Informazioni su Nellie Airoldi

Cerca nascondigli, ritrova taccuini, ha la testa fra le nuvole e il naso nei libri.

Di Inside Out e Ritorni letterari

Bando alle ciance: se Inside Out è piaciuto o meno dipende un poco anche dalla sensibilità di ognuno di noi nei confronti di quella sensazione – stato d’animo chiamato ritorno. Quando Riley capisce che la sua fuga è un enorme sbaglio, e decide quindi di scendere dal bus e correre verso casa, io ho cominciato a singhiozzare senza ritegno con il cuore che a momenti stava per esplodere. E pensare che il viaggio di Riley non è nemmeno durato molto, praticamente un pomeriggio, eppure nella testa di quella bambina cosa non è successo in una manciata di ore! Siamo abituati a dar così tanta importanza all’andata senza accorgerci che spesso è proprio il ritorno la parte più sensibile, quella che avvia un processo irreversibile. E riflettendoci un poco, ci potremmo accorgere che spesso i viaggi sono solo dei grandi e immensi ritorni e anche in ciò Inside Out ha dato molto: l’avventura di Gioia e Tristezza nella Memoria a Lungo Termine non è forse un grande e sentito ritorno al Quartier Generale?  E ancora: non è forse quando si sta tornando che ci si accorge di quanto si è cambiati e cresciuti? Di quanto smuovere l’animo trasportando il proprio corpo in un’altra dimensione sia così meravigliosamente stupendo?

Gioia e Tristezza scoprono non poco dalla loro avventura tra i ricordi più indelebili di Riley così come la bambina, in quel breve lasso di tempo lontano da casa, capisce quanto sia importante non vedere continuamente il mondo di un solo colore (giallo, blu, verde, rosso o viola che sia) ma che per ciascuna delle sue Isole della Personalità, per ogni sfumatura del suo essere, sia necessario un mix di emozioni tanto da rendere ogni momento più particolare e profondamente vissuto. Dire che per Riley riabbracciare i propri genitori dopo aver colorato le proprie emozioni sia stata un’esperienza meravigliosa è ovviamente fin troppo scontato. Ma cosa sarebbe accaduto se non avesse mai tentato di partire? Probabilmente non avrebbe mai veramente compreso se stessa così come Mario Soldati non avrebbe mai e poi mai incontrato il suo Primo (vero) Amore: l’America.

Ma un grande viaggio intrapreso sui vent’anni, un’emigrazione interrotta, conferisce al paese straniero che abbiamo abbandonato una lontananza religiosa, un’estraneità piena di stupori.

Quando parte per l’America, Mario Soldati è giovane e pieno di sogni. Il suo viaggio è raccontato in poco più di trecento pagine in un qualcosa, America Primo Amore, che mi piacerebbe tanto chiamare memoir in cui lo scrittore torinese racchiude sostanzialmente tutto ciò che il suo grande ritorno ha provocato nel proprio animo. Perché uno è impavido e coraggioso quando partorisce un’idea ma poi dopo poco tempo (e spesso all’improvviso!) si ritrova davanti alla realtà e si accorge inaspettatamente di aver sbagliato, di dover riguardare indietro e tornare dove era partito. È un lampo, un risveglio inatteso, è un autobus che parte con Riley a bordo che però decide di restare dove è mentre il mezzo sta uscendo dalla stazione. Eppure spesso, come nel caso di Mario Soldati, ne seguono anni di ripensamenti dove si cerca di non chiedersi cosa sarebbe accaduto se si fosse stati un poco più coraggiosi ma in cui si tenta di imbastire un eterno racconto di quel viaggio cercando di abbracciare tutte le sensazioni vissute per poter poi spiegare il presente e quella sensazione di eterno ritorno che continua a logorare l’animo. Non è un caso, poi, che Mario Soldati abbia deciso solo dopo alcuni anni di  pubblicare tutto ciò che ha cambiato radicalmente e profondamente le sue visioni: il tempo per digerire un ritorno non previsto, un cambio d’idea che rinnega un ideale passato, non è per nulla semplice.  Ma ancora: se Mario Soldati non fosse tornato sarebbe davvero riuscito a narrare città e persone con lo stesso pathos che respiriamo in America Primo Amore? Non credo.

In fin dei conti, niente di nuovo sul fronte occidentale: un viaggio cambia, sempre, e nulla di quello che c’è stato prima è destinato a rimanere tale e quale al passato. Però (c’è sempre un però!) che gran splendore potersi guardare allo specchio con più coscienza di sé, con una consapevolezza mai sentita prima. Come se tutti quei meccanismi che regolano le proprie sinapsi (qualsiasi colore e forma abbiano) fossero veramente visibili, sotto i nostri occhi, modellati dai nostri eterni ritorni che ci portiamo nel cuore.


Questo articolo è stato pubblicato tanto tempo fa su Finzioni Magazine ma a distanza di anni gli voglio bene come fosse ieri. 

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Leggendo #155 – La Giusta Mezura

La vita sono quelle 13 ore in più grazie alle quali avresti visto la prima nevicata dell’anno e invece no. È continuare a cambiare direzione per arrivare a un nuovo ennesimo inizio. È continuare a farsi domande e chissà se si troverà mai una risposta.

È leggere un fumetto ambientato a Bologna prima di tornare a Bologna e chiedersi quanti ritorni devono ancora esserci per riuscire a ripartire.


Dopo aver letto La giusta mezura di Flavia Biondi (edito da Bao Publishing) una domanda nasce spontanea: ma davvero esiste ancora l’amore cortese? Ci sono ancora, da qualche parte nel mondo, cuori colmi di tenerezza che si innamorano di romanzi ambientati nel Medioevo dove un prode cavaliere affronta sette prove di coraggio per conquistare il cuore della sua bella? E vi dirò che sì, esistono ancora perché se animi simili gironzolano ancora per il mondo è perché in realtà è più difficile rispondere alla seconda domanda che rincorrere il lettore lungo le tavole di questo graphic novel: ma l’amore, in generale, esiste davvero?

È così che fanno gli adulti. Fanno del male e poi ingoiano. Cresci un po’.

Mia e Manuel vivono e si amano da 8 anni a Bologna. La loro vita, da ex studenti in una camera che condividono in un appartamento con altre persone, si trova in quel limbo fra il voler terribilmente rincorrere i propri sogni e continuare invece a fare lavoretti passeggeri, sognare di cambiare vita ogni cinque minuti nell’attesa che qualcosa di buono capiti senza però riuscire mai veramente a trovare il coraggio per prendere una scelta d’istinto e trovarsi, prima o poi, un futuro diverso.

La giusta mezura, infatti, è soprattutto una storia d’amore e lo è nel profondo perché ragiona sulle lunghe distanze, su ciò che l’amore diventa con il passare degli anni e cosa porta con sé nei cuori e nelle menti di chi ne è folgorato. Flavia Biondi racchiude in tavole dalla tonalità blu tutti i sogni e gli incubi che rincorrono i giovani persi in un presente sempre più difficile da gestire. I progetti futuri, quelli che potrebbero trasformarsi un giorno nella parola “famiglia”, fanno continuamente a pugni con la ricerca della propria identità e professione, al tentativo di trasformare i propri studi in un lavoro vero. Eppure il desiderio di continuare a fare ciò che si ama, anche durante quelle nove ore al giorno in cui si cerca di portare a casa il necessario per vivere e magari (si spera) qualcosa in più, è una fiamma che non si spegne mai, un motore sempre acceso che muove gli animi e i pensieri.

La storia di Mia e Manuel, così, si trasforma in una ricerca dell’equilibrio, della giusta mezura, in una sua rincorsa che viene deviata dalla monotonia e l’arrivo di una distrazione, Nicola, un ragazzo che può essere uno qualsiasi e che lancia la mente della protagonista di questo graphic novel in un turbine di domande.

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Flavia Biondi racconta la quotidianità dei protagonisti e il loro modo di affrontare la vita con stili grafici (e linguistici) differenti, alternando le voci di Mia e Manuel a quelle dei personaggi del libro che Manuel sta scrivendo e pubblicando a puntate online, nella speranza di essere notato e trasformare, un giorno, le proprie pagine ambientate nel Medioevo in una vera e propria pubblicazione. La magia di Flavia Biondi, poi, sta nel dare alle parole sfumature diverse, osservazioni che danno alle sue tavole quella magia in più.

Storia: una parola che rappresenta gli avvenimenti assolutamente reali del passato e allo stesso tempo un racconto. Qualcosa di esclusivamente immaginario. Ma significa anche avere una relazione. Mi piace pensare che questo indichi che i nostri legami vivono nel giusto equilibrio fra realtà e fantasia.

E se la ricerca dell’equilibro fra crescere, amare e vivere è complicata da trovare, La giusta mezura parla al lettore con realtà ma affetto, lasciando intendere sin dall’inizio che l’amore esiste, eccome se esiste, e sta nelle autrici che aprono le proprie storie a fumetti con dediche così:

Ad Anna, che non mi ha mai chiesto di essere un Cavaliere o una Dama, ma ha sempre voluto che fossi una valorosa guerriera.


Questo articolo è stato pubblicato su Cosebelle Mag

Joan Didion prima di We tell ourselves stories in order to live

Questo articolo è stato pubblicato su Cosebelle.

Cara Joan Didion,

ti scrivo questa lettera perché con We tell ourselves stories in order to live tanti tuoi non lettori ti conosceranno come l’eroina di un documentario di Netflix e io, dato che mi hai cambiato la vita innumerevoli volte, sono preoccupata e angosciata dall’idea che tu, minuscola ma grande come sei, finirai per essere scambiata per qualcosa di grande ma non così grande come sei realmente.

Quando ti ho conosciuta, con Prendila Così, era l’ottobre del 2014 e dopo pochi capitoli già l’avevo capito di aver finalmente incontrato, dopo anni da lettrice, quella che era destinata a diventare la mia scrittrice preferita, la mia musa ispiratrice, la mia super eroina, la donna che ha lottato per inseguire i propri sogni, volando dalla California a New York e viceversa.

Mi sforzo di vivere nel presente e di tenere lo sguardo fisso sul colibrì. Non vedo nessuno di quelli che conoscevo un tempo, ma del resto me ne importa pochissimo di un sacco di persone. Voglio dire, forse avevo tutti gli assi nella manica, ma a che gioco giocavo? (Prendila Così – J.D.)

Ma è stato soprattutto con L’anno del pensiero magico che ho capito chi sei, che ho voluto cominciare a entrare nella tua testa per capirti di più, per indagare su quell’istante di cui parlavi, quello in cui tutto cambia e noi siamo lì, ogni volta, a cercare di reinventarci il presente con la paura per il passato e il futuro. Un po’ come in Blue Nights, le cui pagine così strazianti non sono poi così lontano dalle protagoniste dei primi romanzi, figure complicate che sognano di “restare ma anche di essere altrove” (Run River).

La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita. Il problema dell’autocommiserazione. (L’anno del pensiero magico – J. D.)

Joan Didion, io mi sono letteralmente innamorata delle tue pagine, dei tuoi pezzi per il New Yorker e il New York Review of Books dove in ogni paragrafo ritrovavo in te un qualcosa di simile a una bambina, una piccola anima in un mondo di grandi pronta a raccontare il meglio di sé e di quello che vive senza freni, senza vergogna. Leggere i tuoi articoli nelle raccolte Verso Betlemme e The White Album mi ha insegnato a conoscerti e a farmi ispirare, mi ha convinto che quella mia teoria di tenere un taccuino non è poi così banale, che prendere appunti su ogni evento in cui ci imbattiamo è un must, per imparare ad esprimerci, perché è importante “tenersi in contatto” nel momento in cui:

“dimentichiamo fin troppo in fretta cose che pensavamo non avremmo mai potuto dimenticare” (Sul tenere un taccuino; Verso Betlemme).

Joan Didion, io spero che We tell ourselves stories in order to live diventi un modo per tanti di trovare il tempo per immergersi nelle tue pagine. Perché hai avuto un amore grande, immenso, ma tu non sei stata solo la metà di John Gregory Dunne o la mamma di Quintana: sei un’osservatrice, un’intervistatrice, un animo pronto a scrutare ogni attimo di vita per portarselo dentro di sé e nella vita di chi ti stava e sta vicino. E scrivere è proprio questo, forse, mettere in ogni paragrafo qualcosa di sé, un rimasuglio del passato che non vuole essere dimenticato, una supposizione che vuole trasformarsi in parere, una storia e un romanzo che vuole esprimere al meglio ciò che si nasconde nel più profondo.

E insomma, Joan Didion, è che ogni volta che si legge una tua pagina, l’animo si arricchisce e comincia a rincorrere pensieri e sogni e questo, lasciatelo dire, è un dono che dà ai tuoi scritti un’unicità tutta speciale.

Wth love,

Nellie 

Di Libri Belli giudicati dalle copertine

Quest’intervista è stata pubblicata su Cosebelle Mag.

Ogni lettrice, quando incontra un’altra lettrice, ha mille domande. Quando hai iniziato a fare della lettura una passione? Quali tipi di libri ti fanno innamorare più di altri? Quali autori non puoi proprio sopportare? E l’edizione preferita ce l’hai? Ogni lettrice, spesso, è anche un poco gelosa del suo piccolo regno, di quella libreria che volume dopo volume diventa un modo per rappresentare periodi, situazioni, momenti della propria vita a cui corrispondono pagine di scrittori più o meno amati. Quando Livia Satriano ha aperto il suo Libri Belli shop, il mio primo pensiero è andato al suo coraggio di condividere con altri lettori  pagine belle. Perché Libri Belli, come dice il nome stesso, è anche qualcosa di visivo, di palpabile: è un e-shop alla cui base sta l’amore per i libri, sì, ma anche per tutte le curiosità legate alla loro storia, a edizioni passate e piccoli tesori editoriali da riscoprire. Abbiamo incontrato Livia Satriano e ci siamo fatte raccontare i retroscena di un progetto bello con protagonista colori accesi, entusiasmo e tantissime pagine.

Cosebelle: Libri Belli giudica i libri dalle copertine. È solo questa l’unica e grande differenza fra il tuo e-shop e un mercatino di libri?
Livia: Quella del giudicare i libri dalle copertine è nata quasi come una provocazione ma alla fine mi sono convinta che forse un po’ ci credo per davvero. La selezione di Libri Belli parte sicuramente da un criterio visivo ma non è solo questo, anche l’originalità e talvolta bizzarria dei contenuti gioca un ruolo importante. Mi piace raccogliere libri inusuali, assieme a titoli che amo e classici in belle edizioni. Frequento molto i mercatini e ho creato Libri Belli forse anche perché ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto prima o poi trovare una bancarella di libri che avesse solo figate.

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CB: Quali sono i Libri Belli più particolari che hai visto? Capita mai che siano così belli che ti dispiaccia lasciarli?
L: I vecchi libri che trattano con serietà di argomenti strampalati o le guide che promettono l’impossibile sono fra i miei preferiti! Ho un po’ di manuali anni ’50 e ’60 con titoli come “Come aumentare di statura in poco tempo” o “Come farsi una perfetta educazione e brillare in società” o ancora “Come predire scientificamente il futuro”. Nel momento in cui ho deciso di dar vita a Libri Belli ho accettato l’idea che avrei lasciato andare i miei libri, ma comunque cerco e raccolgo libri di continuo. Alcuni titoli magari non li vendo perché li voglio tenere e altri invece li prendo proprio con l’obiettivo di proporli nel il mio e-shop pensando anche al genere di persone che forse potrebbe apprezzarli. Tempo fa leggevo online questo motto “Se ami i tuoi libri lasciali andare” e mi sembra carino riportarlo qui.

CB: Libri Belli è soprattutto online e ha una grafica molto curata, sia per quanto riguarda il sito che per il canale Instagram. Quale aspetto di te hai potuto raccontare meglio ideando questo progetto e scegliendo questo trattamento?
L: Per me è stato davvero molto stimolante perché è la prima volta che ho ideato e sviluppato un progetto da cima a fondo, da sola, senza avere vincoli e restrizioni. A partire dall’idea che avevo in mente ho pensato alla forma e all’immagine che avrei voluto dargli e da lì mi sono poi adoperata per la sua realizzazione, sia creativa che tecnica. Sono da sempre appassionata di tutto ciò che è visivo e mettermi per una volta nei panni di un art director è stato divertente. Anche alla pagina Instagram @libribellishop mi dedico parecchio, nei post parlo al plurale ma sono sempre e solo io che faccio tutto. Alla fine in pochi mesi ha sviluppato un buon seguito e vedere che i post riscuotono successo mi dà soddisfazione.

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CB: Libri Belli diventerà mai un mercatino reale? Cosa potremmo trovare?
L: Non credo, ci sono già molti mercatini e bancarelle di libri, la mia vuole solo essere una piccola selezione online. Però sono stata invitata a partecipare al prossimo SPRINT che è una fiera dell’editoria indipendente molto carina che si tiene ogni anno qui a Milano e alla quale finora ho sempre partecipato solo da visitatrice. Sono molto contenta perché nel corso di questi mesi in molti mi hanno scritto chiedendo se era possibile acquistare i miei libri anche dal vivo (soprattutto chi era di Milano) perciò credo che questa sarà l’occasione giusta. Ho pensato che proporrò una selezione molto estetizzante, vorrei che il banchetto diventi quasi come una mostra quindi porterò un bel po’ di volumi d’impatto, molti dei quali ancora mai pubblicati sul sito.

CB: Dietro a Libri Belli c’è Livia, ci immaginiamo una lettrice e soprattutto una persona curiosa. Raccontaci come ti sei avvicinata alla lettura e qual è il tuo libro preferito (e perché!)
L: Sto cercando di fare mente locale su quale poteva essere il primo momento in cui mi sono avvicinata alla lettura e ricordo che quando ero alle elementari mi piaceva tantissimo leggere assieme a mio padre questi libri illustrati per bambini sui miti e le leggende dell’antica Grecia… Leggere tutte quelle vicende intricate e favolose era la mia cosa preferita! Altri due must della mia infanzia sono stati un’edizione illustrata anni ’70 di “Pippi Calzelunghe” e “Gnomi”, entrambi appartenuti a mia madre, di cui ricordo che amavo alla follia le illustrazioni. Alla letteratura vera e propria mi sono avvicinata grazie agli stimoli della libreria dei miei genitori e poi anche grazie ad alcuni insegnanti: ricordo di aver letto l’“Antologia di Spoon River alle scuole medie su consiglio della nostra professoressa d’italiano e di essere rimasta molto colpita, è stata quella scoperta che mi ha fatto venir voglia di tuffarmi consapevolmente nel mondo della lettura. Quella del mio libro preferito è una domanda difficile, ma forse non dovrei pensarci troppo e ti dovrei rispondere di pancia allora direi “Nadja” di Breton per il modo in cui parola e immagine meravigliosamente si fondono, ma anche “Vite immaginarie” di Schwob per avermi insegnato che non c’è limite all’inventiva. Ma tanti e vari sono i libri che mi hanno segnato, fra cui sicuramente anche molta saggistica.

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CB: Libri Belli e Livia che programmi hanno per il futuro?
L: Conquistare il mondo dell’editoria! A parte gli scherzi, mi piacerebbe molto poter collaborare con le case editrici e avere la possibilità di visitare i loro archivi, promuovendo in qualche modo la riscoperta di meraviglie librarie nascoste. Poi sicuramente voglio portare avanti il discorso che ho iniziato sulla pagina Instagram di Libri Belli con le collaborazioni con illustratori e artisti, chiedendo loro di interpretare dei Libri Belli a scelta. La prima a inaugurare questo ciclo è stata Pamela Cocconi, che ho conosciuto proprio grazie a Instagram.

CB: La copertina più bella che hai visto di un libro.
L: Non so se è la più bella ma sicuramente una delle mie preferite è la prima edizione americana di “The Beatles Illustrated Lyrics”, quella azzurra con l’occhio.

CB: Una cosabella.
L: Gli ex-voto di Dino Buzzati

Leggendo #154 – Epopea Americana

“Sentirsi soli ci fa diventare più deboli. Essere soli ci dà autonomia e potere” (I paesaggi perduti – Romanzo di formazione di una scrittrice).

Joyce Carol Oates l’ho conosciuta così, un po’ per caso, e come tutte le conseguenze del fato si è trasformato in un amore folle fatto di libri e pagine e paragrafi e frasi che continuo a rileggere e cercare qua e là. Il pezzo che segue, pubblicato su Finzioni, è nato dopo quasi mille pagine lette tutte d’un fiato, dopo la lettura di due romanzi che hanno sancito, senza che me ne accorgessi, la voglia di continuare a inseguire quella cosa che freme dentro e non riesco a smettere di fare. Joyce Carol Oates, così, è diventata la mia seconda Joan Didion.

Quante voci può avere uno scrittore? Quanti stili e quante infinite parole possono nascondersi in romanzi che vanno a comporre le opere più rappresentative di una penna che diventa simbolo di una generazione e di un periodo storico? Sono queste alcune domande che nascono spontaneamente durante la lettura dei primi due dei quattro volumi che compongono Epopea Americana di Joyce Carol Oates, editi da il Saggiatore. Osservazioni che si fanno strada e trovano posto nella testa di chi legge, mentre  centinaia di pagine scorrono davanti ai suoi occhi portando alla luce personaggi e voci che si ingarbugliano fino a comporre due romanzi, Il giardino delle delizie e I ricchi, che paiono due porte per due galassie, differenti ma parte dello stesso meraviglioso universo composto da paragrafi indimenticabili di una scrittrice ancora da scoprire.

Joyce Carol Oates ha 29 anni quando negli Stati Uniti, nel 1967, viene pubblicato per la prima volta Il giardino delle delizie, e 30 quando nel 1968 arriva nelle librerie I ricchi. L’indagare sull’età dell’autrice fa parte di un processo che incuriosisce sempre, è un modo per costruire mondi di condizionali dove ci si immagina di poter scrivere pagine simili a quelle appena lette alla stessa età dell’autrice; immaginarla seduta davanti a una scrivania alla stessa età in cui noi, ancora, stiamo cercando di capire quali sogni inseguire. E citare i sogni è una conseguenza spontanea dopo la lettura di questi primi due volumi perché Epopea Americana ha molto a che vedere con il mondo onirico, più per la sua concezione che per i contenuti. Alla base di tutti e quattro i volumi, infatti, c’è il desiderio dell’autrice di criticare quel tipo di cultura e valori che soprattutto negli anni Sessanta venivano rincorsi per raggiungere l’apice del Sogno americano, quello stereotipo di felicità agognato da tutti ma da pochi effettivamente vissuto. Un tentativo (spoiler: riuscito perfettamente) di immaginare sensazioni e paure vissute in uno spazio-tempo ben preciso, costruendo pagine con uno scopo definito che Joyce Carol Oates raggiunge con una carica estasiante, tipica della penna giovane pronta a farsi guidare dal turbinio di parole.
E ad aprire le danze di Epopea Americana ci sono questi due libri, Il giardino delle delizie e I ricchi, con storie e personaggi diversi che hanno come comune denominatore la principale caratteristica di chi viveva gli anni Sessanta in America: l’instabilità. Perché i veri protagonisti di questo migliaio di pagine sono il continuo viaggiare e spostarsi dei suoi personaggi, la loro intensa e incredibile disponibilità a lottare ogni giorno contro gli imprevisti e il domani.

Il giardino delle delizie

Anzitutto, Il giardino delle delizie che leggiamo oggi non è lo stesso del 1967. Quella proposta da il Saggiatore è una riscrittura degli anni Duemila, quando dopo più di trent’anni Joyce Carol Oates decide di rimettere mano alle voci di personaggi incredibilmente complessi. Tra le pagine del primo volume di Epopea Americana, infatti, si nascondono i racconti di Carleton, Lowry e Swan, voci maschili attraverso le quali il lettore incontra Clara, prima alla sua nascita, poi nella sua adolescenza e infine nella sua vecchiaia.
Figlia di due contadini, la figura femminile de’ Il giardino delle delizie rappresenta l’America rurale violenta e maschilista, il tentativo di evasione e fuga dal provincialismo. Una giovane donna che vuole trovare se stessa soprattutto in chi incontra lungo la sua strada, dimostrando ogni giorno cosa è capace di raggiungere con la sua ostinazione. Ma dopo tante fatiche, quando si diventa realmente cittadini d’America? E quando si smette di essere considerati “gente di provincia”? Clara sin dall’infanzia precocemente terminata si pone in modo insistentemente queste domande mentre attorno a lei ruotano personaggi unici nel loro genere ma rappresentativi di diverse classi sociali degli anni Sessanta, dai contadini più umili e poveri a chi cerca di arricchirsi improvvisandosi imprenditore.

Una particolarità di questo romanzo è il voler tornare incessantemente a raccontare la gioventù, ogni volta con un differente punto di vista grazie alla scelta di voci narrative diverse ma sempre poco distanti dall’età adulta, in quel limbo che si vive quando ancora non si è grandi ma l’infanzia e l’adolescenza sono già dietro l’angolo. Il giardino delle delizie, dopotutto, è un libro in cui i personaggi si definiscono e si modificano, proprio come accade nella giovinezza, quando ancora le idee non sono  così chiare e si cerca la via per la maturità a tentativi.

Le mappe le insegnavano una cosa stupefacente: non aveva importanza dove si trovava, c’era sempre un modo per arrivare dall’altra parte, c’erano delle linee che l’avrebbero condotta, incrociandosi e accavallandosi, doveva semplicemente capire come.

Il risultato della ricerca della felicità di Clara sono pagine che rimangono impresse nella mente del lettore e si divorano con la stessa foga con cui si vivono le notti di fine estate. Una rincorsa alla vita, tanto che al lettore pare quasi di intravedere, fra le pagine di questo libro, una Joyce Carol Oates già malinconica, una  scrittrice che mentre scrive pare già di sentire nostalgia di questi primi personaggi divinamente delineati, i primi di una lunga serie e ai quali ha voluto enfatizzare emozioni e sentimenti in una seconda stesura più di trent’anni dopo.

I ricchi

C’è qualcosa di incredibile nel passaggio dal primo al secondo volume di Epopea Americana. Terminata la lettura de’ Il giardino delle delizie, con I ricchi si entra in nuovo mondo, talmente estraneo al precedente che per tutta la durata del romanzo a stento ci si rende conto di leggere un libro di cui si è chiusa da poco l’ultima pagina di un’altra opera dello stesso autore.

Tutto il secondo volume dell’Epopea Americana è un continuo esercizio stilistico. La voce narrante è sempre in prima persona e i molti aneddoti si susseguono fra le pagine sempre più veloci, tanto da dare l’impressione che i paragrafi siano nati dal desiderio di giocare a fare lo scrittore, narrando le vicende con lo scopo di diventare un intrattenitore per i lettori e farli naufragare fra le vicende del protagonista. Questa caratteristica rimanda immediatamente a un altro romanzo di Joyce Carol Oates: Jack deve morire (il Saggiatore, 2016). A caratterizzare entrambe le opere è lo stesso folle e illogico casino che è l’animo umano, perennemente spinto nella terribile ricerca della verità. Il gioco più strepitoso creato dalla penna di Joyce Carol Oates è proprio questo inverosimile e continuo scherzo fra ciò che pare finzione e ciò che invece viene considerato dal lettore un fatto concreto, una trappola nella più grande trappola creata dalle sue mani per confondere chi si trova nel suo libro e farlo giocare con l’irrealtà dei fatti.

Protagonista de’ I ricchi è soprattutto la doppia faccia, l’ipocrisia che già si intuisce dall’ironia del titolo. I protagonisti di questo romanzo non sono i veri ricchi ma quella che si potrebbe definire una classe borghese, di chi decide di vivere nella parte di periferia non destinata al degrado bensì a essere chiamata sobborgo, arricchita da ville stratosferiche e macchine nuove parcheggiate nei vialetti. In un contesto di falsità e apparenza, Joyce Carol Oates dà voce a una mente che è un labirinto di incomprensioni, raccontando il decadimento morale, i rancori e gli odi di un ragazzino che si sente un “personaggio secondario” nella vita della madre e che vuole a tutti i costi riconquistare la scena.

Come possiamo sapere di quali folli atti siamo vittime? Di quante operazioni a cuore aperto? Di quali occulti interventi al cervello fra le mura di casa? Possiamo fidarci dei nostri ricordi benevoli, della nostra asfittica bontà che vuole ricordare solo il meglio dei nostri genitori, che allontana i brutti pensieri?

I ricchi è un romanzo a suo modo violento, è la dimostrazione di come si possa raccontare la parte più oscura dell’uomo, di ciò che si cela nella sua mente e dell’esasperazione dei sentimenti.

Due libri diversi eppure così vicini

Ad accomunare i primi due romanzi dell’Epopea Americana è soprattutto la ferocia della scrittura di Joyce Carol Oates, conseguenza di un approccio alla creatività ancora da scoprire.

L’esperienza di stesura del Giardino delle delizie nel 1965-66 è stata molto simile alla stesura dei Ricchi, un anno dopo: era come se avessi cosparso di benzina tutto quello che mi circondava e avessi acceso un fiammifero, e le fiamme che ne sono follemente scaturite erano, in qualche modo, il combustile del romanzo e il romanzo stesso.
(Joyce Carol Oates)

Dalla lettura dei due volumi si respira tutta l’ansia e l’angoscia della scrittrice nel voler raccontare ogni sfumatura dell’animo umano, le debolezze e le preoccupazioni che caratterizzano diverse età e professioni. Quella di Joyce Carol Oates è una mente forse folle ma ugualmente razionale, è una voce che sa come scavare negli abissi più profondi della mente umana analizzando e interpretando ogni piccolo pensiero e ragionamento. Stili diversi e contesti apparentemente lontani compongono un puzzle sociale vivido e reale, un mix di emozioni e sentimenti personali che diventano il riflesso di un qualcosa di più grande e collettivo.

Sensazioni, impressioni e istinti non hanno filtri per una giovane scrittrice che non ha avuto paura di affrontare i temi più delicati, caratteristici di un periodo storico vissuto e osservato, facendosi trascinare dalle parole e dalla foga di narrare la realtà, cruda così com’è.

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Leggendo #153 – Il mare dove non si tocca

Il primo Game Boy, l’ultimo livello raggiunto giocando a Snake, essere bravi a “palla prigioniera”. Ci sono cose che alcuni bambini non hanno avuto, non hanno mai raggiunto e mica per quali assurdi motivi, semplicemente sono cresciuti con i nonni, in campagna, dove tutto ciò che era all’incirca moderno non veniva nemmeno preso in considerazione (perché una considerazione di ciò nemmeno c’era). Questa breve e diretta introduzione è per gettarvi ne’ Il mare dove non si tocca, il nuovo libro di Fabio Genovesi che potrebbe essere descritto come un semplice ma dolce rimando a infanzie diverse, eppure speciali forse più di molte altre banali e normali.

Fabio vive al Villaggio Mancini, circondato da una decina di nonni, i fratelli del nonno materno, che da prozii amorevoli giocano al ruolo del parente destinato a crescere e guidare i più piccoli in mirabolanti avventure alla scoperta del mondo. Quelli di Fabio, però, sono nonni a volte irruenti, sono persone dolci ma a modo loro, tanto che spesso il nipotino si trova più in imbarazzo che felice di averci a che fare. E questa è solo una piccola parentesi di quello che nasconde il romanzo di Fabio Genovesi, un libro che pare costruito da tanti racconti in cui la voce narrante di un bambino di sei anni coccola il lettore descrivendo i personaggi di questo libro proprio come i piccoli della sua età sanno fare. Aneddoti divertenti e semplici gesti, infatti, si trasformano in questo romanzo in una caccia al tesoro alle vere identità delle persone, un modo unico e speciale per conoscere gli adulti e il loro mondo, per capirne solo più tardi dinamiche e peculiarità.  È in questo universo, infatti, che le crisi per un lavoro che non si riescono a gestire diventano occasioni per passare più tempo con papà mentre la nostalgia per i vecchi tempi andati, dei racconti ad alta voce intorno a un fuoco.

Ma andava benissimo così, quando succedono le cose splendide va  bene sempre, anche se è solo un sogno. Basta non svegliarsi mai.

In Il mare dove non si tocca, poi, c’è anche tantissimo amore. Quello per un padre, una figura a tratti mitologica, che diventa un’ancora dove ormeggiare la nave della famiglia, sia nei periodi più felici sia in quelli più difficili. Perché il legame con la famiglia, con tutti i loro difetti, è ciò che sta alla base della comunità Mancini, un rapporto solido che si nasconde fra una battuta e l’altra, fra la capacità di affrontare determinate situazioni in un mondo fatto di tradizioni, quelle che caratterizzano un paesello tipico italiano da poche migliaia di anime. È in questo microcosmo che Fabio cresce e impara la solitudine, la necessità di condividere le proprie emozioni con chi è più simile a sé e dove soprattutto trova il coraggio di tuffarsi anche nel mare dove non si tocca, imparando ad affrontare le paure che spesso paiono più spaventose di quanto poi sono realmente.

Il romanzo di Fabio Genovesi è un romanzo di formazione con tante storie, tante quante le innumerevoli novità che giorno dopo giorno arricchiscono la vita di un bambino e, se si smette di crescere, anche quelle di un adulto ancora con la testa fra gli arcobaleni.

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(Nell’immagine, Il mare dove non si tocca in analogico, nei dintorni di Buelna, fotografato qualche giorno precedente al primo tuffo nell’oceano di Nellie).


Questo articolo è stato pubblicato su CoseBelle.

Leggendo #152 – Exit West

La fotografia analogica mi ha insegnato che devo smettere di avere fretta, che ogni secondo è vissuto intensamente prima ma anche dopo perché quando lo si rivive, quando si sviluppa un rullino e non si ricordano davvero tutti quei 36 scatti fatti, è una meraviglia tornare nel passato e riscoprire cosa l’occhio aveva deciso di immortalare. Exit West di Mohsin Hamid non ha macchine fotografiche che scelgono di ricordare cosa accade nella storia perché il legame fra Nadia e Saeed è un qualcosa di dolce che sfocia nella nostalgia, è un viaggio continuo tra passato, presente e futuro tanto da non avere punti d’incontro su cui soffermarsi ma solo continue ondate di entusiasmo prima e malinconia dopo.

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Noli – Comet K35

Difficile delineare ciò che è realtà e fantasia in un romanzo breve pronto a far vivere al lettore  le più diverse emozioni. La positività dei primi capitoli, il freddo che cade sulle pagine più centrali e la sofferenza che attanaglia il cuore nelle ultime pagine: Exit West è un libro forte ma è soprattutto una storia attuale, un mix di fantascienza (se così si può defnire) che spiega un rito odierno, un qualcosa che ogni giorno leggiamo sui giornali e che non riusciamo mai davvero a comprendere e immaginare realmente.

Anche l’effetto che le porte facevano alla gente si modificò. Girava voce che ci fossero porte capaci di trasportarti in altri luoghi, anche molto remoti, lontano dalla trappola mortale in cui si era trasformato il loro paese. Alcuni sostenevano di conoscere qualcuno che conosceva qualcuno che era passato attraverso una di quelle porte. Una porta normale, dicevano, poteva trasformarsi in una porta speciale, e poteva accadere anche senza preavviso, a qualunque porta. Quasi tutti le consideravano voci prive di fondamento, sciocche superstizioni. Eppure quasi tutti avevano cominciato a guardare le proprie porte in modo diverso.

Quella di Nadia e Saeed è una storia di migrazione ma è soprattutto una relazione, un amore che cresce ossessionato da ciò che li circonda, influenzato da un’infinita serie di eventi inaspettati, indipendenti dai protagonisti: è un qualcosa più grande e più forte di loro, una tempesta di sabbia fatta di granelli di odio e indifferenza. Le parole di Mohsin Hamid, come quelle ne’ Il fondamentalista riluttantecolpiscono il lettore con la loro precisione, la capacità di analizzare chirurgicamente situazioni e sentimenti. Uno stile diretto che non ha paura di narrare ogni minima percezione.

(…) e così ognuna a proprio modo, quelle tre persone che condividevano quell’unico appartamento interagivano l’una con l’altra attraverso svariati e molteplici flussi temporali.

Il viaggio, protagonista eterno di queste pagine, è un continuo rimembrare ciò che accade alle persone quando si spostano, volontariamente e non. È un continuo rimando a come tutto debba sempre cambiare, sia che si rimanga fermi, sia che si finisca a cambiare città, stato, continente. Exit West sono tanti attimi, immortalati in diverse fotografie, che sparpagliate nel tempo cercano di ricostruire ciò che si logora e modifica.

Siamo tutti migranti attraverso il tempo.