A case of you, Mr Taccuino

Cose importanti di questo martedì 26 aprile 2016:

  • è martedì ma è stato vissuto come un lunedì così quando ci sveglieremo domani sarà già mercoledì;
  • è rimasto un pezzo di meringa ai frutti di bosco di domenica ed è tutto mio;
  • mi brucia la faccia perché ieri ho preso troppo sole;
  • sul nuovo Finzioni Magazine c’è un mio nuovo articolo e dentro ci sono le donne della mia vita tra cui Joan Didion, giusto per fare un po’ di spoiler;
  • Blue di Joni Mitchell è un album che amerò per sempre;
  • scrivere è una cosa di cui non mi stancherò mai.

Lo potete leggere qui o qui.

A case of you, Mr Taccuino

Non ricordo quando sia cominciata questa fissa, so che già ascoltavo Joni Mitchell giorno e notte quindi doveva essere il 2011. Era un periodo in cui mi ero presa una cotta pazzesca per questo ragazzo che mi piaceva da impazzire ma che ovviamente non mi degnava di uno sguardo soprattutto perché abitava a 400 chilometri da me. Ascoltavo l’album Blue a volume indecente piangendo tutte le mie lacrime ma soprattutto scrivendo qualsiasi cosa mi passasse per la testa, la maggior parte improperi sui chilometri e su quanto non fossi abbastanza simpatica durante le nostre telefonate perché scrivere mi veniva meglio che parlare. Sta di fatto che avevo questi taccuini e il mio preferito era quello blu che tanto si abbinava al mio umore e soprattutto che mi aveva regalato lui, il protagonista di questa sbandata apocalittica. Qualche mese fa, ormai quasi vicino l’anno, ho ripreso in mano quelle pagine ed è stato divertente scoprire che fra le tante paturnie c’erano dei passaggi veramente belli, pieni di errori assurdi perché scritti a mano in fretta e furia, ma reali e forti, senza nessun velo a nascondere le mie emozioni. Dagli aneddoti che scrissi traspare tutta la mia iniziale ossessione per Joni e soprattutto per All I want, forse la mia canzone preferita della cantautrice canadese che ancora oggi non riesco ad ascoltare senza far scendere una lacrimuccia. Tutto questo rimembrare il passato è dovuto al fatto che poche settimane fa mi è capitata sotto gli occhi la parola taccuini ed è stato bello constatare come dal diario segreto ai bloc notes improvvisati ho sempre avuto il vizio di tenere tutto nero su bianco, la folle e assurda volontà di scrivere per non dimenticare nulla, negativa o positiva che fosse la mia esperienza appena vissuta. Ma cosa ci tiene così ancorati alle pagine? Cosa ci costringe a tenere vicino a noi una penna con la quale scarabocchiare i nostri pensieri più profondi?

In Bassotuba non c’è (Feltrinelli Editore, 1999) di Paolo Nori c’è un passaggio che dice quanto sia bello “andare in giro con i taccuini”, come gli scrittori antichi e come Čechov. Ed era veramente così: scrittore ma anche medico, il drammaturgo russo teneva un quaderno per scriverci le frasi che gli balzavano nella mente, quelle che gli solleticavano l’animo e che doveva immediatamente intrappolare in una pagina proprio come finirà a fare, tra l’altro, il protagonista di Bassotuba non c’è. “Quando usava una frase in una delle sue opere, la cancellava dal quaderno con dei tratti di penna. Li hanno pubblicati, i quaderni di Čechov: tutte le frasi che erano andate a visitarlo, e che lui non ha mai usato nelle sue opere.” È stato in questo frangente, in compagnia di Paolo Nori, che la mia mente è andata ad aprire quel cassetto della memoria in cui custodisco quelle figure che ho imparato ad amare ma soprattutto ammirare, quelle donne e scrittrici che mi piacerebbe definire muse ispiratrici ma che sostanzialmente ritengo ormai delle amiche dalle quali rifugiarmi nei momenti di panico improvviso. E sapete qual è la peculiarità che le accumuna? Ebbene sì, proprio la stessa passione per i taccuini. Volete sapere chi sono queste first ladies? Due scrittrici pazzesche di cui mi tatuerei il nome sulla fronte a caratteri immensi: Joan Didion e Virginia Woolf.

L’amore per la giornalista e scrittrice originaria della California è quello più recente e che mi accompagna nelle mie letture da poco meno di due anni. È stato grazie a Joan Didion, che ho conosciuto con Prendila così, che mi sono rimessa a scrivere in quadernetti comprati a pochi euro in stazioni o centri città, un’abitudine che dopo la famosa cotta apocalittica avevo scordato e ricoperto di polvere per un breve periodo caratterizzato da viaggi ad Amsterdam e tatuaggi (no, non sono sulla fronte) di cui non mi sono pentita ma che riguardo spesso con tenerezza pensando a quanto ero stata così ingenua. E insomma, Joan Didion, con la sua scrittura, mi ha dato uno scossone bello forte e, soprattutto, lo ha fatto con quel pezzo dal titolo Sul tenere un taccuino, scritto nel 1966 e disponibile ora in una pazzesca raccolta edita da Il Saggiatore, Verso Betlemme. La faccenda, per Joan Didion, è che spesso “dimentichiamo fin troppo in fretta cose che pensavamo non avremmo mai potuto dimenticare”. Diventa quindi indispensabile per la scrittrice “tenersi in contatto”, costruire la propria bussola con la quale orientarsi e soprattutto ritrovarsi. Quelle di questo articolo sono poche pagine che sono subito diventate le mie preferite: Joan Didion sa nascondere fra queste righe tutta l’importanza di annotare qualsiasi piccolo dettaglio, qualsiasi osservazione e qualsiasi telefonata intercettata al bancone di un bar come fosse un esercizio per tenere la mente allenata e soprattutto metterla in gioco, dandole infiniti stimoli sui quali riflettere e, perché no, ispirarsi per dettagli nei suoi scritti.

Poco fa vi dicevo che questa fissa nacque nel 2011: la realtà è che molto probabilmente si concretizzò in quell’anno dopo un lungo cammino iniziato due anni prima con una delle scrittrici che avrebbero cambiato il mio approccio alla lettura (e come stupirsene?). Era l’ultimo anno delle superiori e Virginia Woolf entrava ufficialmente nella top five delle scrittrici che più mi avrebbero insegnato l’amore per la scrittura, quella perfetta e meravigliosa dei romanzi, ma anche quella improvvisata in appunti e fogli svolazzanti. Era il 1953,  l’autrice di Gita al faro e de La signora Dalloway era morta da ormai 12 anni nel modo tragico che The Hours, il film di Stephen Daldry, ci racconta perfettamente. Era il 1953, dicevo, e Leonard Woolf decise di raccogliere in un volume una sezione tratta dai diari della moglie portando in stampa un libro in cui si intrecciano aneddoti, ricordi, considerazioni sulla guerra e confessioni personali ma anche riflessioni sul lavoro di Virginia Woolf e sulla scrittura.

Così veloce si accumula la vita che non ho il tempo di registrare l’ammucchiarsi ugualmente veloce delle riflessioni, che annoto sempre come mi vengono, per inserirle qui.

È in Diario di una scrittrice, in Italia edito da BEAT, che troviamo una Virginia Woolf poliedrica e complessa, un animo turbato e inquieto messo duramente alla prova dalle aspettative della critica e da quella parte di sé che vorrebbe solamente abbandonarsi all’istinto della scrittura, quello fine a se stesso e così liberatorio e purificatorio.

Entrare nelle vite di queste scrittrici attraverso la loro passione per la scrittura, non solo come professione ma soprattutto per amore, è come trascorrere la prima sera di vacanza al mare a guardare le onde infrangersi sulla battigia. È un continuo ripetersi di rumori, inizialmente indecifrabili, ma che attimo dopo attimo paiono diventare parte di te, come se per tutto quel tempo non aveste aspettato altro che capire il moto del mare per lasciarsi trascinare dalle onde sempre più alla deriva. I diari di Virginia Woolf e le parole di Joan Didion hanno avuto lo stesso effetto su di me: è stato come partire con loro, rifugiarsi nei loro pensieri per trovare le stesse preoccupazioni, lo stesso bisogno di condividere con la carta quei ragionamenti così complessi da spiegare a qualcuno.

Da quando mi sono innamorata dei taccuini mi immagino i migliori scrittori come le mie due eroine, tutti presi dal loro quaderno nascosto sotto la giacca o in borsa, mentre passeggiano lungo la riva di un fiume e all’improvviso vengono folgorati da un lampo di genio che subito trascrivono per paura di dimenticarlo. Eppure un quaderno degli appunti potrebbe avere le più svariate funzioni e poi: perché un solo taccuino e non più di uno? È stata Doris Lessing a inculcare nella mia testa queste domande e lo ha fatto con uno dei suoi romanzi più famosi, Il taccuino d’oro. Andato in stampa per la prima volta nel 1962, questo mattoncino di settecento pagine racconta la storia della scrittrice Anna Wulf suddivisa in quattro taccuini di diversi colori, ognuno di essi rappresentativo di una certa area tematica e di un tipo d’esperienza vissuta. Il risultato? La nascita di un romanzo da uno stile postmoderno che ha reso così famoso e apprezzato in tutto il mondo il lavoro di Doris Lessing. Eppure la scrittrice di origini iraniane (nacque a Kermanshah nel 1919, otto anni prima della pubblicazione di Gita al faro di Virginia Woolf!) ha sempre voluto consigliare i temi de’ Il taccuino d’oro e non la sua struttura o il loro modo di essere esposti ed è particolare, infatti, come Doris Lessing voglia far soffermare il lettore su qualsiasi sfumatura dell’animo umano (soprattutto il proprio) attraverso la vita di Anna Wulf che gioca continuamente tra realtà e finzione alternando nei suoi taccuini (nero, rosso, giallo e blu) le proprie passioni e delusioni, i propri credo politici e culturali, le proprie ambizioni e desideri. Una parte importante, però, viene sempre e comunque dedicata ai ricordi. È nei taccuini blu, infatti, che prendono forma i pensieri e i sogni della protagonista andando a creare un vero e proprio diario personale che commenta e integra i fatti che aprono ogni nuova sezione di taccuini e che il lettore ritrova sotto la voce “Donne libere”. Il taccuino d’oro diventa così un libro solo apparentemente complicato in cui la forza di volontà e l’importanza di credere nei propri ideali regnano sovrani e dove, ancora una volta, sono gli appunti personali l’elemento portante e la chiave di lettura di un personaggio dinamico e dai mille risvolti.

Dove ci portano queste donne amanti dello scarabocchiare le pagine a modo loro?

Da nessuna parte probabilmente o forse ovunque. Le loro pagine colme di sogni e desideri sono la prova di come il taccuino fosse per tutte loro la chiave per raggiungere le proprie mete, qualunque esse fossero, un tentativo che cerco ogni giorno di raggiungere con i miei quadernetti colorati ma che più banalmente riesco a riempire solo di domande. Mi piacerebbe pensare, però, che la vera costante del tenere delle memorie sia la necessità di conoscersi, di filtrare le proprie emozioni e analizzarle su un foglio di carta solo in un secondo momento per cercare di comprendere la parte di sé più ingarbugliata.

L’arte del taccuino potrebbe anche essere sopravvalutata: scrivere un pezzo di noi su un foglio di carta non fa di certo dello scrivente un artista tout court eppure c’è da ammettere che quell’amore incondizionato per i quaderni rende tutto molto più affascinante, cambia totalmente l’immaginario del lettore e il modo in cui vede lo scrittore partorire un’opera che amerà. Per me, a distanza di anni, è diventato un riflesso incondizionato tanto da influenzare qualsiasi campo artistico. Un esempio? Mentre rileggo ciò che sto scrivendo ho Joni Mitchell che sta strimpellando la sua chitarra nelle mie orecchie, questa volta a un volume più pacato perché sarà la vecchiaia ma è sempre più grande il bisogno di avere il minor casino possibile intorno a me. L’ascolto mentre canta I wish I had a river so long, I would teach my feet to fly e subito mi vien da chiedermi se anche lei, per le sue canzoni, abbia usato un taccuino o un foglio volante sul quale scarabocchiare l’atmosfera che sta vivendo pochi giorni prima dell’arrivo del Natale. Non faccio in tempo a pormi questa domanda che già me la vedo, Joni, nella penombra della sua camera con la chitarra in una mano e una penna nell’altra mentre scrive e cancella quelle che poi diventeranno le parole di A case of you che se non l’avete ancora capito Blue è un album a dir poco divino e tutte queste note le ritrovate lì, in una quarantina di minuti che vi cambieranno la giornata.

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Leggendo #92 – Stranieri di se stessi

Uscendo ho richiuso la porta e sono rimasto un momento sul pianerottolo, al buio. La casa era calma e dal profondo della tromba delle scale veniva un soffio umido e oscuro. Non sentivo che i colpi del mio sangue che mi ronzava alle orecchie e sono rimasto immobile. Ma nella stanza del vecchio Salamano il cane ha dato un lamento sordo. Nel cuore di quella casa piena di sonno, il gemito è salito lentamente, come un fiore nato dal silenzio.

Conobbi Joni Mitchell nel dicembre del 2011. Dovevo prepararmi per un esame di Estetica dedicato alla Malinconia e scovando tra vari saggi mi ritrovai fra le mani un consiglio di lettura che mai dimenticherò. Si chiama Contro la felicità – Un elogio alla melanconia di Eric G. Wilson. Fra i tanti artisti citati, fra i tanti nomi noti più per le loro opere che per le loro vite e tutti i loro piccoli segreti, c’era proprio Joni e il suo Blue, uno degli album che più gli anni passano e più riesco ad amare alla follia. Ricordo, inoltre, di come la chiave di tutto il saggio fosse la grande possibilità di scovare il meglio del proprio talento (musicale o letterario che sia) nei momenti più difficili della propria vita, quelli che paiono montagne immense o enormi massi lanciati sul cuore. Ne rimasi letteralmente folgorata.

Albert Camus visse sotto il cielo che in quei decenni scrutava dall’alto le due guerre mondiali. Nacque nel 1913 e crebbe fra l’eco delle bombe e  il desiderio di rendere il mondo un posto migliore, grazie soprattutto al suo impegno civile e il suo agire come unica via di fuga contro le ingiustizie e le cattiverie dell’umanità. Il karma (o chi per lui) decise che un incidente stradale avrebbe stroncato la sua vita a soli 47 anni. Quello che ho letto oggi è il suo libro pubblicato nel 1942, Lo straniero (sì, quel libro tanto caro a Liberò, mon Liberò).

E Lo straniero lo lessi in lingua originale molti anni fa, ormai quasi sette, e da quello che capii mi arrabbiai ferocemente con Meursault. “Alzatidicevo – alzati e dì la verità! Non farti scivolare la vita addosso, Meursault: reagisci, arrabbiati, sfogati, liberati, vivi!”. Sono passati sette anni, dicevo, e quella rabbia feroce si è trasformata in aghi appuntiti pronti a sprofondare nei punti più deboli del mio cuore. Meursault vede ma non guarda, semplicemente perché non vuole guardare. Meursault sente ma non ascolta perché ciò che il suo istinto gli suggerisce di fare è non ascoltare. Meursault, probabilmente, non sa nemmeno amare e non perché non gli è mai capitato ma perché semplicemente non ne ha voglia. Meursault è come un automa: nulla lo tocca, tutto scivola sotto di lui andando oltre la sua persona. Meursault, però, si ritrova in una situazione pazzesca tanto che qualcuno direbbe “eppur si muove”. E sapete cosa si muove, finalmente? Lo sapete cosa si agita quando tutto sembra ormai così scontato? Il suo animo.

Quando lessi il paragrafo con il gemito del cane, quelle poche righe che aprono questo girovagare, mi fermai un minuto intero a fissare il vuoto. Quante volte ci sono state anticipazioni che non siamo riusciti a cogliere, quante cose ci passano attraverso per schiantarsi altrove, creando un eco che ci pare di sentire ma che non vogliamo ascoltare.

La cosa più bella de Lo straniero di Albert Camus è che tu ci puoi trovare tutti gli intrecci che vuoi. Nella sostanza, in realtà, non sono poi molti eppure sono la prova che quei momenti difficili dovrebbero essere urlati, messi per iscritto, consegnati alla propria mano o alla propria voce. Proprio come diceva Eric G. Wilson. Albert Camus decide di passare il testimone di Meursault a personaggi minori, a scene parallele che paiono messe lì per caso ma che forse rispecchiano ciò che sta realmente accadendo nell’animo del prigioniero che, voglio credere, non è davvero così impermeabile agli eventi che lo scrittore non rinuncia mai di ambientare meravigliosamente, creando lo specchio dei sentimenti che non si vogliono manifestare.

La mamma diceva spesso che non si è mai completamente infelici. Ero d’accordo con lei e una nuova giornata scivolava nella mia cella.

Io non so cosa avesse in testa Albert Camus quando scrisse Lo straniero. C’era la guerra, c’era la vita perennemente in pericolo. C’era il bisogno di evadere ma si era prigionieri. Ma quanto può essere peggiore la vita quando si è prigionieri di se stessi tanto da non riconoscersi più e vivere completamente distaccati dalla propria persona? Quanto può essere peggiore essere stranieri di se stessi? Io non lo voglio più fare. E ieri, ascoltando questa dal vivo e cantata da una voce altrettanto divina, ho capito che quel vuoto non è più un peso ma semplicemente una leggerezza e che la mia cella, quella maledetta, sta lentamente, e finalmente, andando in frantumi.