Leggendo #122 – Anche noi l’America

La vita ti stringe coi suoi tentacoli, ti prende all’amo
il cuore, e di colpo ti svegli come fosse la prima volta
e ti ritrovi in una parte della città dove l’aria
è dolce – col viso rosso, il petto che ansima, lo stomaco
un pianeta, il cuore un pianeta, ogni organo
di per sé un pianeta, e tutto è un meccanismo anche se i pezzi
girano ognuno per sé (..).

In Anche noi l’America di Cristina Henríquez c’è questo estratto di una poesia di Marvin Bell che io non conoscevo perché i versi, nella mia libreria, non vanno molto d’accordo con i miei romanzi ma quando sono belli come questi me li imparo quasi a memoria tanto sono le volte che li leggo e li rileggo. Li amo ancora di più, poi, quando vengono citati in libri talmente stupendi che non riesco nemmeno a scriverne perché sono tantissime le cose che vorrei dire a riguardo.  Spesso, in questi casi, inizio con qualcosa che citano i protagonisti perché troppo difficile dover scegliere con quale passo del libro aprire le danze, con tutti quei passaggi sfolgoranti tali da rendere impossibile la scelta di quello che dovrebbe rappresentare tutto ciò che il libro è. I versi di Marvin Bell, in questa circostanza, sono perfetti: Anche noi l’America racconta la vita, anzi, le vite di tutte quelle persone che si sono ritrovate con gli organi che vivevano di vita propria, con il proprio corpo in uno stato e la testa in un altro, con una sorta di doppia vita, quella vissuta e quella sognata.

Alma, Mayor, Maribel, Arturo, Celia, Rafael, Gustavo, Benny sono alcuni dei personaggi di questo libro: vivono tutti nel Delaware ma nessuno di loro è originario del secondo stato più piccolo degli Stati Uniti perché ognuno di loro proviene dal Messico, dal Panama, dal Porto Rico, dal Paraguay, dal Venezuela. Sono tutte persone che hanno preso i risparmi di una vita, che hanno detto una preghiera e poi sono partiti verso il Nord, verso Los Estados Unidos.

Avevamo impacchettato la nostra vecchia vita e l’avevamo lasciata indietro, poi ci eravamo precipitati verso una nuova esistenza con poche cose, noi stessi e la speranza.

In Anche noi l’America ogni capitolo è una nuova storia, un nuovo racconto di un trasferimento sforzato che fa da cornice a un fil rouge, a una storia dolce ma dolorosa che unisce i destini di Maribel e Mayor. Le vicende narrate da Cristina Henríquez toccano tutte il cuore, sono scelte di vita coraggiose che nascondono la paura di aver sbagliato, la possibilità di aver potuto vivere una vita migliore altrove, la certezza che il presente è l’unica cosa che si possiede. Ci sono dei passi, in Anche noi l’America, che sono attuali come non mai: arrivare in un nuovo paese, dire addio alla propria terra per poi ritrovarsi non accettati, spesso addirittura odiati. È un tema delicato e difficile da affrontare, qualcosa che ho ritrovato in Mario Soldati e in alcuni protagonisti di New York Stories ma che in questo libro meraviglioso, edito da NN Editore, viene approfondito in modo più diretto, da un punto di vista che è quello di chi subisce le conseguenze.

E comunque sì, potete parlare con noi anche in inglese. Scommetto che lo parlo meglio di voi, l’inglese. Nessuno però vuole nemmeno tentare. Noi siamo gli americani invisibili, quelli che a nessuno importa nemmeno di conoscere perché gli hanno detto di avere paura di noi e perché forse, se facessero lo sforzo di conoscerci, si renderebbero conto che non siamo poi così cattivi, e forse addirittura che siamo molto simili a loro. E chi odierebbero, allora? È una cosa fuori di testa. Una cosa molto, molto complicata. Voglio dire, qualcuno forse parla del perché la gente attraversa il confine? Vi giuro che non è per chissà quale ambizione di venire qui a rovinare la vita ai chingaos gringos La gente è disperata, sapete?

FullSizeRenderViene quasi difficile poter aggiungere qualcosa dopo questo paragrafo. I personaggi di Cristina Henríquez sono forti e coraggiosi ma sotto la loro corazza nascondono la paura, l’incertezza, la sensibilità ma soprattutto l’amore. Ed è quel sentimento che nasce e cresce quando si trova negli occhi di chi ci sta vicino la stessa paura che si prova la notte, quando nel buio si lasciano lacrime sulle lenzuola pensando alla vecchia casa, ai vecchi amici, ai parenti lontani. È la sensazione di trovare negli altri la propria storia, che quando le avventure collimano è impossibile non provare empatia, quella che smuove il cuore e ci porta a fare quel passo in più che ci porta così vicino agli altri. È un qualcosa che capita raramente, in un mondo dove la gente sembra avere la storia più triste e inconsolabile del mondo e invece qui, in Anche noi l’America, c’è tutto un amore per i propri simili, per tutti i coraggiosi che hanno fatto della speranza la loro volontà di cambiare e trovare una vita migliore. Ed è un po’ la sensazione che si prova da adolescenti, quando si cresce ma ci si sente diversi dagli altri e si vorrebbe essere capiti, consolati e rassicurati. Quante volte accade ancora oggi a tutti noi? E quante volte non si trova risposta? La potete immaginare la profondità di questa percezione in uno stato diverso dal vostro, a chilometri e chilometri lontano da casa? E cosa succede, poi, quando siete cresciuti in un luogo ma per gli altri rimanete comunque quelli arrivati? Come si sopportano queste vite? Cristina Henríquez racconta tutto ciò e molto di più fino a far diventare Anche noi l’America un mix di storie con protagonista la vita, la paura, la crescita, la morte o, in una sola e immensa parola, il cambiamento. 

Un’altra cosa bella di Anche noi l’America è che il libro non finisce qui. The Unknown Americans Project è un progetto Tumblr che racconta la vita di tutte le persone che un giorno della loro vita si sono svegliate negli Stati Uniti, lontane dalla loro patria e nella quale non hanno più fatto ritorno. Ci sono storie commoventi ma soprattutto le emozioni di un libro che non finisce mai ma continua nella vita di chi non vuole smettere di sognare una vita migliore.

E un’ultima cosa. C’è un video di Cristina Henríquez che ho trovato poco dopo aver terminato il libro. È un video in cui si racconta, dove parla del luogo in cui scrive e della sua vita da scrittrice che tanto ha sognato. Pare una bambina mentre racconta la propria storia, dai suoi occhi e dal tono della sua voce pare quasi incredula di ciò che ha raggiunto. Inutile dire che mi sono subito innamorata di lei e se già avevo amato il libro, ora sarà difficile allontanarsi dalle sue pagine. Il mio primo NN è una vera meraviglia.

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Leggendo #113 – Dove ti porta Shotgun Lovesongs

Ho cercato su Google “Little Wing – Wisconsin”: non ho trovato nulla di concreto se non riferimenti a questo libro, Shotgun Lovesongs. Non ho trovato la foto dei silos della fabbrica abbandonata dove Lee, Kip, Henry e Ronny si trovavano durante l’adolescenza a bere birra guardando il cielo cambiare colore. Fa male, a volte, scoprire che un posto che ti è entrato così facilmente nel cuore non esiste e, peggio ancora, che le persone che ci vivono sono frutto di una fervida immaginazione, in questo caso quella di Nickolas Butler.

La realtà, mentre vi racconto tutto ciò, è che non ho veramente indagato sull’esistenza di Little Wing e mentre vi scrivo, il libro, non l’ho nemmeno terminato. Non so come spiegarvi questa cosa che mi ha preso, è come la malinconia di un luogo che non si è mai visto eppure che senti potrebbe fare per te, un luogo con persone amiche, dove tutti si conoscono e i legami sono più forti di qualsiasi matrimonio finito male o tentativo di evadere dal proprio paese. La mancanza, questo lo posso confermare, viene forse dal fatto che anche io arrivo da un piccolo centro eppure non c’è tutto quello che c’è a Little Wing: ci sono i campi ma non orizzonti lontani, ci sono giardini ma non ci sono cervi, ci sono amicizie ma non sono durature, qui non si invecchia insieme.

Ed è forse questo che più mi sta facendo male in Shotgun Lovesongs: questi legami così solidi, che hanno segreti capaci, però, di non condizionare il presente che con le sue difficoltà è comunque il risultato di scelte ben ponderate e soprattutto di cui i protagonisti non si sono mai pentiti. Riuscirò mai, un giorno, a raggiungere lo stesso equilibrio?

Poi c’è il fatto che sono stato mezzo innamorato di Beth per tutta la vita. Non l’ho mai confessato a nessuno. A dire il vero, fino a quel momento al telefono con lei, non sapevo neanche se lo avessi mai ammesso con me stesso. Ma è vero. O almeno credo che sia vero. Non riesco più a distinguerlo con facilità, a definire la differenza tra amore, solitudine, nostalgia di casa e debolezza. Cosa ne so io dell’amore?

Nickolas Butler ha una prosa meravigliosa, la traduzione di Claudia Durastanti ci trascina fra le pagine senza farci rendere conto del tempo che sta passando, del cielo che anche qui, come a Little Wing, sta cambiando colore. E io in realtà non dovrei ancora parlare di questo libro perché magari fra qualche pagina succede un casino e tutto cambierà ma sono così persa in quest’atmosfera che pare una canzone di Bob Dylan che quasi ho paura di continuare la lettura e perdere questa sensazione, come quando abbiamo davanti a noi un piatto prelibato e cerchiamo di degustarlo una forchettata alla volta nonostante il desiderio di abbuffarcene.

Quando non ho nessun posto dove andare, torno qui. Quando non ho niente, torno qui. Torno qui e dal niente tiro fuori qualcosa. Posso vivere ai limiti della sussistenza; non c’è niente da comprare, nessuno da impressionare. Da queste parti tutto ciò che importa alla gente è la tua etica sul lavoro e la tua gentilezza e la tua competenza. Torno qui e ritrovo la mia voce come qualcosa che mi è scivolato dalle tasche, come un souvenir sepolto a lungo. E ogni volta che ritorno sono circondato da persone che mi amano, che si occupano di me, che mi accolgono sotto una tenda d calore. Qui riesco a sentire le cose, il mondo pulsa in maniera diversa, il silenzio vibra come una corda pizzicata milioni di anni fa; c’è musica tra i pioppi tremuli e gli alberi e le querce e persino tra i campi di mais essiccato. Come fai a spiegarlo a qualcuno? Come fai a spiegarlo a qualcuno che ami? Cosa succede, se poi non capisce?

Shotgun Lovesongs, in realtà, sta toccando tasti dolenti. Si può continuare a cantare una vecchia canzone? Si può continuare con quella a cullare il  proprio cuore, ad agitarlo, a metterlo su binari che non si conoscono per iniziare un viaggio di cui non si conosce la meta? Non si stanca, prima o poi, l’organo più vitale del nostro corpo, di essere sobbalzato di qua e di là? Ma come fare a resistere? Shotgun Lovesongs è il sottofondo perfetto a tutto ciò: è una chitarra strimpellata, una voce profonda che canta di un vecchio amore e di una strada piena di polvere; è un’insieme di voci che parlano di tutti noi, nessuno escluso. 

Vorrei prendere uno di quei furgoncini con il cassone aperto sul retro del veicolo, abbassarne i finestrini, prendere la strada principale e arrivare fino alla riva del lago. Vorrei fermarmi la notte a guardare le stelle in una serata tiepida dove il vento ti accarezza la pelle. Vorrei poi scendere e attraversare il confine del Wisconsin, arrivare nell’Illinois e andare a Chicago. Ho questa sensazione, pur non essendoci mai stata, che Chicago possa fare per me. È un’idea nata tanto tempo fa, quando sognavo di evadere e scappare e andare lontano: un pregio dell’innocente gioventù che mi sento, purtroppo, di aver quasi perso perché dicono che dopo essere partiti la prima volta sia più facile ripartire la seconda e invece è terribilmente complicato, soprattutto quando si è tornati sconfitti.

E io lo capisco, Lee, quando dice che a Little Wing tutti lo amano. È ciò che sente il novello peregrin di Mario Soldati quando si allontana ma poi fa ritorno  a casa dove viene accolto come il figliol prodigo. Ma cosa succede quando non si capisce più dove è casa e dove non lo è? E soprattutto: è la città con la sua frenesia o è la campagna con i suoi ritmi lunghi e ben scanditi?

Domani inizia febbraio e in realtà, per me, una nuova esperienza. Qualsiasi cosa accadrà voglio essere capace di viaggiare con il vento in faccia a scompigliarmi i capelli, con the answer is blowin’ in the wind, con tutti i perché che volano fuori dal finestrino mentre guido a velocità moderata, ammirando il paesaggio intorno composto da alberi, cervi e poco altro.

Leggendo #102 – Fuga in Italia (allontanarsi da sé)

Che cosa speriamo? Non lo sappiamo neanche. Ma speriamo. Basta. È quasi la felicità.

È il 1943 e l’Italia è divisa fra tedeschi e americani. Mario Soldati, con l’amico Agostino, decide di lasciare la capitale e dirigersi verso Sud inseguendo il desiderio di essere liberati. Pochi bagagli, piccoli furti a fin di bene, vagoni pieni di gente con linee ferroviarie semi – interrotte che costringono i fuggitivi a prendere due biciclette per raggiungere la propria meta: chissà se il viaggio avrebbe avuto un altro sapore senza tutto quel pedalare fra le buche lasciate dalle bombe esplose. 

Mario Soldati è entrato per puro caso nelle mie letture ma dopo America Primo Amore non ne vuole proprio sapere di lasciarmi andare: mi tiene ancorata a sé, ai suoi racconti, al suo continuo pensare al passato e guardare al futuro con speranza, sì, ma come se fosse una luce fin troppo piccola in un groviglio di rovi da dover attraversare prima di arrivare là, dove ci spingono i sogni. Fuga in Italia è tutto questo e ancora di più: è un viaggio in un paese devastato dalla guerra e da volti che non si sanno più se amici o nemici.

Vorrei non credergli. Vorrei che gli americani stessero sempre lì per arrivare, e poi non arrivassero mai, mai. (..) Sento che qualcosa, fra qualche momento, quando li vedrò, quando vedrò i primi americani, qualche cosa morirà dentro di me. Morirà la speranza dell’arrivo degli americani, la cosa più bella. Perciò non vorrei scendere, non vorrei vederli. Come quando la sveglia suona, è ora di alzarci, e ci voltiamo dall’altra parte e fingiamo a noi stessi di dormire quasi potessimo così prolungare un bellissimo sogno spezzato, vorrei per qualche istante ancora ribellarmi, non credere all’annunzio di Agostino.

Ma bisogna farsi forza, rinunziare. Bisognare avere il coraggio di sposare quella realtà alla quale ci aveva promesso la nostra fantasia. (…) Andrò  incontro agli americani e cercherò di suscitare, magari di fingere dentro di me lo stesso entusiasmo di quando, a vent’anni, vidi, arrivando a New York la prima volta, levarsi dalle ferme acque al cielo,la giogaia dei candidi grattacieli.

Mario Soldati ha 37 anni quando si ritrova a dover pedalare verso il sud d’Italia: l’America dovrebbe essere un ricordo lontano e invece il viaggio di gioventù torna a riempire i paragrafi più belli di Fuga in Italia. È come se lo scrittore non fosse mai veramente tornato e l’arrivo del paese ospite nel proprio paese d’origine è come sentirsi sottrarsi un pezzetto di sé e vederlo esposto in pubblico, come una parte intima che improvvisamente diventa pubblica: è come perdere un tratto distintivo che fino a quel momento è stato caratteristico di sé e ora è accessibile a tutti.

Leggo da quando sono stata la prima bambina a indovinare la parola scritta dalla maestra alla lavagna per mettere alla prova i nostri miglioramenti in quel lontano novembre del 1996. Da quell’istante non smisi più di lanciarmi nelle pagine di libri e romanzi eppure, in tutti questi anni, non mi è mai capitato di trovare il mio scrittore preferito, quella figura quasi materna da seguire e prendere da esempio tanto da invidiare sempre chi sapeva rispondere subito alla domanda più odiata da tutti i lettori: chi è il tuo scrittore preferito?

Ancora oggi continuo ad avere solo le mie preferenze, quelle pagine più delicate e più simili a me e quindi più facili da tenere nel cuore. Scoprire Mario Soldati, però, ha cambiato qualcosa, qualcosa di molto profondo: è stato come trovare un amico, una persona con tantissime curiosità e interessi come me che non ha mai esitato, non ha mai avuto paura di lanciarsi in nuove sfide. È una bella sensazione, una bellissima prova di come letteratura sia trovare un rifugio, qualcuno pronto ad ascoltare quella parte di te che nessuno saprebbe davvero ascoltare e che tu, purtroppo, nemmeno sapresti spiegare.