Leggendo #143 – Umami

Ho terminato di leggere Umami di Laia Jufresa a bordo piscina, circondata da bambini che giocavano a tuffarsi nell’acqua dove non toccavano. Cercavano, li sentivo, di distrarmi in qualche modo da pagine che mi stavano trascinando in un piccolo comprensorio, un luogo che nella mia mente è un po’ come il cortile della casa dei miei genitori dove più famiglie si ritrovano a vivere con le porte d’entrata affacciate su uno spazio comune, spesso trasformato in luogo di giochi e di chiacchierate infinite. Le sere d’estate, noi bambini, ci trovavamo a improvvisare tornei di pallacanestro e i pomeriggi assolati, invece, correvamo dai nonni dei vicini perché avevano sempre il gelato anche per noi, che eravamo diventati i nipotini adottati. È così che, con questo libro, Edizioni SUR ha rispolverato piccoli sprazzi della mia infanzia ma soprattutto ha portato in Italia il primo romanzo di una scrittrice che strappa sorrisi e che in poco più di duecento pagine ha raccontato un microuniverso, Città del Messico, con la fantasia di chi vorrebbe stare a giocare con le parole per ore.

Umami, questo bisogna precisarlo sin da subito, è un libro a matrioska con una struttura tutta sua che saltella qua e là nel corso degli anni. Le quattro parti in cui è suddiviso il libro sono composte a loro volta da cinque capitoli che sono anni, ognuno di essi raccontato da una voce differente. Ana, Marina, Alf, Luz e Pina, infatti, sono i protagonisti a cui è stato dato il compito di ricostruire le vicende, una struttura solo apparentemente complicata perché Umami, in realtà, è un libro che scivola via, pagina dopo pagina. In libri come questi, spesso, si direbbe che pare di stare in un vortice ma il romanzo di Laia Jufresa è piuttosto una battigia dove le onde giocano con la riva e i piedi stanno ad aspettare l’arrivo della prossima onda che caccerà via i granelli di sabbia dalle dita.

E questo continuo tornare è un dettaglio che è stato sottolineato più volte in occasione di una colazione speciale, a Ivrea, dove Laia Jufresa ha raccontato la storia del suo libro e delle pagine che lo compongono, di come ogni personaggio ha vissuto nella sua testa prima di riuscire a prendere spazio fra le pagine e regalare a Umami la struttura meravigliosa che ha.

SURns2_Jufresa_Umami_coverMa cosa è Umami? Beh, Umami è soprattutto uno dei cinque sapori percepiti dalla lingua umana insieme a Dolce, Salato, Acido e Amaro. Umami, per spiegarvelo come Alf – il maggior esperto di umami nel romanzo di Laia Jufresa – è quel qualcosa che dà un sapore in più a un piatto di spaghetti, a quei “Carboidrati insapori. Ma se ci metti dell’umami, se ci metti parmigiano o pomodoro o melanzane, zac! È un pranzo”. Eppure anche le altre voci narranti, insieme ad Alf, sono a modo loro delle esperte di umami o comunque sia di quel desiderio di aggiungere alla propria vita quel sapore in più. La caratteristica più bella di questo libro, infatti, è che ogni personaggio è vivo, è un insieme di gesti, di modi di dire che ripetono e li caratterizzano (hai presente?), di vite che sono un voler continuare a essere ciò che sono, e ancora di più, nonostante la morte.

Perché Umami è soprattutto un libro sul lutto e Laia Jufresa lo ripete più volte durante la nostra chiacchierata. Ciò che è scritto nelle sue pagine vuole essere un libro sul dolore, non un thriller con colpi di scena ma un lento dondolarsi e soffermarsi sull’evoluzione e trasformazione della sofferenza, quella però irruente e che lacera il cuore quando una persona non c’è più. Il dolore narrato da Laia Jufresa è un continuo rincorrersi di onde, è il dolore di un paese intero, il Messico, di cui la scrittrice confessa di voler raccontare la violenza senza davvero renderla protagonista delle sue pagine, preferendo confinarla in dettagli ben particolari. Una scelta, questa, che predilige quindi i paragrafi con protagonista la vita quotidiana dei personaggi e gli spazi chiusi delle mura di casa perché, come ha voluto specificare la scrittrice, “in città così grandi descrivere luoghi piccoli e privati è un modo per raccontare ciò che accade negli spazi pubblici, più grandi e più ipocriti”. Un romanzo corale, quindi, che predilige soprattutto le voci narranti femminili in una letteratura, quella messicana, dove son sempre stati i personaggi maschili i prediletti a raccontare storie.

Noi bambini di città occupiamo un perimetro ridicolo.

Voltando l’ultima pagina di questo romanzo sono rimasta a fissare le piccole onde della piscina con il desiderio di capire come fosse possibile che, nonostante i temi trattati, la vera essenza di Umami sia il voler essere trascinati dalla voglia di vivere. Gli strascichi di un lutto continuano a tornare, a ondate, infinite volte, eppure a volte il desiderio di surfare su queste onde di dolore è più forte di qualsiasi altra cosa. Perché cercare se stessi, e tentare di definirsi, può essere un modo per superare qualsiasi sofferenza tanto che la ricerca di ciò che siamo è uno dei temi più importanti di Umami e che traspira dalle pagine grazie all’attenzione quasi maniacale di Laia Jufresa per le parole.

La parola alla quale associò quella certezza fu: possibilità. Il colore, quindi, quel bianco del possibile, acceso dal sole sulla parete liscia, si chiamò biansibile.

Umami, infatti, è una continua ricerca delle parole più adatte per descrivere situazioni, persone, attimi. I colori sono stati d’animo, ogni piccolo gesto un lascito di esperienze passate; la lingua inglese (la lingua scritta per Laia Jufresa) un’influenza costante per i messicani che hanno con questa lingua un rapporto tutto particolare dovuto al continuo andare e tornare nello stato vicino dove chiunque, ha raccontato Laia Jufresa, ha sicuramente un cugino, uno zio o un vicino che ci vive o ci ha vissuto. Importantissimo, inoltre, il lavoro di traduzione di Giulia Zavagna che ha giocato insieme a Laia Jufresa ad inventare parole, con un confronto sempre attento alle edizioni già pubblicate negli altri Stati per rispettare un lavoro di fantasia nato anche da passeggiate perché camminare, la scrittrice non ha dubbi, è forse uno dei modi migliori per trovare ispirazione e sedersi davanti a un foglio bianco senza paura.

(…) a guardare la polvere che fluettava, imbambolata (…) convinta che qualcosa (la sua vita) stesse per cominciare.

Umami, in questo romanzo su cui galleggiare, non è solo uno dei cinque sapori percepiti dalla lingua umana, non è solo il desiderio di aggiungere un ingrediente in più a un piatto di pasta per regalare gusto e appetito a un pasto. Umami, qui, è voler vivere al meglio ogni singolo istante, nonostante le difficoltà, nonostante le incertezze del futuro, nonostante le difficoltà del passato che sono piccoli fortini dai quali presiedere il presente.

Umami è anche un po’ Verdami, il verde di Umami che in realtà è anche un Verdeglioso, il verde meraviglioso che si è intrufolato in ogni foto scattata nella veranda de’ La Tisaneria di Ivrea dove Edizioni Sur e Laia Jufresa hanno arricchito una colazione speciale con dettagli di un libro che difficilmente se ne andrà via dagli angoli del cuore in cui si è intrufolato.

La colazione a Ivrea, a La Tisaneria, in occasione de’ La Grande Invasione. Grazie ancora a Edizioni Sur per l’invito speciale.

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