Leggendo #117 – Diario minimo dei giorni a Milano

Non è che Milano non mi piaccia, è che mi ci è voluto parecchio tempo per capirla. Le prime volte la trovavo grigia, stereotipo della donzella che vien dalla campagna e si ritrova soffocata fra palazzi troppo alti e poco colorati. Poi sono passati gli anni, Milano è cambiata e la fanciulla pure. Ora non posso dire di amarla ma posso dire senza pensarci due volte che ci sto davvero bene: ho imparato a conoscerla meglio, a cercare quei piccoli dettagli che tanto fanno la differenza, a girarla e rigirarla e scoprire sempre posti nuovi. Quando piove la odio ancora, soprattutto quando arrivo il mattino presto dopo un terribile viaggio in treno, ma quando il cielo è azzurro (e a Milano quando è azzurro è di un azzurro fortissimo) l’umore mi cambia all’improvviso e sento di essere proprio nella città giusta, proprio dove dovrei essere. È bella questa sensazione di stare bene: non sono né innamorata con la paura che tutto venga cancellato come accadde in Irlanda né provo dell’odio che oscurerebbe qualsiasi lato positivo come invece succede in questo piccolo paesino nei giorni di sole, quando si esce di casa per andare al fiume ma ogni incontro è un interrogatorio seguito dal desiderio di partecipare a una setta che trasformi in realtà l’estinzione della razza umana.

Non ricordo precisamente il moIMG_7863mento in cui ho cominciato a stare bene a Milano. Forse quando smisi di lavorarci nel gennaio del 2014 e cominciai a vederla come una possibile ancora di salvezza che stavo cercando e che alla fine tentai di trovare altrove, molto più a Nord, senza però riuscirci. È stato da quel momento, forse, che son tornata sui miei passi. È stato così che il 2015 ha avuto da sfondo Milano in ogni momento in cui speravo di lasciare libera la mente seguito poi da questo 2016 che è cominciato con il mio andare e tornare quotidiano in una città che si fa odiare solo per le persone che ti pigiano nella metro e ti cadono addosso mentre si addormentano sul treno sul sedile al tuo fianco.

Ed è proprio in questi ultimi mesi che mi è capitato di trovare libri con protagonista Milano tanto che realtà e fantasia hanno cominciato a bisticciare fra loro. Non c’è mattina in cui arrivo in Stazione Centrale che non penso a Morpio e Adele seduti là in alto a guardare i treni sferragliare sui binari per portare persone ad abbracciare padri, mogli o figli e mandarne altrettante a stringere forte altri madri, mariti o figlie. È Il brevetto del geco di Tiziano Scarpa che mi ha portato, a inizio 2016, alla lettura di pagine con Milano a far da sfondo a nuove storie ed è con Diario minimo dei giorni di Franco Loi che mi ritrovo, ancora una volta, catapultata là dove ogni mattina spero di trovare quel cielo azzurro che più azzurro non c’è.

Quello del Diario minimo dei giorni di Franco Loi è comunque una storia all’interno di un’altra storia ancora più grande. Dal diario di una medaglia d’oro, questo doveva essere il titolo originale, è un susseguirsi di giorni l’uno simile all’altro se non fosse che tanto, o quasi tutto, si nasconde nel complesso di poco più di un centinaio di pagine che ambientate negli anni Cinquanta raccontano una città che nasconde alberi colorati dietro a vie grigie dove frastuoni e rumori paiono adeguarsi ai pensieri del protagonista.


Diario minimo dei giorni
, in realtà, potrebbe essere una semplice storia senza
 nessun fatto particolarmente rilevante ed è proprio questa la sua peculiarità. Da divorare in poche ore, Franco Loi raccontIMG_7967a una storia con una città ovattata dalla neve in cui i giorni precedenti e successivi al Natale vengono scanditi dalla vita di un impiegato umile, forse troppo, con una moglie disabituata alla felicità e un figlio che è sempre pronto a fuggire dalle mura domestiche. La necessità del protagonista di tenere un diario è il primo segno di un grande vuoto da colmare, il bisogno di raccontare la quotidianità uno
stimolo a migliorarla
, a vedere in ogni piccolo traguardo una vastità mai conosciuta prima.

La Milano di Franco Loi alterna suoni e silenzi in una casa piccina che fa a pugni con l’immensità della città che nelle pagine di Diario minimo dei giorni viene filtrata dalla quotidianità lavorativa e da un inverno freddo e nevoso.

Leggere questo romanzo è come passeggiare per le vie di Milano: sembra di non vedere mai qualcosa di particolarmente nuovo o bello, sembra la solita vita quotidiana che si trascina giorno dopo giorno, settimana dopo settimana. Poi si apre un portone, ci si sbircia dentro e si scopre un piccolo mondo che neanche ci si immaginava di trovare e l’animo si rasserena e si sorride e si arriva all’incrocio e si aspetta il semaforo verde. Ed è così Milano, è davvero così.

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2 thoughts on “Leggendo #117 – Diario minimo dei giorni a Milano

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