Leggendo #118 – Mrs Bridge

Fu la notte in cui Mrs Bridge decise che se il matrimonio poteva anche essere un rapporto alla pari, l’amore non lo era.

SBAM! Arriva così: un giorno ti svegli e scopri che l’uomo della tua vita non ti ha mai amato che è ben diverso da non ti ama più, non ti ha mai amato e basta. Non ti amo invece di non ti amo più è come sentire un macigno impiantarsi nella pancia e più che una doccia fredda è una vera e propria esplosione: il cuore si frantuma in infiniti pezzi che ritrovarli, poi, è praticamente impossibile. Per Mrs Bridge invece no, non è così.

– Senti, mamma, nessun uomo mi metterà mai i piedi in testa come papà fa con te.

Anni Quaranta. Mrs Bridge vive a Kansas City con il marito sempre troppo impegnato col lavoro e i figli che più crescono più si allontanano da casa e dalla figura materna. Evan S. Connell pubblica nel 1969 un libro che è quasi un quadro dove in superficie tutto è così apparentemente tranquillo ma dove nel profondo, guardando meglio, si trovano pennellate date furiosamente alla tela, come se l’intento fosse stato quello di cercare di romperla ma senza farlo realmente per non dover ritrovarsi poi davanti a un confronto con la realtà. Questo perché India, Mrs Bridge, ci prova anche a dire la propria, vorrebbe parlare ed esprimere il proprio malessere ma c’è quel centrotavola floreale che divide lei e il marito mentre parlano a cena, neanche fosse un filtro che trasforma ciò che Mrs Bridge vorrebbe dire in ciò che invece dice realmente.

Sono passati giorni e giorni dalla lettura di questo libro e in realtà ancora non ho capito se Mrs Bridge l’ho apprezzato oppure no. Sarà che quelle passate sono state settimane pessime come tutte quelle che includono le festività così come accade ormai da due anni, giorni trascorsi solo con la voglia di scrivere come quella che mi sta prendendo in questi tempi perché sto ascoltando tantissima musica come non facevo da troppo tempo e sta smuovendo tonnellate di polvere che si erano posate un po’ ovunque. Era ieri che passavo il 31 di dicembre guardando puntate e puntate di Friends che già è Aprile e no, non volevo cadere nel banale come passa il tempo ma sì: come passa il tempo. Ci avrei voluto mettere un francesismo tra quel ma e quel ma una signorina come me non dovrebbe cadere in isterismi ma mantenere sempre un certo controllo nonostante quei momenti in cui pare esplodere tutto, dentro fuori e intorno. È che semplicemente non c’è più la pazienza, se mai si è avuta, di aspettare il momento: quando ci si lancia in una nuova avventura tanto vale viversela fino al midollo. Sarà che quel solito viaggio che nomino sempre è ormai un ricordo così lontano, un tassello di un puzzle che è andato in mille pezzi e che ancora oggi fatico a mantenere attaccato alla parete, sotto una teca di vetro a fare da barriera tra me e rimasugli di passato.

È per tutti questi differenti motivi che Mrs Bridge mi ha attraversato senza che io volessi veramente ascoltarlo. È difficile ritrovarsi a vivere qualcosa che non si vuole veramente ma Mrs Bridge pare accettarlo a modo suo, io no.

Italo Calvino, ne’ Le città invisibili, dice una cosa in cui ho sempre creduto tantissimo:

Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Mrs Bridge, questo inferno, pare non vederlo soprattutto perché non ne ha la volontà. Io lo vedo, ovunque, tanto che non riesco più a riconoscere quello che lo è da quello che non  lo è. La mia incapacità di digerire questo libro di Evan S. Connell è forse l’invidia di vedere un animo placarsi, restare indifferente o perlomeno calmo. Il mio, chissà se lo sarà mai.

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