Di quando regnava il SEO (e la nudità)

“Aggiungevi parole tipo ‘intravisto capezzolo’ anche se i capezzoli non non si vedevano per niente, solo perché era quello che la gente stava cercando. Era solo per SEO, ed era una cosa che ti distrugge l’anima.”

Mentre madre mi fa notare due piccioni che si baciucchiano sul nostro tetto mentre io continuo a incontrare solo ragazzi decisamente poco gentili e soprattutto non educati, compare nella mia home page di Facebook questo articolo di VICE dove si parla molto del 2013, anno in cui l’amore regnava indiscusso nella mia vita, ma soprattutto l’anno del SEO, quando ancora non l’avevo realmente capito il motivo ma sapevo di dover cercare di costruire frasi con “tette, culo, nuda, sesso“, possibilmente tutte nella stessa proposizione.

Cosa ho imparato lavorando per un giornale che fa clickbait con le celebrità mi ha rispedito con la mente a giornate in cui mi svegliavo alle sei del mattino, combattevo la nebbia in val Padana con la mia utilitaria e finivo ad aspettare il treno tremando dal freddo per arrivare a Milano, attendere la metro e poi il tram, per infine arrivare in un ufficio super figo tutto open space dove non funzionava mai il riscaldamento e con le dita completamente congelate si cercavano le notizie che avrebbero fatto fare il botto al sito per poi alle diciotto uscire, riaspettare tram e metro, imbarcarsi sul treno e cercare l’auto senza rischiare di diventare vittima dell’ennesimo omicidio di una giovane fanciulla che si aggira alle venti intorno ad una stazione di provincia buia aspettando di tornare a casa al caldo.

Sono passati quasi tre anni e ancora continuo a chiedermi come abbia resistito tutto quel tempo a una vita simile e, soprattutto, a un lavoro che mi faceva cercare le notizie più cool della giornata che sostanzialmente erano morti di personaggi famosi (e lì sì che si dovevano sfidare le leggi della fisica e del tempo per essere i primi a scrivere dieci articoli pressoché simili per farci arrivare tra i primi nella SERP) o di celebrità che praticamente non facevano un granché se non spogliarsi e fare l’errore di uscire di casa con un amico invece del marito e quindi inventare articoli con titoli come “oddio lo sta tradendo davvero: guarda il video delle corna con sesso“.

 “Ooops! Sembra che Kim Kardashian si sia dimenticata di mettersi il reggiseno oggi!”

Era un mondo che non capivo poi così bene ma che purtroppo mi riusciva benissimo: romanzavo le storie d’amore fra Very Important People di cui fino a un secondo prima ignoravo l’esistenza, facevo diventare le loro vite un romanzo alla Orgoglio e Pregiudizio ambientato negli anni Duemila, quando una foto su Instagram era una lettera d’amore e un tweet una vera e propria dichiarazione d’amore. Più la storia si arricchiva di dettagli piccanti più i click salivano, più il sito era una bomba, più i capi erano felici, più tu ti sentivi semi – soddisfatta perché evidentemente il tuo lavoro lo stavi facendo veramente bene e sostanzialmente era la tua scrittura la regina indiscussa, il poter scrivere liberamente delle vite degli altri inventando trend, modelli da seguire, modelle da amare.

Quando si tratta di pop star femminili e attori, le persone spesso cercano più frequentemente i nomi celebri insieme a parole quali “nuda,” “tette,” “culo,” “peso,” e “bikini”, invece che con il titolo del loro album o del loro film.

@worldmanchi

@worldmanchi

Il problema, però, era quando cominciavano a cercare sul nostro sito parole come “Rihanna nuda“, “Belen tette“, “Miley lecca“: parole chiave degne di YouPorn che ai primi tempi mi lasciavano completamente scandalizzata. Pensavo che la gente si limitasse ai video in streaming mica alla ricerca di dettagli così malati ma è un duro lavoro e qualcuno lo deve pur fare e quindi eccomi là, ad inventarmi una foto gallery sui nuovi look più cool stando ben attenta a scegliere foto dove il vedo non vedo era soprattutto un vedo e a inserire nelle didascalie tutto ciò che al mondo del web piaceva ovvero parole di parti anatomiche del corpo che ingolosivano i più curiosi (o sostanzialmente maniaci) seguite dalla parola nuda, meglio ancora se ci ficcavo anche un sesso che poteva trasformarsi in sesso femminile, tanto Google che ne sapeva: sesso veniva messo e tutti erano felici.

La cosa più assurda è che tutto ciò veniva fatto sostanzialmente un poco a casaccio, non ci veniva data una spiegazione troppo chiara: Google vuole così e così sia. Col tempo ho imparato a capire da sola le regole del SEO, a capire perché i miei articoli a volte venivano così amati e diffusi nel web: non era la mia scrittura o il mio stile o la mia capacità di inventarmi gossip e storie d’amore, era semplicemente il SEO.

Fu ovvio che mi allontanai da quel mondo dopo alcuni mesi: dinamiche varie mi convinsero a lasciare il SEO delle parole più ricercate nel web ad altri. Con Cosa ho imparato lavorando per un giornale che fa clickbait con le celebrità tutto quel mondo è tornato a galla ed è stato bello immaginare un’altra redattrice alle prese con tette e culi come me, che poi, ve la immaginate la carenza d’autostima di una donna nel momento in cui si ritrova a scrivere per 8 ore, 5 giorni su 7, di donne perfettamente perfette e amate dal pubblico maschile?

Ovviamente tutto ciò ha avuto anche lati positivi: non solo ho potuto conoscere persone bellissime ma ho anche cominciato a capire quello che avrei voluto fare, che la scrittura era il mio mondo ma la volevo anche proteggere, cullarla e lasciarla a interessi non dico più sofisticati ma almeno meno malati, che il SEO era anche buona cosa ma magari potevo lottare per portare ai primi posti della SERP cose più interessanti, ché se ci riuscivo con le forme di un’attrice magari potevo farcela anche con i libri o qualsiasi altra cosa che non uccidesse la mia autostima ogni mattina, quando le sveglie all’alba mi lasciavano solo occhiaie profonde ma comunque la voglia di fare bene perché quella, purtroppo o fortunatamente, l’ho sempre avuta nel DNA.

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6 thoughts on “Di quando regnava il SEO (e la nudità)

    • hai visto che segreti nascondo? 🙂 è stata un’esperienza che comunque mi ha portato dove sono oggi ma una faticaccia per il sistema nervoso che non puoi neanche immaginare.. altro che Pratolini!

  1. Il tuo pezzo mi ha ricordato un’esperienza avuta in Irlanda molto simile alla tua. Mi hai fatto scendere una lacrimuccia di nostalgia, nonostante l’immersione nella fuffa del gossip che facevo ogni giorno. 🙂

    • Oh, in Irlanda? Pensa che io dopo quell’esperienza ho mollato tutto proprio per andare lì alcuni mesi! Fortunatamente sì, dopo anni si riesce a provare anche nostalgia ma al momento è un vero e proprio tentativo di lavaggio di cervello 🙂

      • Io per fortuna lavoravo con dei colleghi perfettamente consci di quello che si faceva, per cui la si prendeva molto sul ridere. Poi comunque non era roba troppo spinta, si virava molto sulla musica e relativi gossip musicali. Era interessante vedere, soprattutto, le reazioni degli utenti del sito e delle pagine social e cercare di rispondere seriamente e professionalmente a commenti assurdi 😀

      • Ahahah!! Lo so bene! Anche a me capitava di dover rispondere a commenti indecenti, i più assurdi erano quelli di chi se la prendeva sul personale ahah è un ottimo metodo per fare uno poco di sociologia spiccia 🙂

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