Leggendo #110 – Lettere non d’amore (e viceversa)

Tu parli di te, ma quando parli di me, mi rimproveri. Non si scrivono lettere d’amore per il proprio piacere personale, così come un vero amante, in amore, non pensa a sé. Con vari pretesti scrivi sempre di una sola cosa. Smetti di scrivere quanto, quanto, quanto mi ami, perché al terzo “quanto” comincio a pensare a qualcos’altro.

Quello che è racchiuso in Zoo o lettere non d’amore di Viktor Šklovskij si può riassumere con un semplice detto: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Non c’è scusa che regga e nessuna negazione che non sia stata urlata solo per la vergogna di un atto passato: siamo tutti colpevoli.

Trasformiamo la vita quotidiana in aneddoti. Costruiamo fra noi ed il mondo dei microcosmi personali – dei serragli.

Ma Viktor Šklovskij mi irrita da morire: proprio non lo sopporto. Amate Alija, invece di amare il vostro amare è una delle frasi lette in questo libro a cui più volte mi sono aggrappata prima di esplodere in un insulto sgraziato. Certe volte si è talmente sordi e incapaci di ascoltare ciò che non si vuole accettare che ci si ritrova a continuare imperterriti lungo il proprio cammino per poi ritrovarsi così ridicoli e inetti da rinnegare tutto ciò che è stato (o, come accadde con Zoo o lettere non d’amore, a riscrivere infinite lettere e introduzioni alle varie edizioni del proprio libro che a distanza di tempo vuole quasi rinnegare il passato). Banale e immaturo e terribilmente testardo è chi non ascolta e nemmeno si accorge di quanto il suo ego sia superiore a qualsiasi altra cosa, persino alla persona che tanto dice di amare. E se al primo livello di lettura, ci si ritrova a essere così inconcepibilmente irritati dall’insistenza dell’io narrante, il secondo ci porta a una riflessione molto più profonda e guidata dalla biografia dello scrittore russo il cui tema centrale è, ancora una volta, un argomento a me molto caro: l’emigrazione.

Viktor Šklovskij scrive Zoo o lettere non d’amore mentre si trova a Berlino, lontano dalla propria patria, la Russia. Come da richiesta della persona amata, non potendo più scrivere lettere d’amore, si ritrova a raccontare la vita quotidiana e il proprio lavoro soffermandosi maggiormente sul mondo della letteratura russa ma, soprattutto, sulle abitudini ed emozioni di un giovane immigrato che non potendo parlare dei propri sentimenti amorosi decide di narrare il legame con la propria terra d’origine e la difficoltà di dovere vivere in un paese differente dal proprio.

Zoo o lettere non d’amore pare voler raccogliere la testimonianza dello scrittore stesso, Viktor Šklovskij, lasciando al lettore il compito di scavare fra le righe e in particolar modo (scusate se insisto) nella testa dura di un innamorato che con maestria riesce comunque a continuare ad ammorbare la povera amata con le proprie paturnie. Purtroppo, se ancora non si fosse capito, questo libro è capitato fra le mie mani nel periodo meno indicato, in mesi dove osservo l’amore nei libri e nei film in un modo più distaccato del solito. Se nella pellicola Brooklyn è così dolce e nuovo e fresco e giovane, in un film visto di recente, Copenhagen, l’amore viene spiegato con una leggenda di cui subito mi sono innamorata perché equivale, all’incirca, al significato di amore a cui mi piace tanto credere.

I’m telling him a story about Skagen. It’s in the north of the country where the two oceans meet. I went there once with my mother. She was sad because her boyfriend left, and I was sad because I had a fight with my best friend. So she brought me to the end of the beach and then she pointed to the right where the Baltic Sea is. It’s a very beautiful and very blue sea…the current travels west. Then she pointed to the left to the North Sea…also a very beautiful and blue sea, but the current travels east. Then she pointed to the middle and she said that that is the perfect relationship…you look to the left and you look to the right, and both seas are there. And they can meet in the middle, but they never lose themselves in each other. They are always themselves no matter what.

skagen-copenhagenPerché per le persone è così difficile capirlo ma soprattutto metterlo in pratica?

Pochi giorni prima del Natale del 2014, mia madre mi regalò un piccolo quadernino speciale dove per tutto lo scorso anno ho lasciato pensieri sparsi qua e là. Sulla prima pagina lasciai una promessa che volevo mantenere a tutti i costi dopo l’anno più difficile che mi fosse mai capitato di vivere: pensare a me stessa. Scoprire, mesi dopo, di non esserci riuscita mi spezzò il cuore in infiniti pezzettini tanto da decidere di chiudere il 2015 lasciando proprio ciò che stava offuscando i miei sogni e decidendo di lanciarmi in un’avventura più grande di me che ancora non so dove mi porterà.

Non è stato per nulla facile e probabilmente non riuscirò mai a smettere di parlarne finché non sarò veramente felice e soddisfatta di quello che troverò (se mai succederà di arrivare da qualche parte). Quello che più mi preme e più mi ha messo in difficoltà è stato sacrificare persone che non hanno saputo esserci in un momento in cui avevo bisogno di un sostegno speciale: me ne dispiace ma non me ne pento. Perché non è tanto condividere il momento della decisione ma è tenere le redini ancora più salde nel periodo successivo alla scelta perché è proprio quello l’intervallo in cui si ha più bisogno di un sostegno, quando  tutto dovrebbe essere scontato e invece è terribile e spaventoso.

Sto scrivendo di tutto ciò dopo aver letto un libro con protagonista l’amore e il modo di dimostrarlo perché le persone che più mi sono state vicine sono state quelle che da sempre mi hanno dimostrato cosa significhi veramente amarsi: i miei genitori. Me ne sono accorta ancora di più guardando un episodio di Master of None, quando confrontando vicende familiari mi sono resa conto, ancora una volta, di come loro, mamma e papà, sono le persone più fortissime che abbia mai conosciuto, quelle che hanno affrontato malattie più grandi di loro a testa alta e, diciamocelo, hanno saputo crescere me, una testa dura piena di sogni.

Era da tempo che volevo scrivere di loro, soprattutto da quando vidi quell’episodio speciale di Aziz Ansari e da quando sostanzialmente decisi di lasciare ciò che avevo per provare a inseguire i miei sogni. È stato difficile e pur volendolo fare da tempo non sono mai riuscita a lasciarlo nero su bianco: questa volta non ho potuto resistere.

E insomma, vedete come vi prende in giro l’amore? Tu scrivi prendendolo per i fondelli e poi ti ritrovi a elogiarlo e invidiarlo. Merito delle sue infinite sfumature, degli infiniti campi che l’amore tocca e di tutte le maschere che può indossare. Crescere, forse, è proprio capire ciò: riconoscere l’affetto vero, quello puro, quello che tra mille intemperie continua a vivere. Quello che non insiste ma si mette il cuore in pace, quello che cerca di comprendere invece di aggredire: non è per nulla facile ma se lo fosse non perderebbe forse il suo valore?

E mi scuso con Viktor Šklovskij, io non ce l’avevo veramente con lui: sapere che mi ha fatto mandare su tutte le furie dovrebbe essere una prova di quanto le sue parole abbiano fatto effetto su di me, no?

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4 thoughts on “Leggendo #110 – Lettere non d’amore (e viceversa)

  1. “Sono così maledettamente lieto
    di avere un’altra possibilità
    perché la mia ultima volta sulla terra
    ho vissuto un’intera esistenza di peccato

    Sono così felice
    che so più di quanto sapessi allora
    continuerò a provare
    finché non avrò raggiunto il livello più alto”

    Resisti!

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