Leggendo #148 – Piccoli furti

Capelli corti, a caschetto, e mondo patinato che luccica solo quando gli pare. Piccoli Furti di Michael Cho, edito da Rizzoli Lizard, è tutto ciò di cui avevamo bisogno, una piccola conferma di come alla fine ci serva solo del coraggio in più per salutare ciò che ci infastidisce e abbracciare ciò che vorremmo, ovvero quella semplice carezza chiamata felicità. Perché non è tutto oro ciò che luccica e non lo è nemmeno quel mondo che dovrebbe farlo brillare ancora di più, quello della pubblicità, e a raccontarlo è Corrina, laureata in letteratura inglese e copywriter da diversi anni in un’agenzia di comunicazione.

Vorrei parlare ma dentro sono una bambina che agita la mano mentre la maestra è distratta.

Schermata 2017-07-02 alle 16.02.59Fine della giornata di lavoro, Corrina si trascina in metropolitana e verso casa dove ad aspettarla c’è Anais, una micia che è un piccolo tornado, lo stesso che travolge i pensieri della protagonista di questo graphic novel bicolore. Il racconto di Michael Cho è una riflessione continua sull’obbligo di dover fare un lavoro simile a quello dei propri sogni perché a volte i compromessi sono una necessità eppure si può vivere di soli sacrifici? Scegliere una città nuova, smettere di abitare in quella che era casa per ritrovarsi poi a non vivere nel luogo in cui si è capitati, sentirsi sempre “come se un macigno sul petto mi bloccasse a terra”.

Adesso però mi pare solo di galleggiare, in attesa che qualcosa si spezzi.

Schermata 2017-07-02 alle 16.04.20Quella di Corrina è una vita a cui fanno da sottofondo le tragedie amplificate dai media, i cambiamenti climatici e l’iper – connettività che pare creare solo più solitudine e distanza in una città così affollata in cui sentirsi soli sembra solo un paradosso, uno scherzo del destino. Quello di Piccoli furti è un racconto che scorre lentamente, come i giorni feriali della protagonista, e che si sofferma sui dettagli più astratti con tavole a due pagine che paiono piccole pause dal trambusto di tutti i giorni, la ricerca di quell’attimo di pace che pare sempre più difficile trovare.

Ed è forse l’’eterna attesa di una spinta gentile, un gesto inatteso e una conversazione improvvisata in un supermercato dove le linee di dialogo sono due: quella più superficiale e quella che smuove tutto ciò che nessuno è mai riuscito anche solo a toccare. Piccoli furti è il nuovo millennio con i suoi lavori rivisitati nell’era digitale; è il mondo di illusioni in cui ci gettano per poi riemergere e trovare la nostra strada, quella che più fa bene al nostro cuore.

 Cosa farai adesso? – Non lo so. Ma, qualsiasi cosa sarà, sarò io a trovarla, e non aspetterò che lei trovi me. 

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Questo articolo è stato pubblicato su Salt Editions.

 

Leggendo #132 – La vita con Mr. Dangerous

Avete presente i quadri di Hopper? Quelli dove i protagonisti paiono percorrere chilometri nella loro mente come se stessero cercando in qualche modo una via d’uscita sperando di ricevere risposte a tutti i loro perché fissando l’orizzonte o più spesso il vuoto? Ecco, La vita di Mr. Dangerous di Paul Hornschemeier è un Hopper lungo 160 pagine, dai colori accesi ma opachi, dalle pagine ruvide ma sincere, dalla copertina cartonata colorata che è una meraviglia guardarla fra gli scaffali sapendo poi che le sue tavole nascondono segreti e verità che sono noi. È che l’ultimo lavoro edito da Tunué è davvero tutto ciò che si nasconde da sempre nei giovani di tutte le generazioni e io per raccontarvelo vorrei portarvi altrove, a bordo di un’automobile che viaggia verso casa la notte tardi, perché c’è qualcosa nel tornare a casa in auto la sera che cambia tutto.

I preparativi sono semplici: mettersi al volante, cercare la playlist perfetta (sempre più spesso la più triste e malinconica) e poi partire. È che scegliere di mettersi alla guida la sera, quando il sole se ne sta andando e la notte corre veloce per arrivare dove stai viaggiando, è scegliere di farsi condurre dai fari che illumineranno solo ciò che è veramente necessario per lasciare nelle tenebre tutto ciò che ti circonda. È una sensazione che solletica il corpo, fidarsi di due fanali e scordarsi di tutto ciò che c’è realmente attorno, pensare solo a evitare le buche che potrebbero comparire improvvise e a chi si potrebbe nascondere dietro la curva, fermo in mezzo alla corsia con le quattro frecce. È che in qualche modo guidare la notte rende tutto più semplice: non bisogna pensare ai problemi perché ci si concentra su gesti ormai abitudinari. La prima, poi la seconda, arrivi in terza e di nuovo a scalare che quel pazzo davanti a te sta frenando. Quando si è alla guida si lascia correre sulla propria pelle ciò che non vorremmo vedere o sentire proprio come Amy, la protagonista de’ La vita con Mr. Dangerous, che pare scegliere di vivere la sua esistenza come un eterno viaggio nella notte, senza scegliere, lasciandosi solo guidare dai fari.

img_9762Tra le cose belle di La vita di Mr. Dangerous c’è che questo fumetto inizia subito, la storia la puoi prendere al volo. È così che scopriamo essere il ventiseiesimo compleanno di Amy e che il giorno prima del tuo essere più vecchia di un anno non le ha portato davvero quelle gioie ed entusiasmi che tutti si aspettano quando ogni dodici mesi arrivano i festeggiamenti, quando si finge di non voler nulla in regalo e invece si vorrebbe anche solo una piccola dimostrazione d’affetto fatta con il cuore. Amy sa di non doversi aspettare nulla di che tanto che per convincersene vorrebbe scordarsi di quel giorno dell’anno che la rende più speciale. Il problema di Amy, sostanzialmente, è che mentre guida e mentre vive non vorrebbe smuovere nulla di ciò che le sta intorno, non vorrebbe scoprire cosa si nasconde sotto gli strati di polvere che le si sono accumulati sopra il cuore e l’esistenza intera.

Perché Amy ha un lavoro che non ama, un gatto che miagola spesso e una madre sempre preoccupata. Amy è tutti noi che siamo lì, a fare qualcosa che non amiamo ma nemmeno odiamo, a capire cosa potrebbe accadere nella nostra vita ma senza metterci mai davvero in gioco. Vorrebbe vivere, Amy, ma non lo fa: non ne ha voglia. Perché farsi deludere ancora?

… e una dovrebbe mantenere un approccio positivo sapendo che la gente non fa che farsi cose orribili a vicenda?

La vita potrebbe cambiare, qualcuno potrebbe entrare a farne parte e rompere i cardini delle abitudini ma perché lasciarglielo fare? Amy si pone tutte queste domande e noi con lei perché ne’ La vita di Mr. Dangerous si riassumono tutte le paure di generazioni e generazioni, i timori che sono i più umani e i più sensibili ovvero quelli difficili da raccontare ma certamente provati. Nell’opera a colori di Paul Hornschemeier ci sono tutti questi momenti ma soprattutto c’è un particolare che ora è così caratteristico nelle nostre vite tanto che non ci rendiamo conto di quanto fosse diverso solo alcuni anni fa.

Sto parlando delle serie TV e dell’amore che ognuno di noi ha cominciato a maturare per personaggi fittizi che hanno iniziato a far parte delle nostre vite. Siamo abituati a divorare stagioni e stagioni, a scandire i giorni con il numero di puntate viste, aspettando il weekend per fare una maratona e maledicendo la stanchezza in settimana che non ci permette di lasciarci fermi sul divano a farci passare vite addosso. Eppure ciò non è stato sempre possibile: Amy fa parte di quel periodo in cui ancora non c’era il servizio di streaming e quindi capitava di guardare ciò che il palinsesto proponeva, repliche di episodi passati in attesa di nuove puntate della stagione preferita. Nonostante ciò Amy si fa cullare dagli episodi già visti e soprattutto dal suo personaggio preferito, Mr. Dangerous, che tante volte ci ho pensato a cosa mi sarebbe accaduto se ci fosse stato Walter White a farmi compagnia in certe nottate perse a pensare ai mille perché con quell’espressione sul volto tipica di quei quadri di Hopper di cui si parlava prima.

Quello di Paul Hornschemeier si può definire così un lavoro meticoloso, una ricerca laboriosa di tutto ciò che la mente elabora quando ci si ritrova a pensare se si è felici e se mai si potrà esserlo davvero trasformando così La vita di Mr. Dangerous in un’opera raffinata, fragile ma incantevole. Un piccolo uragano che smuoverà le vostre vite e che a fine lettura vorrete abbracciare e stringere al vostro petto, proprio come fareste con il personaggio della vostra serie tv preferita dopo il gran finale.

Leggendo #128 – Octave in fondo al mar

Octave è un bambino ma nemmeno poi così tanto. È un pescatore, o meglio, suo nonno lo vorrebbe così.

Octave sicuramente non è un lupo di mare ma il coraggio di certo non gli manca. È un bambino ma sa già come funzionano tante cose.

Octave vive con la sua mamma su un’isola che solo guardandola dall’alto ci si rende conto di quanto è davvero piccina. È un bambino curioso, come tutti i bambini, ma così curioso da riuscire a parlare persino con gli animali.

Octave ha perso il papà nel mare e per questo mica ci vuole stare dentro quel posto tanto cattivo. È spiritoso e sempre sincero perché tanto dire le bugie non è che gli riesca troppo bene.

Octave è tantissime cose dentro le quattro storie che compongono l’edizione integrale delle sue avventure, racchiuse in un volume Tipitondi di Tunué che proprio con l’arrivo dell’estate è stato ristampato per permettere a tutti i lettori, grandi ma soprattutto piccini, di tuffarsi nelle pagine scritte da David Chauvel e disegnate e colorate da Alfred, uno di quei tipi che può sfoggiare nel soggiorno di casa un premio Angulême.

Prima di raccontarvi di questo bambino così vivace, cominciamo dal fatto che le avventure in fondo al mar (o in superficie o in riva o comunque in un mondo in cui le onde sono protagoniste) a noi amanti dei fumetti piacciono davvero tanto. Citando anche Maledetta Balena, bisognerebbe soffermarsi poi su quel capolavoro che è Il porto proibito di Teresa Radice e Stefano Turconi, la coppia che scoppia nel mondo dei fumetti italiani (ma anche all’estero!) creando tavole dalla bellezza quasi commovente. Quella de’ Il porto proibito è una storia che neanche ve la sto a raccontare: è una di quelle letture che dovreste accettare senza tante cerimonie che qualsiasi cosa vi accadrà passerà in secondo piano rispetto alle emozioni che quelle pagine vi faranno vivere. Perché i pirati, si sa, sono quel mondo che tanto piace alla letteratura e che nel mondo dei fumetti trova ancora più grinta ed espressionismo raccontando storie di uomini eroi che affrontano le peggio sfide riuscendo sempre ad averla vinta.

Anche Octave, a modo suo, è un piccolo eroe dal cuore grande. Il tono deve assolutamente cambiare quando si parla di questo piccolo bimbo dalla chioma spettinata perché la tenerezza di queste tavole sorprende dalla prima storia, Octave e il capodoglio, la prima a essere raccontata e la prima dalla quale il mondo di Octave viene rivoluzionato.FullSizeRender.jpg

Perché l’edizione integrale edita da Tunué, arrivata per la prima volta in Italia nel 2010, è l’unione di quattro storie dove un capodoglio, un’orata reale, un pinguino e una sula bassana incontrano il piccolo Octave con lo scopo di fargli vivere avventure fuori dall’ordinario immaginando un mondo reale (ma non troppo) dove il bambino si ritroverà a superare piccole prove che lo renderanno più forte, più grande, più consapevole di cosa la vita ha di buono nonostante tutte le difficoltà.

È una storia dolce, questa, è un tuffo in fondo al mare (che a Octave capiterà più volte di fare in tutte queste tavole!) che in un’estate torrida e soffocante porta un sospiro di sollievo, una pacca sulla spalla e un sorriso di quelli un poco babbei che si fanno quando si trova qualcosa di molto bello e amorevole.

Alla fine non ci vuole molto: è sufficiente un pomeriggio, del sole sulla faccia e qualche ghiacciolo. La storia scivolerà fra le vostre mani senza lasciarvi il tempo di disabituarvi al carattere brillante di un piccolo ma già grande ometto.

Siete pronti a salpare?

Leggendo #126 – Tobiko

Leggevo Tobiko di Maurizia Rubino in un pomeriggio assolato di quelli terribilmente complicati, di quelli che vorresti dire tutto ma niente, di quelli che vorresti così tanto compagnia ma sapendo di non averla ti convinci che si sta bene soli. Insomma, stavo in quel limbo che passa dall’odio per l’umanità intera alla necessità di farsi abbracciare da almeno i tre quarti della popolazione mondiale quando mi è balzato alla mente il problema più incredibile, quel bisogno assurdo che si ricerca e che, ovviamente, mai si trova: qualcosa di irraggiungibile ma che ogni volta si tenta di conquistare. Sto parlando della più grande utopia, quella che è rappresentata dal desiderio di poter salvare le persone e con questo non si intende cambiarle o deviarle o rimproverarle ma semplicemente tentare di aiutarle a trovare se stesse, ovunque siano, cercando nuovi punti di vista e il desiderio di mostrar loro i racconti della loro vita da angolazioni a loro sconosciute, o semplicemente non tenuti in considerazione, per ampliare il loro raggio d’azione che si traduce nella possibilità di scegliere e vedere le cose come stanno realmente.

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Argomentare tutto ciò viene sempre abbastanza semplice. Quante volte è capitato di dare un parere sincero e veder chiudere portoni per mancanza di volontà di chi ascolta di sentire ciò che conosce bene ma che non vuole accettare? Quante volte, quindi, ci siamo morsi la lingua per evitare di dare pareri troppo scomodi? E quante altrettante volte abbiamo deciso di tacere a causa dell’impressione di parlare a un muro che riflette solo il negativismo e la mancanza di liberarsi da una determinata situazione? Tantissime, troppe, infinite volte.

Non andrò a cadere nell’ambito dei se e dei ma che stanno sempre dietro l’angolo a captare ogni singolo movimento per cercare di allontanarlo dalla meta corretta, parlo però di tutti quei gesti ma soprattutto scelte che portano Tobiko a rincorrere Pop, a scendere nella parte più delicata ed intima del suo corpo per cercare di trovare un modo per salvarlo, per riportarlo al Pop del primo incontro, quello curioso che voleva spiccare il volo e stupire la piccola Tobiko in qualsiasi modo.

Hai fatto in modo che mi fidassi di te e guarda cosa è successo.

Tobiko è terrorizzata ma non dalle ferite e dall’improvvisa violenza di Pop ma da quella cicatrice a forma di cuore che rappresenta qualcosa di più profondo, che scava dentro la piccola umana sopravvissuta in un’era dove orsi e corvi si scontrano, un mondo completamente devastato dall’odio e dalla competizione fra specie che hanno portato alla sparizione della maggior parte di esse.

Il mondo creato da Maurizia Rubino è completamente irreale ma reso vivido e lucido dai sentimenti, dai battiti del cuore che si trasformano in istanti di tachicardia, quando il peggio sembra arrivare ma non lo si vuole prendere in considerazione, non si vuole proprio pensare che ogni sforzo è stato vano.FullSizeRender 2

Questo della Bao Publishing è un volume speciale: le tavole sono immerse nei colori, il tratto dell’illustratrice milanese crea un mondo tra il fantasy e il fantascientifico che diventa però umano e palpabile quando le emozioni prendono il sopravvento e ci si ritrova così a pensare a quanto ne vale la pena, se dopotutto conviene ritentare di spiccare il volo verso la persona amata o liberarsi di tutto viaggiando in un universo nuovo. La risposta, purtroppo, non è mai così immediata.

Leggendo #124 – Polpette Spaziali

Da bambina ero terrorizzata dalla fantascienza. Cause funeste che non starò qui a menzionarvi, l’ansia mi prendeva appena sentivo parlare di navicelle spaziali, buchi neri e alieni dalle facce deformi. Le cose hanno cominciato ad andare meglio dopo aver letto Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams e se ho iniziato ad apprezzare ancora di più pianeti e storie inverosimili dopo Ubik di Philip K. Dick, per amare la fantascienza ho dovuto incontrare la saga Star Wars e soprattutto Chewbecca, il mio preferito in assoluto. Tutto ciò è per dirvi che il mio rapporto con questo genere è decisamente delicato e conflittuale tanto che per me è stato un vero e proprio trauma scoprire che uno dei miei fumettisti preferiti, Craig Thompson, stava per mandare in stampa un capolavoro ambientato non si sa bene dove ma dall’esplicativo titolo Polpette spaziali e giuro che mi ci è voluto un bel po’ di tempo prima di prendere in mano questo mattone colorato in photoshop da Dave Stewart, uno dei più noti coloristi statunitensi e vincitore di ben nove Eisner Awards. La paura, sostanzialmente, era di rimanerne delusa ma se ora sto qui a scriverne con gli occhi a cuoricini è perché durante la lettura mi sono subito pentita di aver aspettato così tanto prima di sfogliarlo.

Space-DumplinsCominciamo dal principio, dal motivo per il quale si ama Craig Thompson. Innanzitutto il fumettista statunitense è l’autore di uno dei graphic novel più dolci e sensibili sulla faccia della terra, Blankets. Non parlerò mai ma soprattutto non scriverò mai di questo fumetto di 592 pagine perché sarebbero solo lacrime e dolcezze messe nero su bianco alla velocità dei battiti di un cuore in tachicardia così come non riuscirò mai a raccontare come merita Habibi, un volume di altrettante 672 pagine su cui Craig Thompson ha scribacchiato e disegnato per sette anni, mese più mese meno. Potrei citarvi invece Addio Chunky Rice perché il vero protagonista del primo lavoro di Craig Thompson è proprio lo stesso di Polpette spaziali: l’amicizia, quella vera, quella che unisce pianeti, galassie e universi interi.

Il ritorno alle storie d’avventura e d’amicizia arrivano così dopo i difficili anni di Habibi dove Craig Thompson, per diversi anni, ha rincorso lo stile della calligrafia e della cultura araba per sfoggiare un’opera dalla trama difficile e delicatissima. La logica conseguenza di un lavoro così immenso è stato tornare a disegnare e costruire qualcosa di di allegro e divertente e a raccontarlo è l’autore stesso in una speciale sezione dedicata alla realizzazione dell’opera, edita in Italia da Rizzoli Lizard.

Non che quest’ultima opera abbia avuto bisogno di meno tempo: se il testo del graphic novel nasce insieme alle illustrazioni, il lavoro richiesto in seguito è stata una lunghissima operazione a cuore aperto. Giusto per darvi un’idea, solo i disegni con la china hanno richiesto due anni buoni di impiastricciamenti perché prima viene lo schizzo a penna, fatto direttamente sul blocco da disegno, poi il tratto sul cartoncino e infine le matite che vengono poi ripassate a china con un pennellino di martora per poi passare, nell’ultimissima fase, nelle mani di Dave Stewart e del Photoshop del suo laptop.

2ballpoints-600x308E se insisto su questi particolari è perché le tavole sono assurdamente piene di dettagli che tanto vale tenersi il fumetto sul comodino per il resto dei propri giorni che qualcosa di nuovo lo si troverà sempre. Perché è proprio qui che ci si re-innamora di Craig Thompson; perché è in quest’opera che si ritrova la stessa minuziosità di dettagli della coperta sotto la quale Craig e Raina si rifugiano dal mondo ma anche la stessa cura e attenzione che il fumettista dedicò alle decorazioni delle tavole di Habibi.

Leggere Polpette spaziali, poi, è una grandissima e meravigliosa avventura e, come vi dicevo, con l’amicizia a fare da vera protagonista. L’ultima opera di Craig Thompson, infatti, è tutta concentrata sulla piccola Violet, una bambina curiosa ma soprattutto determinata che fermarla è come cercare di spegnere un dispositivo a cui manca un millesimo di secondo all’esplosione. Il tutto comincia con una diarrea di balene che nell’universo di Violet è paragonabile al peggiore tsunami sul pianeta Terra, soprattutto quando il padre della bambina si ritrova in quello che potremmo chiamare un epicentro. Non vorrei svelarvi troppo ma è inutile dirvi che la piccola non aspetterà permessi e consensi per andare alla ricerca del padre e prepararsi a viaggiare nell’universo guidando una navicella arrangiata alla buona da un amico speciale di diversa natura perché nel mondo di Polpette spaziali, un po’ come in quello di Star Wars, sono tutti diversi eppure così simili, con le stesse paure e lo stesso entusiasmo di unire le forze per sconfiggere il male (se mai è davvero un male e non una semplice reazione a chi il dolore l’ha realmente subito).

Altro da aggiungere? No. Craig Thompson è ancora una volta il re delle tavole e porta nelle librerie un qualcosa che è più facile da leggere che spiegare. C’è solo da prendere una copia di Polpette spaziali, tuffarcisi dentro e perdersi in tutti i suoi colori.

SOS Diarrea di Balene

SOS Diarrea di Balene

Leggendo #121 – Virus Tropical

È successo che ho letto Virus Tropical edito da Hop Edizioni, scarabocchiato da Power Paola e con protagonista il diventare grandi a suon di traumi. Ed è vero, sostanzialmente crescere è sbattere la testa contro il muro infinite volte eppure ieri ho capito la vera differenza fra essere grandi ed essere piccoli:

  • se sei piccolo stai al tavolo dei bambini e giochi con i tuoi cuginetti;
  • se sei grande stai al tavolo dei bambini e ti sfondi di rosé con i cuginetti e ti fa un video al parco sull’altalena (true story).

Perché insomma, crescere continua a essere un trauma, anche a 25 anni, ma poi fortunatamente ognuno la rigira come gli pare. 

(E Virus Tropical comunque è molto bello e se fossi in voi leggerei perché. O qui o qui.)

Power Paola diventa grande (forse).

Io comunque non l’ho mica capito perché nel dizionario, a fianco del verbo crescere, non c’è la parola trauma. La Treccani parla di “sviluppo progressivo e naturale” ma io li vorrei proprio incontrare quelli che a un certo punto si sono ritrovati grandi senza aver preso nemmeno un pugno in faccia o essere caduti dal dodicesimo piano. Ovviamente si sta parlando per metafore (lo vorrei proprio vedere uno che sopravvive a un lancio dal dodicesimo piano) ma tutto ciò è per sottolineare che nella crescita non c’è nulla di naturale e soprattutto progressivo: ci si ritrova una mattina, spesso dopo una notte insonne, ad avere tutti i valori sballati, i pantaloni che non stanno più e le maniche della felpa che improvvisamente arrivano al gomito. Il tuo corpo cambia alla velocità della luce e tu lo vorresti fermare, anche solo per un attimo, per dirgli che non c’è tutta questa fretta di diventare adulti e assumersi responsabilità. E no, non sto parlando di Peter Pan di Barrie ma di un graphic novel che è così reale e sincero da sfiorare tutte le corde del lettore over 21.


virus-donnePerché anche Paola, la protagonista di Virus Tropical edito da HOP Edizioni – una delle case editrici indipendenti più indie pink della nazione intera – è diventata donna a suon di traumi esistenziali, addii e sostanzialmente disagi. Nata in Colombia, Paola cresce in Ecuador ma torna a vivere nella patria d’origine per gli studi delle superiori: lo scenario è quindi un mix di traslochi già fin troppo letale. Paola, poi, è l’ultima bimba arrivata in casa De Gaviria tanto che in realtà nessuno si aspettava l’arrivo di una piccina. “Signora De Gaviria – disse il medico alla mamma di Paola in un dì del 1977 – deve essere un virus tropicale. È impossibile che sia incinta” e invece no: la natura quando ci si mette è più forte di qualsiasi cosa, anche di alcune tube teoricamente chiuse.

La famiglia della nostra protagonista è un gran casino, come giustamente ci si aspetta in quello che si può definire un vero e proprio romanzo (grafico) di formazione. Paola cresce guardando le sorelle più grandi diventare donne ribelli e ovviamente innamorate della persona sbagliata. Il padre è una figura molto presente durante l’infanzia ma che alcuni anni dopo, improvvisamente, decide di tornare a vivere nella casa materna, lontano da casa, mentre la signora De Gaviria si concentra in ciò che le riesce meglio nella vita: leggere le pedine del domino (sì, esiste anche questa pratica).

Come fanno a capire la vita quelli che non hanno delle sorelle maggiori?

Bella domanda. Quando si è i più piccoli di casa tutto è già stato fatto. Le prime sbronze, le prime litigate, le prime crisi adolescenziali. Tutto è stato già vissuto dai fratelli maggiori e quindi il genitore neanche si preoccupa più di badare a tutti i cambiamenti: se l’ha superato il primogenito, per gli altri sarà una passeggiata. E invece è proprio questo il problema: ci si ritrova piccoli in un mondo di grandi dove i propri problemi sono il nulla in confronto al marito che scappa, al nipotino senza più padre, alla sorella che si vuole impegolare negli studi di psicologia in un’altra città. Cosa rimane a una giovane teenager innamorata dell’arte e del disegno se non cercare rifugio nelle amiche, giuste o sbagliate che siano? Paola si ritrova così a vivere nel suo mondo, a cullare il proprio amore per il disegno soprattutto durante il primo periodo in Colombia dopo il trasloco, quando il suo accento ecuadoriano è oggetto di scherno da parte di tutti i suoi nuovi compagni di classe.

E se da bambini si giocava a Maschi contro Femmine, più si cresce più si cerca di far rappacificare i due generi senza riuscire, in realtà, a creare un equilibrio nel momento in cui, poi, gli ormoni paiono prendere il controllo al posto del cervello (e, per alcuni, del cuore). Nascono così i primi amori ma soprattutto i primi cuori spezzati, quelli che a 15 anni si prende la canzone più triste che passa alla radio e si comincia a piangere sperando che più lacrime scenderanno più sarà possibile ricostruire i pezzi del proprio cuore (cosa che in realtà non accadrà mai, anzi). Ognuno ha la propria canzone adolescenziale sulla quale ha pianto infinite lacrime nella propria cameretta e quella di Paola è questa qui (e se fossi in voi l’ascolterei, se non altro perché la cantante è bellissima e i primi anni Novanta ci piacciono tanto).

E tra le cose più belle di Virus Tropical, infatti, c’è proprio la crescita raccontata dalle canzoni perché è scientificamente provato che ognuno di noi ha almeno un pezzo a rappresentare un certo periodo della propria vita (nei miei, per esempio, ce n’è uno con i Tool a tutto volume sul pullman che mi portava alle scuole superiori alle 06:45 del mattino perché quando dico che il mio paesello è in campagna voglio dire che è davvero in campagna, lontano persino dalle scuole).

Potrei andare avanti per ore ed ore a parlare di Virus Tropical e delle tavole sempre esplicite e mai timide, del tratto decisivo ma mai spaventato dagli imprevisti della vita. Vi lascerò solo con due piccoli e innocenti spoiler senza i quali, ne sono certa, vi sarà difficile addormentarvi questa sera.

SPOILER N° UNO:
Paola imparerà ad ascoltare anche musica un po’ più nobile (non me ne voglia Christina). Canterà Wish You Were Here quando la sorella preferita si trasferirà in un’altra città ma soprattutto imparerà a capire un poco di più la vita quando nelle sue orecchie arriveranno i primi accordi di Like a rolling Stone di Bob Dylan.

SPOILER N° DUE:
Virus Tropical si chiude quando Paola sembra aver raggiunto una certa maturità. Ma cosa ne è stato poi di lei? Beh, Paola Gaviria si nasconde dietro il nome d’arte Power Paola che sostanzialmente diventerà l’autrice di questo graphic novel, il primo scritto e disegnato eppure dal quale sarà già tratto un adattamento cinematografico (di cui potete già vedere qualcosa qui). Mica male come inizio, no?

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A case of you, Mr Taccuino

Cose importanti di questo martedì 26 aprile 2016:

  • è martedì ma è stato vissuto come un lunedì così quando ci sveglieremo domani sarà già mercoledì;
  • è rimasto un pezzo di meringa ai frutti di bosco di domenica ed è tutto mio;
  • mi brucia la faccia perché ieri ho preso troppo sole;
  • sul nuovo Finzioni Magazine c’è un mio nuovo articolo e dentro ci sono le donne della mia vita tra cui Joan Didion, giusto per fare un po’ di spoiler;
  • Blue di Joni Mitchell è un album che amerò per sempre;
  • scrivere è una cosa di cui non mi stancherò mai.

Lo potete leggere qui o qui.

A case of you, Mr Taccuino

Non ricordo quando sia cominciata questa fissa, so che già ascoltavo Joni Mitchell giorno e notte quindi doveva essere il 2011. Era un periodo in cui mi ero presa una cotta pazzesca per questo ragazzo che mi piaceva da impazzire ma che ovviamente non mi degnava di uno sguardo soprattutto perché abitava a 400 chilometri da me. Ascoltavo l’album Blue a volume indecente piangendo tutte le mie lacrime ma soprattutto scrivendo qualsiasi cosa mi passasse per la testa, la maggior parte improperi sui chilometri e su quanto non fossi abbastanza simpatica durante le nostre telefonate perché scrivere mi veniva meglio che parlare. Sta di fatto che avevo questi taccuini e il mio preferito era quello blu che tanto si abbinava al mio umore e soprattutto che mi aveva regalato lui, il protagonista di questa sbandata apocalittica. Qualche mese fa, ormai quasi vicino l’anno, ho ripreso in mano quelle pagine ed è stato divertente scoprire che fra le tante paturnie c’erano dei passaggi veramente belli, pieni di errori assurdi perché scritti a mano in fretta e furia, ma reali e forti, senza nessun velo a nascondere le mie emozioni. Dagli aneddoti che scrissi traspare tutta la mia iniziale ossessione per Joni e soprattutto per All I want, forse la mia canzone preferita della cantautrice canadese che ancora oggi non riesco ad ascoltare senza far scendere una lacrimuccia. Tutto questo rimembrare il passato è dovuto al fatto che poche settimane fa mi è capitata sotto gli occhi la parola taccuini ed è stato bello constatare come dal diario segreto ai bloc notes improvvisati ho sempre avuto il vizio di tenere tutto nero su bianco, la folle e assurda volontà di scrivere per non dimenticare nulla, negativa o positiva che fosse la mia esperienza appena vissuta. Ma cosa ci tiene così ancorati alle pagine? Cosa ci costringe a tenere vicino a noi una penna con la quale scarabocchiare i nostri pensieri più profondi?

In Bassotuba non c’è (Feltrinelli Editore, 1999) di Paolo Nori c’è un passaggio che dice quanto sia bello “andare in giro con i taccuini”, come gli scrittori antichi e come Čechov. Ed era veramente così: scrittore ma anche medico, il drammaturgo russo teneva un quaderno per scriverci le frasi che gli balzavano nella mente, quelle che gli solleticavano l’animo e che doveva immediatamente intrappolare in una pagina proprio come finirà a fare, tra l’altro, il protagonista di Bassotuba non c’è. “Quando usava una frase in una delle sue opere, la cancellava dal quaderno con dei tratti di penna. Li hanno pubblicati, i quaderni di Čechov: tutte le frasi che erano andate a visitarlo, e che lui non ha mai usato nelle sue opere.” È stato in questo frangente, in compagnia di Paolo Nori, che la mia mente è andata ad aprire quel cassetto della memoria in cui custodisco quelle figure che ho imparato ad amare ma soprattutto ammirare, quelle donne e scrittrici che mi piacerebbe definire muse ispiratrici ma che sostanzialmente ritengo ormai delle amiche dalle quali rifugiarmi nei momenti di panico improvviso. E sapete qual è la peculiarità che le accumuna? Ebbene sì, proprio la stessa passione per i taccuini. Volete sapere chi sono queste first ladies? Due scrittrici pazzesche di cui mi tatuerei il nome sulla fronte a caratteri immensi: Joan Didion e Virginia Woolf.

L’amore per la giornalista e scrittrice originaria della California è quello più recente e che mi accompagna nelle mie letture da poco meno di due anni. È stato grazie a Joan Didion, che ho conosciuto con Prendila così, che mi sono rimessa a scrivere in quadernetti comprati a pochi euro in stazioni o centri città, un’abitudine che dopo la famosa cotta apocalittica avevo scordato e ricoperto di polvere per un breve periodo caratterizzato da viaggi ad Amsterdam e tatuaggi (no, non sono sulla fronte) di cui non mi sono pentita ma che riguardo spesso con tenerezza pensando a quanto ero stata così ingenua. E insomma, Joan Didion, con la sua scrittura, mi ha dato uno scossone bello forte e, soprattutto, lo ha fatto con quel pezzo dal titolo Sul tenere un taccuino, scritto nel 1966 e disponibile ora in una pazzesca raccolta edita da Il Saggiatore, Verso Betlemme. La faccenda, per Joan Didion, è che spesso “dimentichiamo fin troppo in fretta cose che pensavamo non avremmo mai potuto dimenticare”. Diventa quindi indispensabile per la scrittrice “tenersi in contatto”, costruire la propria bussola con la quale orientarsi e soprattutto ritrovarsi. Quelle di questo articolo sono poche pagine che sono subito diventate le mie preferite: Joan Didion sa nascondere fra queste righe tutta l’importanza di annotare qualsiasi piccolo dettaglio, qualsiasi osservazione e qualsiasi telefonata intercettata al bancone di un bar come fosse un esercizio per tenere la mente allenata e soprattutto metterla in gioco, dandole infiniti stimoli sui quali riflettere e, perché no, ispirarsi per dettagli nei suoi scritti.

Poco fa vi dicevo che questa fissa nacque nel 2011: la realtà è che molto probabilmente si concretizzò in quell’anno dopo un lungo cammino iniziato due anni prima con una delle scrittrici che avrebbero cambiato il mio approccio alla lettura (e come stupirsene?). Era l’ultimo anno delle superiori e Virginia Woolf entrava ufficialmente nella top five delle scrittrici che più mi avrebbero insegnato l’amore per la scrittura, quella perfetta e meravigliosa dei romanzi, ma anche quella improvvisata in appunti e fogli svolazzanti. Era il 1953,  l’autrice di Gita al faro e de La signora Dalloway era morta da ormai 12 anni nel modo tragico che The Hours, il film di Stephen Daldry, ci racconta perfettamente. Era il 1953, dicevo, e Leonard Woolf decise di raccogliere in un volume una sezione tratta dai diari della moglie portando in stampa un libro in cui si intrecciano aneddoti, ricordi, considerazioni sulla guerra e confessioni personali ma anche riflessioni sul lavoro di Virginia Woolf e sulla scrittura.

Così veloce si accumula la vita che non ho il tempo di registrare l’ammucchiarsi ugualmente veloce delle riflessioni, che annoto sempre come mi vengono, per inserirle qui.

È in Diario di una scrittrice, in Italia edito da BEAT, che troviamo una Virginia Woolf poliedrica e complessa, un animo turbato e inquieto messo duramente alla prova dalle aspettative della critica e da quella parte di sé che vorrebbe solamente abbandonarsi all’istinto della scrittura, quello fine a se stesso e così liberatorio e purificatorio.

Entrare nelle vite di queste scrittrici attraverso la loro passione per la scrittura, non solo come professione ma soprattutto per amore, è come trascorrere la prima sera di vacanza al mare a guardare le onde infrangersi sulla battigia. È un continuo ripetersi di rumori, inizialmente indecifrabili, ma che attimo dopo attimo paiono diventare parte di te, come se per tutto quel tempo non aveste aspettato altro che capire il moto del mare per lasciarsi trascinare dalle onde sempre più alla deriva. I diari di Virginia Woolf e le parole di Joan Didion hanno avuto lo stesso effetto su di me: è stato come partire con loro, rifugiarsi nei loro pensieri per trovare le stesse preoccupazioni, lo stesso bisogno di condividere con la carta quei ragionamenti così complessi da spiegare a qualcuno.

Da quando mi sono innamorata dei taccuini mi immagino i migliori scrittori come le mie due eroine, tutti presi dal loro quaderno nascosto sotto la giacca o in borsa, mentre passeggiano lungo la riva di un fiume e all’improvviso vengono folgorati da un lampo di genio che subito trascrivono per paura di dimenticarlo. Eppure un quaderno degli appunti potrebbe avere le più svariate funzioni e poi: perché un solo taccuino e non più di uno? È stata Doris Lessing a inculcare nella mia testa queste domande e lo ha fatto con uno dei suoi romanzi più famosi, Il taccuino d’oro. Andato in stampa per la prima volta nel 1962, questo mattoncino di settecento pagine racconta la storia della scrittrice Anna Wulf suddivisa in quattro taccuini di diversi colori, ognuno di essi rappresentativo di una certa area tematica e di un tipo d’esperienza vissuta. Il risultato? La nascita di un romanzo da uno stile postmoderno che ha reso così famoso e apprezzato in tutto il mondo il lavoro di Doris Lessing. Eppure la scrittrice di origini iraniane (nacque a Kermanshah nel 1919, otto anni prima della pubblicazione di Gita al faro di Virginia Woolf!) ha sempre voluto consigliare i temi de’ Il taccuino d’oro e non la sua struttura o il loro modo di essere esposti ed è particolare, infatti, come Doris Lessing voglia far soffermare il lettore su qualsiasi sfumatura dell’animo umano (soprattutto il proprio) attraverso la vita di Anna Wulf che gioca continuamente tra realtà e finzione alternando nei suoi taccuini (nero, rosso, giallo e blu) le proprie passioni e delusioni, i propri credo politici e culturali, le proprie ambizioni e desideri. Una parte importante, però, viene sempre e comunque dedicata ai ricordi. È nei taccuini blu, infatti, che prendono forma i pensieri e i sogni della protagonista andando a creare un vero e proprio diario personale che commenta e integra i fatti che aprono ogni nuova sezione di taccuini e che il lettore ritrova sotto la voce “Donne libere”. Il taccuino d’oro diventa così un libro solo apparentemente complicato in cui la forza di volontà e l’importanza di credere nei propri ideali regnano sovrani e dove, ancora una volta, sono gli appunti personali l’elemento portante e la chiave di lettura di un personaggio dinamico e dai mille risvolti.

Dove ci portano queste donne amanti dello scarabocchiare le pagine a modo loro?

Da nessuna parte probabilmente o forse ovunque. Le loro pagine colme di sogni e desideri sono la prova di come il taccuino fosse per tutte loro la chiave per raggiungere le proprie mete, qualunque esse fossero, un tentativo che cerco ogni giorno di raggiungere con i miei quadernetti colorati ma che più banalmente riesco a riempire solo di domande. Mi piacerebbe pensare, però, che la vera costante del tenere delle memorie sia la necessità di conoscersi, di filtrare le proprie emozioni e analizzarle su un foglio di carta solo in un secondo momento per cercare di comprendere la parte di sé più ingarbugliata.

L’arte del taccuino potrebbe anche essere sopravvalutata: scrivere un pezzo di noi su un foglio di carta non fa di certo dello scrivente un artista tout court eppure c’è da ammettere che quell’amore incondizionato per i quaderni rende tutto molto più affascinante, cambia totalmente l’immaginario del lettore e il modo in cui vede lo scrittore partorire un’opera che amerà. Per me, a distanza di anni, è diventato un riflesso incondizionato tanto da influenzare qualsiasi campo artistico. Un esempio? Mentre rileggo ciò che sto scrivendo ho Joni Mitchell che sta strimpellando la sua chitarra nelle mie orecchie, questa volta a un volume più pacato perché sarà la vecchiaia ma è sempre più grande il bisogno di avere il minor casino possibile intorno a me. L’ascolto mentre canta I wish I had a river so long, I would teach my feet to fly e subito mi vien da chiedermi se anche lei, per le sue canzoni, abbia usato un taccuino o un foglio volante sul quale scarabocchiare l’atmosfera che sta vivendo pochi giorni prima dell’arrivo del Natale. Non faccio in tempo a pormi questa domanda che già me la vedo, Joni, nella penombra della sua camera con la chitarra in una mano e una penna nell’altra mentre scrive e cancella quelle che poi diventeranno le parole di A case of you che se non l’avete ancora capito Blue è un album a dir poco divino e tutte queste note le ritrovate lì, in una quarantina di minuti che vi cambieranno la giornata.