Leggendo #108 – Perché rileggere La campana di vetro di Sylvia Plath (in inglese)

Era il 2013 e leggevo La campana di vetro di Sylvia Plath. Ricordo che durante quei giorni non stetti molto bene e che un grigiore offuscò la mia primavera che quell’anno era iniziata con una proclamazione a dottoressa in Beni Culturali e in quel momento si stava concludendo con un mix di paure che cercavo di nascondere sotto il tappeto di camera mia: non potevo immaginare che pochi anni dopo quel tappeto sarebbe sparito e avrebbe liberato timori e angosce in ogni angolo della mia stanza.

Saranno state le paure del nuovo anno o forse i timori di tutte le nuove vite che mi aspettano e che ancora non conosco, sta di fatto che ho scelto di iniziare l’anno nuovo rileggendo quel romanzo che ricordavo così opprimente ma liberatorio, così pesante eppure leggero, così greve da lasciare liberi di volare via. Ho ripreso fra le mani La campana di vetro, sì, ma dopo aver letto anche i meravigliosi Diari di Sylvia Plath ho deciso di dedicarmi alla lettura del libro in lingua originale e lasciare che The Bell Jar sprofondasse nel mio animo con lo stesso stupore alimentato, questa volta, da una lingua diversa.

I am, I am, I am.

E se è difficile parlare di The Bell Jar lo è ancora di più cercare di farlo dopo averlo affrontato in lingua originale e aver rivissuto le pagine più dolorose di Sylvia Plath. Perché questo è un romanzo che è una sorta di autobiografia forse non veramente voluta (non a caso venne pubblicato per la prima volta in Inghilterra sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas), un libro che scava nel profondo e tocca tasti dolenti, così sensibili da lasciare un segno che lentamente continua a scendere nel profondo della mente del lettore, una straziante riflessione su ciò che è crescere ma soprattutto sognare, avere una meta ma non sapere come raggiungerla tanto da arrivare a chiedersi se è veramente voluta. 

I wanted to tell her that if only something were wrong with my body it would be fine. I would rather have anything wrong with my body than something wrong whit my head, but the idea seemed so involved and wearisome that I didn’t say anything. I only burrowed down further in the bed.

Quando lessi i Diari di Sylvia Plath mi ritrovai a voler scrivere tantissimo: ogni suo paragrafo, ogni sua riflessione ebbe su di me l’effetto di un’onda, direi più di uno tsumani, un bisogno improrogabile di raccontarmi proprio come lei faceva in fogli e taccuini (oh sì, proprio come l’amata Joan Didion), lasciando nero su bianco tutte le sfumature di una vita intera. La rilettura di The Bell Jar, invece, ha avuto ben altri esiti: se alla prima lettura di tre anni fa mi lasciò senza parole, questa volta Sylvia Plath mi ha completamente terrorizzato, lasciandomi in balia di infiniti quesiti la cui risposta, volente o nolente, non può che darla il tempo o forse un viaggio lontano da tutto ciò che mi circonda.

Ma quanto pesa questa campana di vetro che ci isola nella nostra testa, a volte senza nemmeno saperlo? Quanto siamo disposti veramente a dare per riuscire nel nostro intento? Perché è più facile starsene sotto chili e chili di coperte e aspettare che la vita accada invece di andare e prenderla per il bavero della giacca e urlarle in faccia ciò che vogliamo? Come può una ragazza scegliere la via giusta per il proprio futuro?

sylvia plathEsther Greenwood è fragile, fragilissima: me la immagino come Sylvia Plath ma con la pelle ancora più chiara, di una magrezza quasi malata e con gli occhi grandi, da cerbiatto, pronti a interrogare ogni viso che incrociano. Esther Greenwood è giovane, giovanissima: inizialmente pare avere le idee chiare sul proprio futuro ma poi si rende conto che in realtà non sa bene come progettare il domani, come muoversi per raggiungere ciò che vorrebbe, come vivere senza abbandonarsi a quei pensieri, sempre più assillanti, che le affollano la mente e le chiedono se quello immaginato nei suoi sogni è realmente il futuro che si aspetta di vivere.

In un primo momento pare semplice distrarsi: è a New York, ci sono i corteggiatori, c’è l’esperienza nella redazione di una rivista. Poi però le domande paiono alzare la voce e pretendere di essere ascoltate in ogni loro sillaba: il caos della città, in certi momenti, pare soffocarla; gli uomini paiono non capire la sua delicatezza e un turbine di pensieri sulla propria verginità e la sua perdita cominciano a collidere nella sua testa in una continua lotta fra tradizione e parità di diritti; la scrittura comincia a vacillare, soprattutto quando scopre di non essere stata ammessa a un corso al quale teneva moltissimo. E poi arriva quello che non sarebbe dovuto arrivare: il non voler più invocare aiuto per non avere più la paura di non sentirsi ascoltata.

FullSizeRender (2)Leggere The Bell Jar è come avere lo stomaco fra le mani e giocarci neanche fosse un pupazzo anti stress, di quelli che più l’ansia sale, più si stritolano fortissimo. Leggerlo in inglese, per me, ha significato riflettere moltissimo sulla scelta di ogni parola e di ogni espressione, soffermarsi più volte su interi paragrafi e soprattutto procedere lentamente, facendo respiri profondi ad ogni capitolo. Una fatica enorme, lo ammetto, non tanto per la difficoltà della lingua ma per la storia stessa racchiusa nel romanzo, così forte da voler convincermi a scorrere le pagine velocissimamente e invece, poi, rimanerne incatenata.

Non mi capita mai di rileggere romanzi amati, questa è stata la prima volta. La differenza di lingua ha influito minimamente sulle diverse impressioni che ho avuto dalla lettura di Sylvia Plath, prima nel 2013 e ora nel 2016. Sono tre anni, per me, che comprendono una discesa verso abissi che mai avrei pensato di toccare ma che mi hanno cambiata, tantissimo, anche se spesso, più di quanto vorrei, mi sento ancora la piccola neolaureata che cerca di capire come muoversi nel mondo dei grandi.

Non so bene cosa capiterà, la mia campana di vetro non ha niente a che vedere con quella che Esther Greenwod si è portata appresso. Eppure molte sensazioni sono simili e anche io, come lei, aspetto solo quella ventata d’aria fresca in pieno viso che mi rigeneri lo spirito e il corpo, proprio come accadde all’eroina di The Bell Jar. 

All the heat and fear had purged itself. I felt surprisingly at peace. The bell jar hung, suspended, a few feet above my head. I was open to the circulating air.

Sarà bellissimo.

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5 thoughts on “Leggendo #108 – Perché rileggere La campana di vetro di Sylvia Plath (in inglese)

  1. A me The Bell Jar ha fatto male e bene allo stesso tempo. Credo che, in fondo, tutte siamo ragazze di vetro, ma alcune sono ragazze di cristallo, ancora piu’ confuse, ancora piu’ spaventate, ancora piu’ fragili, capaci di percepire sentimenti ed emozioni in maniera amplificata rispetto agli altri. E tutto fa piu’ male.

    • Quanto sono d’accordo con te. La prima volta che lo lessi vivevo un periodo con la testa letteralmente fra le nuvole ma dopo tre anni molte cose sono cambiate e rileggere La Campana di Vetro è stato veramente un colpo al cuore: è incredibile come molti pensieri e paure coincidano, è molto bello e sono contenta di averlo ripreso in mano, ai tempi mi piacque ma non lo compresi così profondamente come ora. Rimane comunque che alcune parti son veramente dei pugni nello stomaco..

  2. Pingback: Leggendo #120 – Tutti gli uomini di mia madre | JustAnotherPoint

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