Leggendo #107 – La commedia umana come un film di Wes Anderson

È da quando ho terminato il primo capitolo de La commedia umana di William Saroyan che non riesco a levarmi dalla testa Wes Anderson. È come se nella mia testa si fosse instillata l’assoluta certezza che il regista americano lesse questo libro durante l’infanzia o l’adolescenza e che inconsapevolmente ne abbia colto le sfumature più ironiche, più dolci e più malinconiche per poi amalgamarle e trasformale negli ingredienti più speciali delle sue pellicole. Sono così infiniti gli elementi in comune e così simile il linguaggio di Wes Anderson e William Saroyan che mi pare quasi impossibile che il secondo non sia il padre del primo. Eppure sono lontani fra loro: La commedia umana (1943) venne pubblicata più di vent’anni prima dalla nascita del regista ma sono certa che nel sangue di entrambi scorra lo stesso amore e la stessa passione per la vita, in tutte le sue sfumature, tanto da renderla l’unica e vera protagonista delle loro opere.

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Perché, se ancora non vi foste capitata fra le mani una copia de La commedia umana  (di cui consiglio l’edizione curata da Marcos y Marcos), dovreste sapere che i protagonisti sono i componenti di una famiglia e tutti i personaggi che i figli della stessa incontrano nelle loro giornate. È la  vita quotidiana, con i suoi pregi e difetti, a brillare nelle pagine di questa commedia dove non c’è inizio né fine perché la grande abilità di William Saroyan sta proprio nell’introdurre nelle ultime pagine un nuovo principio, uno spiraglio di luce e a far scorrere le vicende quasi fossero fatti isolati, piccoli tasselli di un grande disegno non ben definito.

“Futuro?” disse Homer. Era un po’ imbarazzato perché aveva passato tutta la vita, ogni santo giorno, a pensare che ne sarebbe stato del suo futuro, fosse anche solo il giorno dopo. “Ecco” disse, “non saprei esattamente, ma credo che un giorno sarò qualcuno”.

Marcus, Bess, Homer e il piccolo Ulysses sono i figli dei Macauley che assomigliano vagamente ai Tenenbaum, più per la loro forte caratterizzazione che per le vicende in sé. In entrambi i soggetti, infatti, i protagonisti sono ben delineati, a ognuno di loro è possibile attribuire un particolare, un dettaglio, che li rende unici e veri, quasi palpabili. Wes Anderson e William Saroyan giocano con gli stessi principi pur utilizzando strumenti diversi: il piccolo di casa Macauley, Ulysses, si avvicina molto a Sam, il protagonista di Moonrise Kingdom, non tanto per l’età ma per la stessa curiosità e tenacia nel voler tentare di capire il mondo. Meravigliosa, poi, la scelta di William Saroyan di dare voce sin dalle prime pagine proprio a Ulysses, il piccolo abitante di Ithaca (California): con la scelta dei nomi e dell’ambientazione, lo scrittore pare volerci riportare alla mente il mondo greco, la mitologia, le prime narrazioni orali che già volevano elogiare la vita, quel mistero ancora oggi poco comprensibile.

Pensavo che un ragazzo non dovrebbe piangere più, una volta cresciuto, mentre sembra quasi che sia proprio quello il momento di cominciare, perché è allora che apre gli occhi.

La commedia umana è stata certamente una bella sorpresa, una coccola che non manca, però, di far riflettere il lettore su quelli che rimangono i  valori più importanti in cui ancora oggi crediamo nonostante le difficoltà di ogni giorno. William Saroyan ha racchiuso tutto ciò in capitoli brevi, quasi fossero istantanee o vere e proprie inquadrature alla Wes Anderson, quelle colorate e sgargianti con il protagonista sempre al centro di tutto ciò che sta accadendo.

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