Leggendo #119 – Autobiografia di una femminista distratta

L’unico posto che amo del mio paesello è la riva del fiume. Quando mi sento carica ci vado a correre e con la musica a volume altissimo cerco di percorrerne tutto il profilo pensando solo al mio respiro e alle gambe che devono andare sempre più veloci. La maggior parte delle volte, però, ci vado per passeggiare, in silenzio, quando magari sta per cominciare a piovere e quindi tutti filano a casa per mettersi al riparo: io in quel momento esco e vado al fiume perché so che lì starò meglio.

I fiumi sono bellissimi e misteriosi, corrono chissà dove e si portano via pensieri e preoccupazioni. (..) (..) È molto istruttivo passare attraverso certi stati d’animo o certe prove di malessere senza lottare ma seguendo la corrente. Forse per questo mi piacciono tanto i fiumi, perché portano via, trascinano tutto quel che passa, lentamente  e l’acqua è sempre nuova.

La magia dell’acqua che scorre non lascia mai indifferenti: è la prova che tutto può procedere e può continuare nonostante gli ostacoli insormontabili che paiono sempre più grandi di quello che realmente sono. Leggere tutto ciò in Autobiografia di una femminista distratta di Laura Lepetit è come bere una tisana bollente alla fine di una fredda giornata, quando la tazza è così calda da trasferire calore alle mani ghiacciate e l’aroma dell’infuso che ti avvolge è una coccola all’animo. Il nuovo volume edito da Nottetempo, casa editrice di cui ormai sono molto affezionata grazie a Ginevra Lamberti e Paolo Colagrande, è una lettura piacevole, di quelle perfette per i momenti di sconforto, quando è più difficile credere nei propri sogni. Sostanzialmente, Autobiografia di una femminista distratta è più un libercolo che un vero e proprio libro, è quasi un diario il cui contenuto è tanto amore per tutto ciò che rimane impresso nero su bianco, il racconto di una vita passata a incontrare scrittrici e ad analizzarne le opere per poi portare in libreria le pagine più belle e toccanti scritte delle migliori donne con una penna in mano. Ed è una meraviglia come dalla fondatrice de’ La tartaruga edizioni si impari l’amore per la lettura ma soprattutto per la scrittura e per chi la sa curare e far germogliare. Ciò che si legge fra le righe, e che spesso viene dimenticato, è il grande ruolo dell’editore, forse uno dei lavori più difficili al mondo, perché deve saper curare i manoscritti come paffuti neonati e, spesso, aiutarli a crescere senza essere troppo invadenti, come una preparata e dolce babysitter che non si deve mai inserire prepotentemente fra il figlio (l’opera) e la madre (lo scrittore) ma interagire con entrambi per rafforzare il loro legame e renderlo ancora più intenso. L’avventura di Laura Lepetit con La Tartaruga edizioni è una storia che pare arrivare da un altro universo, in un mondo, oggi, dove l’editoria è sempre più un complotto come ha ben raccontato Antonio Manzini in Sull’orlo del precipizio. Autobiografia di una femminista distratta diventa così un ramo dell’editoria tra gli anni Settanta e Novanta ma anche la storia di una donna forte e terribilmente legata ai propri valori.

La donna è stufa di allevare un figlio che le diventerà un cattivo amante.

Timida ma già molto decisa, i pensieri della giovane Laura Lepetit furono molto influenzati dagli anni Sessanta, dai primi manifesti delle donne che volevano lottare contro un mondo prettamente maschilista e che cominciavano a muovere i primi passi verso la propria indipendenza. Non è un caso, quindi, se La Tartaruga pubblicò solo volumi firmati da scrittrici italiane e straniere e se Laura Lepetit, per tutta la sua vita, ha sviluppato uno sguardo critico e guerrigliero senza dimenticare, però, la propria dolcezza come racconta in alcuni paragrafi più personali di Autobiografia di una femminista distratta e dai quali una lettrice attenta ne rimane folgorata e soprattutto innamorata.

Da molte parti si afferma che arriva un momento nell’infanzia in cui si perde l’innocenza e ci si scontra con la realtà. In vari modi: perdendo la fiducia nei grandi, nei genitori, scoprendo la cattiveria, l’ingiustizia e così via. Io penso però che ci siano persone che l’innocenza non la perdono mai. Come me, per esempio, che mi fido sempre di tutti, che non dubito mai di essere ingannata, che credo nei tarocchi, nell’astrologia, nei segnali e nelle coincidenze e negli incontri casuali.

O come me che non mi arrabbio mai, che non ci arrivo mai a infuriarmi con chi se lo merita davvero e dimenticare le persone lanciandole in fondo a un burrone: io proprio non ce la faccio. Preferisco tormentarmi, stare col broncio per un poco cercando di placare il tumulto che si crea nel mio cuore con chili e chili di pagine e tonnellate di musica. Poi arriva un momento in cui tutto passa e si vuole dimenticare ciò che è stato smosso e si vuole tornare a vivere e fidarsi e, inutile dirlo, a farsi ingannare. Ed è proprio per evitare questo continuo rimuginare che Laura Lepetit impara a cambiare punto di vista, cominciando a guardare dove meno fa male.

È necessario vivere guardandosi attorno e non dentro.

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In Autobiografia di una femminista distratta si dice che il tempo quando si è giovani paia infinito e quando si invecchia, al contrario, troppo breve. A me, venticinquenne ancora per alcuni mesi, il tempo pare talmente corrosivo che me lo sento rodermi le mani, le ginocchia, lo stomaco. Mi sento che sta portando via tantissime cose, comincio a scordarmi persone e ad avere i sensi di colpa quando rimando qualcosa che non ho fatto o quando peggio mi accorgo che è passato del tempo mentre facevo cose necessariamente umane e indispensabili, come mangiare o dormire, e, occupandomi di ciò, non ho potuto fare quello che realmente volevo. Sento le gambe che mi tremano quando mi dicono che in questi mesi c’è in gioco il mio futuro e sento l’ansia che mi chiude la gola quando realizzo che è veramente così. Libri come Autobiografia di una femminista distratta fanno bene al cuore perché quando arrivano in momenti come questi ti prendono per mano, ti rialzano, ti danno una pacca sulla spalla e ti convincono che no, i sogni non bisogna accantonarli e che le cose belle verranno e che riusciremo a crescere come vorremmo e diventare, soprattutto, le donne che desideriamo essere e che già si nascondono dentro di noi.

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