10 anni di MalEdizioni, Tra le Nuvole e Finestrini

Questo articolo è stato scritto e pubblicato su Salt Editions.


Chissà cosa significa compiere 10 anni nel 2021 per una piccola casa editrice indipendente di fumetti con sede a Brescia. Per mio nipote, all’incirca della stessa età e anche lui alle prese con il primo decennio di vita, ha portato un cambio di voce (che ancora non accetto) e la consapevolezza di mettere da parte per un poco il sogno di diventare un cestista, a causa degli allenamenti annullati, ma continuare a fare ciò che ama palleggiando anche in bagno. Forse compiere dieci anni significa prendere le prime esperienze, rivederle alla luce dei consigli arrivati nel corso del tempo, per poi lanciarsi nel vivo dell’adolescenza con la voglia di spaccare il mondo. E io ce li vedo i tipi di MalEdizioni prendere la loro piccola officina editoriale, steampunk e indipendente e darsi uno slancio verso nuove idee e progetti. Ma nel frattempo, cosa è accaduto nelle loro vite? Come è stato questo primo decennio? Lo abbiamo chiesto a Nadia Bordonali e Luigi Filippelli, fondatori e anime di MalEdizioni.

> La domanda più banale ma essenziale: chi siete? Chi è MalEdizioni e come si è trasformata nel tempo?

L: Siamo due amici e per dodici anni siamo stati anche una coppia, aggiungerei che siamo curiosi e incoscienti. Siamo partiti che non avevamo nemmeno trent’anni, con un libro di racconti scritti da me e un festival microscopico organizzato nella biblioteca di Brandico, un piccolissimo paese della bassa bresciana in cui lavorava Nadia.

N: Non avevamo esperienza stretta in ambito editoriale, avevamo però organizzato eventi culturali e concerti con un’associazione giovanile, ci siamo quindi formati assorbendo da chiunque fosse disposto a condividere esperienze e passione… la nostra attitudine punk alla “Do it yourself” ha fatto il resto!

L: Le trasformazioni sono state sempre legate agli incontri con le persone, soprattutto negli spazi fondamentali dei festival indipendenti come Treviso Comic Book Festival, Ratatà, Bordafest e AFA. Il fumetto è una comunità inclusiva, ricca di idee, di voglia di condividere e di crescere insieme: con un terreno di questo tipo, mi riferisco soprattutto all’ambito dell’autoproduzione e dei collettivi artistici ma non solo, è facile sviluppare percorsi e approcci non convenzionali che permettano una sperimentazione continua.

> E proprio restando nel luogo in cui siete nati vorrei citare Via di qui, uno dei vostri ultimi titoli nella collana “Finestrini”, una storia a fumetti di Guido Brualdi con la vita in provincia come protagonista. Anche voi, a modo vostro, siete cresciuti in questi 10 anni in un piccolo capoluogo immerso nei campi della pianura Padana. Dalla Rassegna della Microeditoria di Chiari (BS) fino al vostro festival itinerante di fumetto e illustrazione, Tra le nuvole, cosa significa per voi diffondere e parlare di fumetti in un territorio che potrebbe sembrare all’apparenza più chiuso?

L: La provincia è una frontiera, soprattutto se si parla di piccole città o di paesi, gli autori e i libri che negli anni abbiamo proposto con i festival Tra le Nuvole e Microeditoria del fumetto non erano mai arrivati in alcuni di quei luoghi.

N: Si tratta di fare un lavoro di diffusione capillare. Ci sono persone creative e curiose anche in provincia, che hanno fame di un’offerta culturale varia e stratificata. Portare i nostri fumetti nelle piccole biblioteche di paese o in spazi non convenzionali, fuori dai circuiti consueti, ci ha permesso di incontrare nuovi lettori che altrimenti non avremmo raggiunto. 

L: È come vivere nel deserto, si può fare ma bisogna essere preparati, altrimenti il deserto ti inghiotte. E la provincia da sola non basta, non offre abbastanza, quindi ti costringe a spostarti, a creare connessioni con luoghi e realtà diverse dalla tua. Questa è una dimensione che non c’è nelle grandi città.

N: Le grandi città rischiano di diventare delle bolle, di essere autoreferenziali e poco ricettive rispetto a ciò che arriva dall’esterno. Per noi è importante esplorare e vedere approcci diversi: cosa propone un festival in un centro sociale a Rimini o come si lavora all’interno di uno studio condiviso a Torino, cosa propongono ai loro studenti le accademie e le scuole di fumetto sparse per l’Italia…

> Dalla provincia alla quotidianità: i temi delle opere da voi pubblicate sono solo apparentemente semplici, come potrebbero essere i gesti che si scambiano una nonna e un nipote… Parlo proprio di lei, il mio colpo di fulmine per voi: Emilia di Fabio Bonetti. Come cambia il racconto dei sentimenti e dei gesti nel mondo del fumetto? Dal più diretto come Emilia fino al più onirico come Tu sei la donna della mia vita, lei la donna dei miei sogni di Pedro Brito e João Fazenda: quali vostri titoli rappresentano al meglio questi temi?

L: Certamente raccontare i rapporti fra le persone ci interessa molto, ci piace portare il lettore in uno spazio intimo e fragile, stando attenti a evitare facili soluzioni ad effetto o stereotipi.

N: Ai titoli che hai citato aggiungerei Junior di Alice Socal, che si muove in una dimensione fra reale e fantastico, in cui un uomo sperimenta la maternità. Oppure la raccolta Good Girl di Eliana Albertini, che ci racconta l’infanzia in modo molto lucido e diretto, senza cadere nella facile trappola della nostalgia.

L: Poi c’è Princesse Suplex di Léonie Bischoff, è la storia di una ragazza come tante, che passa le sue giornate fra lavoro e impegni quotidiani, ma che nel weekend diventa un’eroina del wrestling. Un fumetto che ha anticipato la serie Glow di Netflix.

Eppure la vita è fatta anche di dolore, quello profondo che spezza il cuore in miliardi di pezzi. Con Dad di Lisa Lazzaretti e Logbook di Terhi Ekebom sono rimasta piacevolmente stupita di trovare in poche tavole l’immensità della perdita, i mondi immaginari (e mentali) che possono nascere dalla creatività di artisti in periodi difficili e che grazie a voi, anche se meno noti, riescono ad arrivare a un pubblico più ampio. Come scegliete le storie da portare sugli scaffali? Gli illustratori o fumettisti che incontrate sul vostro percorso hanno qualche punto in comune?

N: Dad e Logbook affrontano il tema della malattia con una delicatezza rara. Sono fumetti che, come Emilia, hanno al centro la cura verso il prossimo. Sono storie che cambiando i consueti punti di riferimento ci permettono di scoprire qualcosa di nuovo sul mondo e, forse, anche su noi stessi.Ci colpiscono gli autori che non cercano compromessi, che sanno cosa vogliono raccontare e come, senza adeguarsi alle mode e ai temi del momento. Storie che lottano per uscire dai binari, da ciò che è già acquisito. In questo senso ricordiamo sempre volentieri l’esordio di Martoz, Remi Tot in STUNT, che ha alzato l’asticella di quello che potevamo fare come casa editrice.

> Dagli esordienti ai nomi più noti: nel vostro catalogo non mancano nomi importanti come Alice Socal, con JuniorMarco Taddei, insieme a Samuele Canestrari, con Il battesimo del porco. Come cambia l’approccio e il vostro lavoro con artisti di questo calibro?

L: In realtà il nostro approccio rimane invariato, ciò che conta per noi è creare un dialogo creativo e fertile con gli autori, insieme a loro scegliamo come raccontare le storie e realizzare il libro. Ci piace considerarci un’officina editoriale e nelle officine ci si sporca le mani e si lavora assieme… e se serve si tira giù anche qualche santo.
Con Alice il processo è stato molto semplice, noi avevamo letto la sua storia in inglese, originariamente era stata pubblicata dalla casa editrice lettone Kuš. L’edizione italiana ha una nuova copertina e, come proposto dall’autrice, anche una nuova colorazione.

N: Per quanto riguarda Taddei e Canestrari sono una coppia molto intrigante per un editore… Taddei ci ha proposto una storia basata sui contrasti, in cui viene battezzato un grosso maiale. Il battesimo del porco ha una forte componente grottesca, ma la narrazione si sviluppa con controllo ed equilibrio, è essenziale e asciutta… questo rende il libro molto denso. Per me che sono cresciuta nella bassa bresciana ha un sapore fin troppo familiare… e Samuele realizza delle immagini che sembrano sospese nel tempo ma al contempo nascondono una grande energia.

> E il prossimo decennio? Come vi immaginate i vostri progetti futuri?

L: Spero viaggeremo parecchio, negli anni passati abbiamo partecipato ad alcuni festival in Europa, a Berlino e a Helsinki, sono contesti che ti permettono di avere un orizzonte più ampio, di scoprire nuovi autori e immaginari.

N: Evidentemente abbiamo preso troppo seriamente questa cosa di uscire dalla provincia! Per quanto riguarda i libri siamo sempre alla ricerca di qualcosa che non c’è, che vorremmo leggere ma che non troviamo in libreria, di storie e segni che ci lascino spiazzati.

> Ed ora l’ultima domanda immancabile: cosa è per voi il sale della vita?

L: In un mondo che ci chiede di non dare fastidio, di stare seduti al nostro posto, che ci dice ogni giorno quanto non siamo necessari, in questo mondo qui credo sia bello e necessario mettersi in gioco in prima persona: organizzarsi e inventare, fare qualcosa di illogico perché ci affascina, creare connessioni con persone diverse da noi, cambiare prospettive diventando etnologi urbani, dedicarsi al frastuono più atroce o al silenzio assoluto. Insomma, trasformare noi stessi in una sperimentazione continua, non avendo paura di cambiare o di mettersi in pericolo.

Grazie ragazzi e buon decimo compleanno!

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