Leggendo #120 – Tutti gli uomini di mia madre

E così quella prima promessa di silenzio si ruppe in mille pezzi dentro di me come quando giri un caleidoscopio; le avrebbero fatto seguito altri segreti dai bordi taglienti, spinti in un corpo minuscolo per essere custoditi finché non avessero minacciato di venir fuori lacerando le parenti.

Se c’è un motivo per il quale non ascoltavo da tempo un album dei The National (e per album intendo soprattutto questo) è che sostanzialmente mi lasciano sempre con la tachicardia e l’angoscia per qualsiasi cosa stia per accadere nella mia vita. Il problema è che di cose ne stanno capitando fin troppe in questo periodo, e già di per sé con un livello d’ansia abbastanza indecente, tant’è che ho pensato di abbandonarli per un poco. Poi però mi sono ritrovata a leggere Tutti gli uomini di mia madre di Kerry Hudson (Minimum Fax) e a lettura terminata ho pensato che fosse un buon momento per ricominciare con loro e soprattutto con Matt Berninger, diciamocelo.

FullSizeRenderJanie Ryan è una bambina fortissima ma ancora di più una ragazzina con un coraggio pazzesco. Nasce per sbaglio, da un’avventura della giovane madre che dalla Scozia partì per Londra con la speranza di trovare la felicità e un futuro speciale e dalla quale, invece, ripartì sola viaggiando verso casa con un bel pancione. Il titolo originale dell’opera, Tony Hogan Bought Me an Ice-Cream Float Before He Stole My Ma, è stato forse volontariamente riassunto per motivi di traduzione/copertina/altre cose ma vi giuro che è veramente incredibile come quelle poche parole sommino tutta l’infanzia e la crudeltà contenute in questo libro spiazzante che si fa divorare in pochissimo tempo grazie alla frenesia della narratrice, la nostra piccola Janie che cresce, pagina dopo pagina, insieme al lettore.

Mentre mamma si mordeva il labbro, si strappava le pellicine e sfogliava vecchie riviste, io imparavo che le storie erano in grado di farmi sentire al riparo da qualsiasi cosa.

Spesso mi chiedo cosa voglia dire traslocare e per traslocare intendo traslocare ogni pochi anni cambiando continuamente casa. Sono andata e tornata un paio di volte e ho vissuto case non mie per brevi periodi ma tornare al mio primo piano vista campagna, alla mia stanza piena di libri, è sempre stata una sensazione amorevole: questa è casa, qualsiasi cosa accadrà alla mia famiglia qua ci saremo sempre noi. Janie Ryan non solo non ha un padre ma nemmeno un posto da poter definire suo, delle stanze sotto a un tetto che rappresentino tutte le certezze della propria famiglia che, effettivamente, non esistono. È così che Janie cresce imparando a difendere la madre e la sorellina che nascerà pochi anni dopo, frutto di un amore che è più una guerra mondiale che un’unione vera e propria. Janie impara a non avere certezze, a lanciarsi in avventure poco responsabili perché la felicità non esiste: le botte, la mancanza di denaro e le cattiverie dei bambini negli infiniti primi giorni di scuola sono la prova che spesso è più facile non aspettarsi niente di più di quello che si ha.

Camminavo tra gli scaffali, passando le dita sul dorso dei libri. Sapevo che si chiamava “dorso” perché quando li tocchi hai la stessa sensazione di quando sfiori i bozzi della colonna vertebrale.

Eppure Janie, quando vuole, riesce a trovare il proprio rifugio. Sono quelle gite in biblioteca  da bambina, quando mamma doveva pensare a come comprare la cena senza nemmeno un soldo ma col desiderio di regalare alla figlia qualche momento di svago e piacere; è cercare nelle nuove città in cui Janie si ritrova a vivere quello stesso spazio e, anno dopo anno, il desiderio di tentare di consolarsi con Sylvia Plath o Il giovane Holden.

Piangevo perché nessuno nella nostra famiglia era buono come i personaggi dei libri e perché avevo solo dello zucchero, niente marijuana o alcol, ad attenuare le inquietudini che mi rodevano dentro.

Crescere è disperatamente difficile, figuriamoci in un contesto così, ironicamente parlando, dinamico. Kerry Hudson racconta tutta questa complessità senza veli e senza paura, anzi, lasciando qua e là, fra le pagine, dei brevi momenti più ilari soprattutto nella prima parte del romanzo, quando la piccola Janie racconta il mondo di droga e violenza che la circonda cercando, con l’innocenza di una bambina di quattro anni, di creare filtri a terribili episodi in cui la madre la trascina inconsapevolmente con sé, in un vortice di crudeltà e follia.

Eppure ricordare è importante: Janie sa bene come la vita sia una continua lotta ma mica si arrende. Incassa i colpi, li nasconde fra i suoi tentativi di sembrare una giovane adolescente felice e ribelle ma impara a decidere, a voler bene, a non arrendersi di fronte al futuro e quindi a provare e riprovare, ancora e ancora. È con queste sensazioni che si chiude il romanzo d’esordio di Kerry Hudson ed è con questa spinta che ho ricominciato ad ascoltare i The National: ansia non ti temo.

Forse pensate che da allora io non mangi più gelatina verde, e invece la mangio. È importante ricordare.

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