Leggendo #147 – Il sapore perfetto

La vacanza inizia quando ci si tuffa nelle pagine dei luoghi che si vedranno, quando le onde del mare cominciano a rincorrersi fra i paragrafi e il profumo del cibo a invadere ogni parola che richiama una terra di profumi e sapori speciali. Santander, e soprattutto Gijón, non sono davvero così lontani: sono già qui, ne’ Il sapore perfetto, il romanzo di José Manuel Fajardo edito da Guanda che racchiude in meno di trecento pagine l’amore per una terra, la Spagna, e il desiderio di viaggiare per scoprire tutto ciò che potrebbe trasformarsi in casa.

Mancano quasi due mesi alla vacanza on the road nel nord della Spagna che è tutto quello per cui ogni giorno faccio respiri profondi e spargo entusiasmo eppure con Il sapore perfetto mi sembra già di essere nelle Asturie, a cercare l’abbinamento perfetto fra il piatto di pesce fresco e il vino che lo accompagnerà. Omar, da Gijón, ha vagato per mari, fino al Messico, per poi arrivare a Parigi, la ville lumière, per trovare in fette d’arancia tutto l’amore che si può provare. Dall’infanzia all’età adulta, Il sapore perfetto è la continua ricerca dell’istante più vivo, del significato più nascosto di ogni piccolo gesto. È la rincorsa alla felicità, quella vera, fatta di sincerità e soprattutto genuinità, elementi che Omar pare rincorrere per tutta la sua vita in ogni angolo del mondo.

E il viaggio inizia sin da bambino, in un eterno duello combattuto dai genitori e in cui Omar si ritrova continuamente, ogni giorno, spinto in alcuni momenti a diventare tutto ciò che era suo padre ma poi, improvvisamente, a prendere come persona di riferimento la figura forse più forte e determinata che abbia mai conosciuto: sua madre.

Il sapore perfetto si legge d’un fiato: è una parentesi in attesa delle prossime vacanze e di una settimana distante dalla quotidianità. E la voglia di vivere leggeri.

– CometK35

Di chi parte per non tornare mai.

Era venerdì. La settimana pareva finita e c’era la voglia di andare ovunque o sufficientemente lontano da casa, da lavoro, da se stessi. Su Finzioni Magazine c’era un mio nuovo pezzo che parlava di personaggi di libri che come te vogliono partire ma che diversamente da te non tornano mai. Beati loro? Punti di vista. Io grazie a loro viaggio 365 giorni l’anno e più che non tornare mi assento proprio del tutto. Buon weekend, ovunque andrai con la tua testa.13782181_10209951256967800_6549715005743659587_n

Quando arriva il primo sole, e per primo sole intendo quello che spacca le pietre, che sommerge Milano di afa e nella metro comincia a diventare veramente difficile respirare a pieni polmoni, quando arriva questo primo sole, dicevo, io con la mente parto ma nel senso che proprio mi ci vuole un attimo per capire che dalla realtà mi stanno chiamando, che io sto davanti al pc ma non faccio nulla, fisso lo schermo e con la testa sono ovunque meno che qui. Il bello di leggere, per me, è sempre stato l’aiuto che i libri mi hanno dato in queste situazioni, cominciando da quella meraviglia di Alain De Botton, L’arte di viaggiare (Guanda), che mi ha insegnato che andarsene via con la testa è più che legittimo, anzi, proprio una necessità quando luglio è ormai vicino ma le ferie no, quelle rimangono un miraggio.

Perché poi, non è il solo viaggiare con la mente: i protagonisti dei libri viaggiano davvero. Il più delle volte prendono le prime cose che capitano sotto il loro naso e se ne vanno senza poi, però, fare mai realmente ritorno. Perché chi viaggia, chi viaggia davvero, cambia totalmente e di tornare non se ne parla. E le destinazioni, beh, quelle sono pressoché infinite.

L’America

Scontato ma non troppo se non fosse che alla fine è successo anche alla piccola protagonista di Alla deriva di Bryan Lee O’Malley (Rizzoli Lizard) quando si è ritrovata a fare un viaggio in auto attraversando la California, un qualcosa che è perlopiù malinconia e paura di crescere, che durante l’adolescenza è forse l’unico vero ed immenso timore. Eppure capita fin troppe volte che l’America diventi la nazione in cui crescere, dove questo non significa necessariamente prendere centimetri e chilogrammi ma soprattutto cambiare, rivoluzionarsi, diventare persone nuove. Alcuni esempi? Mario Soldati nel suo America Primo Amore (Sellerio). Lo ammetto: non sarò mai veramente oggettiva con queste trecento pagine fatte di andate e ritorni, di volontà di trasferirsi in un paese straniero ma con la paura di non trovare la vera casa, la home così differente da house come solo l’inglese sa trasmettere.

“Laggiù si sognava la patria, come dalla patria si sognava l’estero.”

Perché poi, il problema, è proprio questo, un po’ come quello di chi ha i capelli lisci e li vorrebbe ricci e viceversa. Non si sa più da che parte si vive, ci si ritrova in un paese dove è difficile capire chi si è realmente, se la persona che sta vivendo l’America o quella che vorrebbe tornare a casa, dalla famiglia o semplicemente fra le proprie mura. Ed è proprio questo il dilemma che vive Eilis a partire dal 1952, quando salpa dall’Irlanda per arrivare a New York, a Brooklyn, cuore di tutta la storia tanto da diventare il titolo dell’opera di Colm Tóibín edito da Bompiani e portato al cinema da John Crowley, con la sceneggiatura di Nick Hornby, in una trasposizione cinematografica fin troppo fedele e splendidamente bellissima. Senza fare troppo spoiler, la dolce protagonista si ritroverà a scegliere fra l’amore, il primo vero amore nato dall’incontro con un giovane idraulico di origini italiane, e la casa, quella in Irlanda, quella dove la madre l’aspetta per aiutarla a superare un terribile imprevisto. Ma anche qui: dove è casa? Dove sta il limite fra vecchio e nuovo? Quale parte di cuore bisogna ascoltare? Eilis si ritroverà a dover scegliere, a dover decidere se rimanere legata alla ragazzina irlandese nascosta dentro di sé o alla giovane donna che è cresciuta in America, affrontando novità e cambiamenti completamente sola. Inutile dire quale parte del suo animo vincerà: fin troppo semplice intuire come la vita ti sorprende.

E queste scelte non sono solo di Eilis ma di un’ intera generazione di migranti che da diversi stati dell’America latina hanno deciso di cercare fortuna negli Stati Uniti. Sto parlando di Anche noi l’America di Cristina Henríquez (NNEditore) i cui protagonisti si sono trasferiti dal Messico, dal Panama, dal Porto Rico, dal Paraguay e dal Venezuela per sfidare la sorte, per rincorrere la felicità in un paese il cui solo nome è sinonimo di nuova vita, di nuove opportunità, di nuove speranze. Un po’ come nelle storie raccolte da Paolo Cognetti in New York Stories (Einaudi) dove uomini e donne di ogni età sono pronti a cambiare radicalmente vita per darsi una nuova occasione nonostante tutte le avversità perché come dice il giovane milanese nella sua beve introduzione ai racconti scelti

“Nessuno al mondo è così solo come chi è solo a New York.”

Ma c’è dell’altro.

Perché nonostante l’America sia la meta preferita da chi scappa dalla propria patria, c’è anche chi va contro corrente e dagli Stati Uniti decide di scappare lontano da ciò che è casa, lavoro, obblighi e routine. Succede a Elyria, la protagonista di Nessuno scompare davvero, opera di Catherine Lacey e portato in Italia da Edizioni Sur.

“(…) prendiamo decisioni in base a meccanismi interiori che dipendono poco o niente dalla nostra volontà di attivarli (…)”

Perché alla fine chi è davvero a decidere per noi se non qualcosa che sta sotto la nostra pelle e che possiamo solo tentare di immaginare? Elyria lascia il marito e la propria vita per andare in Australia a cercare non sa bene nemmeno lei cosa, portando con sé Mrs Bridge di Evan S. Connell (Einaudi), un libro che forse è la chiave di tutto il suo girovagare o forse un vero e proprio escamotage da parte di Catherine Lacey per nascondere il vero motivo che porta una giovane donna a scegliere di prendersi una pausa da qualsiasi cosa ottenuta fino a quel momento dalla propria vita.

Poi ovviamente c’è anche chi prende la parola viaggio fin troppo seriamente, prepara uno zaino con quelle poche cose di cui parlavo alcuni paragrafi fa e sceglie di attraversare zone del mondo il cui territorio è fin troppo impervio. Non parlerò del protagonista principale di Nelle terre estreme di Jon Krakauer (Villard), conosciuto ai più per l’arcinota trasposizione cinematografica, ma di una giovane donna alla deriva che decide di attraversare pezzi di America dalle più disperate temperature semplicemente sola con se stessa. Sto parlando di Wild. Una storia selvaggia e di avventura di Cheryl Strayed, anche questa un’opera resa nota dal cinema ma che leggerla, ve lo garantisco, è tutto un altro paio di maniche. C’è la fatica quotidiana, quella del proprio corpo, che si scontra con la difficoltà di tenere la propria mente lucida, pronta a reagire a qualsiasi tipo di imprevisto e pericolo, quello vero, che se sbagli qualcosa rimani senz’acqua nel deserto e sopravvivere, lì, diventa fin troppo complicato.

E poi c’è l’Europa.

Perché il viaggio, ovviamente, non è solo oltreoceano. Nella nostra Europa il valore del girovagare ha preso importanza soprattutto nel periodo dei Grand Tour, i lunghi viaggi dei giovani ricchi aristocratici che a partire dal XVII secolo cominciarono a gironzolare per il vecchio continente con lo scopo di perfezionare il proprio sapere perché viaggiare, giustamente, è anche imparare. Non parlerò di opere come Viaggio in Italia di Goethe (Oscar Mondadori) perché preferisco passare ai giorni nostri, alla bellezza di quella parte d’Europa che ancora non è così nota a molti perché nascosta da anni di storia terribili che hanno trovato pace solo negli ultimi decenni. Sto parlando di quei paesi a nord est e in particolare a quelli raccontati da Jan Brokken in Anime Baltiche (Iperborea), un’opera che tra gli scaffali ho trovato nella sezione critica letteraria ma che per me potrebbe stare nelle raccolte di racconti più meravigliosi di sempre. Lo scrittore ma soprattutto viaggiatore di origini olandesi si sofferma sulle vite di personaggi importanti vissuti fra la Lettonia, la Lituana e l’Estonia per poi intrecciarle alla loro storia la vita di persone comuni e di luoghi magici che nonostante la Storia, quella che detta legge e dittature, hanno saputo sopravvivere salvando la propria bellezza.

Viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è la via più breve per arrivare a se stessi.”

Ed è con queste parole di Jan Brokken che ritorno alla realtà, lascio i personaggi di libri che ho amato al viaggio e al non ritorno a casa, non di certo con la loro mente, per partire anche io mentre scrivo dalla mia nuova e improvvisata camera dicendomi che le ferie saranno anche belle e desiderate ma io ho la fortuna di viaggiare sempre, 365 giorni all’anno, ogni volta che prendo una nave per New York con una giovane irlandese o decido di traslocare dal Puerto Rico agli Stati Uniti.

Bon voyage, les amis lecteurs!

Leggendo #65 – Patagonia Express: perché Viaggiare non stanca mai

Leggere un diario di viaggio mentre si è in viaggio può sembrare un paradosso ma ancora più assurdo può sembrare quando, volando verso il Nord, si decide di cominciare a leggere del Sud dimostrando così di avere le idee decisamente poco chiare dal momento che poi, colpo di scena, del Sud non mi è mai importato così molto. Eppure con Patagonia Express di Luis Sepúvelda è successo ciò che mai avrei immaginato: quelle distese immense dell’America del Sud hanno cominciato a farsi spazio nella mia immaginazione, come se i posti visitati finora nella mia Irlanda non fossero già abbastanza sconfinati, come se il mio fosse solo l’inizio di un viaggio destinato a non fermarsi mai.

Perché poi, diciamocelo, Patagonia Express non è poi molto di per sé: sono semplicemente degli appunti presi qua e là in una terra sperduta, poche pagine con tante storie diverse, brevi aneddoti che raccontano la vita di una parte del mondo sconosciuta a molti, una regione sterminata e ritenuta ancora, forse, una sorta di territorio mitico, nemico della modernità e della frenesia. Eppure Luis Sepúvelda riesce a smuovere con poche parole tutta la curiosità che si può provare verso un luogo completamente ignoto, riesce a trasportare la lontana Patagonia nella propria stanza, nella propria testa senza rinunciare a pizzicare la voglia di prendere e partire verso l’oscuro per visitare luoghi magici con nature diverse.

Quell’acquazzone minimo cade, bagna la terra che assetata assorbe l’acqua, e quasi subito le nubi svaniscono. Ma questo basta perché in poche ore tutto il deserto si trasformi in un giardino infinito di fiori intensamente rossi. Le rose di Atacama riescono a vivere solo un paio d’ore, poi il sole le brucia e il vento spazza via i petali arsi.

E cosa si nasconde dietro alla voglia di viaggiare di un grande scrittore, amante dei confini del mondo e tutto ciò che li riguarda? Lei, proprio lei: la Letteratura. Perché in ognuno di noi il desiderio di partire e scoprire posti nuovi nasce in modo differente: alcuni per necessità, altri per pura voglia di evasione, altri ancora per dimenticare il Passato (avvisateli però che verranno perseguitati), alcuni semplicemente per istinto. Pochi (ma buoni) grazie ai Maestri dell’infanzia che hanno scolpito Paesi e Regni nella loro immaginazione.

Lessi i suoi formidabili libri di racconti e i suoi romanzi quando ero bambino, e dalla loro lettura nacque il desiderio di viaggiare, di essere una specie di nomade, il prurito alla pianta dei piedi che mi spinge a vedere che diavolo si nasconde dietro l’orizzonte, a sapere come vivono, sentono, amano, odiano, mangiano e bevono, le genti di altre terre.

Patagonia Express è una piccola spinta per svegliarsi, accorgersi di cosa ci stiamo effettivamente perdendo di questo mondo e capire che spesso abbiamo solo bisogno di un piccolo bagaglio perché il più grande, e il più importante, è semplicemente dentro il nostro cuore.

Come ogni volta, mi metto lo zaino in spalla (..)

 

Leggendo #40 – I reportage di viaggio di D. Foster Wallace e Alain de Botton

Tutto cominciò quando per la prima volta incappai in David Foster Wallace e il suo irriverente e delizioso “Una cosa divertente che non farò mai più“. Un incontro esilarante e ironico grazie allo stile cinico, ma beffardo, del bellissimo Wallace (nei miei sogni lui è divino) che si presenta sulla crociera extralusso Nadir senza smoking bensì con una t shirt con disegnato sopra cravattino e gilè. Un’immagine scherzosa ma veritiera di quel giornalista a cui la prestigiosa rivista Harper’s commissionò un reportage sui viaggi 7NC (7 Notti ai Caraibi) e che, più prosaicamente, trasformò un reportage narrativo in un classico dell’umorismo postmoderno, una satira spietata sul divertimento di massa della società americana contemporanea.

Perché, se ancora non l’avete letto, sappiate che tra una risata e l’altra sentirete scorrere nel vostro corpo quel sottile velo di angoscia e ansia tipico del lettore che apre gli occhi sulla propria società e scopre quanto molto sia ancora, e soprattutto, basato sull’apparire. Quasi ce n’eravamo dimenticati, vero? Eppure correva l’anno 1997 ma molto era già percepibile dal comportamento di quei turisti partiti per godersi il meritato “Assolutamente Niente”.

Ma poi arriviamo al 2009 e alla proposta del direttore generale della BAA, l’azienda che gestisce lo scalo londinese di Heathrow, fatta ad Alain de Botton di diventare il primo “scrittore residente” di uno degli aeroporti più importanti del mondo. Ora, con “Una settimana all’aeroporto” io già mi vedevo storie di addii e di ritorni, di abbracci fra le lacrime e di settimane enigmistiche piene di disegnini e scarabocchi. L’opera, invece, pare quasi una brutta copia di “Una cosa divertente che non farò mai più”. Non posso sapere se Alain de Botton abbia letto David Foster Wallace ma l’accostamento è a dir poco inevitabile.

In effetti, non so se de Botton se ne sia accorto ma più che un libro, anche “Una settimana all’aeroporto”, con tutti i suoi scatti rubati qua e là, è un reportage, forse ancora di più di quello di Wallace. A volte cinico, a volte romantico, a volte descrittivo e a volte tecnico, De Botton non riesce a dare al suo lavoro un particolare taglio, una caratteristica che rimanga impressa nel lettore dopo la conclusione dell’opera. È un mix di stereotipi e descrizioni aggrovigliate che lasciano interdetto chi si immaginava idillii e gag fantasiose di questo magico primo “scrittore residente” in aeroporto. Che dire poi dell’introduzione con chiari riferimenti ai depliant di cui Wallace aveva studiato ogni minimo dettaglio sulla Nadir?

Insomma, questo de Botton proprio non ci piace. A lui lasciamo i fantasiosi “L’arte di viaggiare” e il sopraffino “Architettura e felicità” ma vi prego, cari imprenditori, non lasciatelo seduto in una scrivania di qualsiasi luogo pubblico: la passione e l’occhio attento sui minimi particolari e dettagli di uno sguardo, Alain de Botton non lo sa cogliere. Wallace, in compenso, sapeva racchiudere in un’occhiata e in una manciata di righe ciò che gli amici semi – agorafobici pensavano guardando la punta del loro naso. A lui, se solo fosse ancora possibile, il potere di indagare il fascino del Viaggio, dei luoghi delle Partenze e di quelli degli Arrivi.