Leggendo #142 – Il racconto dell’ancella

Pensate a un mondo senza specchi, dove cercate la vostra immagine riflessa nei vetri delle finestre o delle vetrine della vostra città. Pensate a un mondo senza Polaroid e senza nessun tipo di immagine, digitale o analogica che sia, un mondo dove i ricordi non possono essere concreti. Provate a considerare questi presupposti come piccoli dettagli di un mondo assurdamente e ipoteticamente reale, i dettagli di un libro distopico, sì, ma che comunque vi annodano lo stomaco.

Ce l’ha in mano, è una Polaroid; quadrata e lucida. Quindi le fanno ancora le macchine fotografiche. E ci saranno album di famiglia, pure, con le fotografie di tutti i bambini; non delle Ancelle, però. Nella storia futura, noi saremo invisibili.

Ieri e Oggi

Era il 1985 quando Margaret Atwood portava nelle librerie Il racconto dell’ancella; il 1988 quando il romanzo arrivava in Italia. Quando la storia di Difred trovò posto per la prima volta fra gli scaffali canadesi erano passati una quarantina d’anni dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki mentre ne mancavano ancora tre prima della caduta del Muro di Berlino e solo uno al disastro di Černobyl. Perché questi rimandi storici? Perché le storie distopiche fanno paura come poche cose al mondo, perché spesso si crede nelle coincidenze, perché i riferimenti non sono mai davvero troppo casuali. E perché non c’è nulla, ancora, che faccia più paura della società che ogni giorno ci circonda e che non smette mai, mai, di stupirci, purtroppo spesso in negativo.

È il maggio del 2017 quando “Il racconto dell’ancella” viene portato sul piccolo schermo, una serie tv da 10 episodi, e il romanzo viene scelto da Emma Watson come libro del mese per il suo worldwide bookclub, Our shared shelf. È giugno del 2017, poi, quando Ponte delle Graziedecide di ristampare questo romanzo di Margaret Atwood e viene quasi spontaneo sottolineare che tutto ciò sta avvenendo mentre su alcune testate italiane, tra le più lette e importanti, stanno comparendo (ancora) articoli dai titoli “Torino, ricerca choc: un universitario su quattro giustifica la violenza sessuale”. Perché “Se una ragazza si veste in modo provocante, se la va a cercare”, perché stavi tornando a casa la sera tardi, da sola.

Perché Il racconto dell’ancella

Margaret Atwood ha racchiuso in un’opera tutto ciò che i romanzi distopici hanno: l’ascesa di un potere forte, un sistema penale violento, la suddivisione della società in gerarchie con ruoli ben precisi e delineati. E la forza del racconto sta proprio in queste caste rigide e insormontabili: le Mogli, le Ancelle, le Marte, le Nondonne e le Zie (così come i Comandanti, gli Angeli e i Custodi) sono sezioni di società con compiti ben definiti e che non possono trovare alternative al loro destino eccezion fatta, ovviamente, se si sceglie la morte. Ne Il racconto dell’Ancella il compito più attonito spetta proprio a quelle donne che, come la protagonista, sono riconosciute dalla società per le loro vesti rosse, simbolo di chi, invece di un corpo, ha uno strumento per dare alle Mogli dei Comandanti ciò che loro non possono offrire: una gravidanza e un figlio.

Mi manca il respiro: ha detto una parola proibita. Sterili. Qui non esiste più un uomo sterile, non ufficialmente. Ci sono solo donne che sono fertili e donne che sono infeconde, questa è la legge.

È così che ne Il racconto dell’ancella si finisce a parlare delle donne e di tutte le loro sfumature, di come il loro corpo sia un oggetto con obiettivi ben specifici che con le sue caratteristiche dà una presa di posizione (e considerazione) della persona nella società. E qui il dilemma delle protagoniste di questo romanzo di Margaret Atwood: quale situazione è la migliore? Ribellarsi alle gerarchie regalando il proprio corpo “liberamente”, scegliendo la prostituzione invece della schiavitù? Essere in un certo modo “libere” di darsi per non essere obbligate a darsi?

“Ci sono due tipi di libertà (…) La libertà di e la libertà da. Al tempo dell’anarchia c’era la libertà di. Adesso ci viene offerta la libertà da. Non sottovalutarla.”.

Come un racconto sussurrato in un orecchio

La particolarità dello stile di Margaret Atwood in queste trecento pagine è la scelta di non perdersi in dettagli temporali. Spazio e tempo sono relativi nel momento in cui sono i contenuti a esplodere, ad attaccare il lettore con visioni spietate, psicologicamente violente e così vive da sembrare reali.

Difred, profuga del passato come si descrive lei stessa, è la protagonista di un romanzo che ha come punto di forza l’aver ricreato un mondo che è una versione deformata e amplificata di ciò che la storia ha già visto e che la quotidianità continua a raccontarci.

La speranza è nella presa di coscienza, è nel voler continuare a raccontare l’assurdo per ritrovare la semplicità, i valori, la realtà più pura.


Questo articolo è stato pubblicato su Cosebelle Magazine.

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