Cosa fa uno scrittore quando non scrive? 

Quando si inizia a riconoscere parole e non più segni, quando per la prima volta ci si innamora delle storie scritte, alcune domande sorgono più o meno spontanee. Sono, sostanzialmente, dubbi amletici che cominciano a ronzare nella testa del piccolo lettore con protagonisti quei famigerati scrittori che il più delle volte sembrano alieni perché la curiosità, spesso, va ben oltre le vicende narrate. Insomma, Peter Pan aveva la possibilità di rifugiarsi sull’Isola che non c’è, ma che problemi doveva avere J. M. Barrie per desiderare così ardentemente di scappare lontano? E ancora, Matilda era forse il personaggio più dolce e umano che si possa incontrare nei primi anni da lettore: come aveva fatto Roald Dahl a scriverne così meravigliosamente? Cosa faceva la notte, quando tutti dormivano e sognavano, per poter scrivere di una bambina così speciale e coraggiosa? Non parliamo, poi, de’ Il Piccolo Principe (lungi da me criticarne la bellezza e/o il successo che tutti commentano sempre creando squadroni e partiti pro o contro Antoine de Saint-Exupéry), la questione rimane sempre la stessa: se lo scrittore non fosse stato un aviatore, sarebbe mai nata una delle storie più lette dai bambini di ogni nazione? La vita, quella vera, come si insinua fra le pagine di ciò che un narratore scrive?


La domanda è proprio questa: cosa fa uno scrittore quando non scrive? Un autore, d’altronde, non è forse una persona comune come tutti noi? Eppure viene facile chiedersi quale sia la quotidianità di chi riesce a pubblicare il romanzo che andrà a riscuotere un successo improvviso fra i lettori e, soprattutto, quale sia, invece, la vita di quelli che ci provano ma non ci riescono, tutti quelli che si arrendono ma continuano a guardare quel cassetto che custodisce il loro libro scritto solo a metà. Nella raccolta di racconti I difetti Fondamentali di Luca Ricci (Rizzoli) c’è un po’ di tutto questo e qualcosa in più.

Gli sprazzi di realtà descritti dall’autore pisano sono un mondo che qualcuno se lo può anche immaginare ma sul quale non si sofferma mai davvero a pensarci. Ne’ I difetti fondamentali, infatti, si parla di scrittori anonimi che amano, che si nascondono dal mondo, che muoiono aspettando che il proprio lavoro venga riconosciuto, che rinunciano alla carriera che avevano sognato per scegliere di diventare semplici affittacamere. Con frasi lunghe, seguite poi da molte pause per prendere fiato, la scrittura di Luca Ricci ci immerge nel racconto con lo scopo di farci avvolgere da un vortice che uno non se lo spiega davvero come sia possibile che la vita di uno scrittore possa essere così. A tratti feroce, e sicuramente fin troppo sincero, I difetti fondamentali sono una chiave per leggere la vita di tutti i giorni di chi scrive, per ricordarci che sono persone umane, sì, con gli stessi vizi e passioni di tutti noi.

Cominciamo dal fatto, per esempio, che scrivere è come il sesso, più o meno.

Scrivere è come fare petting, né più né meno. Scrivendo uno non arriva mai al punto, e può cominciare a macerarsi per ore, giorni, settimane, mesi, anni e così via. Insomma, scrivere non è piacevole, ma è eccitante.

 Lo scrittore, più di altri, ha molte passioni e la carne, comprensibile ma non troppo, è una delle più comuni. Quando lessi per la prima volta L’amante di Lady Chatterley cercai subito di capire se David Herbert Lawrence fosse un maniaco (non parliamo poi di cosa mi ritrovai a pensare di Vladimir Vladimirovič Nabokov dopo aver letto Lolita). Anche Luca Ricci, in uno dei suoi racconti racchiusi ne’ I difetti fondamentali, si sofferma su questo particolare della carne, su quel vizio viscerale che lega la scrittura al sesso, trasformandola poi in un’ossessione, quello stato psicologico che aleggia su ogni relazione basata sulla follia. Non è un caso, infatti, se Luca Ricci si ritrova anche a narrare la poco equilibrata relazione che si può instaurare fra una scrittrice e un critico ovvero fra chi spera che le proprie parole riscuotano un qualsiasi tipo di successo e chi decide la fama e la gloria altrui. Un gioco che è un azzardo, una storia d’amore (ma non troppo) che spesso si ripete anche nella vita dei più grandi scrittori i quali, volenti o nolenti, si ritrovano spesso a sposare il proprio editor e/o critico. Il talento di Virginia Woolf (indiscusso ed eccezionale) come sarebbe arrivato alle stampe se non ci fosse stato tutto il sostegno del marito Leonard? Sono supposizioni, non si vogliono lasciare dubbi, eppure le relazioni di uno scrittore non sono mai così scontate, così come i suoi vizi.

E parliamo di brutte abitudini, chi non ne ha, eppure la cosa più assurda e forse meno semplice da pensare è che uno scrittore quando non scrive fa esattamente quello che facciamo tutti noi: si annoia, spera che smetta di piovere, si prepara il pranzo, a volte talmente bene da diventare anche un esperto di gastronomia vedi alla voce: Alexandre Dumas chef. Il vero e immenso vizio degli scrittori, infatti, è che persino i loro hobby debbono diventare elogi scritti e saggistica improvvisata. Haruki Murakami ama correre, come forse il settanta per cento della popolazione mondiale, tuttavia solo lui poteva trasformare quella sua passione in un libercolo, L’arte di correre, che è una semplice celebrazione alla sua attività sportiva che, come qualsiasi valvola di sfogo al mondo, l’ha aiutato nell’attività lavorativa e, più semplicemente, ad affrontare la propria vita personale. Dai racconti di Luca Ricci emergono tutte queste semplici deduzioni sugli scrittori, sulla loro voglia di uscire con gli amici, di innamorarsi, di vivere le novità del loro tempo attraverso personaggi che, ricordiamolo, sono scrittori, sì, ma anonimi nel senso più puro del termine: delle identità sconosciute.

Ne’ I difetti fondamentali, inoltre, sono importantissimi lo spazio e il tempo. Questo perché, come in ogni grande romanzo o racconto dove troviamo sempre un pezzo di realtà che narra la vita quotidiana e il contesto storico per immergerci ancora più nel profondo dei protagonisti, anche nella raccolta di Luca Ricci c’è la costruzione di uno spazio – tempo ben preciso, una collocazione netta che rendono i racconti racchiusi in quest’edizione così contemporanei e così Duemila.

Durante il mio apprendistato letterario pensavo che chattare fosse un ottimo esercizio per la stesura dei dialoghi. O almeno quella era la scusa ufficiale. (…) Chattare era semplice negli anni in cui navigare a volto coperto non solo era normale – i social network non erano ancora comparsi – ma quasi auspicabile.

Vien da sé che tutto questo indagare sulla vita privata dell’autore porta poi, in realtà, anche a una leggera ma curiosa attenzione su come il mondo della scrittura sia cambiato nel corso del tempo. Mentre ci immaginiamo i migliori romanzieri dell’Ottocento rinchiusi nelle loro soffitte a scrivere pagine e pagine a mano, sotto l’irrequieta fiamma della loro candela, oggi il contesto è decisamente cambiato.

Secondo lui uno scrittore era soprattutto un tizio attratto fatalmente da una tastiera. (…) Quella pressione accelerata sulle lettere impresse sui tasti era il vero mistero della scrittura, ben più dei cosiddetti processi creativi, e rappresentava da un punto di vista materiale, e persino fisiologico, l’inspiegabile motivo per cui scriveva.

Chissà se Charles Dickens avrebbe lavorato a David Copperfield utilizzando Pages oppure Word. Forse, a ragionarci sopra quell’attimo in più, lo scrittore britannico avrebbe preferito la semplicità delle Note tanto da utilizzarne una diversa per ogni parte del romanzo pubblicata mensilmente su rivista.

Lo so, stiamo deragliando se non delirando. A inizio lettura eravate quasi certi di poter scoprire qualche assurdità che vi avrebbe portato a conoscere tutti i segreti dello scrittore quando non scrive e invece avete scoperto che è semplicemente ossessionato dal sesso, come il novantacinque per cento della popolazione mondiale, e che per la pausa pranzo potrebbe prepararsi dei panini proprio come voi quando nella dispensa non è rimasto nient’altro. Eppure sorge il dubbio che forse era fin troppo banale chiederselo, la realtà è che uno scrittore è come un meccanico appassionato d’auto che, chiusa la saracinesca della propria officina, torna a casa a guardarsi il Gran Premio di Formula Uno o, eccezion vuole, la Moto GP. Probabilmente uno scrittore, quando non scrive, pensa a cosa potrebbe scrivere. Pensa agli infiniti fatti che accadono intorno a sé ragionando su come trasformarli in storie. Nonostante ciò I difetti fondamentali di Luca Ricci vogliono ricordarci che anche gli autori sono umani, che spesso sono solo concentrati su se stessi, sul proprio lavoro che richiede più testa di altri. Perché gli scrittori, forse, hanno l’unica colpa di essere solo più egocentrici e, soprattutto, più impauriti dal fallimento poiché avrebbe come unica conseguenza la terribile e irrecuperabile perdita di fiducia in se stessi.
(Questo articolo è stato pubblicato su Finzioni Magazine). 

Merry Christmas, Joan Didion.

Questa speciale lettera a Babbo Natale  è stata scritta e pubblicata in occasione dell’Avvento letterario di Impressions Chosen From Another Time.

Joan Didion and John Gregory Dunne, Trancas, California, March 1972

Caro Babbo Natale,

Ti scrivo mentre sono nella Miami degli anni Ottanta, mentre voglio lottare per un bene comune che non si trova mai, figuriamoci quando di mezzo ci sono ricconi e affari da infiniti zeri. Ti scrivo dall’ennesima città che non ho mai visitato, dall’ennesima parte di America che lei, la mia scrittrice del cuore, ha descritto con tanto fervore da rimanermi impressa nel cuore e nella mente come se fossi stata davvero lì, al suo fianco, a discutere di società e architettura come facce della stessa medaglia.

Il fatto è che, caro Babbo Natale, per questo 25 dicembre voglio un regalo speciale, specialissimo, perché la lista di libri e fumetti che troverai qua sotto non è per me ma per la donna più speciale che ha reso questi ultimi due anni più belli, più veri, più vissuti. Lei si chiama Joan Didion ed è forse la donna più magnifica che io abbia mai letto.Se il colpo di fulmine è avvenuto con Prendila così, l’amore è sbocciato con le raccolte dei suoi scritti giornalistici, quelli che si trovano in Verso Betlemme. Scritti 1961-1968 e The White Album e che raccontano gli anni Sessanta e Settanta di una Joan Didion sempre presente in ciò che narra, di una penna che sembra una bambina curiosa che non sa resistere al desiderio di voler sondare tutti i terreni, dalla politica alla cultura passando alle infrastrutture e alle città che visita e vive nella sua vita, dalla Sacramento abbandonata in gioventù, alla New York degli anni più vividi.

A Joan Didion, sempre in balia di quel dilemma casa o non casa, tornare o restare, vorrei, caro Babbo Natale, che tu le regalassi Anche noi l’America di Cristina Henríquez, un libro che ha come protagonisti solo personaggi forti e coraggiosi, dei cuor di leone che inseguono il proprio sogno americano senza timore, senza spaventarsi del cambiamento e della difficoltà di inserirsi in una realtà diversa dalla propria. La Joan Didion che ha studiato e analizzato Miami nell’omonimo romanzo l’apprezzerebbe molto.

Vorrei poi, caro Babbo Natale, che tu regalassi a Joan Didion quella bellezza infinita di America primo amore di Mario Soldati (Sellerio) perché vorrei ricordarle che il suo paese è un posto stupendo e la sua paura di viverlo pure, che partire è facile ma tornare non lo è mai e chi più di un esule obbligato come Soldati può raccontarglielo?

Ma un grande viaggio intrapreso sui vent’anni, un’emigrazione interrotta, conferisce al paese straniero che abbiamo abbandonato una lontananza religiosa, un’estraneità piena di stupori. E di viaggi ne sa anche Cyril Pedrosa che con le linee ingarbugliate del suo Portugal (Bao Publishing) ci trascina in un viaggio che è soprattutto una crescita interiore, il desiderio di scoprirsi che è lo stesso di Joan Didion, di lei, così insicura, tanto da ricevere, come regalo di compleanno da parte di suo marito, John Gregory Dunne, la lettura di un passaggio di un suo romanzo senza sapere, poi, che quello sarebbe stato l’ultimo dono del compagno di una vita intera. Un presagio, forse, che lascerà ceneri dalle quali nascerà L’anno del pensiero magico, un inno al dolore da far perdere al lettore qualsiasi riferimento alla realtà e il desiderio di sedersi al fianco di Joan Didion, senza necessariamente stringerle la mano perché a volte è sufficiente la presenza, sapere che qualcuno, anche se non lo si vede, è proprio lì.

Perché insomma, scrittrice, giornalista e saggista: lei è davvero tutto. Joan Didion è la donna che origlia conversazioni e le trasforma in riflessioni, è la voce che non si stanca di parlare, è la bellezza della scrittura che vuole sempre crescere e migliorarsi senza mai scordare di indagare le emozioni per trasformare le parole in mondi intensi ma spesso anche laceranti. A lei, così attaccata alla vita, vorrei che tu, Babbo Natale, regalassi anche Bisogno di libertàdi Björn Larsson (Iperborea), un saggio – biografia che è una continua lode alla ricerca della propria felicità perché chissà se anche Joan Didion, in tutti questi anni in cui si è costruita quella corazza incredibile, non abbia sognato, ogni tanto, di naufragare lontano da tutto.

Caro Babbo Natale, nel 2017 Joan Didion porterà nelle librerie un nuovo capolavoro. Io lo so che sarà meraviglioso e per questo ti chiedo di lasciarle anche un poco di biscotti e soprattutto tanto gelato, che scrivere è faticoso e gli zuccheri non sono mai abbastanza. Non dirle che sono da parte mia, dille che è solo un piccolo grazie per quelle infinite parole che mi lasciano senza fiato ogni volta che apro un suo libro e che mi fanno sognare e mi convincono ogni giorno a continuare a provare e riprovare a inseguire i miei sogni.

Merry Christmas, Joan Didion.

Leggendo #133 – Della famiglia Fang e un Wes Anderson in più

A volte mi sembra di avere il cuore nello stomaco.

Quando non leggi per tanto tempo, quando ti ritrovi a fare più traslochi di quanti umanamente se ne possono sopportare (Francesco Motta insegna), tutto diventa estremamente e terribilmente difficile, soprattutto quando vorresti leggere e invece c’è la spesa pre – durante – post nuova casa a rubarti ogni istante, compresi quelli in cui vorresti abbandonarti a una bella storia. Quella de’ La famiglia Fang, portata nelle librerie da Fazi Editore e scritta da Kevin Wilson, è una di queste, una di quelle pause rasserenanti dal profumo di biscotti appena sfornati.

“Be’, immagino che sia per questo che scrivo. Mi vengono in testa queste idee assurde, e non voglio neppure pensarci, ma non riesco a liberarmene finché non le porto avanti fin dove riesco, finché non arrivo a una specie di finale, e solo allora sono capace di staccarmene. Ecco cosa significa per me scrivere”.

La famiglia Fang è un film di Wes Anderson. O meglio, la famiglia Fang doveva essere un Wes Anderson e anche se questa storia è stata portata nelle sale cinematografiche da un altro regista, non me ne voglia il fato se io, perdendomi fra queste pagine, mi sono ritrovata a scovare tutte le bellezze che ci han fatto innamorare de’ I Tenenbaum. Perché questo romanzo di Kevin Wilson è bello, quel bello che proprio ti vien voglia di perderci, che continui a ripensare ai personaggi perché li leggi ma li vedi, stanno davanti a te con le loro vite completamente incasinate che ti consola sapere che da qualche parte c’è qualcuno con un tornado in testa paragonabile al tuo.

I Fang gettano semplicemente i propri corpi in uno spazio come fossero bombe a mano e aspettano che lo sconvolgimento avvenga.

schermata-2016-10-27-alle-15-40-48La cosa più bella della famiglia Fang, che la rende così particolare e vicina a Wes Anderson, è l’amore per l’arte, per quelle vite un po’ estreme che giocano con la quotidianità, dove non ci si accontenta di ciò che si ha ma si corre ovunque, soprattutto con la mente, a cercare il particolare più bizzarro per enfatizzarlo e farlo diventare una caratterista di sé. Questa passione per l’espressione artistica, per tutto ciò che può far parlare il pubblico, diventa ne’ La famiglia Fang il desiderio di aver voglia di vivere e di non arrendersi mai. È il desiderio di mettersi in gioco, a qualunque costo, per avere il coraggio che non si ha soprattutto quando ci si ritrova davanti a cambiamenti banali ma non troppo.

“Le cose più semplici sono le più difficili da capire”

Tutto cambia, sempre. La famiglia Fang è uno di quei romanzi che ti dà una pacca sulla spalla e ti racconta che non c’è bisogno di preoccuparsi, che tutto andrà bene, che una città nuova non fa poi così paura, che per chi se ne va c’è qualcuno che arriva, che è sufficiente una piccola attenzione per dare alla giornata una nuova piega, che è inutile pensare a cosa accadrà domani: se oggi è bello, tanto vale restarsene qua e non spostarsi più.

“Che cosa pensi farò?” gli chiese la sorella.
“Qualunque cosa sarà” rispose lui “credo che sarai terrorizzata quando succederà. Ma non permettere a questo di fermarti”.

Leggendo #129 – Le cose che non facciamo

C’è una cosa che facevo sempre da bambina quando andavo in spiaggia e che mi sono ritrovata a fare qualche giorno fa, in riva al mare dopo anni, mentre le onde mi sballottavano di qua e di là. Questa cosa che facevo e che son tornata a fare è osservare le coppiette nel senso che quando mi trovo in spiaggia proprio mi metto a fissarle e non riesco mica a levare lo sguardo se non quando cominciano a guardarmi imbarazzate o indemoniate. Da piccina era innocente curiosità, voglia di capire cosa succede ai grandi che si muovono in una complicata ma affascinante vita; ora è semplicemente un modo per avere conferme su come l’ottanta per cento delle coppie che ci sono al mondo dovrebbero semplicemente dirsi addio, studiarle in un habitat come la spiaggia dove tutti si mostrano così come sono realmente (in tutti i sensi) per poi disegnare una riga fra loro, le coppiette, per far capire che uno dovrebbe stare di qua e uno di là da quella cosa invisibile ma presente a meno che entrambi non vogliano cancellare insieme quella linea e capire cosa sbagliano o come potrebbero amarsi meglio e quindi stare davvero vicini e davvero insieme. Questa divisione, questa separazione aleatoria eppure così simbolica, è la protagonista di uno dei meravigliosi racconti che si trovano in Le cose che non facciamo di Andrés Neuman, una raccolta portata in libreria da Edizioni Sur che una volta in spiaggia vorrete leggere e rileggere un’infinità di volte.

Pensandoci bene, non so cosa sia più grave: non accorgersi di certe cose o accorgersene e non fare niente. Proprio per questo, capisci, ho tirato quella riga. È infantile. È brutta e piccolina. Ed è la cosa più importante che io abbia fatto quest’estate. [Una riga sulla sabbia]

Ma facciamo ordine.

Ne’ Le cose che non facciamo di Andrés Neuman ci sono tante cose, infinite. Non sono nemmeno centocinquanta pagine ma quando arriverete alla fine (molto presto) capirete che la sola cosa che vi rimane da fare è tornare indietro, alla copertina del libro, per ricominciare la lettura di ogni racconto, magari in ordine sparso, ma con la necessità di rivivere ogni paragrafo, se non ogni parola, sulla vostra pelle. Perché i racconti dello scrittore di origini argentine scavano ovunque, in ogni fragile contesto che si incontra ogni giorno, e si diramano in qualsiasi ambito che sta fra la vita e la morte ma soprattutto la prima, quella cosa che ingarbuglia ogni istante in cui si decide di vivere e che rendono complicato ma meraviglioso questo mal d’animo quotidiano.

Un po’ vago, vero? Ci riprovo.

Ne’ Le cose che non facciamo di Andrés Neuman c’è un riferimento a Bachelard e al fatto che secondo il filosofo della scienza francese ci sono posti che sono un tempo. Non c’è distinzione fra oggi e domani quando un posto è stato vissuto sia ieri che oggi: quel posto resterà oggi e il domani non arriverà mai.

Non c’è niente di più disordinato che tralasciare di scrivere quel che accade. (…) Se non mi racconto la storia, non capisco che posto occupa ognuno di noi. [Juan, José]

E quindi scrivere diventa la soluzione. Lasciare sulla carta quello che succede ieri e oggi può far capire quanto il domani sia davvero un domani e quanto il futuro stia veramente arrivando oppure si nasconda ancora dietro a un continuo oggi che non cambia mai. Andrés Neuman racconta ciò e molto altro in questa raccolta perché sceglie di narrare quei momenti chiave, quelle piccole cose che si vivono non si sa bene come, quei momenti in cui si pensa a cosa sarebbe successo se si fosse riusciti a realizzare meglio l’accaduto o prevedere l’istante successivo, quei momenti che sono cardini di portoni che si chiudono o si aprono.

Ci rassicura credere che le grandi decisioni si prendano poco per volta, si concepiscano con il tempo. Ma il tempo non concepisce niente. Erode, solamente, sottrae, rompe. [Dopo Elena]

La voglia di rileggere ogni racconto di Andrés Neuman è provocata dal fatto che la sua scrittura nasconde storie fra le parole, crea universi in piccoli mondi sconvolgendo l’animo del lettore che si ritrova completamente disarmato davanti a pagine che tentano di metterlo a nudo, di far risaltare ogni suo piccolo ma grande errore, fingendo ironia e fantasia per parlare di ciò che è reale e vivido, di ciò che non si vuole mai ammettere soprattutto quando c’è di mezzo quella cosa terribile ma indispensabile eppure contraddittoria: l’amore.

Mi piacciono tutti i propositi, dichiarati o segreti, che disattendiamo insieme. È questo che preferisco della vita a due. La meraviglia aperta sull’altrove. Le cose che non facciamo. [Le cose che non facciamo]

FullSizeRenderTra gli attimi che più rimangono impressi di Le cose che non facciamo ci sono sicuramente i momenti di Dare alla luce, un racconto che non ha punti ma solo frasi che si rincorrono virgola dopo virgola per meno di una decina di pagine e che raccontano meravigliosamente come la vera nascita avvenga nel momento in cui due corpi si incontrano tanto che concepimento e parto paiono seguire lo stesso climax in una contorta visione che Andrés Neuman regala in un lungo e intenso paragrafo dal ritmo che vuole rappresentare in modo molto efficace l’ansia, il dolore e la frenesia di istanti così diversi ma assurdamente vicini. Tra le storie migliori, poi, c’è Teoria della stesura, un (quasi) studio sociologico che ognuno di noi può fare dalla finestra della propria casa, fissando i panni stesi dei vicini, analizzando il loro metodo per mettere sotto gli occhi di tutti ciò che generalmente sta nascosto sotto i vestiti, cullandosi con il profumo del bucato fresco che il vento porta fino a noi, cosa che succede realmente se si sta seduti tutto il pomeriggio sul terrazzo a leggere e scrivere e pensare a Andrés Neuman.

Con tre o quattro fili si dovrebbe avere abbastanza materiale per scrivere un romanzo del mistero. È una bella giornata, oggi. Il sole inonda il cortile. I fili del miei vicini sembrano animati, pieni di progetti. Troppi panni per metterne a nudo le vite. I miei fili non si vedono. [Teoria della stesura]

Ci sono così tante cose che vorrei ancora dire di questa raccolta, forse la migliore che io abbia mai letto o di certo amato. Sono tantissime, forse davvero infinite, le parentesi che apre e che chiude, le sensazioni che attraversa e alle quali vuole dare spazio. Il mondo del professore di letteratura latinoamericana è immenso, vuole ridere di situazioni assurde, vuole giocare con contesti veri e circoscritti.

A chiudere Le cose che non facciamo c’è una serie di Dodecaloghi di uno scrittore di racconti, intuiti e pareri di Andrés Neuman su ciò che si dovrebbe fare scrivendo ma soprattutto leggendo.

È molto più urgente svegliare un lettore che metterlo k.o.

Perché il lettore non vuole essere colpito ma solo sedotto. E soprattutto:

Ci sono racconti che meriterebbero di finire con un punto e virgola;

E i tuoi, Andrés Neuman, dovrebbero davvero finire tutti così;

Crespi d’Adda è una discesa

Quando dico che mi sono laureata in giardini storici la gente rimane sempre molto perplessa chiedendosi cosa se ne fa, uno, di una tesi che parla di case con pezzi di terra verde. Su Salt Editions ho voluto un raccontare un frammento di quella storia che andai a cercare, terreni verdi, sì, ma anche il tentativo di dare loro un significato in un’epoca, la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, dove il mondo del lavoro stava completamente cambiando abitudini e persone. Enjoy!

crespi (1)Luglio sta finendo e agosto nemmeno lo si vedrà da quanto brevi saranno le vacanze. Non voglio mettere ansia, sia chiaro, ma si sa che queste cose vanno sempre a finire così: tempo di preparare la valigia e si è già in coda in autostrada al casello con nemmeno la voglia di ascoltare la radio tutta presa com’è dal raccontare il grande ritorno della popolazione italiana alla loro casa dopo il grande esodo delle vacanze. Proprio per mettervi meno ansia ho deciso di lasciarvi un tranquillante, una pillola che si chiama come l’aggettivo peggiore che si può appioppare ai capelli di una giovane fanciulla fissata con la sua folta chioma, uno di quei luoghi che ci vorrebbe un altro Christo per farlo conoscere a chi non si interessa di ciò che sta sotto casa perché alla fine nessuno vuole guardare il proprio giardino perché quello del vicino pare sempre più verde. Pare, appunto.

A pochi chilometri da Milano, dove il fiume Brembo si getta nell’Adda, c’è questo piccolo paesino che dal 1995 sta nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, una cosina che capita tutti i giorni insomma. È in provincia di Bergamo ma sta proprio sul confine delle due province, Bergamo e Milano appunto, ed è stata la sede di un pezzo di storia importantissimo che parlarne oggi, più di cent’anni dopo, pare quasi preistoria e invece è solo un pezzo di antenati a noi vicini, di nonni dei nostri nonni, che hanno vissuto quel periodo assurdo che è stato il primo Novecento.

PhotoCredit: Italia.it
PhotoCredit: Italia.it

Sto parlando di Crespi d’Adda, una discesa verso valle che quando ci si arriva, al cartello di benvenuto, non si capisce subito dove si è finiti. Ci vogliono alcuni passi a piedi, scendendo verso il fiume, per capire che quello è un posto che la storia (fortunatamente!) ha lasciato intatto, un pezzo di ieri che il presente non è riuscito a cambiare e mai ci riuscirà. Non vi sembra già una cosa bellissima?

Per chi non lo conoscesse Crespi d’Adda è nato e cresciuto a partire dal 1875, quando l’egregio Cristoforo Benigno Crespi decise di costruire un villaggio operaio operante nel settore più in voga in quel momento: il tessile. E per certi versi le parole “villaggio operaio” possono suonare terribili e invece il signor Crespi sapeva bene di cosa avrebbero avuto bisogno le persone che sarebbero andate a lavorare nella sua fabbrica e lo dimostrò creando un vero e proprio paesino con tanto di quel verde che c’è proprio da perdercisi.

Perché il legame con la terra, questo è quello che sapeva molto bene il signor Crespi, era necessario per gli operai che per la prima volta nella storia lasciavano il badile e il cielo per rinchiudersi dentro un luogo, la fabbrica, che la storia ha sempre raccontato terribile soprattutto nei primi decenni della sua attività. È per questo che ognuno dei lavoratori aveva bisogno, una volta terminati i turni, di uno spazio verde, di un giardino dover poter continuare quello che intere generazioni prima di loro avevano fatto nella loro vita: coltivare. Banale, forse, ma non troppo.

Quello di Crespi d’Adda è un esempio italiano di ciò che stava accadendo in Europa in anni in cui non si immaginavano ancora le guerre mondiali dei decenni successivi perché c’era solo tanto ottimismo e voglia di lavorare e immaginarsi un futuro migliore, diverso – come sempre – ma con un legame che era la terra, un rapporto che si è trasformato in giardini di diverse dimensioni che stanno nelle case di Crespi d’Adda, dalle più piccole (quelle appartenute agli operai) alle più grandi (quelle per gli impiegati dell’azienda tessile) fino ad arrivare alla casa del signor Crespi che vabbè, era pur sempre il capo e aveva la casa più bella di tutti tanto da farla sembrare un piccolo castello.

PhotoCredit: Crespi D'adda Unesco
PhotoCredit: Crespi D’adda Unesco

Tutte queste scelte dell’imprenditore, poi, si riassumono in bellezze architettoniche che descriverle non è davvero troppo semplice perché c’è il verde, e l’abbiamo detto, ma anche casette studiate nei minimi dettagli e una fabbrica che non ha proprio nulla a che vedere con i nostri prefabbricati grigi e freddi. Quello di Crespi d’Adda, per intenderci, è un mondo che è da visitare, è un viaggio nella storia che vi farà sentire completamente immersi in un mondo sconosciuto che mai avreste immaginato di vedere.

Prendete una qualsiasi domenica da qui a settembre. Prendete uno zaino pieno zeppo di cibo e un telo di qualsiasi colore. Arrivate a Crespi d’Adda e fatevi un picnic nella storia. Sarete talmente disorientati che nemmeno vi ricorderete il significato di vacanze.

Di chi cerca una singola a Milano e altri disagi.

A passare i weekend a casa a guardare stagioni intere di serie tv come Dramaworld o Stranger Things sono bravissima ma di weekend fra le quattro mura a cercare annunci di catapecchie, ecco, di questi sono veramente stanca. Gli ultimi mesi sono stati un uragano e questo poco importa alla popolazione del web ma da quando sto cercando una singola a Milano il disagio include l’umanità intera che per me può finire nell’Upside Down e non fare più ritorno. Perché io capisco che Milano è una città importante, Milano come l’ombelico del mondo (che dalla puzza che emana d’estate pare non venga lavato da un bel po’ di tempo), io sto davvero cercando di capirlo ma la maleducazione (oh, ancora lei), quella proprio io non la reggo e da quando sto cercando un buco di camera a Milano lei, la maleducazione, la sto trovando condita in tutte le salse.

Lo so, non dovrei stupirmene, ma il mio animo contadino da giovane fanciulla della campagna non li regge proprio questi modi e questi tempi: abituarmi a stare in città è veramente difficile di per sé non avendo nemmeno qualche ancora alla quale aggrapparmi, se poi mi ritrovo a vivere situazioni simili il tutto risulta ancora più pessimo. Quello che sto scrivendo, ovviamente, non vuole fare di tutta un’erba un fascio, come si suol dire, vuole semplicemente essere uno sfogo scritto di getto dove da piccoli fatti me ne esco con massime su quanto la gente sappia essere disturbante, fastidiosa, incoerente. Anche perché si sa: se lo sono con le persone che “”amano”” (accettate la mia doppia virgoletta ma c’è dell’acido qui) figuriamoci con gli sconosciuti.IMG_8955.JPG

Perché di Milano ho già scritto più volte eppure questa città io proprio la non capisco così come ho totalmente smesso di comprendere la gente che vi abita. Mani amiche? Volano. Comprensione sull’arrivare in una città sconosciuta? Ancora meno. Quando arrivai in Irlanda, a chilometri e chilometri da qui, trovai persone che trasformarono i miei giorni veramente pessimi in un qualcosa di dolce e caro. A Milano, per ora, ho trovato solo gente che mi cammina sui polpacci sulla linea gialla, che cerca di spingermi giù dalla Novanta e che non saluta mai: forse ora posso cominciare a capire perché quelli che vi si trasferiscono cambiano così radicalmente. È una sorta di dualismo: voler diventare terribile come tutti i cittadini e la voglia di rimanere campagnola dentro e sorridere a chi incontro per strada e tutte quelle cose educate che si fanno in un paesello di cinquemila anime pettegole ma comunque a loro modo vive.

Insomma, se mi sto trovando così male sarà a causa del mio background ma soprattutto dell’astio di chi affitta una stanza singola di cui io, dolce ragazzina che vien dalla provincia, cerco con assoluta disperazione da ormai più di un mese. Una situazione che sta completamente sfuggendo di mano, un mix di antipatie e situazioni assurde che ho riassunto in punti che vogliono solo stare lì, a testimoniare come a uno venga voglia di mandare tutto a quel paese e restarsene chiuso nell’armadio a leggere romanzi aspettando l’apertura di un qualsiasi portale su un qualsiasi mondo alieno. È quindi una sorta di carrellata, dicevo, di respiri profondi che ho deciso di lasciare qui come monito per tutte quelle volte che continuerà a salirmi l’ulcera ma potrò rileggere queste righe e ricordarmi che è tutto normale: è Milano.

Esempi quindi? Sì, a bizzeffe.

  • C’è un nuovo annuncio. Non ha prezzo ma solo foto; non ha indicazioni sulla posizione ma solo un generale “vicino ai mezzi”. Scrivi per chiedere informazioni più dettagliate e questi cominciano a sbraitare, come impossessati da un demonio, perché quando scopri che la casa è dalla parte opposta da dove cerchi tu giustamente dici che non sei interessato. “Grazie per averci fatto perdere tempo”. Grazie a voi, simpaticoni, che per poter perdere tempo fra annunci come il vostro ho perso un totale di non so più quante ore, sicuramente una decina di episodi di qualsiasi serie fighissima e alcuni capitoli della Joan Didion che mi aspetta sul comodino da settimane.
  • Nuovo annuncio. “Solo chiamare, no messaggi”. Ci sono solo due foto e una è la vista dalla finestra che vabbè, almeno fosse stato il Duomo. E quindi si prende il telefono e si chiama e si chiedono foto o un appuntamento per vedere la casa. Il signore, che tanto gentile e tanto onesto pareva, risponde: “Può venire a vedere la stanza solo se mi dice già ora che la prende, qua a Milano mica si perde tempo”. Spero che il prossimo che la chiamerà, Mr Simpatia, potrà prendere la casa e distruggerne ogni centimetro.
  • Poi ci sono gli amori, sì, i colpi di fulmine. Come quella volta che io cercavo una stanza singola e lui una moglie. Perché tu pensi di stare a cercare una singola, appunto, ma in realtà ti stai piazzando come single sul mercato. Stai attenta a ciò che desideri.
  • Tra le curiosità più interessanti sugli annunci di camere a Milano ci sono cose come “uso cucina su prenotazione”. Ché se hai fame ma non hai prenotato non mangi, tutto normale.
  • Cercare una singola a Milano, poi, diventa così debilitante che la ricerca in sé diventa più stressante dell’ex che mette like al tuo stato e alla tua foto su Facebook e questo è veramente assurdo e angosciante che non può essere reale e invece sì, lo è.
  • Poi ci sono gli igienisti, quelli che chiedono “pulizia e ordine” neanche fossero della della Gestapo che stanno cercando un esemplare che non puzza mai, non sporca mai, non tocca mai nulla.
  • Il fatto è, poi, che mettere in affitto  certe catapecchie a prezzi indecenti mi fa pensare che potrei quasi proporre i sedili posteriori della mia auto come “posto letto ampio ma non troppo” così da ricavarci qualche soldo e di conseguenza racimolare denaro per dei buchi che evidentemente, dal loro prezzo, hanno rifiniture in oro.

Persino la mia rabbia, ormai, la distribuisco a citazioni di serie tv. Tutta quest’ansia, poi, mi sta portando a decidere di passare una vita da pendolare: anche i treni hanno sempre e comunque la puzza di città antipatica e poco accogliente ma almeno a volte non c’è bisogno di avere a che fare con qualcuno.

 

 

 

Di chi parte per non tornare mai.

Era venerdì. La settimana pareva finita e c’era la voglia di andare ovunque o sufficientemente lontano da casa, da lavoro, da se stessi. Su Finzioni Magazine c’era un mio nuovo pezzo che parlava di personaggi di libri che come te vogliono partire ma che diversamente da te non tornano mai. Beati loro? Punti di vista. Io grazie a loro viaggio 365 giorni l’anno e più che non tornare mi assento proprio del tutto. Buon weekend, ovunque andrai con la tua testa.13782181_10209951256967800_6549715005743659587_n

Quando arriva il primo sole, e per primo sole intendo quello che spacca le pietre, che sommerge Milano di afa e nella metro comincia a diventare veramente difficile respirare a pieni polmoni, quando arriva questo primo sole, dicevo, io con la mente parto ma nel senso che proprio mi ci vuole un attimo per capire che dalla realtà mi stanno chiamando, che io sto davanti al pc ma non faccio nulla, fisso lo schermo e con la testa sono ovunque meno che qui. Il bello di leggere, per me, è sempre stato l’aiuto che i libri mi hanno dato in queste situazioni, cominciando da quella meraviglia di Alain De Botton, L’arte di viaggiare (Guanda), che mi ha insegnato che andarsene via con la testa è più che legittimo, anzi, proprio una necessità quando luglio è ormai vicino ma le ferie no, quelle rimangono un miraggio.

Perché poi, non è il solo viaggiare con la mente: i protagonisti dei libri viaggiano davvero. Il più delle volte prendono le prime cose che capitano sotto il loro naso e se ne vanno senza poi, però, fare mai realmente ritorno. Perché chi viaggia, chi viaggia davvero, cambia totalmente e di tornare non se ne parla. E le destinazioni, beh, quelle sono pressoché infinite.

L’America

Scontato ma non troppo se non fosse che alla fine è successo anche alla piccola protagonista di Alla deriva di Bryan Lee O’Malley (Rizzoli Lizard) quando si è ritrovata a fare un viaggio in auto attraversando la California, un qualcosa che è perlopiù malinconia e paura di crescere, che durante l’adolescenza è forse l’unico vero ed immenso timore. Eppure capita fin troppe volte che l’America diventi la nazione in cui crescere, dove questo non significa necessariamente prendere centimetri e chilogrammi ma soprattutto cambiare, rivoluzionarsi, diventare persone nuove. Alcuni esempi? Mario Soldati nel suo America Primo Amore (Sellerio). Lo ammetto: non sarò mai veramente oggettiva con queste trecento pagine fatte di andate e ritorni, di volontà di trasferirsi in un paese straniero ma con la paura di non trovare la vera casa, la home così differente da house come solo l’inglese sa trasmettere.

“Laggiù si sognava la patria, come dalla patria si sognava l’estero.”

Perché poi, il problema, è proprio questo, un po’ come quello di chi ha i capelli lisci e li vorrebbe ricci e viceversa. Non si sa più da che parte si vive, ci si ritrova in un paese dove è difficile capire chi si è realmente, se la persona che sta vivendo l’America o quella che vorrebbe tornare a casa, dalla famiglia o semplicemente fra le proprie mura. Ed è proprio questo il dilemma che vive Eilis a partire dal 1952, quando salpa dall’Irlanda per arrivare a New York, a Brooklyn, cuore di tutta la storia tanto da diventare il titolo dell’opera di Colm Tóibín edito da Bompiani e portato al cinema da John Crowley, con la sceneggiatura di Nick Hornby, in una trasposizione cinematografica fin troppo fedele e splendidamente bellissima. Senza fare troppo spoiler, la dolce protagonista si ritroverà a scegliere fra l’amore, il primo vero amore nato dall’incontro con un giovane idraulico di origini italiane, e la casa, quella in Irlanda, quella dove la madre l’aspetta per aiutarla a superare un terribile imprevisto. Ma anche qui: dove è casa? Dove sta il limite fra vecchio e nuovo? Quale parte di cuore bisogna ascoltare? Eilis si ritroverà a dover scegliere, a dover decidere se rimanere legata alla ragazzina irlandese nascosta dentro di sé o alla giovane donna che è cresciuta in America, affrontando novità e cambiamenti completamente sola. Inutile dire quale parte del suo animo vincerà: fin troppo semplice intuire come la vita ti sorprende.

E queste scelte non sono solo di Eilis ma di un’ intera generazione di migranti che da diversi stati dell’America latina hanno deciso di cercare fortuna negli Stati Uniti. Sto parlando di Anche noi l’America di Cristina Henríquez (NNEditore) i cui protagonisti si sono trasferiti dal Messico, dal Panama, dal Porto Rico, dal Paraguay e dal Venezuela per sfidare la sorte, per rincorrere la felicità in un paese il cui solo nome è sinonimo di nuova vita, di nuove opportunità, di nuove speranze. Un po’ come nelle storie raccolte da Paolo Cognetti in New York Stories (Einaudi) dove uomini e donne di ogni età sono pronti a cambiare radicalmente vita per darsi una nuova occasione nonostante tutte le avversità perché come dice il giovane milanese nella sua beve introduzione ai racconti scelti

“Nessuno al mondo è così solo come chi è solo a New York.”

Ma c’è dell’altro.

Perché nonostante l’America sia la meta preferita da chi scappa dalla propria patria, c’è anche chi va contro corrente e dagli Stati Uniti decide di scappare lontano da ciò che è casa, lavoro, obblighi e routine. Succede a Elyria, la protagonista di Nessuno scompare davvero, opera di Catherine Lacey e portato in Italia da Edizioni Sur.

“(…) prendiamo decisioni in base a meccanismi interiori che dipendono poco o niente dalla nostra volontà di attivarli (…)”

Perché alla fine chi è davvero a decidere per noi se non qualcosa che sta sotto la nostra pelle e che possiamo solo tentare di immaginare? Elyria lascia il marito e la propria vita per andare in Australia a cercare non sa bene nemmeno lei cosa, portando con sé Mrs Bridge di Evan S. Connell (Einaudi), un libro che forse è la chiave di tutto il suo girovagare o forse un vero e proprio escamotage da parte di Catherine Lacey per nascondere il vero motivo che porta una giovane donna a scegliere di prendersi una pausa da qualsiasi cosa ottenuta fino a quel momento dalla propria vita.

Poi ovviamente c’è anche chi prende la parola viaggio fin troppo seriamente, prepara uno zaino con quelle poche cose di cui parlavo alcuni paragrafi fa e sceglie di attraversare zone del mondo il cui territorio è fin troppo impervio. Non parlerò del protagonista principale di Nelle terre estreme di Jon Krakauer (Villard), conosciuto ai più per l’arcinota trasposizione cinematografica, ma di una giovane donna alla deriva che decide di attraversare pezzi di America dalle più disperate temperature semplicemente sola con se stessa. Sto parlando di Wild. Una storia selvaggia e di avventura di Cheryl Strayed, anche questa un’opera resa nota dal cinema ma che leggerla, ve lo garantisco, è tutto un altro paio di maniche. C’è la fatica quotidiana, quella del proprio corpo, che si scontra con la difficoltà di tenere la propria mente lucida, pronta a reagire a qualsiasi tipo di imprevisto e pericolo, quello vero, che se sbagli qualcosa rimani senz’acqua nel deserto e sopravvivere, lì, diventa fin troppo complicato.

E poi c’è l’Europa.

Perché il viaggio, ovviamente, non è solo oltreoceano. Nella nostra Europa il valore del girovagare ha preso importanza soprattutto nel periodo dei Grand Tour, i lunghi viaggi dei giovani ricchi aristocratici che a partire dal XVII secolo cominciarono a gironzolare per il vecchio continente con lo scopo di perfezionare il proprio sapere perché viaggiare, giustamente, è anche imparare. Non parlerò di opere come Viaggio in Italia di Goethe (Oscar Mondadori) perché preferisco passare ai giorni nostri, alla bellezza di quella parte d’Europa che ancora non è così nota a molti perché nascosta da anni di storia terribili che hanno trovato pace solo negli ultimi decenni. Sto parlando di quei paesi a nord est e in particolare a quelli raccontati da Jan Brokken in Anime Baltiche (Iperborea), un’opera che tra gli scaffali ho trovato nella sezione critica letteraria ma che per me potrebbe stare nelle raccolte di racconti più meravigliosi di sempre. Lo scrittore ma soprattutto viaggiatore di origini olandesi si sofferma sulle vite di personaggi importanti vissuti fra la Lettonia, la Lituana e l’Estonia per poi intrecciarle alla loro storia la vita di persone comuni e di luoghi magici che nonostante la Storia, quella che detta legge e dittature, hanno saputo sopravvivere salvando la propria bellezza.

Viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è la via più breve per arrivare a se stessi.”

Ed è con queste parole di Jan Brokken che ritorno alla realtà, lascio i personaggi di libri che ho amato al viaggio e al non ritorno a casa, non di certo con la loro mente, per partire anche io mentre scrivo dalla mia nuova e improvvisata camera dicendomi che le ferie saranno anche belle e desiderate ma io ho la fortuna di viaggiare sempre, 365 giorni all’anno, ogni volta che prendo una nave per New York con una giovane irlandese o decido di traslocare dal Puerto Rico agli Stati Uniti.

Bon voyage, les amis lecteurs!