Leggendo #157 – Nel paese dei mostri selvaggi

Questo articolo è stato pubblicato su Salt Editions.


Quando gli sconti Adelphi chiamano Salt Editions risponde soprattutto quando si tratta di libri belli (e illustrati!) che arrivano direttamente da infanzie degli anni Sessanta. Era il 1963, infatti, quando Harper & Row pubblicò Where the Wild Things Are (Where the Wild Horses Areinizialmente), una storia narrata e illustrata dallo statunitense Maurice Sendak. Arrivato otto anni dopo anche in Italia, nel 1968, Nel Paese dei Mostri Selvaggi torna sugli scaffali delle librerie italiane grazie ad Adelphi, in un’edizione tutta nuova e speciale, da sfogliare ogni giorno alla ricerca di nuovi dettagli.

Protagonista di questa storia a colori è Max, un bambino a cui non piace stare tranquillo, che preferisce indossare il suo costume da lupo e giocare per casa combinando pasticci, talmente tanti da essere ripreso dalla madre. A Max, però, non piace essere sgridato tanto che, alla madre, preferisce rispondere a tono.

“Selvaggio!” gridò la mamma. “E allora ti mangio!” urlò Max. Così fu spedito a letto senza cena.

E cosa succede al piccolo protagonista quando si ritira nella propria stanza? Le quattro mura diventano una giungla in cui un intero mondo decide di entrare. E Max, di conseguenza, decide così di scappare, di salire sulla piccola barca della sua fantasia e navigare lontano fino a raggiungere il paese che dà il nome all’intera opera. Un’avventura straordinaria, quella di Max, ma che trova in questi passaggi, la risposta a tono alla madre e la fuga come reazione alla punizione, molte cause della duplice critica all’albo di Maurice Sendak. In effetti, diversi gruppi di genitori degli anni Sessanta avanzarono dei giudizi negativi sulle reazioni da ribelle del piccolo Max, etichettandoli come comportamenti mancanti di rispetto e un cattivo esempio per la prole sessantina. Fortunatamente, però – e a buon ragione – altrettante mamme e papà ne lodarono l’insegnamento positivo, la possibilità di trasformare in maniera produttiva la propria rabbia facendo giocare ed esplodere la fantasia del bambino in un mondo irreale ma affascinante e concreto. Non è un caso, forse, se nell’anno di uscita, 1963, Where the Wild Things are vinse il premio Caldecott Medal come miglior libro illustrato americano dell’anno andando a mettere l’accento su un’opera la cui chiusa è un ritorno alle origini, neanche fosse un Peter Pan a lieto fine con una presa di coscienza finale che dimostra l’importanza di imparare dai propri errori.

Ma come sono questi mostri di cui Max diventa addirittura re? Sono colorati, sono definiti in ogni dettaglio e sono soprattutto legati alla tradizione yiddish, proprio come Maurice Sendak che per illustrare queste creature selvagge prese ispirazione dai propri parenti e dai loro comportamenti bizzarri. Ne nasce un albo dalle tonalità più scure eppure vivide, un mondo tutto nuovo per i più piccoli che se lo ritrovano tra le mani e un modo per riscoprire quel lato ribelle che ogni bambino ha che i grandi, spesso, dimenticano. 

Nel paese dei mostri selvaggi è un libro (e diverse trasposizioni cinematografiche tra cui quella indimenticabile del 2009 con la voce di Karen O) che fa tornare all’infanzia, che solletica la voglia di vivere nuove avventure e di non avere così paura di prendere una posizione. Ogni nostra scelta, ovunque ci porterà, avrà qualcosa da insegnarci per renderci un poco più grandi.

 

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Di papà che sono Pongo

Degli amori dei papà, due anni fa su Finzioni.


Fu nei giorni intorno a Natale che decidemmo di togliere dall’armadio tutti i vari album di famiglia. Non lo facciamo mai, l’ultima volta, forse, fu una decina d’anni fa ma quest’anno avevamo un evento da festeggiare: la caduta del primo dentino da latte del mio nipotino. E per non spaventarlo, e incoraggiarlo in questa grande avventura che sarà la crescita di un sacco di denti nuovi e brillanti, mia madre (nonché la nonna) ebbe la grandissima idea di cercare le foto con me e i miei fratelli in posa smagliante con la finestrella al posto delle palette giusto per dire “guarda, anche tuo papà e i tuoi zii hanno avuto lo stesso problema”. Oltre all’imbarazzo di aver vinto il premio Miss Sorriso, mi sono accorta che sfogliando i vari album non c’era foto in cui mio papà non tenesse sulle spalle, in braccio o attaccato alle gambe noi tre piccoli marmocchi. Perché la mamma è sempre la mamma, si sa, ma il papà, soprattutto per noi giovani fanciulle, è un amore incondizionato, la promessa di quel principe azzurro che ci porterà via da casa, sì, ma solo per portarci in un altro regno dove anche lì, si supponeva, saremmo state chiamate principesse.

Una storia molto dolce, insomma, che spiega come spesso noi fanciulle preferiamo stare a casa con il babbo invece che lanciarci nelle braccia di principi poco gentiluomini e più innamorati del joystick che di un ipotetico regno fatato. Un sogno infranto, a dirla tutta, che quasi avevo scordato ma che è tornato in superficie mentre sfogliavo le foto dell’infanzia. Ed è proprio in quel momento che mi sono resa conto che forse il mio affetto per Pongo da bambina era fin troppo ovvio: era docile e responsabile e amorevole proprio come il mio papà. È lui, ne La carica dei 101, che ritorna sui suoi passi per aiutare il piccolo cucciolo infreddolito e con la coda gelata ed è lui, si sa, che insieme all’amorevole Peggy decide di salvare tutti i cuccioli che ritrovano insieme ai loro piccini dalle grinfie della terribile Crudelia De Mon. Era il 1961 e, per i più curiosi, La carica dei 101 era il primo classico Disney a non essere ambientato in un’epoca passata o di fantasia: fu un grandissimo successo.

Sarà lo scorrere del tempo, l’arrivo del nuovo millennio, ma è stato proprio dopo questo flashback che mi son ritrovata a pensare ai papà disegnati dalla nuova generazione. Sono affettuosi, l’amore per i figli dicono sia incondizionato, eppure i papà del nuovo secolo paiono più buffi che attenti, più spericolati che severi, più giocherelloni che seduti sulla poltrona a leggere il giornale. Parlo, soprattutto, di quei papà letteralmente disegnati, di genitori tuttofare che ho trovato nelle tavole di due fumettisti da me tanto amati: Paco Roca e Guy Delisle.

Avventure di un uomo in pigiama è una raccolta divertente che pur ragionando sull’importanza della scrittura, della stesura di un’opera e dell’invenzione dei personaggi non manca di divertire e intrattenere il lettore con scene di vita spassose. Nell’opera di Paco Roca, infatti, ci sono momenti di ironia che scherzano sul peso del processo creativo nella vita quotidiana di un autore che, oltre a essere disegnatore e narratore, è anche (e soprattutto!) un marito e un padre. Incombenze e imprevisti sono solo alcuni dei disguidi che il lavoratore da casa come un fumettista può incontrare nella sua giornata che spesso pare trasformarsi in un incubo e in un perenne tentativo di rimanere sempre imprigionato nella propria testa alla ricerca di nuove storie. È così che Paco Roca si ritrova a passeggiare fra le vie della propria città con il figlioletto nel passeggino e con lo sguardo perso nel vuoto, forse alla ricerca di un’ispirazione, tanto da accorgersi solo all’ultimo secondo che il bambino, saltellando, sta per cadere sull’asfalto (se solo la moglie lo vedesse!).

Guy-Delisle-Papà_13E di mogli che non vedono il padre mentre si occupa dei propri bambini se ne parla anche in Diario di un cattivo papà di Guy Delisle, un mix di mini storie da spanciarsi dalle risate e con protagoniste le avventure più esilaranti di un padre divertente e affezionato che si occupa dei figli quando la moglie lavora per Medici senza Frontiere, come racconta l’autore stesso nei suoi progetti di graphic journalism. Tavola dopo tavola, risata dopo risata, Guy Delisle è il padre con la testa fra le nuvole ma che non perde mai l’occasione di giocare con i propri piccini, spesso divertendosi più dei figlioletti.

Una cosa è certa, da Pongo ai fumettisti un elemento in comune c’è: è l’amore del padre che spesso, per motivi lavorativi, ha meno tempo da trascorrere con i figli e si ritrova a voler rendere ogni momento ancora più speciale, pur dovendo alcune volte rimanere attaccato al mondo del lavoro. È un affetto più unico che raro, un gioco che cambia da carattere a carattere ma che si trasforma sempre in un momento indimenticabile che anche ad anni di distanza, riguardando una foto, verrà ricordato dai figli come uno dei più speciali.

 

Babbo Natale (non) sei tu

Dopo diciassette anni decise di scrivere a Babbo Natale, tanto non aveva chissà che da perdere se non un’oretta in stazione fra un treno e l’altro. Pioveva e lo sciopero dei mezzi cadeva in uno di quei giorni in cui sperava di chiudersi fra le mura della propria camera il prima possibile: rumore e caos fuori, silenzio e finto ordine dentro. Perché di tranquillità non ce n’era poi molta e si era stancata di quella calma apparente. Scrivere a Babbo Natale, così, poteva diventare un modo come un altro per cercare una breve via di fuga, un tempo-spazio in cui ricordi e fantasmi potevano starsene a distanza insieme a momenti di panico creati dalla certezza che pressoché tutto stava cambiando, ancora e ancora, come ogni anno. E quindi perché non scrivere due righe a Babbo Natale per chiedergli anche solo di fermarlo un attimo, quel tempo così inarrestabile?

Innanzitutto, a Babbo Natale avrebbe potuto chiedere di aiutarla a realizzare il piano A, ora che il piano B era completato. Perché insomma, tutti abbiamo un piano B, un’alternativa per avvicinarsi a quel sogno che inseguiamo e che spesso non riusciamo a realizzare. Ma cosa succede se il piano B lo si pensa, ci si lavora e poi improvvisamente diventa realtà? Quando si raggiungono degli obiettivi secondari, come ci si sente nei confronti dei sogni che si volevano davvero inseguire? Come dare una ricompensa a quei sacrifici che però hanno portato a una gioia a metà? Tanto vale provare a rimettersi in gioco e tentare di lavorare (ancora) al piano A, quello che doveva diventare protagonista delle nostre pagine.

Eppure non è così semplice. Perché cambiare città, dopo un poco, diventa quasi facile ma non facilissimo. Perché il cambiamento, a volte, può trasformarsi in un’abitudine, una difficoltà che con il tempo diventa più semplice o quantomeno accettabile. E spaventa, ancora e ancora, come ogni anno. E si rimanda di qualche istante la scelta, quella che cambia in continuazione, crogiolandosi di aver quantomeno raggiunto tutti gli obiettivi del piano B, chiedendosi però dove stia il limite di ogni sogno. Perché a Babbo Natale vorrebbe chiedere una cosa semplice: quando è tempo di ripartire? Quando una casa smette di essere casa, tu lo sai Santa Claus? Quando ci si ritrova in una stanza e la si riconosce come il posto in cui si vuole davvero vivere per un arco di tempo pressoché infinito continuando a vivere di ciò che si ha costruito? Quando all’improvviso ci si ritrova suddivisi fra due mondi, quello vecchio e quello nuovo, e tu in un limbo a capire da che parte stai, come fai a capire il meglio per te? Chissà se Babbo Natale le avrebbe potuto far trovare sotto l’albero il potere della scelta.

Sostanzialmente, per farsi capire meglio, a Babbo Natale avrebbe potuto chiedere una mappa. Dopo anni di puzzle, bambole parlanti e quintali di dolci, cosa poteva essere una semplice mappa? E nulla che si possa trovare con Google Maps o con l’invio della propria posizione su una qualsiasi app di messaggistica. Una mappa, solo quella, con magari una timeline e i luoghi in cui si sarebbe dovuta trovare a ogni determinato periodo della sua vita. Un modo, insomma, per capire cosa scegliere, quale strada prendere, dove arrivare, cosa rispondere alle domande dei parenti il 25 dicembre. Fra un mese dove dovrei essere, Babbo Natale? Fra un anno? E fra dieci anni? Cosa sarebbe successo se avessi scelto sin da subito il piano A, me lo sai dire Santa Claus?

Un carico merci passa veloce sui binari davanti a lei e le pagine del taccuino cominciano a girare velocissime mentre con una mano sposta i capelli mossi dal vento e riprende le fila di ciò che sta cercando di scrivere, provando a tradursi e ad allineare pensieri sommersi dalla routine mentre il cielo continua a mandare secchiate d’acqua e la temperatura a scendere sempre più.

Perché a distanza di diciassette anni, oltre a capire dove si trova davvero, lei vorrebbe ancora un dizionario, quasi come quell’anno in terza elementare quando si era stancata di non capire parole che trovava qua e là sparse fra i suoi nuovi papabili libri preferiti. Perché dopo più di vent’anni, certe volte, le veniva comunque difficile capire certe parole, soprattutto quelle urlate quando si litiga, quando si dicono cose cattive. Sono quelle frasi sputate in fretta e furia, quelle che si giustificano dicendo che sono state dette a causa della rabbia però ecco, se uno le dice un motivo ci sarà e quel motivo, per quanto faccia male, uno lo vuole sapere e quindi, Babbo Natale, sarebbe tanto bello avere un dizionario per questi momenti, che dici? Sapere di poter contare su una traduzione, su un’interpretazione pressoché azzeccata giusto per dar respiro a ciò che si è sentito, farlo svolazzare un po’ nell’aria osservandolo mentre la mente cerca di inseguirlo e capire dove andrà a parare.

Perché la vera domanda Babbo Natale, sta nel capire dove arrivi tu e dove inizia lei. Dove i limiti di lei superano i tuoi e dove i tuoi rinforzano i suoi, lasciandola lì a decidere su quella panchina e dove l’altrove la trascina.

La voce amplificata sulla stazione annuncia il treno in arrivo. Chiuse il taccuino, si rimise le cuffie, la vera e unica barriera fra lei e il mondo, aprì la pagina di un nuovo capitolo del libro che stava leggendo sperando fosse il proprio e aspettò il vagone che l’avrebbe portata a una versione di casa.

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Questo racconto è stato scritto e pubblicato in occasione del #NataleBello di Cosebelle Magazine.

Se Natale durasse un mese

Se Natale non fosse un giorno ma un intero mese saremmo tutti più felici e meno stressati. Non ci credete? Stento a crederlo

Se Natale durasse un mese non ci sarebbe l’ansia del regalo, tanto prima o dopo che differenza farebbe? Natale arriverebbe e sarebbe bello svegliarsi ogni giorno per un mese aspettando un regalo fin quando una mattina, a nostra insaputa, quel dono arriva davvero. Sarebbe un po’ come un mese di Non Compleanno e Alice ne sarebbe felicissima (sì, quell’Alice che sta persa nel mondo delle meraviglie).

Se Natale durasse un mese, dicevo, non ci sarebbe l’ansia del regalo e quindi si sceglierebbe con calma, si valuterebbero i pro e i contro di ciascuna scelta. Taccuino o agenda? C’è tutto il tempo per indagare. Ma soprattutto, classico o ultima uscita? Libro nuovo o di seconda mano? Chissà quanti giri in librerie per poter trovare pagine perfette. Perché si sa, Natale è soprattutto lettura. Fra un pranzo e l’altro, fra la visita di un parente e quella di amici che non si vedono da tempo; fra l’arrosto di tacchino e il pandoro con la crema di mascarpone; fra il bicchiere di vino e l’amaro che verrà seguito da un altro bicchierino e poi un altro ancora: a Natale, di tempo per leggere due pagine e molte altre in più, ce n’è in abbondanza.

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Perché Natale è soprattutto quel periodo dell’anno in cui si decide quale dei libri composti da tanti volumi e da tante pagine leggere. Epopea Americana di Joyce Carol Oates o rilettura di Queste oscure materie di Philip Pullman? Che poi sarebbe come dire, scelgo la realtà o la fantasia? Scelgo parole dirette pronte a conficcarsi nel cuore o un filtro che mi faccia vedere quello che voglio? Se Natale durasse un mese non si creerebbero questi problemi, anzi, ci sarebbe pure tempo per un’autobiografia, qualche fumetto e una storia da divorare in fretta furia. Avete dubbi? Giorni Selvaggi di William Finnegan sarebbe lì ad aspettarvi, Amy & Isabelle morirebbero dalla voglia di farvi immergere nel loro mondo, quello descritto divinamente da Elizabeth Strout mentre Flavia Biondi vi prenderebbe per mano per portarvi a Bologna (e non solo!) fra le tavole de’La Giusta Mezura.

E poi ci sarebbero i libri di fotografia, la voglia di tornare nel mondo dell’arte così bella da ammirare dal vivo e ancora di più da sognare ad occhi aperti davanti ai libri. Dalle meravigliose foto di Sebastião Salgado raccolte in Dalla mia terra alla Terra alle Lettere appassionate di Frida Kahlo, è un continuo viaggio fra passato e presente con romanzi, come La vedova Van Gogh di Camilo Sánchez, che raccontano storie vere con quel tocco di magia in più.

Caro Babbo Natale, che ne dici se il mio regalo quest’anno è un mese intero di letture davanti al fuocherello di un camino, seduta su una poltrona con biscotti e latte caldo vicini?


Questo articolo è stato pubblicato su Impression chosen from another time in occasione dell’Avvento Letterario 2017.

Leggendo 156 – La memoria delle tartarughe

Di come Simona Binni abbia questa capacità innata di raccontare vite ai margini della società già lo sapevamo. A un anno di distanza da Silverwood Lake, l’autrice torna con un nuovo graphic novel, La memoria delle tartarughe marine con protagonista delle tavole sempre vicino all’acqua, questa volta alle onde del Mar Mediterraneo, raccontando una storia che parla ancora di legami all’interno di una famiglia e soprattutto di una terra toccata più volte da tragedie.

“Tutte le tartarughe femmine, dopo circa vent’anni, fanno ritorno sulle coste dove sono nate per deporre le loro uova.”

Due fratelli vivono sulla stessa isola, a Lampedusa, con una madre che sogna per loro un futuro diverso, quello che non si immagina vicino alle onde di questo “sasso”, come lo chiamano loro. Eppure due fratelli non possono essere più diversi di Davide e Giacomo. Uno contempla l’orizzonte per studiare la natura, il fenomeno del natal homing che racconta l’umanità delle tartarughe marine. L’altro fratello, al contrario, ha sempre contemplato l’orizzonte per sognare un futuro diverso, lontano da una casa che ha sempre sentito così diversa e distaccata dalle sue aspettative. Due vite, apparentemente così diverse, si ritrovano dopo anni di lontananza a fare i conti con il passato, soprattutto quello di Giacomo, che costretto dalla morte del fratello a ritornare a Lampedusa, si ritrova a dover affrontare le scelte fatte nel corso della propria vita.

Le tartarughe, in queste tavole, sono l’escamotage per raccontare l’evoluzione di Giacomo. Perché a livello simbolico, la tartaruga, “evoca l’immagine di zone profonde della psiche, sulle quali poggiano livelli superiori di vita e conoscenza”, quelle che per il protagonista di questa storia cominciano a vacillare.

Tornare a Lampedusa, infatti, è soprattutto un modo per riconoscere una realtà vissuta marginalmente durante l’infanzia ma che con l’età adulta assume in Giacomo un significato tutto nuovo tanto da chiedersi se quel limite, quella linea che intravede, non sia forse un nuovo orizzonte piuttosto che una linea di confine. Perché quando qualcosa cambia, quando ieri non è più uguale a oggi, può capitare di chiederci se il cambiamento sia una barriera o un’opportunità,ancor più quando tutto intorno a te cambia ma tu resti uguale.Simona Binni, con tonalità cromatiche che sanno esprimere emozioni e paure, narra una storia di una sensibilità estrema, un racconto che è un inno alla voglia di riscoprire le basi fondamentali su cui costruiamo la nostra vita.


Questo articolo è stato pubblicato su Salt Editions.

Dell’estate dei ghiaccioli alla menta e altre attese.

Quell’estate sapeva di ghiaccioli alla menta al mattino e di ciambelle ripiene di crema prima di andare a dormire. Tre erano i metri che dividevano la stanza dalle onde, due i genitori che giocavano con te a rincorrerle, uno l’anno che ti divideva dalla scuola dei bambini più grandi, dove non ci sarebbero più state le maestre che per cinque anni ti avevano cullato con storie e favole che avevi cominciato a leggere ogni giorno sempre con più entusiasmo. Capitolo dopo capitolo, gli eroi delle avventure in riva al mare giocavano con gli amici immaginari della tua mente e la vita reale era sempre più confusa e difficile da distinguere da quella che ti inventavi ogni giorno guardando dalla finestra della tua camera i tetti della città, immaginando cosa saresti diventata da grande.

Era l’estate della vacanza al mare con mamma e papà, quando di stare in spiaggia non ne volevi sapere e, di restare chiusa nelle ore più calde della giornata nella camera del residence dove alloggiavate ogni anno, nemmeno. Volevi anticipare quella giovinezza di cui tanto sentivi parlare, volevi startene anche tu la sera nella sala giochi di fronte all’hotel Blu a scoprire i primi amori, a sbirciare lungo la via che portava alla spiaggia per vedere le prime coppiette stringersi la mano e promettersi amore eterno in attesa di rivedersi l’estate successiva, più grandi e più pronti alla vita. E invece no, tu te ne restavi lì ad aspettare la vita vera, quella dei grandi, mentre quell’amica di qualche mese più grande di te già scopriva il mondo. E l’unica cosa a cui riuscivi davvero a pensare era che l’estate era soprattutto attesa, una lunga pausa dove si aspettava qualcosa, sì, ma non si sapeva bene cosa; un nuovo amore, forse, o un nuovo inizio che solitamente si viveva davvero a settembre ma che d’estate cominciava già a prendere forma.

Costume, telo, taccuino e libro: queste le quattro cose con cui potresti vivere per sempre e ovunque, pensavi, prova a scappare. L’estate era agli sgoccioli e ti ritrovavi a pensare a cosa, ancora, non fosse cambiato, a come ogni anno speravi di vedere sul tuo corpo i segni dell’adolescenza che non arrivavano mai perché ci vuole tempo, dicevano. Zaino nuovo, libri nuovi, quaderni e pentagramma: quattro cose devi controllare per il ritorno a scuola. E quell’anno, lo sapevi, sarebbe stato diverso. Sarebbe stato ancora più emozionante eppure tu galleggiavi nell’oceano dei se, non vedendo l’ora che arrivasse quel momento nuovo ma sperando di rimanere in quel limbo ancora per un poco, ad aspettare ciò che a volte avresti voluto vedere non arrivare mai.

***

Quell’estate sapeva di insalata di riso in pausa pranzo e di birra fresca prima di andare a dormire. Tre erano i mesi che avevi già vissuto rinchiusa in quell’ufficio, due quelli che ancora ti restavano da passarci e uno il vero amore della tua vita, o così ti piaceva pensare quell’anno, quando tutto stava tornando a cambiare, ancora. Trasloco dopo trasloco, l’estate continuava a essere per te il prologo di un libro che iniziava perennemente nel nono mese dell’anno con la grande differenza che settembre non era più il mese per rincontrare gli amichetti fra i banchi di scuola ma una nuova montagna da scalare i cui sentieri avevano l’unica costante di essere tutto ciò che avevi sempre odiato: concorrenza spietata, sorrisi falsi, poca voglia di raccontare la verità ed eterna rincorsa alle armature più svariate per difendersi dai colpi alle spalle.

Era l’estate sempre in attesa alla fermata Maciachini con il caldo torrido come unica compagnia e con la metro spesso bloccata, non si sapeva mai bene per quale motivo. Un auricolare della cuffia si era rotto così ora la musica passava solo da un orecchio mentre nell’altro i rumori della città si rincorrevano per coprire le note che avrebbero dovuto rendere quel martedì più vicino al venerdì e non semplicemente il giorno successivo al lunedì. È che il cielo azzurro, in città, era così differente da quello di casa e dopo un anno, ancora, non ti eri abituata a quell’aria più pesante, per lo smog e i pensieri pesanti come macigni. Sembrava ieri il viaggio in auto con la valigia più grande nel baule e quella più piccola sul sedile posteriore, il vento che entrava dai finestrini abbassati mentre in quell’estate l’unica cosa più simile alla brezza era l’onda d’aria calda portata dai vagoni del treno che sfrecciavano sotto terra nella direzione opposta a quella che dovevi prendere tu.

Hamburger, insalata, formaggio e gelato: queste le quattro cose che devi comprare, pensavi, non te le scordare. Il vagone era pieno, la gente spingeva. Vivevi in attesa del venerdì, quando tutti hanno voglia di iniziare a vivere, ché il fine settimana uno ha quella marcia in più che spesso, però, il sabato mattina se l’è già dimenticata. Ingresso in piscina, ingresso al museo, ingresso al cinema e ingresso al concerto: quattro cose devi controllare per il fine settimana, non te le scordare. È che vivevi i giorni feriali con la testa fra le nuvole, pensando a quante cose sbagliavi nel decidere il tuo futuro prossimo per poi aspettare il venerdì cercando di organizzare tutto nel migliore dei modi perché lui arrivava proprio il fine settimana e nei mesi estivi c’erano ancora più cose da fare e da vedere, anche solo abbracciarsi nelle serate più calde sotto il cielo che cambiava colore ad ora tarda mentre si stava lì, ad aspettare le stelle e la vita vera.

***

Perché d’estate sia più facile sognare non l’hai mai capito. L’aria è più leggera, nonostante l’afa, il cuore più elettrizzato e pronto a farsi esplodere di voglia di vivere, nonostante il caldo, così te ne rimani sdraiata a pancia in su sul pavimento a fissare il ventilatore. Perché non c’è estate che non abbia lo stesso retrogusto di nuovo, di aria di cambiamento, di desiderio di crescere ma nemmeno troppo, di voler respirare aria differente dalla solita con la paura, però, di scordare i vecchi sapori e rumori. Cambiare aria, sì, ma per tornare. Vivere altrove, sì, ma restando con la testa ancora un poco nel passato a farti cullare dai chilometri, dalle aspettative, dal sognare trasformazioni in te e fuori di te, con il ghiacciolo che si scioglie lungo la mano mentre fissi le onde e la birretta che si scalda sul pianerottolo della finestra mentre continui a fissare i tetti della città aspettando qualcosa, una stella cadente o la scelta migliore per iniziare la nuova vita, quella che alla fine si rimanda sempre a settembre.

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Questo racconto è stato pubblicato su Finzioni.

Joan Didion prima di We tell ourselves stories in order to live

Questo articolo è stato pubblicato su Cosebelle.

Cara Joan Didion,

ti scrivo questa lettera perché con We tell ourselves stories in order to live tanti tuoi non lettori ti conosceranno come l’eroina di un documentario di Netflix e io, dato che mi hai cambiato la vita innumerevoli volte, sono preoccupata e angosciata dall’idea che tu, minuscola ma grande come sei, finirai per essere scambiata per qualcosa di grande ma non così grande come sei realmente.

Quando ti ho conosciuta, con Prendila Così, era l’ottobre del 2014 e dopo pochi capitoli già l’avevo capito di aver finalmente incontrato, dopo anni da lettrice, quella che era destinata a diventare la mia scrittrice preferita, la mia musa ispiratrice, la mia super eroina, la donna che ha lottato per inseguire i propri sogni, volando dalla California a New York e viceversa.

Mi sforzo di vivere nel presente e di tenere lo sguardo fisso sul colibrì. Non vedo nessuno di quelli che conoscevo un tempo, ma del resto me ne importa pochissimo di un sacco di persone. Voglio dire, forse avevo tutti gli assi nella manica, ma a che gioco giocavo? (Prendila Così – J.D.)

Ma è stato soprattutto con L’anno del pensiero magico che ho capito chi sei, che ho voluto cominciare a entrare nella tua testa per capirti di più, per indagare su quell’istante di cui parlavi, quello in cui tutto cambia e noi siamo lì, ogni volta, a cercare di reinventarci il presente con la paura per il passato e il futuro. Un po’ come in Blue Nights, le cui pagine così strazianti non sono poi così lontano dalle protagoniste dei primi romanzi, figure complicate che sognano di “restare ma anche di essere altrove” (Run River).

La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita. Il problema dell’autocommiserazione. (L’anno del pensiero magico – J. D.)

Joan Didion, io mi sono letteralmente innamorata delle tue pagine, dei tuoi pezzi per il New Yorker e il New York Review of Books dove in ogni paragrafo ritrovavo in te un qualcosa di simile a una bambina, una piccola anima in un mondo di grandi pronta a raccontare il meglio di sé e di quello che vive senza freni, senza vergogna. Leggere i tuoi articoli nelle raccolte Verso Betlemme e The White Album mi ha insegnato a conoscerti e a farmi ispirare, mi ha convinto che quella mia teoria di tenere un taccuino non è poi così banale, che prendere appunti su ogni evento in cui ci imbattiamo è un must, per imparare ad esprimerci, perché è importante “tenersi in contatto” nel momento in cui:

“dimentichiamo fin troppo in fretta cose che pensavamo non avremmo mai potuto dimenticare” (Sul tenere un taccuino; Verso Betlemme).

Joan Didion, io spero che We tell ourselves stories in order to live diventi un modo per tanti di trovare il tempo per immergersi nelle tue pagine. Perché hai avuto un amore grande, immenso, ma tu non sei stata solo la metà di John Gregory Dunne o la mamma di Quintana: sei un’osservatrice, un’intervistatrice, un animo pronto a scrutare ogni attimo di vita per portarselo dentro di sé e nella vita di chi ti stava e sta vicino. E scrivere è proprio questo, forse, mettere in ogni paragrafo qualcosa di sé, un rimasuglio del passato che non vuole essere dimenticato, una supposizione che vuole trasformarsi in parere, una storia e un romanzo che vuole esprimere al meglio ciò che si nasconde nel più profondo.

E insomma, Joan Didion, è che ogni volta che si legge una tua pagina, l’animo si arricchisce e comincia a rincorrere pensieri e sogni e questo, lasciatelo dire, è un dono che dà ai tuoi scritti un’unicità tutta speciale.

Wth love,

Nellie