Leggendo #130 – Run River

Avete presente quelle scene nei film in cui il protagonista ha la pistola in mano e all’improvviso preme il grilletto e il proiettile parte e la telecamera si sofferma proprio su questo dettaglio, sceglie di mettere a fuoco la pallottola e lo fa a rallentatore, seguendone il percorso per arrivare, frame dopo frame, al corpo di quella che sarà la vittima? Ecco, Run River, il primo romanzo di Joan Didion da pochi mesi nelle librerie grazie a Il Saggiatore, è proprio questo: un proiettile a rallentatore, un romanzo lungo un eterno sparo.

Voleva restare e voleva essere altrove.

Siamo in California, la terra di Joan Didion. Siamo Martha, la protagonista che un giorno potrebbe diventare Marìa di Prendila così, ma siamo più spaventate e soprattutto circondate da molti più personaggi tanto che la scrittrice americana pare, per la prima volta, non sapere quali far parlare fra loro. Ed è giusto così perché questo, appunto, è il primo romanzo di Joan Didion, scritto nel 1963, e completamente intriso di casa, di quella sensazione che si ha quando si sta cambiando aria ma si vorrebbe restare nelle proprie quattro mura, al sicuro.

“Non è nessuno. Alle volte io non voglio sposare nessuno. Ci sono pomeriggio in cui sono sdraiata sul letto e la luce filtra dalle persiane, e penso che non vorrei mai lasciare camera mia.”

Run River, poi, con i suoi personaggi è soprattutto tutto ciò che verrà della scrittura di Joan Didion. Ancora non ci sono la profondità e le forte emozioni nascoste fra le righe de’ L’anno del pensiero magico ma ci sono tutti i presupposti di una scrittura destinata a evolversi, a crescere, a maturare e diventare quella di una scrittrice pazzesca che come poche sa destreggiarsi sia nella narrativa che nella saggistica. Le atmosfere e i dialoghi si alternano sullo sfondo di una città calda e così vivida che pare di viverla davvero sulla propria pelle in quest’estate milanese passata sui mezzi pubblici a leggere di una terra solo relativamente lontana mentre il sole brucia la pelle di Everett come brucia la mia.

IMG_9121Essere innamorata di Joan Didion, lo ammetto, rende tutto un poco più confusionario perché è l’entusiasmo a leggere queste pagine, il desiderio di rintracciare fra i paragrafi ogni piccolo dettaglio che porta a quella che è diventata, ormai, una delle mie scrittrici preferite. È che leggere Run River è anche voler scoprire come si diventa così immense, come si riescono a trasformare parole in mondi vividi e laceranti, i personaggi in persone che con i loro problemi e le loro preoccupazioni diventano praticamente reali perché nel mondo di Joan Didion son sempre loro, gli uomini e le donne, a scrivere il romanzo con le loro vite e, soprattutto, con il loro mondo racchiuso nella loro mente e che la scrittrice americana riesce a portare su carta in un modo strabiliante.

L’unica cosa reale era stato lo sparo e lo sentiva ancora, aprirsi una breccia attraverso gli anni passati, vorticando nell’oscurità tra i giochi di quando erano bambini e quelli a cui giocavano ora, tra la bambina che era stata e qualsiasi cosa fosse diventata, seduta sulla sedia da ricamo, sapendo che lui non le avrebbe lasciato risolvere la situazione.
Lasciami fare. Che cosa sta tutto quanto? tutte le promesse non mantenute, le delusioni d’amore e d’onore; (…)

Il ricordo di Run River, anche a distanza di giorni e settimane, sarà questo lunghissimo sparo, sarà una notte d’estate con le finestre aperte, mentre si aspetta di spegnere la luce sul comodino che a malapena illumina un quarto di stanza. Sarà un mondo tutto da scoprire e che continuerà a rimanere ignoto perché dentro la nostra testa, purtroppo (o fortunatamente), ci siamo solo noi.

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One thought on “Leggendo #130 – Run River

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