Joan Didion prima di We tell ourselves stories in order to live

Questo articolo è stato pubblicato su Cosebelle.

Cara Joan Didion,

ti scrivo questa lettera perché con We tell ourselves stories in order to live tanti tuoi non lettori ti conosceranno come l’eroina di un documentario di Netflix e io, dato che mi hai cambiato la vita innumerevoli volte, sono preoccupata e angosciata dall’idea che tu, minuscola ma grande come sei, finirai per essere scambiata per qualcosa di grande ma non così grande come sei realmente.

Quando ti ho conosciuta, con Prendila Così, era l’ottobre del 2014 e dopo pochi capitoli già l’avevo capito di aver finalmente incontrato, dopo anni da lettrice, quella che era destinata a diventare la mia scrittrice preferita, la mia musa ispiratrice, la mia super eroina, la donna che ha lottato per inseguire i propri sogni, volando dalla California a New York e viceversa.

Mi sforzo di vivere nel presente e di tenere lo sguardo fisso sul colibrì. Non vedo nessuno di quelli che conoscevo un tempo, ma del resto me ne importa pochissimo di un sacco di persone. Voglio dire, forse avevo tutti gli assi nella manica, ma a che gioco giocavo? (Prendila Così – J.D.)

Ma è stato soprattutto con L’anno del pensiero magico che ho capito chi sei, che ho voluto cominciare a entrare nella tua testa per capirti di più, per indagare su quell’istante di cui parlavi, quello in cui tutto cambia e noi siamo lì, ogni volta, a cercare di reinventarci il presente con la paura per il passato e il futuro. Un po’ come in Blue Nights, le cui pagine così strazianti non sono poi così lontano dalle protagoniste dei primi romanzi, figure complicate che sognano di “restare ma anche di essere altrove” (Run River).

La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita. Il problema dell’autocommiserazione. (L’anno del pensiero magico – J. D.)

Joan Didion, io mi sono letteralmente innamorata delle tue pagine, dei tuoi pezzi per il New Yorker e il New York Review of Books dove in ogni paragrafo ritrovavo in te un qualcosa di simile a una bambina, una piccola anima in un mondo di grandi pronta a raccontare il meglio di sé e di quello che vive senza freni, senza vergogna. Leggere i tuoi articoli nelle raccolte Verso Betlemme e The White Album mi ha insegnato a conoscerti e a farmi ispirare, mi ha convinto che quella mia teoria di tenere un taccuino non è poi così banale, che prendere appunti su ogni evento in cui ci imbattiamo è un must, per imparare ad esprimerci, perché è importante “tenersi in contatto” nel momento in cui:

“dimentichiamo fin troppo in fretta cose che pensavamo non avremmo mai potuto dimenticare” (Sul tenere un taccuino; Verso Betlemme).

Joan Didion, io spero che We tell ourselves stories in order to live diventi un modo per tanti di trovare il tempo per immergersi nelle tue pagine. Perché hai avuto un amore grande, immenso, ma tu non sei stata solo la metà di John Gregory Dunne o la mamma di Quintana: sei un’osservatrice, un’intervistatrice, un animo pronto a scrutare ogni attimo di vita per portarselo dentro di sé e nella vita di chi ti stava e sta vicino. E scrivere è proprio questo, forse, mettere in ogni paragrafo qualcosa di sé, un rimasuglio del passato che non vuole essere dimenticato, una supposizione che vuole trasformarsi in parere, una storia e un romanzo che vuole esprimere al meglio ciò che si nasconde nel più profondo.

E insomma, Joan Didion, è che ogni volta che si legge una tua pagina, l’animo si arricchisce e comincia a rincorrere pensieri e sogni e questo, lasciatelo dire, è un dono che dà ai tuoi scritti un’unicità tutta speciale.

Wth love,

Nellie 

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Di Libri Belli giudicati dalle copertine

Quest’intervista è stata pubblicata su Cosebelle Mag.

Ogni lettrice, quando incontra un’altra lettrice, ha mille domande. Quando hai iniziato a fare della lettura una passione? Quali tipi di libri ti fanno innamorare più di altri? Quali autori non puoi proprio sopportare? E l’edizione preferita ce l’hai? Ogni lettrice, spesso, è anche un poco gelosa del suo piccolo regno, di quella libreria che volume dopo volume diventa un modo per rappresentare periodi, situazioni, momenti della propria vita a cui corrispondono pagine di scrittori più o meno amati. Quando Livia Satriano ha aperto il suo Libri Belli shop, il mio primo pensiero è andato al suo coraggio di condividere con altri lettori  pagine belle. Perché Libri Belli, come dice il nome stesso, è anche qualcosa di visivo, di palpabile: è un e-shop alla cui base sta l’amore per i libri, sì, ma anche per tutte le curiosità legate alla loro storia, a edizioni passate e piccoli tesori editoriali da riscoprire. Abbiamo incontrato Livia Satriano e ci siamo fatte raccontare i retroscena di un progetto bello con protagonista colori accesi, entusiasmo e tantissime pagine.

Cosebelle: Libri Belli giudica i libri dalle copertine. È solo questa l’unica e grande differenza fra il tuo e-shop e un mercatino di libri?
Livia: Quella del giudicare i libri dalle copertine è nata quasi come una provocazione ma alla fine mi sono convinta che forse un po’ ci credo per davvero. La selezione di Libri Belli parte sicuramente da un criterio visivo ma non è solo questo, anche l’originalità e talvolta bizzarria dei contenuti gioca un ruolo importante. Mi piace raccogliere libri inusuali, assieme a titoli che amo e classici in belle edizioni. Frequento molto i mercatini e ho creato Libri Belli forse anche perché ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto prima o poi trovare una bancarella di libri che avesse solo figate.

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CB: Quali sono i Libri Belli più particolari che hai visto? Capita mai che siano così belli che ti dispiaccia lasciarli?
L: I vecchi libri che trattano con serietà di argomenti strampalati o le guide che promettono l’impossibile sono fra i miei preferiti! Ho un po’ di manuali anni ’50 e ’60 con titoli come “Come aumentare di statura in poco tempo” o “Come farsi una perfetta educazione e brillare in società” o ancora “Come predire scientificamente il futuro”. Nel momento in cui ho deciso di dar vita a Libri Belli ho accettato l’idea che avrei lasciato andare i miei libri, ma comunque cerco e raccolgo libri di continuo. Alcuni titoli magari non li vendo perché li voglio tenere e altri invece li prendo proprio con l’obiettivo di proporli nel il mio e-shop pensando anche al genere di persone che forse potrebbe apprezzarli. Tempo fa leggevo online questo motto “Se ami i tuoi libri lasciali andare” e mi sembra carino riportarlo qui.

CB: Libri Belli è soprattutto online e ha una grafica molto curata, sia per quanto riguarda il sito che per il canale Instagram. Quale aspetto di te hai potuto raccontare meglio ideando questo progetto e scegliendo questo trattamento?
L: Per me è stato davvero molto stimolante perché è la prima volta che ho ideato e sviluppato un progetto da cima a fondo, da sola, senza avere vincoli e restrizioni. A partire dall’idea che avevo in mente ho pensato alla forma e all’immagine che avrei voluto dargli e da lì mi sono poi adoperata per la sua realizzazione, sia creativa che tecnica. Sono da sempre appassionata di tutto ciò che è visivo e mettermi per una volta nei panni di un art director è stato divertente. Anche alla pagina Instagram @libribellishop mi dedico parecchio, nei post parlo al plurale ma sono sempre e solo io che faccio tutto. Alla fine in pochi mesi ha sviluppato un buon seguito e vedere che i post riscuotono successo mi dà soddisfazione.

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CB: Libri Belli diventerà mai un mercatino reale? Cosa potremmo trovare?
L: Non credo, ci sono già molti mercatini e bancarelle di libri, la mia vuole solo essere una piccola selezione online. Però sono stata invitata a partecipare al prossimo SPRINT che è una fiera dell’editoria indipendente molto carina che si tiene ogni anno qui a Milano e alla quale finora ho sempre partecipato solo da visitatrice. Sono molto contenta perché nel corso di questi mesi in molti mi hanno scritto chiedendo se era possibile acquistare i miei libri anche dal vivo (soprattutto chi era di Milano) perciò credo che questa sarà l’occasione giusta. Ho pensato che proporrò una selezione molto estetizzante, vorrei che il banchetto diventi quasi come una mostra quindi porterò un bel po’ di volumi d’impatto, molti dei quali ancora mai pubblicati sul sito.

CB: Dietro a Libri Belli c’è Livia, ci immaginiamo una lettrice e soprattutto una persona curiosa. Raccontaci come ti sei avvicinata alla lettura e qual è il tuo libro preferito (e perché!)
L: Sto cercando di fare mente locale su quale poteva essere il primo momento in cui mi sono avvicinata alla lettura e ricordo che quando ero alle elementari mi piaceva tantissimo leggere assieme a mio padre questi libri illustrati per bambini sui miti e le leggende dell’antica Grecia… Leggere tutte quelle vicende intricate e favolose era la mia cosa preferita! Altri due must della mia infanzia sono stati un’edizione illustrata anni ’70 di “Pippi Calzelunghe” e “Gnomi”, entrambi appartenuti a mia madre, di cui ricordo che amavo alla follia le illustrazioni. Alla letteratura vera e propria mi sono avvicinata grazie agli stimoli della libreria dei miei genitori e poi anche grazie ad alcuni insegnanti: ricordo di aver letto l’“Antologia di Spoon River alle scuole medie su consiglio della nostra professoressa d’italiano e di essere rimasta molto colpita, è stata quella scoperta che mi ha fatto venir voglia di tuffarmi consapevolmente nel mondo della lettura. Quella del mio libro preferito è una domanda difficile, ma forse non dovrei pensarci troppo e ti dovrei rispondere di pancia allora direi “Nadja” di Breton per il modo in cui parola e immagine meravigliosamente si fondono, ma anche “Vite immaginarie” di Schwob per avermi insegnato che non c’è limite all’inventiva. Ma tanti e vari sono i libri che mi hanno segnato, fra cui sicuramente anche molta saggistica.

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CB: Libri Belli e Livia che programmi hanno per il futuro?
L: Conquistare il mondo dell’editoria! A parte gli scherzi, mi piacerebbe molto poter collaborare con le case editrici e avere la possibilità di visitare i loro archivi, promuovendo in qualche modo la riscoperta di meraviglie librarie nascoste. Poi sicuramente voglio portare avanti il discorso che ho iniziato sulla pagina Instagram di Libri Belli con le collaborazioni con illustratori e artisti, chiedendo loro di interpretare dei Libri Belli a scelta. La prima a inaugurare questo ciclo è stata Pamela Cocconi, che ho conosciuto proprio grazie a Instagram.

CB: La copertina più bella che hai visto di un libro.
L: Non so se è la più bella ma sicuramente una delle mie preferite è la prima edizione americana di “The Beatles Illustrated Lyrics”, quella azzurra con l’occhio.

CB: Una cosabella.
L: Gli ex-voto di Dino Buzzati

Leggendo #154 – Epopea Americana

“Sentirsi soli ci fa diventare più deboli. Essere soli ci dà autonomia e potere” (I paesaggi perduti – Romanzo di formazione di una scrittrice).

Joyce Carol Oates l’ho conosciuta così, un po’ per caso, e come tutte le conseguenze del fato si è trasformato in un amore folle fatto di libri e pagine e paragrafi e frasi che continuo a rileggere e cercare qua e là. Il pezzo che segue, pubblicato su Finzioni, è nato dopo quasi mille pagine lette tutte d’un fiato, dopo la lettura di due romanzi che hanno sancito, senza che me ne accorgessi, la voglia di continuare a inseguire quella cosa che freme dentro e non riesco a smettere di fare. Joyce Carol Oates, così, è diventata la mia seconda Joan Didion.

Quante voci può avere uno scrittore? Quanti stili e quante infinite parole possono nascondersi in romanzi che vanno a comporre le opere più rappresentative di una penna che diventa simbolo di una generazione e di un periodo storico? Sono queste alcune domande che nascono spontaneamente durante la lettura dei primi due dei quattro volumi che compongono Epopea Americana di Joyce Carol Oates, editi da il Saggiatore. Osservazioni che si fanno strada e trovano posto nella testa di chi legge, mentre  centinaia di pagine scorrono davanti ai suoi occhi portando alla luce personaggi e voci che si ingarbugliano fino a comporre due romanzi, Il giardino delle delizie e I ricchi, che paiono due porte per due galassie, differenti ma parte dello stesso meraviglioso universo composto da paragrafi indimenticabili di una scrittrice ancora da scoprire.

Joyce Carol Oates ha 29 anni quando negli Stati Uniti, nel 1967, viene pubblicato per la prima volta Il giardino delle delizie, e 30 quando nel 1968 arriva nelle librerie I ricchi. L’indagare sull’età dell’autrice fa parte di un processo che incuriosisce sempre, è un modo per costruire mondi di condizionali dove ci si immagina di poter scrivere pagine simili a quelle appena lette alla stessa età dell’autrice; immaginarla seduta davanti a una scrivania alla stessa età in cui noi, ancora, stiamo cercando di capire quali sogni inseguire. E citare i sogni è una conseguenza spontanea dopo la lettura di questi primi due volumi perché Epopea Americana ha molto a che vedere con il mondo onirico, più per la sua concezione che per i contenuti. Alla base di tutti e quattro i volumi, infatti, c’è il desiderio dell’autrice di criticare quel tipo di cultura e valori che soprattutto negli anni Sessanta venivano rincorsi per raggiungere l’apice del Sogno americano, quello stereotipo di felicità agognato da tutti ma da pochi effettivamente vissuto. Un tentativo (spoiler: riuscito perfettamente) di immaginare sensazioni e paure vissute in uno spazio-tempo ben preciso, costruendo pagine con uno scopo definito che Joyce Carol Oates raggiunge con una carica estasiante, tipica della penna giovane pronta a farsi guidare dal turbinio di parole.
E ad aprire le danze di Epopea Americana ci sono questi due libri, Il giardino delle delizie e I ricchi, con storie e personaggi diversi che hanno come comune denominatore la principale caratteristica di chi viveva gli anni Sessanta in America: l’instabilità. Perché i veri protagonisti di questo migliaio di pagine sono il continuo viaggiare e spostarsi dei suoi personaggi, la loro intensa e incredibile disponibilità a lottare ogni giorno contro gli imprevisti e il domani.

Il giardino delle delizie

Anzitutto, Il giardino delle delizie che leggiamo oggi non è lo stesso del 1967. Quella proposta da il Saggiatore è una riscrittura degli anni Duemila, quando dopo più di trent’anni Joyce Carol Oates decide di rimettere mano alle voci di personaggi incredibilmente complessi. Tra le pagine del primo volume di Epopea Americana, infatti, si nascondono i racconti di Carleton, Lowry e Swan, voci maschili attraverso le quali il lettore incontra Clara, prima alla sua nascita, poi nella sua adolescenza e infine nella sua vecchiaia.
Figlia di due contadini, la figura femminile de’ Il giardino delle delizie rappresenta l’America rurale violenta e maschilista, il tentativo di evasione e fuga dal provincialismo. Una giovane donna che vuole trovare se stessa soprattutto in chi incontra lungo la sua strada, dimostrando ogni giorno cosa è capace di raggiungere con la sua ostinazione. Ma dopo tante fatiche, quando si diventa realmente cittadini d’America? E quando si smette di essere considerati “gente di provincia”? Clara sin dall’infanzia precocemente terminata si pone in modo insistentemente queste domande mentre attorno a lei ruotano personaggi unici nel loro genere ma rappresentativi di diverse classi sociali degli anni Sessanta, dai contadini più umili e poveri a chi cerca di arricchirsi improvvisandosi imprenditore.

Una particolarità di questo romanzo è il voler tornare incessantemente a raccontare la gioventù, ogni volta con un differente punto di vista grazie alla scelta di voci narrative diverse ma sempre poco distanti dall’età adulta, in quel limbo che si vive quando ancora non si è grandi ma l’infanzia e l’adolescenza sono già dietro l’angolo. Il giardino delle delizie, dopotutto, è un libro in cui i personaggi si definiscono e si modificano, proprio come accade nella giovinezza, quando ancora le idee non sono  così chiare e si cerca la via per la maturità a tentativi.

Le mappe le insegnavano una cosa stupefacente: non aveva importanza dove si trovava, c’era sempre un modo per arrivare dall’altra parte, c’erano delle linee che l’avrebbero condotta, incrociandosi e accavallandosi, doveva semplicemente capire come.

Il risultato della ricerca della felicità di Clara sono pagine che rimangono impresse nella mente del lettore e si divorano con la stessa foga con cui si vivono le notti di fine estate. Una rincorsa alla vita, tanto che al lettore pare quasi di intravedere, fra le pagine di questo libro, una Joyce Carol Oates già malinconica, una  scrittrice che mentre scrive pare già di sentire nostalgia di questi primi personaggi divinamente delineati, i primi di una lunga serie e ai quali ha voluto enfatizzare emozioni e sentimenti in una seconda stesura più di trent’anni dopo.

I ricchi

C’è qualcosa di incredibile nel passaggio dal primo al secondo volume di Epopea Americana. Terminata la lettura de’ Il giardino delle delizie, con I ricchi si entra in nuovo mondo, talmente estraneo al precedente che per tutta la durata del romanzo a stento ci si rende conto di leggere un libro di cui si è chiusa da poco l’ultima pagina di un’altra opera dello stesso autore.

Tutto il secondo volume dell’Epopea Americana è un continuo esercizio stilistico. La voce narrante è sempre in prima persona e i molti aneddoti si susseguono fra le pagine sempre più veloci, tanto da dare l’impressione che i paragrafi siano nati dal desiderio di giocare a fare lo scrittore, narrando le vicende con lo scopo di diventare un intrattenitore per i lettori e farli naufragare fra le vicende del protagonista. Questa caratteristica rimanda immediatamente a un altro romanzo di Joyce Carol Oates: Jack deve morire (il Saggiatore, 2016). A caratterizzare entrambe le opere è lo stesso folle e illogico casino che è l’animo umano, perennemente spinto nella terribile ricerca della verità. Il gioco più strepitoso creato dalla penna di Joyce Carol Oates è proprio questo inverosimile e continuo scherzo fra ciò che pare finzione e ciò che invece viene considerato dal lettore un fatto concreto, una trappola nella più grande trappola creata dalle sue mani per confondere chi si trova nel suo libro e farlo giocare con l’irrealtà dei fatti.

Protagonista de’ I ricchi è soprattutto la doppia faccia, l’ipocrisia che già si intuisce dall’ironia del titolo. I protagonisti di questo romanzo non sono i veri ricchi ma quella che si potrebbe definire una classe borghese, di chi decide di vivere nella parte di periferia non destinata al degrado bensì a essere chiamata sobborgo, arricchita da ville stratosferiche e macchine nuove parcheggiate nei vialetti. In un contesto di falsità e apparenza, Joyce Carol Oates dà voce a una mente che è un labirinto di incomprensioni, raccontando il decadimento morale, i rancori e gli odi di un ragazzino che si sente un “personaggio secondario” nella vita della madre e che vuole a tutti i costi riconquistare la scena.

Come possiamo sapere di quali folli atti siamo vittime? Di quante operazioni a cuore aperto? Di quali occulti interventi al cervello fra le mura di casa? Possiamo fidarci dei nostri ricordi benevoli, della nostra asfittica bontà che vuole ricordare solo il meglio dei nostri genitori, che allontana i brutti pensieri?

I ricchi è un romanzo a suo modo violento, è la dimostrazione di come si possa raccontare la parte più oscura dell’uomo, di ciò che si cela nella sua mente e dell’esasperazione dei sentimenti.

Due libri diversi eppure così vicini

Ad accomunare i primi due romanzi dell’Epopea Americana è soprattutto la ferocia della scrittura di Joyce Carol Oates, conseguenza di un approccio alla creatività ancora da scoprire.

L’esperienza di stesura del Giardino delle delizie nel 1965-66 è stata molto simile alla stesura dei Ricchi, un anno dopo: era come se avessi cosparso di benzina tutto quello che mi circondava e avessi acceso un fiammifero, e le fiamme che ne sono follemente scaturite erano, in qualche modo, il combustile del romanzo e il romanzo stesso.
(Joyce Carol Oates)

Dalla lettura dei due volumi si respira tutta l’ansia e l’angoscia della scrittrice nel voler raccontare ogni sfumatura dell’animo umano, le debolezze e le preoccupazioni che caratterizzano diverse età e professioni. Quella di Joyce Carol Oates è una mente forse folle ma ugualmente razionale, è una voce che sa come scavare negli abissi più profondi della mente umana analizzando e interpretando ogni piccolo pensiero e ragionamento. Stili diversi e contesti apparentemente lontani compongono un puzzle sociale vivido e reale, un mix di emozioni e sentimenti personali che diventano il riflesso di un qualcosa di più grande e collettivo.

Sensazioni, impressioni e istinti non hanno filtri per una giovane scrittrice che non ha avuto paura di affrontare i temi più delicati, caratteristici di un periodo storico vissuto e osservato, facendosi trascinare dalle parole e dalla foga di narrare la realtà, cruda così com’è.

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Santander – Comet K35

Leggendo #152 – Exit West

La fotografia analogica mi ha insegnato che devo smettere di avere fretta, che ogni secondo è vissuto intensamente prima ma anche dopo perché quando lo si rivive, quando si sviluppa un rullino e non si ricordano davvero tutti quei 36 scatti fatti, è una meraviglia tornare nel passato e riscoprire cosa l’occhio aveva deciso di immortalare. Exit West di Mohsin Hamid non ha macchine fotografiche che scelgono di ricordare cosa accade nella storia perché il legame fra Nadia e Saeed è un qualcosa di dolce che sfocia nella nostalgia, è un viaggio continuo tra passato, presente e futuro tanto da non avere punti d’incontro su cui soffermarsi ma solo continue ondate di entusiasmo prima e malinconia dopo.

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Noli – Comet K35

Difficile delineare ciò che è realtà e fantasia in un romanzo breve pronto a far vivere al lettore  le più diverse emozioni. La positività dei primi capitoli, il freddo che cade sulle pagine più centrali e la sofferenza che attanaglia il cuore nelle ultime pagine: Exit West è un libro forte ma è soprattutto una storia attuale, un mix di fantascienza (se così si può defnire) che spiega un rito odierno, un qualcosa che ogni giorno leggiamo sui giornali e che non riusciamo mai davvero a comprendere e immaginare realmente.

Anche l’effetto che le porte facevano alla gente si modificò. Girava voce che ci fossero porte capaci di trasportarti in altri luoghi, anche molto remoti, lontano dalla trappola mortale in cui si era trasformato il loro paese. Alcuni sostenevano di conoscere qualcuno che conosceva qualcuno che era passato attraverso una di quelle porte. Una porta normale, dicevano, poteva trasformarsi in una porta speciale, e poteva accadere anche senza preavviso, a qualunque porta. Quasi tutti le consideravano voci prive di fondamento, sciocche superstizioni. Eppure quasi tutti avevano cominciato a guardare le proprie porte in modo diverso.

Quella di Nadia e Saeed è una storia di migrazione ma è soprattutto una relazione, un amore che cresce ossessionato da ciò che li circonda, influenzato da un’infinita serie di eventi inaspettati, indipendenti dai protagonisti: è un qualcosa più grande e più forte di loro, una tempesta di sabbia fatta di granelli di odio e indifferenza. Le parole di Mohsin Hamid, come quelle ne’ Il fondamentalista riluttantecolpiscono il lettore con la loro precisione, la capacità di analizzare chirurgicamente situazioni e sentimenti. Uno stile diretto che non ha paura di narrare ogni minima percezione.

(…) e così ognuna a proprio modo, quelle tre persone che condividevano quell’unico appartamento interagivano l’una con l’altra attraverso svariati e molteplici flussi temporali.

Il viaggio, protagonista eterno di queste pagine, è un continuo rimembrare ciò che accade alle persone quando si spostano, volontariamente e non. È un continuo rimando a come tutto debba sempre cambiare, sia che si rimanga fermi, sia che si finisca a cambiare città, stato, continente. Exit West sono tanti attimi, immortalati in diverse fotografie, che sparpagliate nel tempo cercano di ricostruire ciò che si logora e modifica.

Siamo tutti migranti attraverso il tempo.

Leggendo #151 – Uomini nudi

Ci sono libri che, emotivamente parlando, sono fortissimi e Uomini Nudi di Alicia Giménez-Bartlett è uno di questi. Parlarne non è così semplice perché questo romanzo di quattrocento pagine lo si divora in pochissimo tempo, sul terrazzo mentre si cerca di godere del poco vento che c’è e in tram mentre in una Milano deserta si va verso il lavoro e un nuovo capitolo che si sta scrivendo. Uomini nudi entra così intensamente e prepotentemente nella testa del lettore perché è proprio come la parola su cui cade l’occhio nel titolo: nudo. Non ha riguardi, non ha remore: Uomini nudi descrive tutte le vicende così come accadono, si muove attorno ai protagonisti ma soprattutto nelle loro teste per scavare nel loro animo più profondo.

Quello di Alicia Giménez-Bartlett, infatti, è uno stratagemma che funziona sempre ma che lei utilizza divinamente. La voce narrante è un io che continua a cambiare, è un susseguirsi di racconti da parte di un personaggio e poi di un altro, tanto da trasformare il romanzo in un continuo confidarsi e raccontarsi ma, soprattutto, un vivere le vicende narrate da infiniti punti di vista. Ed è proprio qui che Uomini nudi dà il meglio di sé. I protagonisti, come si può dedurre dal titolo stesso, sono nudi davanti alle figure femminili, fisicamente e psicologicamente, ma soprattutto davanti al lettore. Le menti contorte di tutti i personaggi di Alicia Giménez-Bartlett si presentano nitidamente davanti al lettore che preso dalla foga della lettura anticipa e costruisce con lo scrittore le vite di Iván e Javier.

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Ogni personaggio in Uomini nudi vive una lenta ma continua evoluzione, una crescita interiore paragonabile a quella di Walter White in Breaking Bad, una presa di (in)coscienza così rara eppure così profonda che trasforma questo libro in un qualcosa da non perdere, in una lettura feroce e assetata come il desiderio dei protagonisti di vivere intensamente tutte le emozioni più forti, ognuno le proprie.

Alicia Giménez-Bartlett ha scritto un romanzo dalla potenza incredibile, un qualcosa che raramente capita di trovare fra gli scaffali. Crudo e diretto, come solo le storie più complicate ma studiate nei minimi dettagli possono essere.

Leggendo #149 – Happy Hour

In Happy Hour, la raccolta di racconti di Mary Miller edita da Edizioni Black Coffee, tutte le protagoniste hanno sostanzialmente paura. Di vivere, di decidere, di prendere una posizione, di amare e di farsi amare. Non c’è donna, in Happy Hour, che sappia scegliere il proprio uomo, la dolce metà o semplicemente una piacevole compagnia senza inciampare in errori, sbagli, fortuiti incontri dove trovare il meglio per sé pare semplicemente impossibile. Per le donne di Mary Miller, l’amore è soprattutto essere scelte, accettare, prendere per buono tutto ciò che arriva senza farsi troppe domande. È semplicemente l’incapacità di accettare ciò che accade tanto da trasformare il presente in un finto consenso, in un’incapacità di vivere in mancanza di stimoli ma con il desiderio di non provare nemmeno a farlo quel passo che porterebbe a un poco di felicità.

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Masochismo e tentativi vani nemmeno troppo studiati sono alla base di questi racconti che fanno arrabbiare, che rimangono a guardarti mentre ti spiattellano la verità addosso e tu vorresti dirglielo che non sei d’accordo, che l’amore non è così, che i sentimenti esistono e invece da Istruzioni Il 37 le paure sono sempre le stesse e si sommano una dopo l’altra.

Ognuna immagina per sé una vita diversa da quella che ha e non me la sento di toglierle anche questo.

Perché è soprattutto la mancanza di un futuro, la voce narrante che dà del tu a ognuna delle donne di Happy Hour per lasciare minor spazio possibile fra il lettore e il flusso di pensieri che inondano le menti delle giovani protagoniste, tutte indaffarate soprattutto con ex e/o attuali fidanzati, spesso non innamorati o alcune volte fin troppo passionali.

E tutte queste novità contengono così tante promesse che ogni volta riesco quasi a convincermi che sarà diverso.

Mary Miller racconta la sterilità di sentimenti e voglia di vivere così come la totale assenza di spirito di iniziativa senza fronzoli tanto da portare il lettore a opporsi, a provare a mettersi in gioco, ché forse qualcosa per cui vale la pena di vivere dovrà pur esserci, nonostante l’apatia, nonostante l’aria che pare galleggiare su questo presente infinito.

Leggendo #145 – Un solo paradiso

I libri con protagonista Milano mi fanno sempre un certo effetto tanto che ormai diventa sembra più difficile valutarli oggettivamente senza dare per scontato l’amore e odio infinito per questa città. Dopo un anno da Diario minimo dei giorni di Franco Loi e poche settimane dopo Un’educazione milanese di Rollo, torno a rincorrere pagine che parlano della nuova casa, di Piazza Leonardo, di spazi che riconosco e sono sempre più miei, di periferia ancora più periferia e di centro che beh, è comunque il centro. Perché Un solo paradiso di Giorgio Fontana è soprattutto Milano ed è incredibile come il romanzo stesso sembri una scusa per descrivere la città che si ama e si scopre quartiere dopo quartiere, come se fossero le vie di Milano a raccontare lo stato d’animo del protagonista. È così che la tristezza e la disperazione passano dagli abomini edilizi o le fabbriche abbondante nella periferia e la gioventù dai dintorni di Piola, dalle zone più vicine al centro che i giovani vivono di più.

Amava il modo in cui Milano si lasciava plasmare dal percorso scelto, cambiando pelle dove tutti vedevano solo una coltre monotona di palazzi. Occorreva solo tenacia: quella città che tanto stancava i suoi amici (e che tanto aveva stancato me, al punto di averla abbandonata) per lui costudiva sempre un margine di incanto che gli apparteneva, persino una sorta di mistero.

E pare davvero di sentirlo l’odore di Milano nel nuovo romanzo di Giorgio Fontana, una penna innamorata del capoluogo lombardo tanto da raccontare recentemente di Macao su Internazionale. Un amore puro che si muove tra viale Cassala e la 91 ma che si alimenta soprattutto di passeggiate tanto da diventare il sinonimo perfetto di queste pagine che paiono una parentesi dopo Morte di un uomo felice, una pausa necessaria per raccontare ciò di cui vivono i cuori più giovani: l’amore incondizionato.

Perché comprese questo – il vero punto della storia, come mi disse al Ritornello: si sopravvive a tanti inferni, e non a un solo paradiso.

Un solo paradiso, infatti, è l’amore che si prova senza misure, è la passione che travolge proprio come il jazz, la colonna sonora di una relazione sfortunata e di un protagonista che vive solo al massimo e solo in bianco e nero, senza filtri. Giorgio Fontana racconta una storia che è una confessione, è un inno alla città ma soprattutto alle arti, a quelle che fanno parlare l’animo e a quelle che inquadrano la realtà per studiarla meglio.

La fotografia è l’unica arte che dipende per intero dalla realtà. La musica, la letteratura o la pittura hanno margini diversi, più o meno ampi, di autonomia: a loro il mondo non serve, possono crearne uno nuovo quando gli pare.

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Lontano da Colnaghi, Giorgio Fontana ricorda l’amore e gli istinti più vivi, ricorda Milano e una città in continua evoluzione, sempre pronta a farsi amare e odiare per le sfumature di colori che solo chi ha davvero pazienza sa riconoscere.