Leggendo #116 – Specie di spazi

Vivere è passare da uno spazio all’altro, cercando il più possibile di non farsi troppo male.

Parigi, il 1973 o ’74. Georges Perec è uno di quegli scrittori che giocano con le parole, le sposta dove più gli piacciono per poi rimetterle al loro posto e all’ultimo lanciarle nel vuoto e vedere che effetto fa restare a guardare dove si andranno a posare. Specie di spazi è un mucchio di pezzetti di spazio che racchiudono parole che si perdono a giocare con i vuoti e con i pieni che si creano in una pagina, nei letti di una camera, nelle stanze di un appartamento, nei piani di un palazzo, negli edifici di una strada, negli incroci di un quartiere, nel centro di una città, nell’esistenza totale dello spazio infinito. Georges Perec, forse, non ci ha nemmeno pensato troppo: ha costruito uno spazio e ha cominciato a muoversi al suo interno lasciando che le parole facessero il loro dovere trasmettendo tutto ciò che si può provare all’interno di un luogo qualsiasi.

(..) non sentirsi a casa propria in nessun luogo ma bene quasi ovunque.

È incredibile come staccarsi da tutto faccia così bene, come la prigione ci sembri più bella da lontano. E Specie di spazi questo lo sa tanto che mentre lo leggevo mi sembrava quasi semplice e banale, proprio un libercolo di un centinaio di pagine, e invece parlare realmente di luoghi è una cosa talmente complessa, così facile cadere nel banale che ora mi ritrovo a voler dire talmente tante cose da non poter più staccare le dita da questa tastiera nonostante la mia testa necessiti di strati e strati di coperte sotto le quali sprofondare.

FullSizeRenderIl fatto è che credevo di aver risolto il problema della giornata che iniziava alle 18:30 e invece l’ho solo traslitterata alle ore 21. I miei spazi in cui pensare sono diventati i treni presi di corsa, la metropolitana che sferraglia e inchioda all’improvviso, l’attesa del semaforo verde. È che sostanzialmente sono stanca di aspettare, sono stanca di rimanere lì ad attendere di poter finalmente vivere il mio spazio: sono stanca di arrivare fra queste quattro mura e non trovarlo.

C’è stato un momento in cui mi ero davvero convinta che sarei ripartita: aspettavo un esito negativo così da non dover nemmeno inventare una scusa. E invece ancora una volta un treno è passato e ci sono salita. Si può soffrire di troppi treni presi? Ci si può lamentare di non aver mai saputo dir di no? Probabilmente sì. Sono lamentele fini a se stesse e forse un modo per cercare di giustificare lo spazio che non sto vivendo e che Georges Perec tanto indaga abilmente facendoti morire dalla voglia di conquistarlo e tenerlo stretto a te, decidendo di descriverlo per poterlo rendere ancora più vivo e reale.

Perché scrivere è cercare meticolosamente di trattenere qualcosa, di farlo sopravvivere nel vuoto che si scava per lasciare da qualche parte un solco o una traccia o un marchio o un qualsiasi tipo di segno. Scrivere è creare una forma che in questo momento non sto riuscendo a costruire distratta come sono dallo studio, dai progetti, dalla voglia di fermarmi a guardare il paesaggio che si muove velocissimo sotto i miei occhi. Non ho mai pensato così tanto al futuro come in questo periodo: non ho mai desiderato di vivere il presente come in questo preciso istante. Non ho mai desiderato così immensamente uno spazio tutto mio così come dopo aver letto Specie di spazi di Georges Perec. Non ho mai desiderato così follemente di restare ferma ad aspettare l’onda infrangersi sulle mie gambe per poi farmi cadere nella sabbia scaldata dal sole con tutti quei piccoli granelli a solleticarmi la pelle.

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