Leggendo #157 – Nel paese dei mostri selvaggi

Questo articolo è stato pubblicato su Salt Editions.


Quando gli sconti Adelphi chiamano Salt Editions risponde soprattutto quando si tratta di libri belli (e illustrati!) che arrivano direttamente da infanzie degli anni Sessanta. Era il 1963, infatti, quando Harper & Row pubblicò Where the Wild Things Are (Where the Wild Horses Areinizialmente), una storia narrata e illustrata dallo statunitense Maurice Sendak. Arrivato otto anni dopo anche in Italia, nel 1968, Nel Paese dei Mostri Selvaggi torna sugli scaffali delle librerie italiane grazie ad Adelphi, in un’edizione tutta nuova e speciale, da sfogliare ogni giorno alla ricerca di nuovi dettagli.

Protagonista di questa storia a colori è Max, un bambino a cui non piace stare tranquillo, che preferisce indossare il suo costume da lupo e giocare per casa combinando pasticci, talmente tanti da essere ripreso dalla madre. A Max, però, non piace essere sgridato tanto che, alla madre, preferisce rispondere a tono.

“Selvaggio!” gridò la mamma. “E allora ti mangio!” urlò Max. Così fu spedito a letto senza cena.

E cosa succede al piccolo protagonista quando si ritira nella propria stanza? Le quattro mura diventano una giungla in cui un intero mondo decide di entrare. E Max, di conseguenza, decide così di scappare, di salire sulla piccola barca della sua fantasia e navigare lontano fino a raggiungere il paese che dà il nome all’intera opera. Un’avventura straordinaria, quella di Max, ma che trova in questi passaggi, la risposta a tono alla madre e la fuga come reazione alla punizione, molte cause della duplice critica all’albo di Maurice Sendak. In effetti, diversi gruppi di genitori degli anni Sessanta avanzarono dei giudizi negativi sulle reazioni da ribelle del piccolo Max, etichettandoli come comportamenti mancanti di rispetto e un cattivo esempio per la prole sessantina. Fortunatamente, però – e a buon ragione – altrettante mamme e papà ne lodarono l’insegnamento positivo, la possibilità di trasformare in maniera produttiva la propria rabbia facendo giocare ed esplodere la fantasia del bambino in un mondo irreale ma affascinante e concreto. Non è un caso, forse, se nell’anno di uscita, 1963, Where the Wild Things are vinse il premio Caldecott Medal come miglior libro illustrato americano dell’anno andando a mettere l’accento su un’opera la cui chiusa è un ritorno alle origini, neanche fosse un Peter Pan a lieto fine con una presa di coscienza finale che dimostra l’importanza di imparare dai propri errori.

Ma come sono questi mostri di cui Max diventa addirittura re? Sono colorati, sono definiti in ogni dettaglio e sono soprattutto legati alla tradizione yiddish, proprio come Maurice Sendak che per illustrare queste creature selvagge prese ispirazione dai propri parenti e dai loro comportamenti bizzarri. Ne nasce un albo dalle tonalità più scure eppure vivide, un mondo tutto nuovo per i più piccoli che se lo ritrovano tra le mani e un modo per riscoprire quel lato ribelle che ogni bambino ha che i grandi, spesso, dimenticano. 

Nel paese dei mostri selvaggi è un libro (e diverse trasposizioni cinematografiche tra cui quella indimenticabile del 2009 con la voce di Karen O) che fa tornare all’infanzia, che solletica la voglia di vivere nuove avventure e di non avere così paura di prendere una posizione. Ogni nostra scelta, ovunque ci porterà, avrà qualcosa da insegnarci per renderci un poco più grandi.

 

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Leggendo #104 – Letture facoltative

Ma ben presto ho capito che non potevo scrivere recensioni, e neppure ne avevo voglia. In ultima analisi mi son resa conto di essere e di voler restare una lettrice amatoriale, su cui non gravi l’imperativo di un’incessante valutazione. Per me, talvolta, il libro può costituire l’argomento centrale, talaltra solamente il pretesto per abbandonarmi a fuggevoli associazioni di idee. Chi vorrà definire queste Letture dei feuilleton sarà  nel giusto. Mentre chi si impunterà sul termine “recensione”, si sarà fatto una nemica.

E potrei non aggiungere altro: nella prefazione di Letture Facoltative, Wislawa Szymborska riassume tutto ciò che si dovrebbe sapere di questa raccolta e tutto ciò che ho sempre pensato sullo scrivere di libri e ciò che trasmettono. È dal marzo 2013 che scarabocchio su questo blog ed è dal primo e incespicante pezzo che ho voluto tentare di raccontare ciò che un libro mi voleva sussurrare fra le righe, ciò che la mia curiosità e la mia voglia di conoscere mi portava a cercare fra le pagine di un romanzo, di un fumetto o di una raccolta. Sono passati più di due anni e il mio istinto è ancora quello, tanto che ritrovare il mio pensiero all’inizio di un’opera così curiosa e poliedrica come quella della poetessa polacca mi ha aperto il cuore.

Wislawa Szymborska di Letture Facoltative è una donna curiosa, ironica, aperta a qualsiasi tematica e ambito editoriale. Le sue opinioni, raccolte in quest’opera edita da Adelphi, si concentrano su quei libri che non sono né letteratura né poesia ma tutto ciò che viene escluso dai generi “nobili” e che, sovente, vendono molto di più di un classico o di un saggio firmato dalle migliori penne storiche e/o contemporanee. Un’opera curiosa, quindi, che raccoglie diversi articoli pubblicati nei decenni dalla scrittrice polacca che con un sorriso e un poco di scherno si diletta fra gli argomenti più disparati: la vita degli animali, l’astronomia, il fai da te (la carta da parati ha bisogno di un professionista: non ci provate con le vostre mani!), la psicologia e la storia dell’umanità.

Ci sono diverse Letture che mi hanno colpito più di altre, sia per la tematica  che per lo stile della poetessa. Tra le migliori spicca L’importanza di farsi spaventare dove Wislawa Szymborska spiega come le fiabe dei fratelli Anderson dovessero essere necessariamente spaventose: il mondo sa essere terribile e i bambini, questo, lo devono sapere. Mostri, streghe, orchi e folletti dispettosi hanno sempre un motivo per essere presenti in una storia, guai a lasciare il bene e la bontà come unici protagonisti: senza il nemico, poi, come potremmo riconoscere gli amici?

Wislawa Szymborska nasconde fra le sue letture innumerevoli spunti che per ogni lettore diventano motivo di riflessione sulle pagine che più ha amato: perché la serietà pare la sorella maggiore dell’umorismo? Perché la risata deve essere inferiore a un discorso serio? E poi, perché sogniamo? Perché i racconti dei nostri sogni sono spesso completamente diversi da ciò che abbiamo realmente vissuto nella nostra testa durante il sonno? Un aspetto del sogno molto importante (e sottovalutato!) che Wislawa Szymborska paragona alla capacità di saper tradurre senza deviare dallo scritto originale, all’arte di raccontare che come tale deve essere sempre rispettata, soprattutto nel momento della traduzione (non è un caso se la scrittrice definisce spesso una copia polacca molto fedele e ben curata nel passaggio dalla lingua inglese).

C’è una dolcezza infinita, poi, nell’articolo dedicato alla moglie di Fëdor Dostoevskij, poche pagine che raccontano il grande amore ma soprattutto l’incomprensione che porta a chiedersi come una persona possa amarne un’altra così completamente diversa da se stessa. Wislawa Szymborska dà le sue motivazioni ben sapendo di non poter avere un giudizio su tutto: un esempio di qualcosa di inspiegabile per la poetessa, per esempio, è come uno scrittore tanto amato dai ragazzi, Jules Verne, fosse in realtà un pessimo padre. 

Tanti piccoli aneddoti si nascondono fra le pagine di Wislawa Szymborska che ci regala pagine divertenti alternate a riflessioni più profonde che diventano spesso un gioco, un artificio per poter scrivere e usare le pagine altrui per svelare pensieri che in altre occasioni non sarebbero mai arrivati sulla carta. Per un lettore forte, vero amante dei libri, Letture facoltative è un piccolo tesoro da non farsi scappare.

 

Leggere #72 – Delle paranoie e di Sylvia Plath

Mi scremo la superficie del cervello scrivendo.

La cosa che più ho fatto negli ultimi mesi  è stato piangere. Mentre guidavo, mentre giravo posti sconosciuti, mentre pioveva, mentre il Vento era talmente forte che la sabbia entrava negli occhi, mentre la riproduzione casuale mandava le canzoni più sbagliate, mentre leggevo un libro che mi rispecchiava e diceva tutto quello che io non riuscivo a dire. Non me ne vergogno più, non lo nascondo più. Perché mentre leggevo i Diari di Sylvia Plath sentivo un vortice immenso prendermi e sollevarmi, catapultarmi nel passato in tutti quei momenti in cui una penna e un taccuino mi avrebbero aiutato a superare attimi terribili dove sola con me stessa non avevo appigli a cui aggrapparmi. E capire che no, tutto quell’uragano emotivo era semplicemente e assolutamente necessario per tornare in superficie.

Perché leggere i Diari è come sprofondare in un abisso, scovare dentro se stessi e ritrovare tutti quei pezzi che nonostante il tempo passato ancora fan male, quei pezzi vecchi che però sono appuntiti come pochi e bruciano da morirne; quei pezzi nuovi che non si sa come siano arrivati fin lì, nel profondo, quelli che non si sa ancora se ne varrà la pena o se forse sia meglio lasciarsi annegare, andando sempre più giù, sempre più nel fondo dell’Oceano.

La realtà è quella che mi invento. È quella in cui ho detto di credere. Poi guardo l’inferno dove sto a crogiolarmi, i nervi paralizzati, incapace di agire – paura, invidia, odio: tutte le emozioni che corrodono le mie fragili budella. Tempo, esperienza: un’ondata gigantesca che s’abbatte su di me con la forza di una marea è che mi affoga, mi affoga.

Sylvia Plath ti fa pensare a tutto, a tutto quello che non vorresti e che lei sta descrivendo nel migliore dei modi, lei che sembra essere l’incarnazione di quella parte più oscura che è in te. Sentirsi soli nella propria casa, nella propria camera, nel posto in cui si sognava di tornare per non sentirsi, ironia, più soli. La paura di lasciarsi andare e accontentarsi della prima distrazione in cui si inciampa. Il desiderio di sentirsi vivi e amati, che dopotutto sono la stessa cosa, che chi vive amando divide le proprie pene e chi ama è consapevole di come stia vivendo ogni momento in bilico, come su una montagna russa emozionale senza cinture di sicurezza. I Diari portano a tutto ciò e a molto di più.

Perché i Diari mi hanno fatto tornare la voglia di riprendere in mano carta e penna, di scarabocchiare qua e là finché non si hanno i crampi alla mano con i pensieri sempre più veloci e tu che cerchi di metterli tutti nero su bianco, scrivendo sempre più veloce, sempre più in preda alla disperazione di perdere anche solo un piccolo pezzetto di te.

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Sylvia Plath e i suoi Diari sono da leggere così, come questi paragrafi. Ogni giorno è un giorno a sé, ogni attimo è sempre diverso e contrastante a quello successivo e quello precedente. Leggendo i Diari vorresti cominciare a vivere anche tu di Parole, di sentirtele dire, quelle parole. Per sentirsi coccolata, protetta, realmente e letteralmente amata. Per avere più sicurezze, uno scopo, non sentirsi più una parte dell’arredo ma una vera e propria fondamenta indispensabile. Per aprire il proprio cuore come da tempo non si fa e mostrarlo senza vergogna, facendo vedere ogni ferita, ogni piccola cicatrice, ogni piccolo strappo. Per sentirsi ascoltati e, soprattutto, ricominciare ad ascoltare. Per riavere (e avere!) tutte quelle cose semplici che tanto cullano l’animo, quelle che ti aspettano la sera, dopo una giornata interminabile al lavoro, quelle che vai a dormire e ti fanno capire che sì, è questa la vita.

Perché forse di lacrime se ne sono versate fin troppe, tutte quelle angosce e paure devono sotterrarsi sotto strati e strati di affetto. Perché non è il tempo che cura le ferite ma solo un poco di cuore, nient’altro che cuore. Ma così bisogna tornare a fidarsi, ad amarsi, ad amare, ad aprirsi, completamente, senza più veli. Ed è per questo che si ha bisogno di persone genuine, fresche come acqua cristallina che sgorga da una fonte in alta quota, di persone che non hanno paura di raccontare e raccontarsi e svelarsi.

Sylvia Plath porta tutto ciò, lei ti racconta tutto ciò. Le atmosfere descritte sono così vivide, così vere, così reali. Sembra di essere lì, con lei, a chiederci perché Sassoon non abbia lasciato nemmeno un recapito. Ci si ritrova in ogni sua parola, in ogni suo paragrafo, in ogni sua pagina, a ripetersi che forse, forse, era tutto sbagliato sin dall’inizio.

..e la radio strombazzava: “Sorridi anche se ti si spezza il cuore”. Ho scritto e scritto, pensando che per chissà quale miracolo lui avrebbe varcato la soglia. Ma non aveva lasciato un recapito, né messaggi, e le mie lettere che lo scongiuravano di tornare in tempo giacevano lì, tristi e ancora chiuse.

Se qualcuno mi dovesse chiedere cosa raccontano i Diari di Sylvia Plath non glielo saprei dire, credo di aver dimenticato ogni fatto di quelle quattrocento pagine. Perché leggerli mi ha mandato in uno stato di trance, non era la storia, erano le parole. Le Parole. Quelle che sto cercando e non so ancora se otterrò.

Pendolarissima #4 – I Lettori che si incontrano sui Mezzi Pubblici

Quando il treno è in ritardo e ci si annoia. Quando in metropolitana si è in piedi pigiati come sardine. Quando il tram frena bruscamente e quasi si cade in braccio alla signora con la pelliccia. Quando sulla panchina dove si aspetta il bus si respira a pieni polmoni lo smog della città. Insomma, ogni momento è buono per spiare il libro del vicino e scoprire mirabolanti segreti sulla persona che ci affianca nella traversata della metropoli o della campagna.

La noia di quando non c’è nessuno da spiare

Perché è inutile che fingiate indifferenza: lo so bene che anche voi, attenti ma con lo sguardo vacuo, vi divertite a spiare ciò che stanno leggendo i vostri improvvisati compagni di viaggio, grandi o piccini che essi siano. Perché se la Pendolarissima non può leggere durante la guida della sua Utilitaria Triste, fortunatamente si può dedicare alla lettura mentre viaggia in solitaria in treno, in metropolitana, in tram o in bus. Il problema, però, è che spesso il vociferare dei vicini (o l’assenza di un posto sul quale sedere) può impedire l’agognato momento di relax tanto da lasciare solo il piacere di osservare gli altri lettori intenti nel loro Compito.

Perché sì. La conferma che deriviamo da scimmie, babbuini e ogni razza di primate possibile e immaginabile la si ha quando si è pigiati in metro e si osservano quei Lettori Scimpanzé che ad ogni costo devono proseguire la lettura. In piedi, pigiati contro il resto del mondo, cercano di vincere l’umanità leggendo Platone attaccati alle barre della metropolitana, quelle che solitamente si trovano sopra le vostre teste e che in molti, soprattutto la Pendolarissima, non arrivano nemmeno a sfiorare con la punta della dita. Abili nel voltare pagina senza perdere l’equilibrio, i Lettori Scimpanzé non temono la folla, anzi, la disprezzano con la loro saggezza e voglia di Sapere che supera frenate brusche, impiegati in ritardo che spingono per uscire e studenti ribelli che chiacchierano di come l’anarchia salverà il mondo. Come riusciranno, invece, i Lettori Scimpanzé ad assimilare Platone durante il viaggio, questo non ci è dato a sapere. Chissà, per osmosi forse. O grazie alla forza delle gambe che resistono contro la forza di gravità.

I Lettori Fieri, invece, sono quelli che ti sbattono in faccia la loro cultura con un sorriso ben studiato. Se i Lettori Scimpanzé, infatti, sono troppo fichi per farti sottolineare la loro cultura, i Lettori Fieri sono quelli che magari, con un Fabio Volo in mano, ti mostrano come loro sappiano leggere e come, soprattutto, siano agili nel farlo. Il problema, ovviamente, non è Fabio Volo (pace all’anima sua e a tutte le critiche dei radical chic) ma il Lettore Fiero che si vanta di un potere che tutto il resto dell’umanità ha. La cosa divertente, spesso, è che il libro è semplicemente portato sottobraccio: il Lettore Fiero è troppo orgoglioso di sé e del suo stile di vita per farsi vedere mentre legge, deve solo spiattellartelo sotto il naso. Alla Pendolarissima, ovviamente, non rimane che ridere (o piangere) di tutto ciò.

Per fortuna, la Pendolarissima può anche godere della visione dei Lettori Pendolari, quelli semplici e simili a lei. Con un sospiro di sollievo, si siedono nell’agognato posto tanto sudato e si preparano alle rocambolesche avventure del loro più caro compagno di viaggio, il Libro. Senza dover sfoggiare o sottolineare la loro importanza, i Lettori Pendolari si creano il proprio spazio, la proprio bolla esistenziale, e, sorridendo fra sé, godono di tutte le gioie che un buon romanzo può regalare ad una Pendolare stanco, affaticato, nervoso e stressato. Come un grande amico o come una tazza di the fumante quando fuori nevica o piove incessantemente.

Come si sentono i Lettori Pendolari durante i loro viaggi

Ma cosa leggono i Pendolari? Vi stupirà ma in metropolitana si incontrano ancora le frivole signore in età avanzata che leggono gli Harmony (cari e vecchi e sgualciti Harmony) mentre gli uomini in carriera, seri e sofisticati, preferiscono il fascino degli Adelphi, con le loro copertine sobrie, magari in tinta con il colore della cravatta. Una volta la Pendolarissima ha persino avvistato una mamma mentre leggeva “Tutte le Fiabe dei Fratelli Grimm” al suo piccino mentre più in voga, e ancora tanto amati, sono i thriller nordici che mettono un poco di suspense nella quotidianità. Perché insomma, che sia la Divina Commedia o la Sophie Kinsella di turno l’importante è avere un poco di supporto nella frenetica e imprevedibile vita in balia dei mezzi pubblici. Parola di Pendolarissima.

Leggendo #37 – La mia versione di Barney

Scesi a Montreal West, e rimasi sulla banchina barcollando, mentre il treno usciva dalla stazione in una nuvola di vapore. E fu in quel momento, ma tu pensa, che Miriam si sporse dal finestrino per salutarmi, e giuro che sorrideva. Mi si aprì il cuore.

Non potevo aprire le danze se non in questo modo. Non potevo non mettere le mani avanti e dire che sì, La Versione di Barney di Mordecai Richler mi è piaciuto perché oltre all’ironia ebraica, oltre al linguaggio volgare nel momento giusto, oltre al francese e allo yiddish, sono questi sprazzi di poesia e di puro amore che rendono la storia di Barney avvincente, vera e sentita come non mai. Il cuore, caro Barney, me l’hai aperto tu quando hai rincorso Miriam in stazione e sei salito sul treno con lei, senza pensarci, senza timori, senza tutti i Se che ognuno di noi si porta sempre dietro. Perché la tua storia, Barney, di Se non ne ha: tu hai dato la tua versione, come ognuno ha la propria. La verità, quella Verità, chissà se poi esiste davvero. Ma stiamo andando troppo di fretta, meglio fare un passo indietro.

Perché La versione di Barney, va detto, è uno di quei libri che piacciono tantissimo o non piacciono per nulla. È uno di quei romanzi che devi prendere in un certo modo, con una certa predisposizione e che non puoi pretendere di accantonare come una cosa qualunque. Devi fare un bel respiro per poi iniziare la lettura, con calma, devi prendere le varie divagazioni, i vari fatti, i vari Presenti intrecciati ai Passati e poi piano piano devi ricostruire tutto, come in un puzzle. Ci vuole tanta pazienza, diciamocelo, ma più il quadro completo si crea nella propria mente più la lettura diventa frenetica e più gli occhi non si vogliono più staccare dal libro. Perché anche se lo fai, se ti allontani da Barney, la tua mente torna lì: prima a Parigi e poi a Montreal ma sempre lì, a cercare di captare la Realtà tra la finzione.

Perché diciamocelo: un libro che parte con un’accusa, facendola seguire poi da una confessione e una colpa, è già di per sé un azzardo. Il lettore, sin dalla prima pagina, capisce di doversi concentrare su ogni piccolo dettaglio per captare ogni piccola sfumatura della storia di Barney. Perché lo scandalo annunciato nel primo capitolo verrà trascinato poi per tutta l’autobiografia del protagonista lasciando il lettore in un precario equilibrio: colpevole o non colpevole? E Barney non ci lascia speranza: ci abbindola, ci confessa ogni sua bugia, ogni sua marachella, ogni sbronza e ogni momento di rabbia ma ci racconta anche il suo cuore, ce lo serve su un piatto d’argento dicendo: è qui, è tutto quello che ho.

C’è stato un tempo in cui osavo sognare che Miriam e io, superati i novanta, saremmo spirati insieme, come Filemone e Bauci. E allora un munifico Zeus, con un lieve tocco del caduceo, ci avrebbe trasformato in due alberi vicini, coi rami che si sfiorano d’inverno, le foglie che si intrecciano a primavera.

Perché a volte la Verità può essere celata dalle Parole, dalle battute, dall’ironia, dalla consapevolezza che un Passato ha scolpito il cuore di una persona in un determinato modo e la mente in un altro ancora. Ma se questa persona si sa aprire, si sa raccontare, è forse così sbagliato crederle? Barney ci racconta tutto quello che ha trascorso. Gli anni e la vita hanno cambiato alcuni Ricordi ma dopotutto è forse un reato voler tramutarsi per potersi donare ad un’altra vita? È forse sbagliato scegliere una parte per non rimanere nel dubbio? È scorretto preferire la Certezza piuttosto che continuare a rimanere nel dubbio? Prendere una posizione vi fa davvero così paura?

È questo quello che ho amato nella scrittura di Mordecai Richler: la schiettezza, i nodi della trama che si districano nella mente e che ci portano a scegliere. Forse chi non ha amato questo libro non ha apprezzato l’idea di essere stato preso in giro, forse non ha voluto scegliere e l’ha portato a evadere. O forse, più semplicemente, non si è voluto gettare e quindi fidare di Barney. Peccato, ogni lasciata è persa. Ma qui, lasciatevelo dire, vi perdete un mondo colorato, dalle infinite tonalità, dalla risata sana alle atmosfere dei caffè parigini fino ai pub canadesi che trasudano alcol e cattive abitudini. La versione di Barney è multi – genere, multi – disciplinare, multi – tattile. Una sfida che dovete decidere se accettare per poi giocarla a mani nude per farlo così entrare nel proprio animo, fin dentro al cuore. E di cuore, caro Barney, ne hai avuto tantissimo.

E all’improvviso provai una specie di strana sofferenza, o meglio, di strana gioia. Era come se il ghiaccio che mi ricopriva il cuore si stesse spaccando; l’inizio del disgelo, una cosa così.