Leggendo #149 – Happy Hour

In Happy Hour, la raccolta di racconti di Mary Miller edita da Edizioni Black Coffee, tutte le protagoniste hanno sostanzialmente paura. Di vivere, di decidere, di prendere una posizione, di amare e di farsi amare. Non c’è donna, in Happy Hour, che sappia scegliere il proprio uomo, la dolce metà o semplicemente una piacevole compagnia senza inciampare in errori, sbagli, fortuiti incontri dove trovare il meglio per sé pare semplicemente impossibile. Per le donne di Mary Miller, l’amore è soprattutto essere scelte, accettare, prendere per buono tutto ciò che arriva senza farsi troppe domande. È semplicemente l’incapacità di accettare ciò che accade tanto da trasformare il presente in un finto consenso, in un’incapacità di vivere in mancanza di stimoli ma con il desiderio di non provare nemmeno a farlo quel passo che porterebbe a un poco di felicità.

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Masochismo e tentativi vani nemmeno troppo studiati sono alla base di questi racconti che fanno arrabbiare, che rimangono a guardarti mentre ti spiattellano la verità addosso e tu vorresti dirglielo che non sei d’accordo, che l’amore non è così, che i sentimenti esistono e invece da Istruzioni Il 37 le paure sono sempre le stesse e si sommano una dopo l’altra.

Ognuna immagina per sé una vita diversa da quella che ha e non me la sento di toglierle anche questo.

Perché è soprattutto la mancanza di un futuro, la voce narrante che dà del tu a ognuna delle donne di Happy Hour per lasciare minor spazio possibile fra il lettore e il flusso di pensieri che inondano le menti delle giovani protagoniste, tutte indaffarate soprattutto con ex e/o attuali fidanzati, spesso non innamorati o alcune volte fin troppo passionali.

E tutte queste novità contengono così tante promesse che ogni volta riesco quasi a convincermi che sarà diverso.

Mary Miller racconta la sterilità di sentimenti e voglia di vivere così come la totale assenza di spirito di iniziativa senza fronzoli tanto da portare il lettore a opporsi, a provare a mettersi in gioco, ché forse qualcosa per cui vale la pena di vivere dovrà pur esserci, nonostante l’apatia, nonostante l’aria che pare galleggiare su questo presente infinito.

Leggendo #145 – Un solo paradiso

I libri con protagonista Milano mi fanno sempre un certo effetto tanto che ormai diventa sembra più difficile valutarli oggettivamente senza dare per scontato l’amore e odio infinito per questa città. Dopo un anno da Diario minimo dei giorni di Franco Loi e poche settimane dopo Un’educazione milanese di Rollo, torno a rincorrere pagine che parlano della nuova casa, di Piazza Leonardo, di spazi che riconosco e sono sempre più miei, di periferia ancora più periferia e di centro che beh, è comunque il centro. Perché Un solo paradiso di Giorgio Fontana è soprattutto Milano ed è incredibile come il romanzo stesso sembri una scusa per descrivere la città che si ama e si scopre quartiere dopo quartiere, come se fossero le vie di Milano a raccontare lo stato d’animo del protagonista. È così che la tristezza e la disperazione passano dagli abomini edilizi o le fabbriche abbondante nella periferia e la gioventù dai dintorni di Piola, dalle zone più vicine al centro che i giovani vivono di più.

Amava il modo in cui Milano si lasciava plasmare dal percorso scelto, cambiando pelle dove tutti vedevano solo una coltre monotona di palazzi. Occorreva solo tenacia: quella città che tanto stancava i suoi amici (e che tanto aveva stancato me, al punto di averla abbandonata) per lui costudiva sempre un margine di incanto che gli apparteneva, persino una sorta di mistero.

E pare davvero di sentirlo l’odore di Milano nel nuovo romanzo di Giorgio Fontana, una penna innamorata del capoluogo lombardo tanto da raccontare recentemente di Macao su Internazionale. Un amore puro che si muove tra viale Cassala e la 91 ma che si alimenta soprattutto di passeggiate tanto da diventare il sinonimo perfetto di queste pagine che paiono una parentesi dopo Morte di un uomo felice, una pausa necessaria per raccontare ciò di cui vivono i cuori più giovani: l’amore incondizionato.

Perché comprese questo – il vero punto della storia, come mi disse al Ritornello: si sopravvive a tanti inferni, e non a un solo paradiso.

Un solo paradiso, infatti, è l’amore che si prova senza misure, è la passione che travolge proprio come il jazz, la colonna sonora di una relazione sfortunata e di un protagonista che vive solo al massimo e solo in bianco e nero, senza filtri. Giorgio Fontana racconta una storia che è una confessione, è un inno alla città ma soprattutto alle arti, a quelle che fanno parlare l’animo e a quelle che inquadrano la realtà per studiarla meglio.

La fotografia è l’unica arte che dipende per intero dalla realtà. La musica, la letteratura o la pittura hanno margini diversi, più o meno ampi, di autonomia: a loro il mondo non serve, possono crearne uno nuovo quando gli pare.

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Lontano da Colnaghi, Giorgio Fontana ricorda l’amore e gli istinti più vivi, ricorda Milano e una città in continua evoluzione, sempre pronta a farsi amare e odiare per le sfumature di colori che solo chi ha davvero pazienza sa riconoscere.

 

Leggendo #144 – Fiume Lento

Viaggiare è forse una delle cose di cui non ci si stancherebbe mai. Quella sensazione di essere catapultati in un mondo completamente nuovo, respirare profumi diversi da quelli a cui si è abituati ogni giorno, soffermarsi su dettagli così differenti da voler continuare a osservarli per ore ed ore, fotografando ogni piccolo e minuzioso angolo di mondo nuovo. Eppure spesso, per viaggiare, non è davvero necessario andare troppo lontano. Un parco in città in cui non ci si era mai fermati per più di cinque minuti o una passeggiata nel paese vicino in cui non si aveva mai fatto caso alla forma particolare della piazza sono piccoli tour improvvisati che faranno bene al cuore. Ma non è finita qui. Viaggiare, spesso, è anche tornare e vedere lo stesso luogo a intervalli regolari, studiando ogni minimo cambiamento, mese dopo mese, un po’ come Alessandro Sanna in Fiume Lento – Un Viaggio lungo il Po, un albo grande e immersivo, senza parole, dove gli acquarelli giocano a dipingere cieli e paesaggi nuovi che si alternano sotto le stelle di stagioni che non possono che continuare a tornare.

Autunno – Alluvione

La cosa più spaventosa dell’acqua è la totale mancanza di controllo che l’uomo ha su un fiume in piena e Alessandro Sanna lo sa bene. Il paese lungo le rive del fiume Po pare scomparire sotto pennellate d’acqua dalle sfumature rosse, neanche fossero mattoni sciolti che si sgretolano per riempire il letto del fiume. Viola, rosso e marrone sono i colori di questa stagione, sono lo sfondo – protagonista a personaggi rilegati a dettagli, dove piccole linee raccontano grandi gesti di una comunità pare quasi abituata agli scherzi del corso d’acqua.

2 - autunno

Inverno – La nascita

La nebbia se ne sta andando, tempo di arrivare per giocare a nascondino e far sparire il paesello che già è un ricordo lontano quando viola, azzurro e bianco invadono la campagna per giocare con i rovi degli alberi, tutti spogli lungo il fiume. Ed è nella stagione più fredda che il fiume racconta le storie più intime, quelle che si svolgono dietro le luci accese di stalle e cascine, quando una nuova vita sta arrivando e c’è un cucciolo in più a cui badare.

3 - inverno

Primavera – La sagra

L’azzurro del cielo pare un’esplosione, una rivoluzione per scacciare le nuvole grigie. Insieme al bianco e verde brillante, i colori della primavera giocano intorno al rosso dei tramonti e delle luci colorate delle feste serali, quando le giornate sono sempre più lunghe e i primi amori diventano corse sotto cieli stellati, mano nella mano, alla ricerca di qualcosa che nei primi giorni più caldi sembra così vicino e possibile.

4 - primavera

Estate – Il pittore e la tigre

L’arancio fortissimo è in netto contrasto con i grigi e il viola dei temporali in un paesaggio tutto nuovo che pare una savana dove la natura è protagonista e il corso del fiume si trasforma in un luogo esotico, qualcosa di totalmente diverso da ciò che durante l’anno si alterna lungo le sue sponde. La quotidianità viene un poco scordata, si vive una stagione completamente nuova dove ogni avventura è vissuta ancora più intensamente perché l’estate è la stagione del mettersi alla prova, del rilassarsi, sì, ma anche del stimolare l’animo a vivere sempre nuove vite.

5 - Estate

Fiume lento – Un viaggio lungo il Po sono così storie silenziose di paesaggi che parlano. In queste tavole sono le persone a fare da sfondo per lasciare alla natura il ruolo della protagonista, con i suoi cieli e i suoi colori, dove le figure che si dissolvono nella nebbia sono le stesse che svolazzano in bicicletta o in auto lungo le rive e che grazie alla particolare porosità della carta si possono sfiorare e toccare con mano.

finale


Questo articolo è stato pubblicato su Salt Editions

Leggendo #141 – Un’educazione milanese

Cominciamo dalla considerazione più generale per la quale la percezione di Un’educazione milanese sarà differente in base alla città in cui il libro di Alberto Rollo verrà letto. Mi immagino lettori in riva al mare, i loro piedi che giocano con i granelli di sabbia e la sensazione di chiuso che proveranno mentre si muoveranno fra le pagine ambientate a Milano dove il cigolio del tram si scontrerà con il rumore delle onde che giocano contro gli scogli. Per chi sarà in montagna, poi, la situazione non sarà tanto diversa: il grigio del capoluogo lombardo sarà in netto contrasto con il verde intenso delle pinete mentre l’azzurro brillante del cielo sgombro di nuvole potrà far nascere un’incomprensione, qualcosa che ad alta quota non potrà essere davvero percepito. Perché Un’educazione milanese di Alberto Rollo, portato nelle librerie da Manni Editore, potrà sembrare troppo sincero, forse troppo legato a una città dagli infiniti cliché, eppure ha così tanto da dire sulla nostra società e tutto ciò che sta accadendo in questi decenni.

Si tratta di scegliere dove mettersi per guardare una città.

Per me, a un anno dal trasferimento a Milano, leggere Un’educazione milanese è stato un atto necessario. Da piccola discendente di contadini nella provincia di Bergamo – i vicini di casa di quelli che Alberto Rollo cita nelle ultime pagine del romanzo facendo riferimento a L’albero degli Zoccoli, di Ermanno Olmi e Palosco – la lettura di Un’educazione milanese a Milano è stato qualcosa di diverso da chi la città l’ha sempre avuta sotto il naso. Tanto per cominciare, trovare fra le righe di questo romanzo il racconto dell’arrivo della linea rossa negli anni Sessanta è stato di per sé qualcosa di assurdo, noi della provincia che nemmeno ce la possiamo immaginare la città senza metrò, noi che siamo cresciuti proprio con città sinonimo di metropolitana.

Un’educazione milanese. Una biografia che non è.

Alberto Rollo racconta la sua Milano attraverso la sua vita. È così che Un’educazione milanese diventa l’infanzia che svanisce nell’adolescenza, la giovinezza che esplode per trasformarsi in età adulta, spazio temporale in cui non ci si vuole davvero credere. Disarmante, in tutto ciò, è il continuo cambiamento del linguaggio e dello stile che si adegua al diverso modo di percepire la città da parte del protagonista che, di anno in anno, continua a guardare alla città come la Milano dei treni e dei binari, dei ponti che guardano ferraglie intrecciarsi e del grigio che è quello dell’acciaio e dei fili che compongono linee destinate a trasportare chi arriva o se ne va.

Il ruolo di Alberto Rollo, in queste trecento pagine, è quello di una guida che si sofferma sui dettagli, che gironzola per la città passeggiando piano, facendo profondi respiri e lanciando lo sguardo dove nessuno osserva, dove i dettagli raccontano la differenza che solo chi nasce e cresce in un luogo che ama può notare e descrivere al meglio o chi, ancora, si vede sempre uguale in un paesaggio in continuo cambiamento dove la vita personale con famiglia, amici e primi amori si intreccia ai fatti di cronaca e di attualità.

Un’educazione milanese. La vita operaia ma tanto altro ancora.

In Un’educazione milanese c’è la vita operaia, la periferia e il desiderio di diventare qualcuno ma c’è soprattutto il teatro, il cinema e la letteratura, quelle arti che sanno segnare i giovani come poche altre cose al mondo e che insieme a Milano diventano protagonisti di pagine che sono una continua crescita, il desiderio di scoprirsi attraverso ciò che si vive nella propria città con i suoi personaggi che la scuotono.

Perché la vera difficoltà, nel diventare grandi a Milano fra gli anni Sessanta e Settanta, è la complicata presa di consapevolezza di sé, in un periodo di cambiamenti enormi nella società e nella storia. È la stessa paura di tutti noi giovani, ancora oggi, in un mondo che è sempre più veloce e dove alcuni di noi si sentono spesso in ritardo, presi come sono a cercare di comprendere e approfondire ogni piccolo cambiamento. Alberto Rollo, parlando degli anni Settanta, dice: «(…) quel tempo che ignorava quanto futuro sarebbe arrivato (…)». Non potremmo forse dire la stessa frase, ancora oggi, per questi anni che stiamo vivendo?

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Un’educazione milanese può diventare, così, un elogio alla vita, quella che si può perdere improvvisamente, quella che diventa più cara quando si svuota e la si deve arricchire, quella che fa la lotta con i genitori così diversi e così concettualmente distanti da noi. Il libro di Alberto Rollo racconta il passato ma ha tracce del presente, di attimi che ancora oggi non capiamo e chissà se capiremo mai.


Questo articolo è stato scritto per il quinto appuntamento dello #Stregabello di Cosebelle Mag. 

Cosa fa uno scrittore quando non scrive? 

Quando si inizia a riconoscere parole e non più segni, quando per la prima volta ci si innamora delle storie scritte, alcune domande sorgono più o meno spontanee. Sono, sostanzialmente, dubbi amletici che cominciano a ronzare nella testa del piccolo lettore con protagonisti quei famigerati scrittori che il più delle volte sembrano alieni perché la curiosità, spesso, va ben oltre le vicende narrate. Insomma, Peter Pan aveva la possibilità di rifugiarsi sull’Isola che non c’è, ma che problemi doveva avere J. M. Barrie per desiderare così ardentemente di scappare lontano? E ancora, Matilda era forse il personaggio più dolce e umano che si possa incontrare nei primi anni da lettore: come aveva fatto Roald Dahl a scriverne così meravigliosamente? Cosa faceva la notte, quando tutti dormivano e sognavano, per poter scrivere di una bambina così speciale e coraggiosa? Non parliamo, poi, de’ Il Piccolo Principe (lungi da me criticarne la bellezza e/o il successo che tutti commentano sempre creando squadroni e partiti pro o contro Antoine de Saint-Exupéry), la questione rimane sempre la stessa: se lo scrittore non fosse stato un aviatore, sarebbe mai nata una delle storie più lette dai bambini di ogni nazione? La vita, quella vera, come si insinua fra le pagine di ciò che un narratore scrive?


La domanda è proprio questa: cosa fa uno scrittore quando non scrive? Un autore, d’altronde, non è forse una persona comune come tutti noi? Eppure viene facile chiedersi quale sia la quotidianità di chi riesce a pubblicare il romanzo che andrà a riscuotere un successo improvviso fra i lettori e, soprattutto, quale sia, invece, la vita di quelli che ci provano ma non ci riescono, tutti quelli che si arrendono ma continuano a guardare quel cassetto che custodisce il loro libro scritto solo a metà. Nella raccolta di racconti I difetti Fondamentali di Luca Ricci (Rizzoli) c’è un po’ di tutto questo e qualcosa in più.

Gli sprazzi di realtà descritti dall’autore pisano sono un mondo che qualcuno se lo può anche immaginare ma sul quale non si sofferma mai davvero a pensarci. Ne’ I difetti fondamentali, infatti, si parla di scrittori anonimi che amano, che si nascondono dal mondo, che muoiono aspettando che il proprio lavoro venga riconosciuto, che rinunciano alla carriera che avevano sognato per scegliere di diventare semplici affittacamere. Con frasi lunghe, seguite poi da molte pause per prendere fiato, la scrittura di Luca Ricci ci immerge nel racconto con lo scopo di farci avvolgere da un vortice che uno non se lo spiega davvero come sia possibile che la vita di uno scrittore possa essere così. A tratti feroce, e sicuramente fin troppo sincero, I difetti fondamentali sono una chiave per leggere la vita di tutti i giorni di chi scrive, per ricordarci che sono persone umane, sì, con gli stessi vizi e passioni di tutti noi.

Cominciamo dal fatto, per esempio, che scrivere è come il sesso, più o meno.

Scrivere è come fare petting, né più né meno. Scrivendo uno non arriva mai al punto, e può cominciare a macerarsi per ore, giorni, settimane, mesi, anni e così via. Insomma, scrivere non è piacevole, ma è eccitante.

 Lo scrittore, più di altri, ha molte passioni e la carne, comprensibile ma non troppo, è una delle più comuni. Quando lessi per la prima volta L’amante di Lady Chatterley cercai subito di capire se David Herbert Lawrence fosse un maniaco (non parliamo poi di cosa mi ritrovai a pensare di Vladimir Vladimirovič Nabokov dopo aver letto Lolita). Anche Luca Ricci, in uno dei suoi racconti racchiusi ne’ I difetti fondamentali, si sofferma su questo particolare della carne, su quel vizio viscerale che lega la scrittura al sesso, trasformandola poi in un’ossessione, quello stato psicologico che aleggia su ogni relazione basata sulla follia. Non è un caso, infatti, se Luca Ricci si ritrova anche a narrare la poco equilibrata relazione che si può instaurare fra una scrittrice e un critico ovvero fra chi spera che le proprie parole riscuotano un qualsiasi tipo di successo e chi decide la fama e la gloria altrui. Un gioco che è un azzardo, una storia d’amore (ma non troppo) che spesso si ripete anche nella vita dei più grandi scrittori i quali, volenti o nolenti, si ritrovano spesso a sposare il proprio editor e/o critico. Il talento di Virginia Woolf (indiscusso ed eccezionale) come sarebbe arrivato alle stampe se non ci fosse stato tutto il sostegno del marito Leonard? Sono supposizioni, non si vogliono lasciare dubbi, eppure le relazioni di uno scrittore non sono mai così scontate, così come i suoi vizi.

E parliamo di brutte abitudini, chi non ne ha, eppure la cosa più assurda e forse meno semplice da pensare è che uno scrittore quando non scrive fa esattamente quello che facciamo tutti noi: si annoia, spera che smetta di piovere, si prepara il pranzo, a volte talmente bene da diventare anche un esperto di gastronomia vedi alla voce: Alexandre Dumas chef. Il vero e immenso vizio degli scrittori, infatti, è che persino i loro hobby debbono diventare elogi scritti e saggistica improvvisata. Haruki Murakami ama correre, come forse il settanta per cento della popolazione mondiale, tuttavia solo lui poteva trasformare quella sua passione in un libercolo, L’arte di correre, che è una semplice celebrazione alla sua attività sportiva che, come qualsiasi valvola di sfogo al mondo, l’ha aiutato nell’attività lavorativa e, più semplicemente, ad affrontare la propria vita personale. Dai racconti di Luca Ricci emergono tutte queste semplici deduzioni sugli scrittori, sulla loro voglia di uscire con gli amici, di innamorarsi, di vivere le novità del loro tempo attraverso personaggi che, ricordiamolo, sono scrittori, sì, ma anonimi nel senso più puro del termine: delle identità sconosciute.

Ne’ I difetti fondamentali, inoltre, sono importantissimi lo spazio e il tempo. Questo perché, come in ogni grande romanzo o racconto dove troviamo sempre un pezzo di realtà che narra la vita quotidiana e il contesto storico per immergerci ancora più nel profondo dei protagonisti, anche nella raccolta di Luca Ricci c’è la costruzione di uno spazio – tempo ben preciso, una collocazione netta che rendono i racconti racchiusi in quest’edizione così contemporanei e così Duemila.

Durante il mio apprendistato letterario pensavo che chattare fosse un ottimo esercizio per la stesura dei dialoghi. O almeno quella era la scusa ufficiale. (…) Chattare era semplice negli anni in cui navigare a volto coperto non solo era normale – i social network non erano ancora comparsi – ma quasi auspicabile.

Vien da sé che tutto questo indagare sulla vita privata dell’autore porta poi, in realtà, anche a una leggera ma curiosa attenzione su come il mondo della scrittura sia cambiato nel corso del tempo. Mentre ci immaginiamo i migliori romanzieri dell’Ottocento rinchiusi nelle loro soffitte a scrivere pagine e pagine a mano, sotto l’irrequieta fiamma della loro candela, oggi il contesto è decisamente cambiato.

Secondo lui uno scrittore era soprattutto un tizio attratto fatalmente da una tastiera. (…) Quella pressione accelerata sulle lettere impresse sui tasti era il vero mistero della scrittura, ben più dei cosiddetti processi creativi, e rappresentava da un punto di vista materiale, e persino fisiologico, l’inspiegabile motivo per cui scriveva.

Chissà se Charles Dickens avrebbe lavorato a David Copperfield utilizzando Pages oppure Word. Forse, a ragionarci sopra quell’attimo in più, lo scrittore britannico avrebbe preferito la semplicità delle Note tanto da utilizzarne una diversa per ogni parte del romanzo pubblicata mensilmente su rivista.

Lo so, stiamo deragliando se non delirando. A inizio lettura eravate quasi certi di poter scoprire qualche assurdità che vi avrebbe portato a conoscere tutti i segreti dello scrittore quando non scrive e invece avete scoperto che è semplicemente ossessionato dal sesso, come il novantacinque per cento della popolazione mondiale, e che per la pausa pranzo potrebbe prepararsi dei panini proprio come voi quando nella dispensa non è rimasto nient’altro. Eppure sorge il dubbio che forse era fin troppo banale chiederselo, la realtà è che uno scrittore è come un meccanico appassionato d’auto che, chiusa la saracinesca della propria officina, torna a casa a guardarsi il Gran Premio di Formula Uno o, eccezion vuole, la Moto GP. Probabilmente uno scrittore, quando non scrive, pensa a cosa potrebbe scrivere. Pensa agli infiniti fatti che accadono intorno a sé ragionando su come trasformarli in storie. Nonostante ciò I difetti fondamentali di Luca Ricci vogliono ricordarci che anche gli autori sono umani, che spesso sono solo concentrati su se stessi, sul proprio lavoro che richiede più testa di altri. Perché gli scrittori, forse, hanno l’unica colpa di essere solo più egocentrici e, soprattutto, più impauriti dal fallimento poiché avrebbe come unica conseguenza la terribile e irrecuperabile perdita di fiducia in se stessi.
(Questo articolo è stato pubblicato su Finzioni Magazine). 

Merry Christmas, Joan Didion.

Questa speciale lettera a Babbo Natale  è stata scritta e pubblicata in occasione dell’Avvento letterario di Impressions Chosen From Another Time.

Joan Didion and John Gregory Dunne, Trancas, California, March 1972

Caro Babbo Natale,

Ti scrivo mentre sono nella Miami degli anni Ottanta, mentre voglio lottare per un bene comune che non si trova mai, figuriamoci quando di mezzo ci sono ricconi e affari da infiniti zeri. Ti scrivo dall’ennesima città che non ho mai visitato, dall’ennesima parte di America che lei, la mia scrittrice del cuore, ha descritto con tanto fervore da rimanermi impressa nel cuore e nella mente come se fossi stata davvero lì, al suo fianco, a discutere di società e architettura come facce della stessa medaglia.

Il fatto è che, caro Babbo Natale, per questo 25 dicembre voglio un regalo speciale, specialissimo, perché la lista di libri e fumetti che troverai qua sotto non è per me ma per la donna più speciale che ha reso questi ultimi due anni più belli, più veri, più vissuti. Lei si chiama Joan Didion ed è forse la donna più magnifica che io abbia mai letto.Se il colpo di fulmine è avvenuto con Prendila così, l’amore è sbocciato con le raccolte dei suoi scritti giornalistici, quelli che si trovano in Verso Betlemme. Scritti 1961-1968 e The White Album e che raccontano gli anni Sessanta e Settanta di una Joan Didion sempre presente in ciò che narra, di una penna che sembra una bambina curiosa che non sa resistere al desiderio di voler sondare tutti i terreni, dalla politica alla cultura passando alle infrastrutture e alle città che visita e vive nella sua vita, dalla Sacramento abbandonata in gioventù, alla New York degli anni più vividi.

A Joan Didion, sempre in balia di quel dilemma casa o non casa, tornare o restare, vorrei, caro Babbo Natale, che tu le regalassi Anche noi l’America di Cristina Henríquez, un libro che ha come protagonisti solo personaggi forti e coraggiosi, dei cuor di leone che inseguono il proprio sogno americano senza timore, senza spaventarsi del cambiamento e della difficoltà di inserirsi in una realtà diversa dalla propria. La Joan Didion che ha studiato e analizzato Miami nell’omonimo romanzo l’apprezzerebbe molto.

Vorrei poi, caro Babbo Natale, che tu regalassi a Joan Didion quella bellezza infinita di America primo amore di Mario Soldati (Sellerio) perché vorrei ricordarle che il suo paese è un posto stupendo e la sua paura di viverlo pure, che partire è facile ma tornare non lo è mai e chi più di un esule obbligato come Soldati può raccontarglielo?

Ma un grande viaggio intrapreso sui vent’anni, un’emigrazione interrotta, conferisce al paese straniero che abbiamo abbandonato una lontananza religiosa, un’estraneità piena di stupori. E di viaggi ne sa anche Cyril Pedrosa che con le linee ingarbugliate del suo Portugal (Bao Publishing) ci trascina in un viaggio che è soprattutto una crescita interiore, il desiderio di scoprirsi che è lo stesso di Joan Didion, di lei, così insicura, tanto da ricevere, come regalo di compleanno da parte di suo marito, John Gregory Dunne, la lettura di un passaggio di un suo romanzo senza sapere, poi, che quello sarebbe stato l’ultimo dono del compagno di una vita intera. Un presagio, forse, che lascerà ceneri dalle quali nascerà L’anno del pensiero magico, un inno al dolore da far perdere al lettore qualsiasi riferimento alla realtà e il desiderio di sedersi al fianco di Joan Didion, senza necessariamente stringerle la mano perché a volte è sufficiente la presenza, sapere che qualcuno, anche se non lo si vede, è proprio lì.

Perché insomma, scrittrice, giornalista e saggista: lei è davvero tutto. Joan Didion è la donna che origlia conversazioni e le trasforma in riflessioni, è la voce che non si stanca di parlare, è la bellezza della scrittura che vuole sempre crescere e migliorarsi senza mai scordare di indagare le emozioni per trasformare le parole in mondi intensi ma spesso anche laceranti. A lei, così attaccata alla vita, vorrei che tu, Babbo Natale, regalassi anche Bisogno di libertàdi Björn Larsson (Iperborea), un saggio – biografia che è una continua lode alla ricerca della propria felicità perché chissà se anche Joan Didion, in tutti questi anni in cui si è costruita quella corazza incredibile, non abbia sognato, ogni tanto, di naufragare lontano da tutto.

Caro Babbo Natale, nel 2017 Joan Didion porterà nelle librerie un nuovo capolavoro. Io lo so che sarà meraviglioso e per questo ti chiedo di lasciarle anche un poco di biscotti e soprattutto tanto gelato, che scrivere è faticoso e gli zuccheri non sono mai abbastanza. Non dirle che sono da parte mia, dille che è solo un piccolo grazie per quelle infinite parole che mi lasciano senza fiato ogni volta che apro un suo libro e che mi fanno sognare e mi convincono ogni giorno a continuare a provare e riprovare a inseguire i miei sogni.

Merry Christmas, Joan Didion.

Leggendo #133 – Della famiglia Fang e un Wes Anderson in più

A volte mi sembra di avere il cuore nello stomaco.

Quando non leggi per tanto tempo, quando ti ritrovi a fare più traslochi di quanti umanamente se ne possono sopportare (Francesco Motta insegna), tutto diventa estremamente e terribilmente difficile, soprattutto quando vorresti leggere e invece c’è la spesa pre – durante – post nuova casa a rubarti ogni istante, compresi quelli in cui vorresti abbandonarti a una bella storia. Quella de’ La famiglia Fang, portata nelle librerie da Fazi Editore e scritta da Kevin Wilson, è una di queste, una di quelle pause rasserenanti dal profumo di biscotti appena sfornati.

“Be’, immagino che sia per questo che scrivo. Mi vengono in testa queste idee assurde, e non voglio neppure pensarci, ma non riesco a liberarmene finché non le porto avanti fin dove riesco, finché non arrivo a una specie di finale, e solo allora sono capace di staccarmene. Ecco cosa significa per me scrivere”.

La famiglia Fang è un film di Wes Anderson. O meglio, la famiglia Fang doveva essere un Wes Anderson e anche se questa storia è stata portata nelle sale cinematografiche da un altro regista, non me ne voglia il fato se io, perdendomi fra queste pagine, mi sono ritrovata a scovare tutte le bellezze che ci han fatto innamorare de’ I Tenenbaum. Perché questo romanzo di Kevin Wilson è bello, quel bello che proprio ti vien voglia di perderci, che continui a ripensare ai personaggi perché li leggi ma li vedi, stanno davanti a te con le loro vite completamente incasinate che ti consola sapere che da qualche parte c’è qualcuno con un tornado in testa paragonabile al tuo.

I Fang gettano semplicemente i propri corpi in uno spazio come fossero bombe a mano e aspettano che lo sconvolgimento avvenga.

schermata-2016-10-27-alle-15-40-48La cosa più bella della famiglia Fang, che la rende così particolare e vicina a Wes Anderson, è l’amore per l’arte, per quelle vite un po’ estreme che giocano con la quotidianità, dove non ci si accontenta di ciò che si ha ma si corre ovunque, soprattutto con la mente, a cercare il particolare più bizzarro per enfatizzarlo e farlo diventare una caratterista di sé. Questa passione per l’espressione artistica, per tutto ciò che può far parlare il pubblico, diventa ne’ La famiglia Fang il desiderio di aver voglia di vivere e di non arrendersi mai. È il desiderio di mettersi in gioco, a qualunque costo, per avere il coraggio che non si ha soprattutto quando ci si ritrova davanti a cambiamenti banali ma non troppo.

“Le cose più semplici sono le più difficili da capire”

Tutto cambia, sempre. La famiglia Fang è uno di quei romanzi che ti dà una pacca sulla spalla e ti racconta che non c’è bisogno di preoccuparsi, che tutto andrà bene, che una città nuova non fa poi così paura, che per chi se ne va c’è qualcuno che arriva, che è sufficiente una piccola attenzione per dare alla giornata una nuova piega, che è inutile pensare a cosa accadrà domani: se oggi è bello, tanto vale restarsene qua e non spostarsi più.

“Che cosa pensi farò?” gli chiese la sorella.
“Qualunque cosa sarà” rispose lui “credo che sarai terrorizzata quando succederà. Ma non permettere a questo di fermarti”.