Leggendo #139 – Fair Play

Fair Play è il romanzo d’amore più bello che abbia letto negli ultimi mesi, forse anni, e Tove Jansson la scrittrice con l’animo più dolce che si possa immaginare, lei che è la creatrice del mondo dei Mumin e l’autrice di un’opera, Il libro dell’estate, che anni fa non mi diede tutto ciò che mi darebbe rileggendolo ora, il corrispettivo perfetto di quella forza che solo la stagione che ne è protagonista regala ogni anno esclusivamente quando, però, si impara ad amarla.

«(…) Ma cosa avevamo da fare di tanto importante, poi?»
«Il lavoro, probabilmente», suggerì Mari. «E innamorarsi, quello porta via un sacco di tempo. (…)».

Che Fair Play sia stato un colpo di fulmine anche per Ali Smith, l’autrice di L’una e l’altra, non mi stupisce. Come nel famoso romanzo della scrittrice scozzese edito da Edizioni Sur, anche in Fair Play le protagoniste sono due donne, due amiche – amanti con un legame che è tra le cose più meravigliose al mondo perché Jonna e Mari, le protagoniste di questo libro di Tove Jansson portato nelle librerie da Iperborea, sanno vivere e no, non è cosa da tutti.

I grandi cambiamenti comportano sempre grande violenza, è così che funziona, no?

Nelle pagine della scrittrice finlandese, ma appartenente alla minoranza di lingua svedese, non c’è quella continua ossessione di dover dimostrare qualcosa, quella terribile abitudine che tanto ci prende. In Fair Play l’amore non è irruente, non sconvolge e non morde. La relazione fra le due protagoniste è infinita dolcezza e attesa, è un continuo aspettarsi e un’eterna comprensione, tutto ciò che ormai sembra dimenticato da tutti e quasi inesistente.

Tove Jansson, poi, racconta la bellezza del tempo, segmentandolo e raccogliendolo in aneddoti da regalare alle poche ma ricche pagine di questo romanzo – raccolta di racconti.  E il passare dei minuti e delle ore è fondamentale in Fair Play, soprattutto per le protagoniste, ognuna innamorata a modo proprio dei film, delle riprese con la Konica con cui cercano di intrappolare lo scorrere del tempo e, soprattutto, della loro arte che, seppur diversa, condiziona le loro vite in modo simile.

«(…) Jonna, i tuoi film sono fantastici, sono perfetti. Ma lasciarsi coinvolgere come facciamo noi, non sarà un po’ pericoloso?».

Fair Play è un giocare con la realtà, è un voler godersi ogni soffio di vento in una baia in riva al mare, è accettare di prendersi tutto il tempo necessario per vivere fino in fondo i propri sogni, rispettando l’amore e l’amato, scegliendo di vivere bene per far vivere al meglio chi sta al nostro fianco.

ColorTime – Ilford 400

Come una fotografia di un tempo, come le punte degli alberi che giocano nel cielo, come Jonna e Mari che nei loro silenzi e nella loro quotidianità parlano di tutto l’amore che si può provare, quello vero, quello che scalda il cuore come una tisana bollente davanti a un caminetto acceso.

Di chi parte per non tornare mai.

Era venerdì. La settimana pareva finita e c’era la voglia di andare ovunque o sufficientemente lontano da casa, da lavoro, da se stessi. Su Finzioni Magazine c’era un mio nuovo pezzo che parlava di personaggi di libri che come te vogliono partire ma che diversamente da te non tornano mai. Beati loro? Punti di vista. Io grazie a loro viaggio 365 giorni l’anno e più che non tornare mi assento proprio del tutto. Buon weekend, ovunque andrai con la tua testa.13782181_10209951256967800_6549715005743659587_n

Quando arriva il primo sole, e per primo sole intendo quello che spacca le pietre, che sommerge Milano di afa e nella metro comincia a diventare veramente difficile respirare a pieni polmoni, quando arriva questo primo sole, dicevo, io con la mente parto ma nel senso che proprio mi ci vuole un attimo per capire che dalla realtà mi stanno chiamando, che io sto davanti al pc ma non faccio nulla, fisso lo schermo e con la testa sono ovunque meno che qui. Il bello di leggere, per me, è sempre stato l’aiuto che i libri mi hanno dato in queste situazioni, cominciando da quella meraviglia di Alain De Botton, L’arte di viaggiare (Guanda), che mi ha insegnato che andarsene via con la testa è più che legittimo, anzi, proprio una necessità quando luglio è ormai vicino ma le ferie no, quelle rimangono un miraggio.

Perché poi, non è il solo viaggiare con la mente: i protagonisti dei libri viaggiano davvero. Il più delle volte prendono le prime cose che capitano sotto il loro naso e se ne vanno senza poi, però, fare mai realmente ritorno. Perché chi viaggia, chi viaggia davvero, cambia totalmente e di tornare non se ne parla. E le destinazioni, beh, quelle sono pressoché infinite.

L’America

Scontato ma non troppo se non fosse che alla fine è successo anche alla piccola protagonista di Alla deriva di Bryan Lee O’Malley (Rizzoli Lizard) quando si è ritrovata a fare un viaggio in auto attraversando la California, un qualcosa che è perlopiù malinconia e paura di crescere, che durante l’adolescenza è forse l’unico vero ed immenso timore. Eppure capita fin troppe volte che l’America diventi la nazione in cui crescere, dove questo non significa necessariamente prendere centimetri e chilogrammi ma soprattutto cambiare, rivoluzionarsi, diventare persone nuove. Alcuni esempi? Mario Soldati nel suo America Primo Amore (Sellerio). Lo ammetto: non sarò mai veramente oggettiva con queste trecento pagine fatte di andate e ritorni, di volontà di trasferirsi in un paese straniero ma con la paura di non trovare la vera casa, la home così differente da house come solo l’inglese sa trasmettere.

“Laggiù si sognava la patria, come dalla patria si sognava l’estero.”

Perché poi, il problema, è proprio questo, un po’ come quello di chi ha i capelli lisci e li vorrebbe ricci e viceversa. Non si sa più da che parte si vive, ci si ritrova in un paese dove è difficile capire chi si è realmente, se la persona che sta vivendo l’America o quella che vorrebbe tornare a casa, dalla famiglia o semplicemente fra le proprie mura. Ed è proprio questo il dilemma che vive Eilis a partire dal 1952, quando salpa dall’Irlanda per arrivare a New York, a Brooklyn, cuore di tutta la storia tanto da diventare il titolo dell’opera di Colm Tóibín edito da Bompiani e portato al cinema da John Crowley, con la sceneggiatura di Nick Hornby, in una trasposizione cinematografica fin troppo fedele e splendidamente bellissima. Senza fare troppo spoiler, la dolce protagonista si ritroverà a scegliere fra l’amore, il primo vero amore nato dall’incontro con un giovane idraulico di origini italiane, e la casa, quella in Irlanda, quella dove la madre l’aspetta per aiutarla a superare un terribile imprevisto. Ma anche qui: dove è casa? Dove sta il limite fra vecchio e nuovo? Quale parte di cuore bisogna ascoltare? Eilis si ritroverà a dover scegliere, a dover decidere se rimanere legata alla ragazzina irlandese nascosta dentro di sé o alla giovane donna che è cresciuta in America, affrontando novità e cambiamenti completamente sola. Inutile dire quale parte del suo animo vincerà: fin troppo semplice intuire come la vita ti sorprende.

E queste scelte non sono solo di Eilis ma di un’ intera generazione di migranti che da diversi stati dell’America latina hanno deciso di cercare fortuna negli Stati Uniti. Sto parlando di Anche noi l’America di Cristina Henríquez (NNEditore) i cui protagonisti si sono trasferiti dal Messico, dal Panama, dal Porto Rico, dal Paraguay e dal Venezuela per sfidare la sorte, per rincorrere la felicità in un paese il cui solo nome è sinonimo di nuova vita, di nuove opportunità, di nuove speranze. Un po’ come nelle storie raccolte da Paolo Cognetti in New York Stories (Einaudi) dove uomini e donne di ogni età sono pronti a cambiare radicalmente vita per darsi una nuova occasione nonostante tutte le avversità perché come dice il giovane milanese nella sua beve introduzione ai racconti scelti

“Nessuno al mondo è così solo come chi è solo a New York.”

Ma c’è dell’altro.

Perché nonostante l’America sia la meta preferita da chi scappa dalla propria patria, c’è anche chi va contro corrente e dagli Stati Uniti decide di scappare lontano da ciò che è casa, lavoro, obblighi e routine. Succede a Elyria, la protagonista di Nessuno scompare davvero, opera di Catherine Lacey e portato in Italia da Edizioni Sur.

“(…) prendiamo decisioni in base a meccanismi interiori che dipendono poco o niente dalla nostra volontà di attivarli (…)”

Perché alla fine chi è davvero a decidere per noi se non qualcosa che sta sotto la nostra pelle e che possiamo solo tentare di immaginare? Elyria lascia il marito e la propria vita per andare in Australia a cercare non sa bene nemmeno lei cosa, portando con sé Mrs Bridge di Evan S. Connell (Einaudi), un libro che forse è la chiave di tutto il suo girovagare o forse un vero e proprio escamotage da parte di Catherine Lacey per nascondere il vero motivo che porta una giovane donna a scegliere di prendersi una pausa da qualsiasi cosa ottenuta fino a quel momento dalla propria vita.

Poi ovviamente c’è anche chi prende la parola viaggio fin troppo seriamente, prepara uno zaino con quelle poche cose di cui parlavo alcuni paragrafi fa e sceglie di attraversare zone del mondo il cui territorio è fin troppo impervio. Non parlerò del protagonista principale di Nelle terre estreme di Jon Krakauer (Villard), conosciuto ai più per l’arcinota trasposizione cinematografica, ma di una giovane donna alla deriva che decide di attraversare pezzi di America dalle più disperate temperature semplicemente sola con se stessa. Sto parlando di Wild. Una storia selvaggia e di avventura di Cheryl Strayed, anche questa un’opera resa nota dal cinema ma che leggerla, ve lo garantisco, è tutto un altro paio di maniche. C’è la fatica quotidiana, quella del proprio corpo, che si scontra con la difficoltà di tenere la propria mente lucida, pronta a reagire a qualsiasi tipo di imprevisto e pericolo, quello vero, che se sbagli qualcosa rimani senz’acqua nel deserto e sopravvivere, lì, diventa fin troppo complicato.

E poi c’è l’Europa.

Perché il viaggio, ovviamente, non è solo oltreoceano. Nella nostra Europa il valore del girovagare ha preso importanza soprattutto nel periodo dei Grand Tour, i lunghi viaggi dei giovani ricchi aristocratici che a partire dal XVII secolo cominciarono a gironzolare per il vecchio continente con lo scopo di perfezionare il proprio sapere perché viaggiare, giustamente, è anche imparare. Non parlerò di opere come Viaggio in Italia di Goethe (Oscar Mondadori) perché preferisco passare ai giorni nostri, alla bellezza di quella parte d’Europa che ancora non è così nota a molti perché nascosta da anni di storia terribili che hanno trovato pace solo negli ultimi decenni. Sto parlando di quei paesi a nord est e in particolare a quelli raccontati da Jan Brokken in Anime Baltiche (Iperborea), un’opera che tra gli scaffali ho trovato nella sezione critica letteraria ma che per me potrebbe stare nelle raccolte di racconti più meravigliosi di sempre. Lo scrittore ma soprattutto viaggiatore di origini olandesi si sofferma sulle vite di personaggi importanti vissuti fra la Lettonia, la Lituana e l’Estonia per poi intrecciarle alla loro storia la vita di persone comuni e di luoghi magici che nonostante la Storia, quella che detta legge e dittature, hanno saputo sopravvivere salvando la propria bellezza.

Viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è la via più breve per arrivare a se stessi.”

Ed è con queste parole di Jan Brokken che ritorno alla realtà, lascio i personaggi di libri che ho amato al viaggio e al non ritorno a casa, non di certo con la loro mente, per partire anche io mentre scrivo dalla mia nuova e improvvisata camera dicendomi che le ferie saranno anche belle e desiderate ma io ho la fortuna di viaggiare sempre, 365 giorni all’anno, ogni volta che prendo una nave per New York con una giovane irlandese o decido di traslocare dal Puerto Rico agli Stati Uniti.

Bon voyage, les amis lecteurs!

Leggendo #125 – Anime Baltiche

Pensavo fosse romanzo invece era critica letteraria.

Anime Baltiche di Jan Brokken potrebbe riassumersi semplicemente così. Le pagine dello scrittore e viaggiatore olandese che mi hanno rubato il cuore sono un insieme di storie e di vite che io manco ci avevo pensato che quella era tutta realtà: l’intreccio, la maestria nel raccontare le vicende, i personaggi così incredibilmente sconosciuti ma che hanno toccato la notorietà in un modo delicato ma profondo mi hanno portato altrove, nella letteratura più raffinata che mi sono ritrovata a leggere negli ultimi mesi. Anime Baltiche è una poesia, è un libro edito da Iperborea che in libreria lo si trova nella sezione critica letteraria ma che per me può benissimo finire fra i migliori romanzi del Novecento o, ancora meglio, in una raccolta di racconti da gustarsi nascosti in camera, lontano dall’afa e dagli ombrelloni.

FullSizeRenderE io starei qui a raccontarvi tutte le meraviglie che si trovano fra le pagine di Jan Brokken ma è veramente impossibile riuscire a trasmettere la scorrevolezza e la calma dello scrittore che con un linguaggio semplice ma mai banale descrive un mondo totalmente distante dal nostro, qualcosa di veramente unico e particolare da non trovare paragone. Sono le storie, poi, a rendere unico e delicato Anime Baltiche, le storie di chi si è ritrovato a vivere gli anni più bui e crudeli del secolo scorso, quelli che i manuali di storia hanno cercato di nascondere sotto il tappeto, come si fa con la polvere, e sono le vite, inoltre, a raccontare tutto ciò attraverso le parole del viaggiatore – scrittore che utilizza i propri personaggi per portare il passato nel presente.

Quello che ho amato moltissimo di questo libro, infatti, oltre alle vite di Gary Romain, alla tele di Rothko e ai più valorosi ribelli, è lo spirito di Jan Brokken che, emozionato ed entusiasta, va alla ricerca di un’Europa vicina ma lontana. Ho amato la volontà dell’autore di capire e descrivere un popolo partendo da un qualcosa che non sempre viene analizzato ovvero dal modo in cui la storia plasma e raffina comportamenti e modi di accogliere. A caratterizzare il lavoro di Jan Brokken, così, è la voglia di comprendere l’animo dei locali ma soprattutto le persone, quello che pensano e provano. Con questi presupposti, raccontare vite altrui non è più scrivere solo biografie ma costruire scenari in cui far muovere i prescelti come personaggi dentro a un romanzo, è far pulsare ogni sentimento sulla carta e renderlo reale, vivido, così concreto da sembrare finzione. E non mi stupisce che tutto ciò avvenga viaggiando, quando la mente è libera, quando si è pronti a vivere qualsiasi avventura, disposti a inciampare in qualsiasi imprevisto e vivere nuove vite, nuovi mondi, nuovi avventure.

Perché viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è sempre la via più breve per arrivare a se stessi.

E Jan Brokken, questo, lo sa molto bene.