Leggendo #183 – Manuale per ragazze rivoluzionarie (e la fine di un anno difficile)

Se c’è una cosa che mi ha sempre fatto arrabbiare a livelli da lanciare ciabatte contro la porta (mai libri, sia mai) è che per anni sono stata definita insicura. Quando però ho cominciato a prendere decisioni, dopo riflessioni lunghe e articolate con tanto di lista di pro e contro, sono stata definita impulsiva. Scegliere o non scegliere non faceva poi così tanta differenza: sembrava che qualsiasi mia mossa fosse naturalmente sbagliata. Parlo di un contesto di un paesino molto piccolo, dove non sono mai riuscita a differenziarmi perché tutto quello che pensavo e desideravo era difficilmente comprensibile da chi mi stava attorno. Quello che faceva crescere maggiormente la mia rabbia, però, è che le scelte altrui (e per altrui intendo maschili, ovviamente, ma non solo) non venivano mai commentate come le mie: andavano bene e basta. Loro non erano mai insicuri, al massimo solo attenti a non prendere decisioni troppo velocemente. Loro non erano mai impulsivi, solo coraggiosi. Sono sfumature, è vero, ma dettagli che per anni mi hanno fatto arrivare quasi a 30 anni ancora piena di complessi tanto che sì: ora sono davvero insicura. Quello che più mi stupisce di tutta questa faccenda? È che io l’ho sempre saputo ma lo scrivo ora, dopo aver letto Manuale per ragazze rivoluzionarie di Giulia Blasi che ha alcuni difetti, forse sì, ma smuove qualcosa dentro tanto da voler lanciare ancora ciabatte, oggi più di ieri.

(…) cominciamo prestissimo a non credere in noi stesse, e da lì peggiora.

Tutto è cominciato con la prima pallonata lanciata da un bambino di 40 chili e arrivata addosso alla testa di una bimbetta di 25 chili, caduta al suolo con il naso sanguinante. La colpa? Mia ovviamente, perché a palla prigioniera si scappa e si corre, non si sta fermi; bisogna sempre essere agili e scattanti. E lo dicevano a me, che avrei sempre voluto tempo per riflettere ma tutto girava sempre più veloce e io dovevo essere più scattante, rapida e sì, sicura. Forse è così che sono diventata più impulsiva superficialmente e più insicura internamente. 

È passato qualche tempo dalla lettura di Manuale per ragazze rivoluzionarie ma in queste ultime ore ho divorato Perché non sono femminista di Jessa Crispin e tutta la rabbia è tornata, ancora più forte. Per tutte le volte che sono caduta e c’ero solo io. Per tutte le volte che ho fatto delle scelte ma nessuno mi chiedeva di farlo: ero solo io che volevo ad ogni costo trovare la via migliore, la maggior parte delle volte ovviamente sbagliando. 

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Rollei 35 TE – First of the roll

È stato un 2018 difficile, meno brutto di altri anni ma decisamente peggiore di un 2017 che a distanza di tempo mi sembra ora così idilliaco. Non ho buoni propositi ma solo tanti rimpianti e alcuni rimorsi. Queste ultime letture però, quella di Giulia Blasi e di Jessa Crispin, mi hanno rinvigorito, mi hanno sbattuto in faccia pezzi di realtà che sono qui, fra le mie mani, e che mi hanno trascinato a un ricordo quasi dimenticato smuovendo la polvere di un libro che riporta la data 2003.

Avevo 13 anni, forse ancora 12. La professoressa delle medie mi credeva una piccola Lenù, giusto per citare quel libro – serie che racchiude tante cose vissute e nascoste in piccoli cassetti. Leggevo già tanto, forse troppo. Parlavo molto ma soprattutto con Chiko, il mio teddy. L’anno scolastico stava finendo o iniziando, non ricordo, ma è vivida nella mia mente la lista di libri consigliata dalla mia professoressa, solo per me. C’erano Jane Austen, ovviamente, Edgar Allan Poe e forse anche Agata Christie (di cui però avevo già letto tanto). Fra loro, in mezzo a loro, c’era però anche lei, Virginia Woolf. E non Le onde, né tantomeno La signora Dalloway: la professoressa mi aveva suggerito di leggere Una stanza tutta per sé. Non so perché quel titolo fosse finito lì in mezzo, fra Orgoglio e pregiudizio e racconti dell’orrore. So, però, che quel titolo è stato nel mio inconscio fino ad oggi. È stato la causa di tante scelte, forse avventate. È stato il desiderio di trovare una soluzione che mi avvicinasse il più possibile a quello spazio per me, per la mia scrittura e la mia voglia di provarci anche se non ho fatto il liceo classico come tutti si aspettavano, anche se non ho studiato lettere né tantomeno lingue o letteratura. Non sono finita a far la bibliotecaria come tutti pensavano e non sono nemmeno riuscita a fare della scrittura il mio viverci dove con questo termine si intende comprare viveri per la sopravvivenza su questo pianeta. Non so come sia potuto succedere. Non so perché mi sono ritrovata senza una guida che mi aiutasse a inseguire i miei sogni, né perché ogni volta che provavo a rimettermi sulla via corretta venissi spazzata via da infiniti contrasti.

La faccenda della scrittura, però, rimane sempre. Scrivere è quella cosa che a volte mi viene bene, la restante parte malissimo. Eppure è ancora qui: a coccolarmi quando sono sul divano di casa dei miei e vorrei solo piangere ma non posso; a consolarmi la notte quando le note del cellulare vengono inondate da un mix di pensieri contorti.

Non so cosa accadrà nei prossimi mesi, ci saranno ancora cambiamenti credo. E forse l’unica certezza che ho è che va bene così, che se non ci fossero non ce la farei: che se tutto rimanesse fermo e immobile io ne morirei.

Questa giostra smetterà di girare, questa fiamma smetterà di bruciare. Eppure non sono pronta a scendere, non voglio ancora raccogliere le ceneri di ciò che arde e stringe lo stomaco, ogni giorno.

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