Leggendo #112 – Il brevetto del Geco

Il geco è un animale affascinante di cui scienziati di tutto il mondo stanno ancora cercando di comprenderne le incredibili caratteristiche fisiche. Parliamo, in particolare, della capacità di questo piccolissimo rettile di aderire ad ogni tipo di superficie, tutte a eccezione della pentola antiaderente di Adele, una delle protagoniste de’ Il brevetto del geco di Tiziano Scarpa. E uno già si trova spiazzato perché questo libro comincia con un’eccezione, un fatto quasi assurdo e fine a se stesso, un’immagine che è l’anticipazione di infiniti altri momenti che sono racchiusi in un romanzo assurdamente caotico e difficile.

Per un tempo che muore, ne nasce un altro. Devo cambiare anch’io: impostazione, atteggiamento, tutto; come fanno queste lucine arancioni. Devo illuminare le mie destinazioni, le mie possibilità, i miei orari: le mie occasioni. Illuminare la mia meta, senza aspettare di ricevere luce dagli altri: devo emetterla io.

Quando mi hanno chiesto se consiglio Il brevetto del geco ho risposto che non lo sapevo. È difficile, infatti, cercare di capire dove questo romanzo voglia portare il lettore e, soprattutto, se davvero voglia trascinarlo da qualche parte. Tiziano Scarpa, con una prosa altalenante e con stili spesso differenti, crea due personaggi, Adele e Morpio, così diversi eppure così simili, deboli e insicuri come sono. Il brevetto del geco è un libro strano come bizzarro è l’animale di cui porta il nome: anche questo libro, come il rettile, pare volersi adattare a ogni superficie che nei suoi capitoli diventano immagini vivide, quasi palpabili, scene di vita quotidiana dalle quali ci viene chiesto di interpretare ogni minimo pensiero del personaggio, dando libero sfogo alle parole e, novità, a simboli che possano rendere maggiormente ciò che si nasconde nella mente dei personaggi.

Ne’ Il brevetto del geco, infatti, ci sono parentesi, punti esclamativi e simboli che si nascondono fra le varie combinazioni di tasti della tastiera e che rendono i pensieri dei personaggi del libro ancora più reali e vicini al lettore. È una tecnica che non avevo mai trovato in un libro, un mezzo che pare voler fermare l’immaginazione e sintetizzare in pochi simboli ciò che si sta scrivendo. E le parole, le altre protagoniste di questo libro, paiono doverci fare a pugni con loro, con i simboli, come se fossero degli ospiti sgraditi e non invitati al banchetto.

Tiziano Scarpa, che tanto avevo amato nella piacevolissima opera con Massimo Giacon Il mondo così com’è, in questo libro diventa più enigmatico pur parlando a colori: nasconde trame e pensieri in immagini che superficialmente paiono così come sono e che invece, come nel famoso dipinto Cena in Emmaus del Caravaggio, sono solo un gioco nel quale l’osservatore deve cercare il vero significato.

cenainemmausbrera

Il brevetto del geco risulta così un libro difficile, forse fin troppo contorto, che lascia però ammaliato il lettore per la sua prosa e la necessità delle sue parole di prevalere su tutto, persino sulla trama, bisognose come sono di dire la propria. E sono proprio loro, la scia di soggetti e di verbi, il filo conduttore di quest’opera che tra i tanti temi toccati (il mondo dell’arte come lavoro, la difficoltà di rendersi autonomi in un campo lavorativo creativo) trova un modo nuovo per parlare della conversione, del Cattolicesimo e di Dio. È un tema delicato che ne’ Il brevetto del Geco si insinua a piccoli ma costanti passi che causeranno un deragliamento inaspettato, forse il momento più caotico di un libro non certo ordinato.

Tiziano Scarpa, di questo ne sono certa, lascia ai lettori delle forme ben precise, sicuramente destinate a rimanere impresse nella mente del lettore, che deciderà solo in un secondo momento se il gioco de’ Il brevetto del geco gli è realmente piaciuto.

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