quasi come una mostra quindi porterò un bel po’ di volumi d’impatto, molti dei quali ancora mai pubblicati sul sito.

CB: Dietro a Libri Belli c’è Livia, ci immaginiamo una lettrice e soprattutto una persona curiosa. Raccontaci come ti sei avvicinata alla lettura e qual è il tuo libro preferito (e perché!)
L: Sto cercando di fare mente locale su quale poteva essere il primo momento in cui mi sono avvicinata alla lettura e ricordo che quando ero alle elementari mi piaceva tantissimo leggere assieme a mio padre questi libri illustrati per bambini sui miti e le leggende dell’antica Grecia… Leggere tutte quelle vicende intricate e favolose era la mia cosa preferita! Altri due must della mia infanzia sono stati un’edizione illustrata anni ’70 di “Pippi Calzelunghe” e “Gnomi”, entrambi appartenuti a mia madre, di cui ricordo che amavo alla follia le illustrazioni. Alla letteratura vera e propria mi sono avvicinata grazie agli stimoli della libreria dei miei genitori e poi anche grazie ad alcuni insegnanti: ricordo di aver letto l’“Antologia di Spoon River alle scuole medie su consiglio della nostra professoressa d’italiano e di essere rimasta molto colpita, è stata quella scoperta che mi ha fatto venir voglia di tuffarmi consapevolmente nel mondo della lettura. Quella del mio libro preferito è una domanda difficile, ma forse non dovrei pensarci troppo e ti dovrei rispondere di pancia allora direi “Nadja” di Breton per il modo in cui parola e immagine meravigliosamente si fondono, ma anche “Vite immaginarie” di Schwob per avermi insegnato che non c’è limite all’inventiva. Ma tanti e vari sono i libri che mi hanno segnato, fra cui sicuramente anche molta saggistica.

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CB: Libri Belli e Livia che programmi hanno per il futuro?
L: Conquistare il mondo dell’editoria! A parte gli scherzi, mi piacerebbe molto poter collaborare con le case editrici e avere la possibilità di visitare i loro archivi, promuovendo in qualche modo la riscoperta di meraviglie librarie nascoste. Poi sicuramente voglio portare avanti il discorso che ho iniziato sulla pagina Instagram di Libri Belli con le collaborazioni con illustratori e artisti, chiedendo loro di interpretare dei Libri Belli a scelta. La prima a inaugurare questo ciclo è stata Pamela Cocconi, che ho conosciuto proprio grazie a Instagram.

CB: La copertina più bella che hai visto di un libro.
L: Non so se è la più bella ma sicuramente una delle mie preferite è la prima edizione americana di “The Beatles Illustrated Lyrics”, quella azzurra con l’occhio.

CB: Una cosabella.
L: Gli ex-voto di Dino Buzzati

Leggendo #154 – Epopea Americana

“Sentirsi soli ci fa diventare più deboli. Essere soli ci dà autonomia e potere” (I paesaggi perduti – Romanzo di formazione di una scrittrice).

Joyce Carol Oates l’ho conosciuta così, un po’ per caso, e come tutte le conseguenze del fato si è trasformato in un amore folle fatto di libri e pagine e paragrafi e frasi che continuo a rileggere e cercare qua e là. Il pezzo che segue, pubblicato su Finzioni, è nato dopo quasi mille pagine lette tutte d’un fiato, dopo la lettura di due romanzi che hanno sancito, senza che me ne accorgessi, la voglia di continuare a inseguire quella cosa che freme dentro e non riesco a smettere di fare. Joyce Carol Oates, così, è diventata la mia seconda Joan Didion.

Quante voci può avere uno scrittore? Quanti stili e quante infinite parole possono nascondersi in romanzi che vanno a comporre le opere più rappresentative di una penna che diventa simbolo di una generazione e di un periodo storico? Sono queste alcune domande che nascono spontaneamente durante la lettura dei primi due dei quattro volumi che compongono Epopea Americana di Joyce Carol Oates, editi da il Saggiatore. Osservazioni che si fanno strada e trovano posto nella testa di chi legge, mentre  centinaia di pagine scorrono davanti ai suoi occhi portando alla luce personaggi e voci che si ingarbugliano fino a comporre due romanzi, Il giardino delle delizie e I ricchi, che paiono due porte per due galassie, differenti ma parte dello stesso meraviglioso universo composto da paragrafi indimenticabili di una scrittrice ancora da scoprire.

Joyce Carol Oates ha 29 anni quando negli Stati Uniti, nel 1967, viene pubblicato per la prima volta Il giardino delle delizie, e 30 quando nel 1968 arriva nelle librerie I ricchi. L’indagare sull’età dell’autrice fa parte di un processo che incuriosisce sempre, è un modo per costruire mondi di condizionali dove ci si immagina di poter scrivere pagine simili a quelle appena lette alla stessa età dell’autrice; immaginarla seduta davanti a una scrivania alla stessa età in cui noi, ancora, stiamo cercando di capire quali sogni inseguire. E citare i sogni è una conseguenza spontanea dopo la lettura di questi primi due volumi perché Epopea Americana ha molto a che vedere con il mondo onirico, più per la sua concezione che per i contenuti. Alla base di tutti e quattro i volumi, infatti, c’è il desiderio dell’autrice di criticare quel tipo di cultura e valori che soprattutto negli anni Sessanta venivano rincorsi per raggiungere l’apice del Sogno americano, quello stereotipo di felicità agognato da tutti ma da pochi effettivamente vissuto. Un tentativo (spoiler: riuscito perfettamente) di immaginare sensazioni e paure vissute in uno spazio-tempo ben preciso, costruendo pagine con uno scopo definito che Joyce Carol Oates raggiunge con una carica estasiante, tipica della penna giovane pronta a farsi guidare dal turbinio di parole.
E ad aprire le danze di Epopea Americana ci sono questi due libri, Il giardino delle delizie e I ricchi, con storie e personaggi diversi che hanno come comune denominatore la principale caratteristica di chi viveva gli anni Sessanta in America: l’instabilità. Perché i veri protagonisti di questo migliaio di pagine sono il continuo viaggiare e spostarsi dei suoi personaggi, la loro intensa e incredibile disponibilità a lottare ogni giorno contro gli imprevisti e il domani.

Il giardino delle delizie

Anzitutto, Il giardino delle delizie che leggiamo oggi non è lo stesso del 1967. Quella proposta da il Saggiatore è una riscrittura degli anni Duemila, quando dopo più di trent’anni Joyce Carol Oates decide di rimettere mano alle voci di personaggi incredibilmente complessi. Tra le pagine del primo volume di Epopea Americana, infatti, si nascondono i racconti di Carleton, Lowry e Swan, voci maschili attraverso le quali il lettore incontra Clara, prima alla sua nascita, poi nella sua adolescenza e infine nella sua vecchiaia.
Figlia di due contadini, la figura femminile de’ Il giardino delle delizie rappresenta l’America rurale violenta e maschilista, il tentativo di evasione e fuga dal provincialismo. Una giovane donna che vuole trovare se stessa soprattutto in chi incontra lungo la sua strada, dimostrando ogni giorno cosa è capace di raggiungere con la sua ostinazione. Ma dopo tante fatiche, quando si diventa realmente cittadini d’America? E quando si smette di essere considerati “gente di provincia”? Clara sin dall’infanzia precocemente terminata si pone in modo insistentemente queste domande mentre attorno a lei ruotano personaggi unici nel loro genere ma rappresentativi di diverse classi sociali degli anni Sessanta, dai contadini più umili e poveri a chi cerca di arricchirsi improvvisandosi imprenditore.

Una particolarità di questo romanzo è il voler tornare incessantemente a raccontare la gioventù, ogni volta con un differente punto di vista grazie alla scelta di voci narrative diverse ma sempre poco distanti dall’età adulta, in quel limbo che si vive quando ancora non si è grandi ma l’infanzia e l’adolescenza sono già dietro l’angolo. Il giardino delle delizie, dopotutto, è un libro in cui i personaggi si definiscono e si modificano, proprio come accade nella giovinezza, quando ancora le idee non sono  così chiare e si cerca la via per la maturità a tentativi.

Le mappe le insegnavano una cosa stupefacente: non aveva importanza dove si trovava, c’era sempre un modo per arrivare dall’altra parte, c’erano delle linee che l’avrebbero condotta, incrociandosi e accavallandosi, doveva semplicemente capire come.

Il risultato della ricerca della felicità di Clara sono pagine che rimangono impresse nella mente del lettore e si divorano con la stessa foga con cui si vivono le notti di fine estate. Una rincorsa alla vita, tanto che al lettore pare quasi di intravedere, fra le pagine di questo libro, una Joyce Carol Oates già malinconica, una  scrittrice che mentre scrive pare già di sentire nostalgia di questi primi personaggi divinamente delineati, i primi di una lunga serie e ai quali ha voluto enfatizzare emozioni e sentimenti in una seconda stesura più di trent’anni dopo.

I ricchi

C’è qualcosa di incredibile nel passaggio dal primo al secondo volume di Epopea Americana. Terminata la lettura de’ Il giardino delle delizie, con I ricchi si entra in nuovo mondo, talmente estraneo al precedente che per tutta la durata del romanzo a stento ci si rende conto di leggere un libro di cui si è chiusa da poco l’ultima pagina di un’altra opera dello stesso autore.

Tutto il secondo volume dell’Epopea Americana è un continuo esercizio stilistico. La voce narrante è sempre in prima persona e i molti aneddoti si susseguono fra le pagine sempre più veloci, tanto da dare l’impressione che i paragrafi siano nati dal desiderio di giocare a fare lo scrittore, narrando le vicende con lo scopo di diventare un intrattenitore per i lettori e farli naufragare fra le vicende del protagonista. Questa caratteristica rimanda immediatamente a un altro romanzo di Joyce Carol Oates: Jack deve morire (il Saggiatore, 2016). A caratterizzare entrambe le opere è lo stesso folle e illogico casino che è l’animo umano, perennemente spinto nella terribile ricerca della verità. Il gioco più strepitoso creato dalla penna di Joyce Carol Oates è proprio questo inverosimile e continuo scherzo fra ciò che pare finzione e ciò che invece viene considerato dal lettore un fatto concreto, una trappola nella più grande trappola creata dalle sue mani per confondere chi si trova nel suo libro e farlo giocare con l’irrealtà dei fatti.

Protagonista de’ I ricchi è soprattutto la doppia faccia, l’ipocrisia che già si intuisce dall’ironia del titolo. I protagonisti di questo romanzo non sono i veri ricchi ma quella che si potrebbe definire una classe borghese, di chi decide di vivere nella parte di periferia non destinata al degrado bensì a essere chiamata sobborgo, arricchita da ville stratosferiche e macchine nuove parcheggiate nei vialetti. In un contesto di falsità e apparenza, Joyce Carol Oates dà voce a una mente che è un labirinto di incomprensioni, raccontando il decadimento morale, i rancori e gli odi di un ragazzino che si sente un “personaggio secondario” nella vita della madre e che vuole a tutti i costi riconquistare la scena.

Come possiamo sapere di quali folli atti siamo vittime? Di quante operazioni a cuore aperto? Di quali occulti interventi al cervello fra le mura di casa? Possiamo fidarci dei nostri ricordi benevoli, della nostra asfittica bontà che vuole ricordare solo il meglio dei nostri genitori, che allontana i brutti pensieri?

I ricchi è un romanzo a suo modo violento, è la dimostrazione di come si possa raccontare la parte più oscura dell’uomo, di ciò che si cela nella sua mente e dell’esasperazione dei sentimenti.

Due libri diversi eppure così vicini

Ad accomunare i primi due romanzi dell’Epopea Americana è soprattutto la ferocia della scrittura di Joyce Carol Oates, conseguenza di un approccio alla creatività ancora da scoprire.

L’esperienza di stesura del Giardino delle delizie nel 1965-66 è stata molto simile alla stesura dei Ricchi, un anno dopo: era come se avessi cosparso di benzina tutto quello che mi circondava e avessi acceso un fiammifero, e le fiamme che ne sono follemente scaturite erano, in qualche modo, il combustile del romanzo e il romanzo stesso.
(Joyce Carol Oates)

Dalla lettura dei due volumi si respira tutta l’ansia e l’angoscia della scrittrice nel voler raccontare ogni sfumatura dell’animo umano, le debolezze e le preoccupazioni che caratterizzano diverse età e professioni. Quella di Joyce Carol Oates è una mente forse folle ma ugualmente razionale, è una voce che sa come scavare negli abissi più profondi della mente umana analizzando e interpretando ogni piccolo pensiero e ragionamento. Stili diversi e contesti apparentemente lontani compongono un puzzle sociale vivido e reale, un mix di emozioni e sentimenti personali che diventano il riflesso di un qualcosa di più grande e collettivo.

Sensazioni, impressioni e istinti non hanno filtri per una giovane scrittrice che non ha avuto paura di affrontare i temi più delicati, caratteristici di un periodo storico vissuto e osservato, facendosi trascinare dalle parole e dalla foga di narrare la realtà, cruda così com’è.

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Leggendo #150 – Tre ombre

Avete presente quei libri che quando li chiudete vi soffermate un attimo a guardare il vuoto per esordire con un enorme “non ci ho capito un piffero”? Ecco, vi svelo un segreto: capita anche con i fumetti. E si sa, spesso i volumi che terminano con domande esistenziali sono quelli che scavano più nel profondo eppure ci sono storie che a volte vanno davvero al di là dell’immaginazione creando mondi paralleli in cui nessuna spiegazione logica riesce a mettere un punto all’infinito divagare della mente. E no, non sto davvero parlando di tomi enciclopedici alla Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?( cit.) ma di narrazioni che sanno giocare con la fantasia e creare dei Gargantua (scusate, ho appena rivisto Interstallar) incredibili. Tre ombre, graphic novel di Cyril Pedrosa, è una cosa così.

La prima volta che ho incontrato il fumettista francese è stato fra le tavole di Portugal, un viaggio on the road nella penisola Iberica di cui vi ho già raccontato e che non smetterei mai di consigliare. Perché Cyril Pedrosa è un autore davvero magico nel senso che tutto ciò che tocca, sostanzialmente carta e matita, viene avvolto da un incantesimo capace di creare nuovi mondi nemmeno troppo vicini alla nostra galassia. Ciò accade soprattutto in Tre Ombre, una storia delicata eppure così coinvolgente da lasciare il lettore immerso nelle righe che compongono un’avventura al di là di ogni avversità e pronta a farci cercare, in ogni suo meandro, un significato vero e profondo che risponde a tutto ciò che l’autore cerca di dire lasciando nascosti riferimenti qua e là fra le linee dei suoi personaggi.

300-tre-ombre-9Il piccolo Joachim e la sua famiglia vivono felici e contenti alle pendici della montagna, protetti dalle raffiche di vento e dal gelo più terribile. Eppure qualcosa si nasconde là fuori, pronto a spaventare la piccola famiglia e destabilizzare l’equilibrio fatto di passeggiate fra i boschi e serate a scaldarsi con il tepore del camino acceso. Joachim e il padre, così, si ritrovano improvvisamente catapultati in una realtà nuova, a partire per un viaggio in nave che li porterà a lottare con la furia del mare per poi finire fra le mani di una figura più onirica che reale.

E il tratto del fumettista si adegua al susseguirsi delle vicende. Si fa più forte e denso nei momenti in cui i personaggi si ritrovano a vivere le vicende più pericolose della loro vita mentre le tavole tornano a essere limpide e cristalline proprio quando la gioia sta per diventare nuovamente protagonista, la stessa serenità che permeava nella prime pagine di Tre Ombre.

treombre_dettQuale sia davvero il significato di questa graphic novel di Cyril Pedrosa è difficile dirlo. Probabilmente non sarà la prima, non la seconda e nemmeno la terza lettura a rilevarlo. Quello che si può dire, però, è che Tre ombre è un racconto che vuole un futuro, che aiuta ad affrontare ciò che è passato per tornare a cercare la serenità. E così, come in Portugal, Cyril Pedrosa racconta ancora il ritrovamento della felicità, la presa di coscienza sull’ieri per vivere il domani con una vitalità vera, palpabile.

Leggendo #149 – Happy Hour

In Happy Hour, la raccolta di racconti di Mary Miller edita da Edizioni Black Coffee, tutte le protagoniste hanno sostanzialmente paura. Di vivere, di decidere, di prendere una posizione, di amare e di farsi amare. Non c’è donna, in Happy Hour, che sappia scegliere il proprio uomo, la dolce metà o semplicemente una piacevole compagnia senza inciampare in errori, sbagli, fortuiti incontri dove trovare il meglio per sé pare semplicemente impossibile. Per le donne di Mary Miller, l’amore è soprattutto essere scelte, accettare, prendere per buono tutto ciò che arriva senza farsi troppe domande. È semplicemente l’incapacità di accettare ciò che accade tanto da trasformare il presente in un finto consenso, in un’incapacità di vivere in mancanza di stimoli ma con il desiderio di non provare nemmeno a farlo quel passo che porterebbe a un poco di felicità.

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Masochismo e tentativi vani nemmeno troppo studiati sono alla base di questi racconti che fanno arrabbiare, che rimangono a guardarti mentre ti spiattellano la verità addosso e tu vorresti dirglielo che non sei d’accordo, che l’amore non è così, che i sentimenti esistono e invece da Istruzioni Il 37 le paure sono sempre le stesse e si sommano una dopo l’altra.

Ognuna immagina per sé una vita diversa da quella che ha e non me la sento di toglierle anche questo.

Perché è soprattutto la mancanza di un futuro, la voce narrante che dà del tu a ognuna delle donne di Happy Hour per lasciare minor spazio possibile fra il lettore e il flusso di pensieri che inondano le menti delle giovani protagoniste, tutte indaffarate soprattutto con ex e/o attuali fidanzati, spesso non innamorati o alcune volte fin troppo passionali.

E tutte queste novità contengono così tante promesse che ogni volta riesco quasi a convincermi che sarà diverso.

Mary Miller racconta la sterilità di sentimenti e voglia di vivere così come la totale assenza di spirito di iniziativa senza fronzoli tanto da portare il lettore a opporsi, a provare a mettersi in gioco, ché forse qualcosa per cui vale la pena di vivere dovrà pur esserci, nonostante l’apatia, nonostante l’aria che pare galleggiare su questo presente infinito.

Leggendo #146 – Le nostre anime di notte

Chissà perché la notte è più facile raccontarsi, lasciarsi accarezzare dal buio e svelarsi.

Oh, mi sento già meglio a parlare con te avendoti accanto.
Non abbiamo parlato molto per il momento.
Eppure mi sento già meglio. Te ne sono grata. Ti ringrazio per tutto questo. Adesso mi sento di nuovo molto fortunata.

Le nostre anime di notte di Kent Haruf sono soprattutto frammenti, conversazioni sussurrate nell’orecchio prima di addormentarsi. Dall’autore della Trilogia della Pianura, nascono queste pagine che sono delicate seppur violente, dolci nonostante l’amaro, ottimiste malgrado il pessimismo che si vuole nascondere in gesti crudeli. Holt, la cittadina immaginaria del Colorado protagonista della trilogia dello stesso autore già portata in libreria da NN Editoresi presenta qui in tutta la sua piccola ma grande particolarità di essere ciò che si trova nella realtà in ogni angolo del mondo: un luogo dove tutti si conoscono e probabilmente, per la maggior parte del tempo, non si capiscono.  E per me, che a Holt non c’ero mai stata, gironzolare per Cedar Street e mangiare un hamburger allo Shattuck’s Café è stato come vivere una parentesi temporale in un’atmosfera pressoché indefinita dove un sentimento, forse più forte dell’amore stesso, pare regnare sovrano fra due protagonisti che rendono questo centinaio di pagine e poco più di una bellezza disarmante.

È che a volte non esistono i perché, succede e basta. Si sceglie una persona e sin dall’inizio lo si capisce che è quella giusta (per davvero) che è inutile girarci intorno: bisogna viversela e basta. La fragilità di Jamie, la fermezza di Addie, il finto cuore di pietra di Louis e persino la dolcezza di Bonnie vivono dell’amore che si nutre di parole e di quella sensazione che si prova quando cala il buio e la luce di una finestra accesa al secondo piano è sinonimo di rifugio, di un luogo senza tempo né confini dove cullarsi e parlare di realtà, sì, ma anche di sogni.

Ne’ Le nostre anime di notte di Kent Haruf c’è tanta naturalezza e dolcezza che lascia spazio, però, anche a tantissima cattiveria, quella improvvisa, come quella che arriva senza bussare, irruente e maleducata. Eppure l’amore resiste, ai commenti e alle avversità, grazie alla forza di due persone che si promettono di restare unite nonostante tutto e tutti.

Ma stiamo anche andando avanti, non è vero? disse lei. Stiamo continuando a parlare. Fin quando potremo. Finché dura.
Di cosa vuoi parlare stasera?

Finché dura. Finché insieme è tutto così terribilmente stupendo e le parole continuano a sgorgare come acqua in un fiume in piena.

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