Leggendo #135 – La vita segreta delle città

28 dicembre 2016.
Ho passato 7 delle 8 ore che sono sveglia in casa.
Le ho utilizzate per leggere un libro, La vita segreta delle città di Suketu Mehta (Einaudi).
È il miglior regalo che potessi farmi.
È il miglior regalo che potreste farvi.
È il libro che racchiude tutta la positività che dovrebbe travolgere l’umanità intera con l’arrivo del nuovo anno.
Sì, ho detto umanità e non sto esagerando.

Dov’è casa per gente come noi? Siamo indiani o americani? Siamo bombaiti o newyorkesi? Siamo entrambe le cose e nessuna delle due. Le persone che oggi si spostano da una località all’altra, che si tratti di città o villaggi, potrebbero essere definiti “interlocali”. Il dizionario dà la seguente definizione di questo aggettivo: “che riguarda i rapporti tra luoghi differenti”.

Chi esce di casa sa cosa significa tornare a casa, quella precedente, molto spesso la prima, anche solo per un breve periodo. Le abitudini nuove fanno a pugni con quelle più vecchie e con quelle di chi, per anni, ci ha cresciuti e amati. Ci si sente perfidi a provare quel fastidio in fondo allo stomaco, quando si pensa che a qualche chilometro c’è una stanza tutta per sé ma ci sono le festività e le cose giuste da fare che ti obbligano a restare qui, fra le mura di chi ti ha modellato.

Tutti i migranti, essendosi lasciati alla spalle parenti e amici, devono affrontare l’arduo compito di convincerli che ne è valsa la pena.

Non mi ritengo una migrante ma al paesello sì, per loro sono la traditrice che se ne è andata dal nido o questo è ciò che traspare dai loro sguardi che incrocio quando  erroneamente mi viene la pessima idea di fare una passeggiata all’amato fiume dove lancio paranoie e paturnie da quando ho coscienza di me. Domande? Infinite. Scoccianti? Abbastanza. Quelle che lacerano il fianco? Quelle di chi ti vuole bene e dai tuoi racconti vuole che ogni tre parole ci sia un “felicità”.

Che effetto produce sulla mente umana veder cambiare da un giorno all’altro i punti di riferimento dell’infanzia? Quanto possiamo convivere col costante mutamento di quel che ci circonda, prima di cominciare a sentirci nervosi, agitati, irritabili?

Mutamento? All’incirca. Il vero cambiamento sono io e la rabbia incontrollabile che sale dalle viscere e che mi fa pentire di ogni mia mossa fra queste mura. È lo scontro con ciò che è rimasto simile, soprattutto la gente e, ancora, le abitudini, quelle immutabili.

Quando la gente dei villaggi emigra in città, la prima cosa che manda a casa non sono i soldi bensì una storia.

Perché la realtà non è sempre facile da raccontare, allora inventiamoci una storia che non c’è niente di meglio delle favole per cullarci. E cullare.

Per comprendere come un essere umano nato dall’amore della propria madre possa essere corrotto bisogna leggere i romanzi: bisogna leggere Dostoevskij, bisogna leggere Balzac.

Perché il potere delle parole è così sottovalutato e basterebbe così poco per comprendere le azioni di chi abbiamo al nostro fianco e di chi sta nell’emisfero opposto al nostro. Si chiama empatia, si legge fingo di non vederlo.

La tristezza di Lisbona è la tristezza di un impero perduto.

Si chiama anche le città hanno una storia e un perché, si legge ma a noi cosa interessa?Costruiamo palazzi che fanno a pugni con tutto ciò che ci circonda.

Come fanno i migranti a non morire di nostalgia? Uno stratagemma è il cibo.

La voglia di tornare a casa l’abbiamo tutti, me l’ha insegnato Mario Soldati. Solo che poi uno deve imparare a capire il posto che preferisce e quando ciò succede non può continuare a vivere di compromessi, deve vivere in un luogo che regala quella cosa lì che fa vibrare il cuore. A volte è una città, altre il pianeta intero.

La sensazione, nelle parole di Joan Didion, che “da un momento all’altro potesse succedere qualcosa di straordinario, da un giorno all’altro, da un mese all’altro”.
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