Leggendo #160 – La carne di Emma Glass

Questo articolo è stato pubblicato su Cosebelle Magazine.


C’era una volta la parola comfortable

Le infinite possibilità delle parole sono troppo spesso sottovalutate e così tutto il mondo della traduzione. Prendete per esempio la parola comfortable. Piccola e rotonda, comfortable significa comodo, confortevole ma esprime anche, e soprattutto, quella sensazione di sentirsi a proprio agio, nei propri panni, una percezione che in italiano si descriverebbe con un giro di parole incredibile. In inglese, invece, è sufficiente un termine per esternare quella sensazione troppo spesso dimenticata e davvero poco presente nella vita, quantomeno in quella di chi si aspetta sempre un parere altrui. Il motivo di questa premessa? Un anticipo di quello che ci ha raccontato Emma Glass che ha utilizzato proprio la parola comfortable per descrivere il suo modo di scrivere, di avvicinare le parole fra loro per dare vita al suo primo romanzo, Peach, in Italia La carne. Edito da Il Saggiatore e tradotto da Franca Cavagnoli, il primo romanzo di questa giovane infermiera pediatrica è un fulmine a ciel sereno, una fiaba – incubo decisamente reale e quasi una sinfonia di parole che aggrovigliandosi fra loro raccontano una violenza e un percorso verso lo spolpamento.

Cosa è La carne

Peach, una pesca, viene aggredita da una salsiccia. Non dice niente a nessuno, torna a casa perdendo pezzi di sé che tenta di ricucire da sola, seduta sul pavimento del bagno con ago e filo in mano. Una metafora? Non necessariamente. Ogni ferita è una lacerazione, un continuo tentativo di dimenticare quella sensazione terribile che cresce nel ventre, quel guscio freddo e così diverso dall’esterno da rendere tutto necessariamente viscerale. Emma Glass non racconta una storia, non necessariamente appunto. Ne’ La carne si gioca soprattutto con le parole, con la loro musicalità, con il loro effetto e potere di esporre conseguenze, disgusti e profondi squarci. Come le macchie di grasso di una salsiccia lasciate sul vetro di una tavola calda e Peach che le vede e ne rimane terrorizzata, La carne racconta un incubo a occhi aperti che ritorna per essere rivissuto infinite altre volte.

Quello di Emma Glass non vuole essere un horror, non di certo quel genere inseguito spesso dai ragazzini durante l’adolescenza – Emma inclusa. Quello della scrittrice non è un amore per il macabro ma semplicemente quella parte di sentimento che non viene facile raccontare. È trasformare le parole in musica, farsi ispirare da sillabe che vanno a braccetto e farsi guidare dal loro suono, dalla naturalezza con cui le parole si trovano, componendo frasi, paragrafi e, nel caso di Emma Glass, anche capitoli, che in La carne si sono inseguiti per dieci anni.

E dieci anni è un arco temporale discretamente breve ma incredibilmente lungo, in cui però Emma Glass ha continuato a rileggere ad alta voce le sue frasi, per cercarne il suono migliore, non la storia ma la musicalità composta da frasi brevi, concise, tronche. Nella letteratura lo chiamano flusso di coscienza, io lo vorrei definire infinite possibilità delle parole di raccontare.

Non posso crescere. Non posso contenere la benché minima anima. In questo nocciolo me ne starò. In questo nocciolo me ne starò. In questo. In questo. Nocciolo.

Scrivere mentre il tempo passa

La carne, così, è diventato col tempo un centinaio di pagine e poco più, paragrafi che non vogliono essere criticati nel senso letterario del termine, come quando si studia letteratura e ogni frase viene ripresa per essere diagnostica, neanche avesse una malattia nella quale cercare il significato più recondito per avvicinarsi sempre più alla vera essenza dell’essere. Dai primi studi di letteratura, poi abbandonati, Emma Glass ha imparato che le parole, per lei, sono suoni, non interpretazioni. E ciò ha ancora più senso in La carne  perché scrivere una storia in un decennio può significare tantissime cose, può sembrare l’inizio di qualcosa fatto per gioco e ritrovarsi poi a darsi scadenze giornaliere, con una coinquilina che ti regala dolcetti per ogni paragrafo scritto. Questa può essere la storia di tanti e in particolare di Emma Glass, viso dolce e animo forte.

La carne è un libro femminista?

Emma Glass se ne è accorta solo ora, quando il libro è già nelle librerie, che la sua protagonista può essere un’eroina del nuovo mondo. Il suo scrivere di Peach è stato necessariamente un modo per liberarsi da qualcosa, di raccontare il corpo, composto dalle sue parti più tenere e crude. L’accostamento con il cibo ha permesso di scegliere un linguaggio più diretto e spontaneo, forse ispirato anche dalla naturalezza con cui si esprimono i bambini con cui ogni giorno la scrittrice trascorre le sue giornate al lavoro e di cui ammira l’immediatezza. E la pesca, per la sua morbidezza e il guscio all’interno, è un frutto dagli infiniti connotati, tali da renderla la protagonista perfetta di questa storia.

Tutto ok? Sembri distratta. Sto bene, grazie, è solo che non mi piace la pelle, scribacchio sotto le sue zampe di gallina. Poi lui mi scrive Ma perché se la tua è così bella, e io divento rossa perché sono enorme e faccio schifo e lui non lo vede.

Come leggere La Carne

Sarà naturale cominciare a leggere La carne cercando metafore, rincorrendo i capitoli cercando il significato più nascosto e sperduto. Vi ritroverete poi, a fine lettura, a convincervi che non c’era bisogno di trovare tutti quegli infiniti significati: a volte le cose sono esattamente come le si leggono.

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Leggendo #154 – Epopea Americana

“Sentirsi soli ci fa diventare più deboli. Essere soli ci dà autonomia e potere” (I paesaggi perduti – Romanzo di formazione di una scrittrice).

Joyce Carol Oates l’ho conosciuta così, un po’ per caso, e come tutte le conseguenze del fato si è trasformato in un amore folle fatto di libri e pagine e paragrafi e frasi che continuo a rileggere e cercare qua e là. Il pezzo che segue, pubblicato su Finzioni, è nato dopo quasi mille pagine lette tutte d’un fiato, dopo la lettura di due romanzi che hanno sancito, senza che me ne accorgessi, la voglia di continuare a inseguire quella cosa che freme dentro e non riesco a smettere di fare. Joyce Carol Oates, così, è diventata la mia seconda Joan Didion.

Quante voci può avere uno scrittore? Quanti stili e quante infinite parole possono nascondersi in romanzi che vanno a comporre le opere più rappresentative di una penna che diventa simbolo di una generazione e di un periodo storico? Sono queste alcune domande che nascono spontaneamente durante la lettura dei primi due dei quattro volumi che compongono Epopea Americana di Joyce Carol Oates, editi da il Saggiatore. Osservazioni che si fanno strada e trovano posto nella testa di chi legge, mentre  centinaia di pagine scorrono davanti ai suoi occhi portando alla luce personaggi e voci che si ingarbugliano fino a comporre due romanzi, Il giardino delle delizie e I ricchi, che paiono due porte per due galassie, differenti ma parte dello stesso meraviglioso universo composto da paragrafi indimenticabili di una scrittrice ancora da scoprire.

Joyce Carol Oates ha 29 anni quando negli Stati Uniti, nel 1967, viene pubblicato per la prima volta Il giardino delle delizie, e 30 quando nel 1968 arriva nelle librerie I ricchi. L’indagare sull’età dell’autrice fa parte di un processo che incuriosisce sempre, è un modo per costruire mondi di condizionali dove ci si immagina di poter scrivere pagine simili a quelle appena lette alla stessa età dell’autrice; immaginarla seduta davanti a una scrivania alla stessa età in cui noi, ancora, stiamo cercando di capire quali sogni inseguire. E citare i sogni è una conseguenza spontanea dopo la lettura di questi primi due volumi perché Epopea Americana ha molto a che vedere con il mondo onirico, più per la sua concezione che per i contenuti. Alla base di tutti e quattro i volumi, infatti, c’è il desiderio dell’autrice di criticare quel tipo di cultura e valori che soprattutto negli anni Sessanta venivano rincorsi per raggiungere l’apice del Sogno americano, quello stereotipo di felicità agognato da tutti ma da pochi effettivamente vissuto. Un tentativo (spoiler: riuscito perfettamente) di immaginare sensazioni e paure vissute in uno spazio-tempo ben preciso, costruendo pagine con uno scopo definito che Joyce Carol Oates raggiunge con una carica estasiante, tipica della penna giovane pronta a farsi guidare dal turbinio di parole.
E ad aprire le danze di Epopea Americana ci sono questi due libri, Il giardino delle delizie e I ricchi, con storie e personaggi diversi che hanno come comune denominatore la principale caratteristica di chi viveva gli anni Sessanta in America: l’instabilità. Perché i veri protagonisti di questo migliaio di pagine sono il continuo viaggiare e spostarsi dei suoi personaggi, la loro intensa e incredibile disponibilità a lottare ogni giorno contro gli imprevisti e il domani.

Il giardino delle delizie

Anzitutto, Il giardino delle delizie che leggiamo oggi non è lo stesso del 1967. Quella proposta da il Saggiatore è una riscrittura degli anni Duemila, quando dopo più di trent’anni Joyce Carol Oates decide di rimettere mano alle voci di personaggi incredibilmente complessi. Tra le pagine del primo volume di Epopea Americana, infatti, si nascondono i racconti di Carleton, Lowry e Swan, voci maschili attraverso le quali il lettore incontra Clara, prima alla sua nascita, poi nella sua adolescenza e infine nella sua vecchiaia.
Figlia di due contadini, la figura femminile de’ Il giardino delle delizie rappresenta l’America rurale violenta e maschilista, il tentativo di evasione e fuga dal provincialismo. Una giovane donna che vuole trovare se stessa soprattutto in chi incontra lungo la sua strada, dimostrando ogni giorno cosa è capace di raggiungere con la sua ostinazione. Ma dopo tante fatiche, quando si diventa realmente cittadini d’America? E quando si smette di essere considerati “gente di provincia”? Clara sin dall’infanzia precocemente terminata si pone in modo insistentemente queste domande mentre attorno a lei ruotano personaggi unici nel loro genere ma rappresentativi di diverse classi sociali degli anni Sessanta, dai contadini più umili e poveri a chi cerca di arricchirsi improvvisandosi imprenditore.

Una particolarità di questo romanzo è il voler tornare incessantemente a raccontare la gioventù, ogni volta con un differente punto di vista grazie alla scelta di voci narrative diverse ma sempre poco distanti dall’età adulta, in quel limbo che si vive quando ancora non si è grandi ma l’infanzia e l’adolescenza sono già dietro l’angolo. Il giardino delle delizie, dopotutto, è un libro in cui i personaggi si definiscono e si modificano, proprio come accade nella giovinezza, quando ancora le idee non sono  così chiare e si cerca la via per la maturità a tentativi.

Le mappe le insegnavano una cosa stupefacente: non aveva importanza dove si trovava, c’era sempre un modo per arrivare dall’altra parte, c’erano delle linee che l’avrebbero condotta, incrociandosi e accavallandosi, doveva semplicemente capire come.

Il risultato della ricerca della felicità di Clara sono pagine che rimangono impresse nella mente del lettore e si divorano con la stessa foga con cui si vivono le notti di fine estate. Una rincorsa alla vita, tanto che al lettore pare quasi di intravedere, fra le pagine di questo libro, una Joyce Carol Oates già malinconica, una  scrittrice che mentre scrive pare già di sentire nostalgia di questi primi personaggi divinamente delineati, i primi di una lunga serie e ai quali ha voluto enfatizzare emozioni e sentimenti in una seconda stesura più di trent’anni dopo.

I ricchi

C’è qualcosa di incredibile nel passaggio dal primo al secondo volume di Epopea Americana. Terminata la lettura de’ Il giardino delle delizie, con I ricchi si entra in nuovo mondo, talmente estraneo al precedente che per tutta la durata del romanzo a stento ci si rende conto di leggere un libro di cui si è chiusa da poco l’ultima pagina di un’altra opera dello stesso autore.

Tutto il secondo volume dell’Epopea Americana è un continuo esercizio stilistico. La voce narrante è sempre in prima persona e i molti aneddoti si susseguono fra le pagine sempre più veloci, tanto da dare l’impressione che i paragrafi siano nati dal desiderio di giocare a fare lo scrittore, narrando le vicende con lo scopo di diventare un intrattenitore per i lettori e farli naufragare fra le vicende del protagonista. Questa caratteristica rimanda immediatamente a un altro romanzo di Joyce Carol Oates: Jack deve morire (il Saggiatore, 2016). A caratterizzare entrambe le opere è lo stesso folle e illogico casino che è l’animo umano, perennemente spinto nella terribile ricerca della verità. Il gioco più strepitoso creato dalla penna di Joyce Carol Oates è proprio questo inverosimile e continuo scherzo fra ciò che pare finzione e ciò che invece viene considerato dal lettore un fatto concreto, una trappola nella più grande trappola creata dalle sue mani per confondere chi si trova nel suo libro e farlo giocare con l’irrealtà dei fatti.

Protagonista de’ I ricchi è soprattutto la doppia faccia, l’ipocrisia che già si intuisce dall’ironia del titolo. I protagonisti di questo romanzo non sono i veri ricchi ma quella che si potrebbe definire una classe borghese, di chi decide di vivere nella parte di periferia non destinata al degrado bensì a essere chiamata sobborgo, arricchita da ville stratosferiche e macchine nuove parcheggiate nei vialetti. In un contesto di falsità e apparenza, Joyce Carol Oates dà voce a una mente che è un labirinto di incomprensioni, raccontando il decadimento morale, i rancori e gli odi di un ragazzino che si sente un “personaggio secondario” nella vita della madre e che vuole a tutti i costi riconquistare la scena.

Come possiamo sapere di quali folli atti siamo vittime? Di quante operazioni a cuore aperto? Di quali occulti interventi al cervello fra le mura di casa? Possiamo fidarci dei nostri ricordi benevoli, della nostra asfittica bontà che vuole ricordare solo il meglio dei nostri genitori, che allontana i brutti pensieri?

I ricchi è un romanzo a suo modo violento, è la dimostrazione di come si possa raccontare la parte più oscura dell’uomo, di ciò che si cela nella sua mente e dell’esasperazione dei sentimenti.

Due libri diversi eppure così vicini

Ad accomunare i primi due romanzi dell’Epopea Americana è soprattutto la ferocia della scrittura di Joyce Carol Oates, conseguenza di un approccio alla creatività ancora da scoprire.

L’esperienza di stesura del Giardino delle delizie nel 1965-66 è stata molto simile alla stesura dei Ricchi, un anno dopo: era come se avessi cosparso di benzina tutto quello che mi circondava e avessi acceso un fiammifero, e le fiamme che ne sono follemente scaturite erano, in qualche modo, il combustile del romanzo e il romanzo stesso.
(Joyce Carol Oates)

Dalla lettura dei due volumi si respira tutta l’ansia e l’angoscia della scrittrice nel voler raccontare ogni sfumatura dell’animo umano, le debolezze e le preoccupazioni che caratterizzano diverse età e professioni. Quella di Joyce Carol Oates è una mente forse folle ma ugualmente razionale, è una voce che sa come scavare negli abissi più profondi della mente umana analizzando e interpretando ogni piccolo pensiero e ragionamento. Stili diversi e contesti apparentemente lontani compongono un puzzle sociale vivido e reale, un mix di emozioni e sentimenti personali che diventano il riflesso di un qualcosa di più grande e collettivo.

Sensazioni, impressioni e istinti non hanno filtri per una giovane scrittrice che non ha avuto paura di affrontare i temi più delicati, caratteristici di un periodo storico vissuto e osservato, facendosi trascinare dalle parole e dalla foga di narrare la realtà, cruda così com’è.

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Merry Christmas, Joan Didion.

Questa speciale lettera a Babbo Natale  è stata scritta e pubblicata in occasione dell’Avvento letterario di Impressions Chosen From Another Time.

Joan Didion and John Gregory Dunne, Trancas, California, March 1972

Caro Babbo Natale,

Ti scrivo mentre sono nella Miami degli anni Ottanta, mentre voglio lottare per un bene comune che non si trova mai, figuriamoci quando di mezzo ci sono ricconi e affari da infiniti zeri. Ti scrivo dall’ennesima città che non ho mai visitato, dall’ennesima parte di America che lei, la mia scrittrice del cuore, ha descritto con tanto fervore da rimanermi impressa nel cuore e nella mente come se fossi stata davvero lì, al suo fianco, a discutere di società e architettura come facce della stessa medaglia.

Il fatto è che, caro Babbo Natale, per questo 25 dicembre voglio un regalo speciale, specialissimo, perché la lista di libri e fumetti che troverai qua sotto non è per me ma per la donna più speciale che ha reso questi ultimi due anni più belli, più veri, più vissuti. Lei si chiama Joan Didion ed è forse la donna più magnifica che io abbia mai letto.Se il colpo di fulmine è avvenuto con Prendila così, l’amore è sbocciato con le raccolte dei suoi scritti giornalistici, quelli che si trovano in Verso Betlemme. Scritti 1961-1968 e The White Album e che raccontano gli anni Sessanta e Settanta di una Joan Didion sempre presente in ciò che narra, di una penna che sembra una bambina curiosa che non sa resistere al desiderio di voler sondare tutti i terreni, dalla politica alla cultura passando alle infrastrutture e alle città che visita e vive nella sua vita, dalla Sacramento abbandonata in gioventù, alla New York degli anni più vividi.

A Joan Didion, sempre in balia di quel dilemma casa o non casa, tornare o restare, vorrei, caro Babbo Natale, che tu le regalassi Anche noi l’America di Cristina Henríquez, un libro che ha come protagonisti solo personaggi forti e coraggiosi, dei cuor di leone che inseguono il proprio sogno americano senza timore, senza spaventarsi del cambiamento e della difficoltà di inserirsi in una realtà diversa dalla propria. La Joan Didion che ha studiato e analizzato Miami nell’omonimo romanzo l’apprezzerebbe molto.

Vorrei poi, caro Babbo Natale, che tu regalassi a Joan Didion quella bellezza infinita di America primo amore di Mario Soldati (Sellerio) perché vorrei ricordarle che il suo paese è un posto stupendo e la sua paura di viverlo pure, che partire è facile ma tornare non lo è mai e chi più di un esule obbligato come Soldati può raccontarglielo?

Ma un grande viaggio intrapreso sui vent’anni, un’emigrazione interrotta, conferisce al paese straniero che abbiamo abbandonato una lontananza religiosa, un’estraneità piena di stupori. E di viaggi ne sa anche Cyril Pedrosa che con le linee ingarbugliate del suo Portugal (Bao Publishing) ci trascina in un viaggio che è soprattutto una crescita interiore, il desiderio di scoprirsi che è lo stesso di Joan Didion, di lei, così insicura, tanto da ricevere, come regalo di compleanno da parte di suo marito, John Gregory Dunne, la lettura di un passaggio di un suo romanzo senza sapere, poi, che quello sarebbe stato l’ultimo dono del compagno di una vita intera. Un presagio, forse, che lascerà ceneri dalle quali nascerà L’anno del pensiero magico, un inno al dolore da far perdere al lettore qualsiasi riferimento alla realtà e il desiderio di sedersi al fianco di Joan Didion, senza necessariamente stringerle la mano perché a volte è sufficiente la presenza, sapere che qualcuno, anche se non lo si vede, è proprio lì.

Perché insomma, scrittrice, giornalista e saggista: lei è davvero tutto. Joan Didion è la donna che origlia conversazioni e le trasforma in riflessioni, è la voce che non si stanca di parlare, è la bellezza della scrittura che vuole sempre crescere e migliorarsi senza mai scordare di indagare le emozioni per trasformare le parole in mondi intensi ma spesso anche laceranti. A lei, così attaccata alla vita, vorrei che tu, Babbo Natale, regalassi anche Bisogno di libertàdi Björn Larsson (Iperborea), un saggio – biografia che è una continua lode alla ricerca della propria felicità perché chissà se anche Joan Didion, in tutti questi anni in cui si è costruita quella corazza incredibile, non abbia sognato, ogni tanto, di naufragare lontano da tutto.

Caro Babbo Natale, nel 2017 Joan Didion porterà nelle librerie un nuovo capolavoro. Io lo so che sarà meraviglioso e per questo ti chiedo di lasciarle anche un poco di biscotti e soprattutto tanto gelato, che scrivere è faticoso e gli zuccheri non sono mai abbastanza. Non dirle che sono da parte mia, dille che è solo un piccolo grazie per quelle infinite parole che mi lasciano senza fiato ogni volta che apro un suo libro e che mi fanno sognare e mi convincono ogni giorno a continuare a provare e riprovare a inseguire i miei sogni.

Merry Christmas, Joan Didion.

Leggendo #130 – Run River

Avete presente quelle scene nei film in cui il protagonista ha la pistola in mano e all’improvviso preme il grilletto e il proiettile parte e la telecamera si sofferma proprio su questo dettaglio, sceglie di mettere a fuoco la pallottola e lo fa a rallentatore, seguendone il percorso per arrivare, frame dopo frame, al corpo di quella che sarà la vittima? Ecco, Run River, il primo romanzo di Joan Didion da pochi mesi nelle librerie grazie a Il Saggiatore, è proprio questo: un proiettile a rallentatore, un romanzo lungo un eterno sparo.

Voleva restare e voleva essere altrove.

Siamo in California, la terra di Joan Didion. Siamo Martha, la protagonista che un giorno potrebbe diventare Marìa di Prendila così, ma siamo più spaventate e soprattutto circondate da molti più personaggi tanto che la scrittrice americana pare, per la prima volta, non sapere quali far parlare fra loro. Ed è giusto così perché questo, appunto, è il primo romanzo di Joan Didion, scritto nel 1963, e completamente intriso di casa, di quella sensazione che si ha quando si sta cambiando aria ma si vorrebbe restare nelle proprie quattro mura, al sicuro.

“Non è nessuno. Alle volte io non voglio sposare nessuno. Ci sono pomeriggio in cui sono sdraiata sul letto e la luce filtra dalle persiane, e penso che non vorrei mai lasciare camera mia.”

Run River, poi, con i suoi personaggi è soprattutto tutto ciò che verrà della scrittura di Joan Didion. Ancora non ci sono la profondità e le forte emozioni nascoste fra le righe de’ L’anno del pensiero magico ma ci sono tutti i presupposti di una scrittura destinata a evolversi, a crescere, a maturare e diventare quella di una scrittrice pazzesca che come poche sa destreggiarsi sia nella narrativa che nella saggistica. Le atmosfere e i dialoghi si alternano sullo sfondo di una città calda e così vivida che pare di viverla davvero sulla propria pelle in quest’estate milanese passata sui mezzi pubblici a leggere di una terra solo relativamente lontana mentre il sole brucia la pelle di Everett come brucia la mia.

IMG_9121Essere innamorata di Joan Didion, lo ammetto, rende tutto un poco più confusionario perché è l’entusiasmo a leggere queste pagine, il desiderio di rintracciare fra i paragrafi ogni piccolo dettaglio che porta a quella che è diventata, ormai, una delle mie scrittrici preferite. È che leggere Run River è anche voler scoprire come si diventa così immense, come si riescono a trasformare parole in mondi vividi e laceranti, i personaggi in persone che con i loro problemi e le loro preoccupazioni diventano praticamente reali perché nel mondo di Joan Didion son sempre loro, gli uomini e le donne, a scrivere il romanzo con le loro vite e, soprattutto, con il loro mondo racchiuso nella loro mente e che la scrittrice americana riesce a portare su carta in un modo strabiliante.

L’unica cosa reale era stato lo sparo e lo sentiva ancora, aprirsi una breccia attraverso gli anni passati, vorticando nell’oscurità tra i giochi di quando erano bambini e quelli a cui giocavano ora, tra la bambina che era stata e qualsiasi cosa fosse diventata, seduta sulla sedia da ricamo, sapendo che lui non le avrebbe lasciato risolvere la situazione.
Lasciami fare. Che cosa sta tutto quanto? tutte le promesse non mantenute, le delusioni d’amore e d’onore; (…)

Il ricordo di Run River, anche a distanza di giorni e settimane, sarà questo lunghissimo sparo, sarà una notte d’estate con le finestre aperte, mentre si aspetta di spegnere la luce sul comodino che a malapena illumina un quarto di stanza. Sarà un mondo tutto da scoprire e che continuerà a rimanere ignoto perché dentro la nostra testa, purtroppo (o fortunatamente), ci siamo solo noi.

Leggendo 127 – Jack deve morire

Questa settimana sono stata iniziata a due tipi di droga che a modo loro mi hanno creato una certa dipendenza o comunque un disagio esistenziale nel momento in cui mi sono dovuta distaccare da una delle due. La prima, in ordine sparso, si chiama Pokemon Go e smettetela di fare quelli snob: è una figata pazzesca se non fosse che mi ha tradito dopo neanche 24 ore prendendo la scusa di un certo server senza in realtà avere il coraggio di dirmi sin da subito che ero semplicemente troppo tediosa – sarebbe bastata un poco di sincerità, caro mio, sei proprio come tutti gli altri. L’altra droga, invece, è una certa Joyce Carol Oates, una scrittrice che mi ha fatto litigare con tutti i passeggeri della linea 90 di Milano perché io chiedevo solo di sedermi per poter leggere in solitudine isolandomi con i miei auricolari e invece ogni giorno loro stavano a pigiarmi contro l’uscita che manco in una scatoletta di sardine si sarebbe stati così stretti: un incubo, giuro. Però lei, la Oates, è rimasta lì ad aspettarmi e questo da parte sua è stato molto dolce: d’altronde è una donna, nessuno se ne stupisce.

Allontanandomi da questo incipit che i più secchioni commenterebbero arricciando il naso perché sacro e profano non andrebbero mai messi nello stesso paragrafo (e cari miei, il sacro qui è ovviamente Pokemon Go), cerco di abbandonare questo tono ironico provocato da una certa cosa che vorrei scrivere sul mondo dell’editoria ma che son certa mi farebbe litigare con molta gente e quindi tergiverso. Insomma, tornando al presente mi vorrei lanciare nella descrizione di quel bellissimo libro che è Jack deve morire e, soprattutto, di quello stile assurdo di una scrittrice di cui si parla ancora troppo poco ma che ha un talento eccezionale e una bravura fuori dagli schemi e una mente folle ma razionale, di quelle che scavano negli abissi più profondi della mente umana analizzando ogni piccolo pensiero e ragionamento.

FullSizeRenderPotrei dirvi tante cose della trama di Jack deve morire ma ormai sapete fin troppo bene che non mi piace anticipare cose meravigliose che potreste semplicemente trovare nelle pagine. Quello di cui voglio parlarvi, invece, è di come scrittrici con più di cento opere alle spalle rimangano spesso nell’ombra in un paese come il nostro e di come romanzi così brillanti non vengano commentati, raccontati o chiacchierati. Jack deve morire è proprio uno di questi e di cose da dire sul suo conto ce ne sarebbero davvero fin troppe perché il mio primo romanzo di Joyce Carol Oates ha qualcosa dell’incredibile. Cercando di descriverlo con altri libri, Jack deve morire può essere definito un mix tra un Dottor Jekyll e Mr Hyde di R. L. Stevenson e un quadro alla Dorian Gray dipinto da Oscar Wilde, il tutto, però, rivisitato in chiave moderna (c’è pur sempre una Jaguar in questo romanzo) ma con lo stesso concetto che sta alla base di tutti i grandi classici: quel folle e illogico casino che è l’animo umano.

E non vorrei essere banale e tornare su temi che trattano soprattutto di tentativi di salvare le persone (sì, Tobiko docet) ma quello che traspare dalle pagine della scrittrice statunitense è quasi una terribile ricerca della verità, un bivio che si crea nella testa di un protagonista solo apparentemente forte ma che sin dalle prime pagine iniziamo a conoscere completamente frammentato mentre si prepara a vivere in un terribile limbo che lo trascina in un baratro con la conseguente sensazione di essersi tuffati da un trampolino da un’altezza pericolosa dove un passo falso (o qualsiasi altro movimento inopportuno) diventa mortale. Jack deve morire è tutte queste cose e Joyce Carol Oates una scrittrice pazzesca che alla prima pagina del romanzo già mi ero pentita di non averla incontrata prima.

Portato in Italia da Il Saggiatore, Jack deve morire ti lancia al centro della storia in pochi paragrafi, ti trascina subito in un vortice di ansia e incredulità dove l’unico modo per uscirne è rimanere attaccati alle pagine il più tempo possibile, cercando di capire il prima possibile cosa sta per accadere senza mai davvero essere certi della realtà. Perché il gioco più bello creato dalla penna di Joyce Carol Oates è proprio questo inverosimile scherzo fra ciò che pare finzione e ciò che invece viene considerato dal lettore un fatto concreto, una trappola nella più grande trappola creata dalle mani della scrittrice per confondere il lettore e lasciarlo senza parole.

Non credo abbiate bisogno di altre considerazioni per prendere fra le mani un’opera di Joyce Carol Oates. Paragonata a una droga come Pokemon Go, quando sacro e profano sono ormai l’uno e l’altro e viceversa, romanzi come Jack deve morire sono la prova che c’è ancora chi vuole comprendere tutte le paure più terrificanti dell’uomo, tutti i segreti non detti per poi aprirsi a un mondo nuovo dove potersi sentire più leggeri, per capire chi si è e cosa si vuole ma soprattutto per affrontarci, santo cielo, e finalmente ognuno prendere coscienza di sé per accettarci come siamo e quindi finalmente capire come agire, qualsiasi evento estremo ciò precluda.

Conoscetevi e reagite: nulla di migliore potrà capitarvi.

Leggendo #105 – Innamorarsi di Joan Didion

In anni e anni di letture non mi sono mai scelta una penna preferita. Ho dei libri che mi hanno toccato maggiormente il cuore e degli scrittori che trovo molto vicino ai miei gusti – forse perché provati dalle mie stesse esperienze (vedesi Mario Soldati con America Primo Amore Fuga in Italia) – ma una figura fissa proprio non riesco a imprimerla nella mente. Rimangono tante piccole ancore tra cui, sicuramente, quella gran donna e scrittrice di nome Joan Didion. Dopo Prendila così e L’anno del pensiero magico, ho voluto raccontare su Finzioni quelle due raccolte meravigliose che sono Verso Betlemme e The White Album. Sono paragrafi a cui tengo molto, per differenti e personali motivi, tanto da non voler rinunciare a trasportare quelle parole anche qui. È un articolo lungo in cui ho cercato di far trasparire tutto l’amore e la passione per la scrittura che Joan Didion mi ha trasmesso con le sue pagine e i suoi taccuini: spero tanto possa arrivare anche a voi.

 

 

Joan Didion non indossava mai l’orologio.

Joan Didion non aveva mai con sé l’orologio. Nulla di assurdo ai tempi nostri, abituati come siamo a vedere il tempo scandito da orologi digitali che stanno sempre nelle nostre tasche o negli angoli degli schermi sui quali lavoriamo più di otto ore al giorno e che ci ricordano sempre in che momento della giornata siamo. Ma quando Joan Didion non portava mai con sé l’orologio erano gli anni Sessanta e Settanta, e se di giorno si poteva chiedere l’ora a qualcuno per strada, la sera ci si ritrovava nella propria stanza di un motel a lavorare sul pezzo da dover consegnare il giorno dopo, senza sapere l’esatto attimo temporale in cui si viveva. È conoscendo questo aneddoto che vorrei immaginare la Joan Didion dei saggi raccolti inVerso Betlemme e in The White Album con i capelli arruffati, che non vuole richiedere alla reception che ore sono e che quindi si rimette a testa bassa sulla propria macchina da scrivere, immergendosi nel suo lavoro come se non ci fosse né spazio né tempo, tanto che nel silenzio della stanza, invece delle lancette dell’orologio, sono i ticchettii della sua macchina da scrivere a scandire il tempo. Inutile aggiungere che è di questa Joan Didion che mi sono subito innamorata.

9788842814818 4f69640f10baa007152a36c0f70e85cb 392x550 Joan Didion non indossava mai lorologioRaccontare ciò che si nasconde nelle raccolte di scritti editi da Il Saggiatore non è facile perché i temi affrontati dalla scrittrice californiana sono pressoché infiniti. Una certezza però l’abbiamo ed è una verità palese: Joan Didion è sempre presente in ciò che racconta. Non è mai esterna, non è mai indifferente. In tutto ciò che accade intorno a lei, e che finisce nero su bianco, c’è una sua sfumatura ed è grazie a questa sua particolare caratteristica che nei suoi scritti possiamo trovare pensieri e pareri personali uniti a opinioni che non sono mai sfrontate ma libere e leggere, come se fossero solo un piccolo ma importante dettaglio a incorniciare le storie e gli spazi che la giornalista vuole narrare. Perché Joan Didion è perfetta in ogni contesto, perché, come rivela lei stessa, “in gonna, body, e calze, passavo l’esame in tutti gli ambienti della cultura”. Mi sono innamorata della Didion del New Yorker e del New York Review of Books perché mi ricorda una bambina in un mondo di grandi e come ogni bambina non ha freni, non ha vergogna, racconta il suo stato fisico e mentale, la sua particolare indole forse un poco nevrotica, come se fosse un fatto di cronaca, uno dei tanti avvenuti nell’America degli anni Sessanta e di cui ha voluto scrivere. E Joan Didion questo lo sa, sa benissimo di non riuscire a rimanere indifferente a ciò che scrive e lo spiega nella premessa di Verso Betlemme quando svela che “qualunque cosa io scriva riflette, a volte in modo gratuito, quello che penso”. Leggere Verso Betlemme e The White Album sembra quasi una caccia al tesoro al pensiero della scrittrice e giornalista californiana.

Mi sono innamorata di Joan Didion, poi, perché è curiosa da morire, proprio come la bambina di cui parlavamo poco fa. Leggi Verso Betlemme e The White album e vieni catapultato in infiniti mondi: come è possibile che un’autrice possa scrivere del California Department of Transportation e dei matrimoni improvvisati a Las Vegas con lo stesso fervore e interesse? E particolare attenzione è rivolta soprattutto alla California, al desiderio di raccontare la terra d’origine, come se per Joan Didion fosse una necessità sottolineare la propria appartenenza a un luogo, come se attraverso le storie del proprio territorio potesse lasciare altre tracce di sé. E non la si biasima, perché il segreto di tutto ciò sta forse in un passo di “Osservazioni di una figlia nativa”  (1965 – in Verso Betlemme), dove Joan Didion trascrive una conversazione avvenuta fra la propria madre e una signora molto anziana di Sacramento, una donna che aveva le idee molto chiare sull’appartenere a un luogo.

“Quel ragazzo Johnston non ha mai concluso gran che” disse. Mia madre protestò timidamente: Alva Johnston, disse, aveva vinto il Pulitzer quando lavorava per il New York Times. La nostra ospite ci guardò impassibile. “Non ha mai concluso niente qui a Sacramento” disse.

Sembra quasi che il suo voler menzionare la California sia un modo per scusarsi di averla abbondata per New York durante gli anni della propria gioventù, quando volò dalla parte opposta dell’America per iniziare ufficialmente la carriera da giornalista.

Negli scritti di Joan Didion, però, ci sono anche l’amore per i luoghi che ha visitato più volte come dimostra in “Nelle Isole” (1969/77 – in The White Album) narrando di vari punti delle Hawaii in modo nostalgico ma affettuoso, senza tralasciare tutte le emozioni provate in riva all’oceano Pacifico alla fine degli anni Sessanta, quando la vita era più difficile e in ogni pezzo di carta sentiva la necessità di descrivere la propria identità.

Voglio che capiate esattamente chi vi trovate di fronte: vi trovate di fronte a una donna che ormai da qualche tempo si sente radicalmente distaccata dalla maggior parte delle idee che sembrano interessare agli altri. Vi trovate di fronte a una donna che lungo il percorso ha smarrito qualunque barlume di fiducia abbia mai avuto nel contratto sociale, nel principio di miglioramento, in tutto il grandioso sistema dell’impresa umana.

the white album 397x550 Joan Didion non indossava mai lorologioE i luoghi che ama, Joan Didion, li descrive con un fervore tutto suo. La Bogotá che tratteggia in The White Album è la sua Bogotá, una Bogotá che nessun’altro potrà vedere e vivere nonostante l’articolo comprenda ampie descrizioni sul passato della città colombiana: ancora una volta la voce della scrittrice si insinua fra le righe, in modo educato ma lasciando un segno. E i luoghi hanno un forte valore anche nella letteratura: nelle raccolte edite da Il Saggiatore, infatti, c’è anche l’amore e la passione di Joan Didion per il mondo dei libri e dei territori in essi descritti come se si innamorasse di quegli spazi “soprattutto perché qualcuno ne ha scritto”.

Joan Didion è dentro a ogni storia che scrive, a ogni frammento di vita reale che vuole riportare nero su bianco per renderlo indelebile o forse, mi piacerebbe pensare, per rendere incancellabile il suo pensiero e per sentirsi più reale, più viva. Da un decennio all’altro, da Verso Betlemme a The White Album, si nota una certa maturazione che non sfocia mai nella presunzione ma sempre nell’entusiasmo, il vero protagonista di tutti i suoi scritti giornalistici insieme alla voglia di conoscere e sapere.

Nel mio cuore rimarrà soprattutto “Sul tenere un taccuino” (1966 – in Verso Betlemme), in cui Joan Didion sottolinea l’importanza di “tenersi in contatto” perché “dimentichiamo fin troppo in fretta cose che pensavamo non avremmo mai potuto dimenticare”.  Sono pagine delicate in cui la scrittrice manifesta la necessità di annotare qualsiasi piccolo dettaglio accaduto nella propria giornata: osservazioni, riflessioni, piccole epifanie e stralci di conversazioni origliate. Sono piccolezze, forse, ma aiutano a delineare e definire una figura così complessa e poliedrica come Joan Didion, una donna, nel mio immaginario, che è la summa di tutti questi episodi svelati da lei stessa nelle sue raccolte, un insieme di dettagli che la rendono sempre più speciale e particolare. Mi piacerebbe tanto immaginare che quando nella stanza di Joan Didion non si sente più il ticchettio della macchina da scrivere è perché il taccuino del momento ha attirato la sua attenzione: sfogliarlo, per la scrittrice, è come rivivere le giornate trascorse, ritrovare le insicurezze che l’han fatta incespicare in un determinato momento ma soprattutto un modo per prendere coraggio da esse, dai propri appunti e dai propri vagheggiamenti su ciò che sogna e desidera. Ed è anche, e soprattutto, di questa Joan Didion che mi sono innamorata.

Leggendo #101 – L’anno del pensiero magico

Il libro che aveva in mano era uno dei miei romanzi (..).
La sequenza che lesse ad alta voce era (..) complicata (..). “Accidenti” mi disse John quando chiuse il libro. “Non venirmi mai più a raccontare che non sai scrivere. Ecco il mio dono per il tuo compleanno.”
Ricordo che mi vennero le lacrime agli occhi.
Le sento ancor oggi.
Retrospettivamente, questo era stato il mio presagio, il mio messaggio, la prima nevicata, il regalo per il mio compleanno che nessun altro avrebbe potuto farmi.
Gli restavano da vivere venticinque notti.

Ho pianto per il 95% del tempo che ho impiegato a leggere L’anno del pensiero magico di Joan Didion. In questi giorni, s/fortunatamente, ho un problema a un occhio quindi è stato facile giustificarsi in famiglia, da genitori che da cinque giorni mi vedono seduta sul divano a tentare di leggere con un occhio solo e piangere come quando ci si sveglia la mattina di Natale e si scopre che non ci sono regali da aprire. E ho pianto tantissimo perché L’anno del pensiero magico ha così tanto amore nelle sue pagine che proprio non mi capacitavo di come non potesse arrivare quel Ritorno tanto aspettato, quello che avrebbe trasformato tutto il passato prossimo in un incubo e riportato la felicità fra le mura di casa. Ma John Gregory Dunne non sarebbe più tornato, mai più.

La vita cambia in fretta.
La vita cambia in un istante.
Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.
Il problema dell’autocommiserazione.

Chi conosce Joan Didion è perché molto probabilmente conosce queste quattro brevi frasi così incisive, così penetranti, le uniche che la scrittrice e giornalista californiana riuscì a scrivere in quei primi mesi così difficili, difficilissimi, dopo la scomparsa del compagno di una vita. De L’anno del pensiero magico si è parlato così tanto, sicuramente più di quanto si sia parlato delle opere di narrativa – tra cui quel viaggio dal titolo Prendila così – eppure quando si chiude l’ultima pagina si sente la necessità di parlarne, di scriverne, perché proprio non ci si sente pronti ad abbandonare questo libro proprio come Joan Didion non si sentì pronta a terminarne la stesura: senza John sempre pronto a rileggere e curare le sue bozze, chi avrebbe riletto queste sue pagine per consigliarla e guidarla?

Nei momenti difficili, mi era stato insegnato fin dall’infanzia, leggi, impara, datti da fare, rivolgiti alla letteratura. Essere informati significa non perdere il controllo.

Nelle pagine de L’anno del pensiero magico c’è tanta letteratura e altrettante descrizioni estrapolate da testi scientifici. Ciò perché per un anno intero Joan Didion tentò di trovare risposte e motivazioni alla sua perdita in ogni pezzo di carta, in ogni piccolo ricordo antecedente a quella sera del 30 dicembre 2003 che doveva provare a ricordare, come se fosse stata alla ricerca di un’anticipazione che non era riuscita a cogliere in quell’autunno del 2003 ma che col senno di poi avrebbe dovuto comprendere per prepararsi all’accaduto. Ma ha davvero tanta importanza sapere se suo marito era già morto prima dell’arrivo dell’ambulanza o se la sua vita finì al pronto soccorso dell’ospedale? E cosa provò lui? Ebbe il tempo di pensare a cosa gli stava accadendo? Rispondere a queste domande diventa vitale per Joan Didion: per mettersi il cuore in pace, per accettarlo, per smettere di piangere perché quando qualcuno se ne va si rimane soli ed è solo con se stessi che ci si ritrova a fare a pugni.

Siamo esseri umani imperfetti, consapevoli di quella mortalità anche quando la respingiamo, traditi proprio dalla nostra complessità, e così schizzati che quando piangiamo chi abbiamo perduto piangiamo anche, nel bene e nel male, noi stessi. Come eravamo. Come non siamo più.
Come un giorno non saremo affatto.

Ed è cercando una risposta a tutto il suo male che Joan Didion, probabilmente senza rendersene conto, descrive la storia di un amore lungo una vita, una relazione meravigliosa alla quale il lettore si lega, si sente coinvolto fino a quasi provare invidia in quel legame così forte che faceva prendere aerei per cenare insieme e che cresceva in giornate trascorse in studi separati, ognuno impegnato nei propri scritti, ma con la porta sempre aperta per lasciare all’altro la possibilità di entrare e chiedere un conforto, un aiuto, un sostegno indispensabile.

A distanza di un anno dalla morte, Joan Didion pare convincersi che un ritorno non è possibile, che le scarpe del marito non sono più necessarie e che la vita è davvero cambiata. Se ne convince perché continua a ripetere fra sé e sé le parole e i modi di dire che John gli sussurrò nell’orecchio per una vita intera.

Dovevi sentirla cambiare, la marea. E dovevi abbandonarti al cambiamento.