Quando Conoscere è Prevenire

Non parlare di Pif e del suo attesissimo La Mafia Uccide Solo d’Estate sarebbe quasi incosciente da parte mia dopo il putiferio scatenato per resistere all’attesa e per vederlo il prima possibile. Parlarne, però, non mi è facile perché le uniche e spontanee parole che mi son detta una volta terminato il film, uscendo dalla sala, sono state nientemeno che “Lo sapevo“. Già, perché lo sapevo che Pif avrebbe fatto un lavoro come si deve, lo sapevo che ci avrebbe messo tutta la sua simpatia e ilarità, lo sapevo che ci avrebbe messo tutto il cuore per la sua Palermo, lo sapevo che mi avrebbe spiegato tante di quelle cose che non so.

Perché siamo nel 2013 e la Mafia è ancora quell’ombra poco conosciuta che nessuno ti spiega mai bene. Perché come dice il papà di Arturo la mafia è come i cani: basta tenerli buoni e non mordono.Ma Sapere è Potere, dicono. A volte però Conoscere, più che potere, è Prevenire e Curare. Ed è questo che Pif vuole insegnare e vuole dire a tutti. Politici corrotti, attentati spaventosi in centro città, immagini crude che si intrecciano nella vita di ogni giorno: tutto ciò è stato portato nella pellicola che rende protagonisti i Palermitani degli anni Settanta e Ottanta.

Non solo i fatti, quindi, ma anche le impressioni, i comportamenti di chi non voleva accettare la realtà e di chi, invece, stava perfettamente capendo ciò che stava accadendo. Della Chiesa, Borsellino e Falcone sono i nomi più noti ma tra loro, e con loro, ci sono state moltissime altre persone che nel loro piccolo ma grande lavoro hanno cercato di rendere la città di Palermo migliore. Pif ci prende per mano e ci porta al loro cospetto, ci fa ridere (come sempre e solo lui sa fare) ma ci fa anche, e soprattutto, capire. Perché il Futuro deve conoscere e deve sapere. Perché la pellicola deve passare per le scuole perché solo le immagini e la semplicità possono raccontare la Verità. Senza filtri e senza ostacoli, solo ingredienti genuini. Così genuini che ci ricordano tanto quell’iris alla ricotta.

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Pif sbarca al cinema!

La mia felicità è alle stelle perché mai ho amato un personaggio televisivo tanto quanto Pif. L’uscita del trailer di “La mafia uccide solo d’estate”, completamente diretto da lui, mi ha dato alla testa ed è per questo che vi propongo anche qui il mio articolo scritto per melty.it con la notizia del trailer, il riassunto della trama e qualche curiosità! Il tema ovviamente non poteva che essere la mafia, molto caro al nostro palermitano preferito, e già so che con la sua bravura e simpatia riuscirà a intervallare momenti di serietà a vere gag comiche e ilari. Io non vedo l’ora che arrivi il 28 novembre!

Quando ci si sentiva Liberi per davvero

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Jude: What are you going to do if you don’t go back to college?
Max: What any irresponsible, unmotivated, drop-out would do. Go to New York, like tonight.

 

Across the universe

Perché se ti piacciono i Beatles non puoi non averlo visto. Perché avere le soundtracks a portata di mano rendono la guida decisamente più piacevole e leggiadra, soprattutto con il finestrino abbassato e il vento tra i capelli.

Condensed Milk

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The reason I forgive you is because you are not perfect. You are imperfect. And so I am I. All humans are imperfect. Even the man outside my apartment who litters. When I was young, I wanted to be anybody but myself. Dr. Bernard Hasselhoff said if I was on a desert island, then I would have to get used to my own company. Just me and the coconuts. He said I would have to accept myself: my warts and all. And that we don’t get to choose our warts. They are a part of us and we have to live with them. We can however, choose our friends. And I am glad I have chosen you. Dr. Bernard Hasselhoff also said that everyone’s lives are like a very long sidewalk. Some are well paved. Others, like mine, have cracks, banana skins and cigarette butts. Your sidewalk is like mine, but probably not as many cracks. Hopefully, one day our sidewalks will meet and we can share a can of condensed milk. You are my best friend. You are my only friend.

Mary and Max (2009)

 

Leggendo #24 – Ossessioni con Stefan Zweig

Non sono mai stata una grande amante dei racconti. Credo che spesso sia più facile scovare dei romanzi pieni di avventure e fatti, e scritti bene, piuttosto che rendere delle decine di pagine così intense e delicate, concentrare fatti e sentimenti ed emozioni, centrifugarli e rendere quei brevi istanti di lettura così significativi da lasciare un segno. Le poche eccezioni sono tutte ben impresse nella mia mente e tra queste ora dovrò aggiungere “Lettera di una sconosciuta” di Stefan Zweig.

Sin dalle prime righe si entra nel vivo della lettura: quando il nostro romanziere F. si siede sulla sua poltrona per leggere quel plico di fogli trovato in una lettera destinata a lui senza recare l’indirizzo del mittente, sembra quasi che Zweig ci inviti a far lo stesso e ci prepari quasi psicologicamente a ciò che sta per succedere. Ovviamente si tratta di tutto un altro genere letterario e di decenni di letteratura di differenza ma questo sedersi in poltrona mi ha ricordato tantissimo l’incipit di Calvino in “Se una notte d’inverno un viaggiatore” quando il portavoce chiede direttamente al lettore di spegnere la televisione, isolarsi dal mondo, prendere il suo libro e immergersi nella lettura.. Passano i decenni ma la chiave della felicità è sempre quella.

Ed eccoci qui, seduti in poltrona con un Zweig che presto ci trascina nell’abisso che è la storia della Sconosciuta. Non ci sono spiegazioni perché quando tutto diventa così irrazionale ci si può solo chiedere fino a dove possono arrivare i nostri sentimenti e le nostre emozioni. Tutto è così limpido nonostante la follia: lo stratagemma della lettera che Zweig utilizza per raccontare la storia della Sconosciuta è così intimo tanto da farci sentire quasi degli infiltrati, come se stessimo spiando da uno spioncino di una porta per osservare un amore mai corrisposto, una sofferenza mai mostrata, una prontezza d’animo senza paragoni. Il racconto è una lunga lettera piena d’amore, di esperienze umilianti e dolorose ma mai una parola porta rancore o rimorso. Come le Rose Bianche che troviamo spesso nominate nel racconto: simboleggiano la purezza del Primo Amore se vogliamo, l’amore della sconosciuta non nasce dalla passione o dalla carnalità, è tutto come la Sconosciuta ci confida:

Ti ho amato da quel secondo. So che le donne te l’hanno detto spesso perché sei il loro beniamino, ma credimi: nessuna ti ha mai amato con la dedizione di una schiava, di una cagna quale sono stata e sono rimasta per te. Sulla Terra, infatti, niente somiglia all’amore nascosto, coltivato nel buio da una bimba. È un amore così disperato, servile, succube, un amore così sospettoso e totale come non lo è mai quello concupiscente e inconsciamente pretenzioso di una donna adulta.

Non si può aggiungere molto sulla trama che tutto sommato si può sintetizzare con “amore non corrisposto, sofferto, nascosto” perché non è la storia ma le parole che fanno il racconto, non sono i fatti reali ma tutto ciò che accade nel nostro cuore e nel nostro animo. A fine lettura siamo sicuri di conoscerla questa Sconosciuta, siamo quasi certi di averla vista in qualche angolo buio di una strada, il suo animo è aperto a noi e non ha più segreti da nascondere.

Il racconto, pubblicato nel 1922 in tedesco e tradotto e pubblicato in Italia nel 1932, è stato scelto nel 1948 dal regista cinematografico tedesco Max Ophüls come spunto per il film “Lettera da una sconosciuta“, titolo che nel 1992 è stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. La trama è sostanzialmente rispettata anche se inevitabilmente è stata romanzata per la difficoltà di raccontare la storia come ha fatto Zweig. È comunque consigliatissima la visione, anche solo per apprezzare le atmosfere della Vienna di inizio Novecento.

Come concludere? La sconosciuta nella sua lettera ci confida che spesso quando una persona parte pur ritornando spesso si dimentica ciò che aveva quando era partita. Questo racconto di certo, così come la fragile vita della Sconosciuta, non verrà sicuramente dimenticata in un cassetto ma tornerà a rivivere ogni volta che vedremo un vaso con delle Rose Bianche.

La magia della favole ad ogni età

Tutti siamo cresciuti accompagnati dal mondo delle fiabe e chi nega è semplicemente troppo invecchiato dentro per poterlo affermare. Ognuno di noi da bambino immaginava l’esotico pieno di strani mostri o orridi animali che il pretendente della mano della giovane figlia del re doveva affrontare per poter arrivare a lei, la bellissima principessa. Gli stereotipi delle Fiabe, quelle pure e fini a se stesse, son quelli che proprio vi stanno passando ora per la testa: prendeteli, immaginateveli e poi guardare Les Contes de la Nuit.

Non tradotto in italiano, ma facilmente reperibile in lingua inglese o francese, Les contes de la Nuit è l’ultimo lavoro, ormai del 2011, del francese Michel Ocelot, il creatore di Kirikù e la strega Karabà (disponibili . Regista, animatore, illustratore e autore, Michel Ocelot ha sempre dimostrato di amare più di tutto il linguaggio della fiaba che consente ai suoi spettatori di essere trascinati in posti inesplorati: ambientazioni e paesaggi così diversi dai nostri sembrano quasi rifarsi ad archetipi e miti universali dentro i quali i bambini sanno riconoscersi, e perché no, anche gli adulti.

La tecnica è la più suggestiva e fantasiosa che abbia mai visto, la cosiddetta Silhoutte Animationi personaggi, i monumenti e gli oggetti in primo piano sono visibili solo come silhoutte nere, i cui contorni contrastano con i fondali variopinti, illuminati e ricchi di colore e di forme così come contrastanti sono i solo occhi illuminati e l’interno delle finestre dei palazzi dalle architetture arabesche. Come non si poteva adattare questa tecnica alla magia del mondo arabo, alla magia della fiaba e dei posti fantasiosi in cui ci trascina Ocelot?

L’escamotage è semplice quanto brillante e intrigante: ognuna delle sei fiabe viene sognata, inventata e ricreata da una giovane compagnia e un vecchio signore che casualmente si ritrovano in un vecchio cinema abbandonato. Perché tornare a casa e impedire alla propria fantasia di evadere? Perché non inventare storie, renderle reali e poi continuare e continuare con questo trucco fino a quando esaurisce la fantasia?

Michel Ocelot ha colpito ancora pur proponendo racconti già presenti nel suo Dragons et Principesses. D’altronde come resistere a nemmeno due ore di fuga dal mondo e atmosfere da Mille e una Notte?