Leggendo #106 – Di dimissioni e scrittura ai tempi della crisi

Fare una cosa quando vorremmo farne un’altra è il principio dell’infelicità.

Iniziò tutto un sabato pomeriggio di Novembre. Avevo trascorso la mattina nei luoghi in cui è nata mia madre, non so cosa possa centrare questo fatto in tutta questa storia ma credo che qualche traccia del passato abbia voluto influire sulla scelta più grande e assurda che potessi mai prendere: dare le dimissioni.

È il 2015, ho 25 anni e avevo un contratto a tempo indeterminato pronto per essere firmato dopo un anno di esperienza in un’azienda molto giovane e dinamica. Eppure, dopo quel sabato pomeriggio di Novembre, ho deciso di comunicare le mie dimissioni e, sostanzialmente, licenziarmi. Ma sei impazzita? C’è la crisi! Non troverai più nulla, resta dove sei! Sono tante le male risposte che ho incontrato, soprattutto e principalmente fuori dall’ambiente lavorativo, e se prima mi erano indifferenti ora che sono arrivata al mio momento ho proprio paura: è vero, sarà molto dura e forse ho completamente perso il senno ma come potevo rinunciare ai miei sogni alla mia età?

Non è facile spiegarlo e l’ultimo giorno di lavoro sono pure riuscita a piangere come una bambina: un anno è un anno e le persone speciali stanno sempre nascoste fino all’ultimo minuto per poi farti una grande sorpresa alla fine della corsa, facendoti esplodere il cuore dall’immensità del loro affetto. Proprio dopo questo slancio, forse, mi sono accorta di quanto timore non avevo previsto per il mio ultimo giorno fra loro ma nel profondo del mio cuore sono certa di aver fatto la cosa più giusta per me e fortunatamente anche i libri, uno in particolare, me lo stanno confermando. Il mio aiutante di fiducia si chiama Fate fuori il vostro capo: licenziatevi! ed è una raccolta di differenti scritti firmati dalla giornalista messicana Vivian Abenshushan che Eris Edizioni ha portato in Italia per poi farmi trovare una copia del libro proprio nei giorni in cui ne avevo più bisogno.

Lavoriamo fino a scoppiare e investiamo tutte le nostre energie per accaparrarci  una proprietà – anche se poi non abbiamo tempo per abitarla – invece di sviluppare appieno l’unica cosa che davvero possediamo: la nostra personalità.

2015-12-20 13.40.35Un poco Decrescita Felice e molto elogio all’otium, Fate fuori il vostro capo: licenziatevi è un libro che solo il comprarlo lascerà il vostro cervello esterrefatto. In differenti paragrafi, e
con differenti layout, Vivian Abenshushan racconta la propria esperienza lavorativa e la sua assillante necessità di liberarsi dal timbra – cartellini per poter godere della propria mente e della propria passione, la scrittura, un tema che l’autrice messicana non manca di toccare più volte, concentrandosi, anche, sulla sua trasformazione nel corso del tempo spiegando come la velocità e il progresso l’abbiano modificata e cambiata fino ad arrivare all’avvento di Twitter e di quei 140 caratteri che tanto piacciono agli intellettuali.

Scrivere è essere fuori dal tempo. Ed è, a mio parere, uno dei piaceri più puri dell’uomo, l’unico sollievo per chi sa di essere mortale, prigioniero delle lancette, futuro cadavere.

Mi rendo conto che il messaggio di Vivian Abenshushan non è così semplice da comprendere e nemmeno diretto come vorrei che fosse per l’umanità intera ed è per questo che vorrei fare un passo indietro e tornare alle mie dimissioni e al mio incondizionato amore per i libri e, ahimè, per lo scribacchiare senza pensieri.

Ho cominciato a pormi delle domande quando alle 18 di un qualsiasi giorno feriale uscivo dall’ufficio con il sorriso sulle labbra e con il pensiero finalmente inizia la mia giornata (certo, alle 18!). Tornavo a casa e nonostante la stanchezza e lo stress causato da tutti gli imprevisti che capitavano al lavoro, cercavo di mettermi in pari con le notizie della giornata (e no, non bastava un TG perché nei nostri TG italiani non dicono nulla di ciò che interessa veramente a me). Tempo di leggere qualcosa qua e là e già era ora di cena: un piatto di pasta o di carne o di verdure ingurgitato alla velocità della luce per guadagnare tempo, fare una doccia veloce e continuare la rassegna stampa di un dì ormai terminato. E poi, finalmente, alle 21 o poco più tardi iniziava la mia vera e propria giornata: un libro e una pagina bianca dove scrivere le mie impressioni, le mie paure, qualsiasi pensiero mi passasse per la capoccia. Peccato, però, che dopo otto ore attaccata al computer le mie forze fisiche non eguagliavano la mia volontà e, nonostante l’entusiasmo, il mio corpo implorava pietà. Ho cominciato a costringermi a fare ciò che amavo (costringermi a fare ciò che amavo: come può succedere una cosa simile?!) e a dirmi che dovevo cercare di fare il possibile ma improvvisamente, purtroppo, mi sono ritrovata a non fare più nulla di ciò che desideravo fare. Volevo sacrificare i weekend per la lettura ma la vita sociale interferiva con i miei programmi tanto da ritrovarmi a vedere gente ma a tornare a casa infuriata con me e, soprattutto, con chi vedevo perché rubava tempo ai miei interessi, ai miei libri, ai miei scritti. Ho cominciato a smettere di leggere con lo stesso entusiasmo e fervore di un tempo e ho iniziato a non avere più tempo per scrivere come piaceva a me, con calma, in camera mia, seduta vicino alla finestra a riempire pagine di parole, guardando, di tanto in tanto attraverso il vetro, il cielo cambiare colore. Il progresso, come lo intende Vivian Abenshushan, stava avendo la meglio su di me tanto da non riconoscermi più: erano comparse le occhiaie (sconosciute che nemmeno nei tempi più duri dell’università mi avevano mai disturbato), ero agitata, sobbalzavo senza un perché, il mio cuore aveva sempre i battiti troppo veloci. Mi ritrovai a dover necessariamente controllare il mio corpo ormai fuori gestione: mi iscrissi a pilates. Rimettere in sesto il mio corpo era il primo passo per cullare anche la mia mente: la lentezza dei movimenti, la ricerca dell’equilibrio che il pilates richiede mi aiutò a capire che lo stesso lavoro di precisione dovevo proporlo anche alla mia testa e, specialmente, ai miei sogni. Compresi presto che cambiare lavoro, mettere in pausa il turbine di pensieri che si domandavano cosa stessi facendo, era un passo obbligato per poter stare meglio: bastò un sabato pomeriggio di Novembre in una fiera di libri per convincermi che il lunedì successivo avrei comunicato le mie dimissioni.

Scrivo queste parole di getto, neanche fosse uno sfogo, perché è difficile, per chi non ha una passione così forte, comprendere come un’inclinazione possa portare al licenziamento voluto. Fannulloni direbbero in molti perché ancora l’otium non è stato ben compreso eppure quante vite ha cambiato, quanti scrittori ha formato, quanto bene ha fatto a chi ha bisogno di tempi differenti da quelli frenetici che oggi continuano a proporciFate fuori il vostro capo: licenziatevi parla di tutte queste sensazioni citando scrittori e saggisti e, più di tutto, regalando tantissimi e infiniti spunti sui quali ragionare: i fratelli Coen e il loro modo di far cinema, così diverso dai canoni del genere; il riciclo; i soldi facili e il progresso che ha portato i lavoratori a volere sempre di più (e a godere sempre di meno).

Forse esagero ma credo che una delle più grandi disgrazie della civiltà dell’intrattenimento sia la seguente: la trasparenza eccessiva, il fatto che stiamo diventando tutti degli idioti, ovvero che non abbiamo idee nostre. Che tutto venga detto subito e in maniera esplicita. Che la trama si sviluppi in modo fluido e abbia la giusta dose di suspense. Che niente rimanga in sospeso o ambiguo. Che i momenti comici siano stati cronometrati e privati di eventuali asprezze. Che le intenzioni dell’autore siano riconoscibili, modeste e rispettino le regole del genere. Che i personaggi corrispondano a tipologie ad alta digeribilità, privi di tormenti o dilemmi ideologici. La civiltà dell’intrattenimento propone un mondo uniforme, ovvio, rassicurante, senza ostacoli per lo spettatore. Un mondo privo di complessità.

Forse ora mi è più facile comprendere come al primo problema la maggior parte delle persone che conosco preferisca scappare invece che affrontare la situazione in modo dignitoso, senza farsi mettere i piedi in testa e soprattutto senza reagire ma preferendo il vittimismo all’accettazione dei fatti.

Ciò che colpisce di più negli scritti di Vivian Abenshushan è la personalità stessa della scrittrice che emerge proprio dalle sue parole. Radicale e mai accondiscendente, la giornalista messicana non è mai tollerante: è scesa a troppi compromessi nella sua vita e ora niente e nessuno può farle cambiare idea, nemmeno un lavoro nell’ambito che più ama e dal quale ha deciso di allontanarsi. Leggere un’opera simile in un periodo per me così complicato è stata come una carezza, un abbraccio da un’amica fidata pronta a sostenermi in ogni mia scelta. L’unica vera e grande differenza è che nel mio piccolo vorrei dedicarmi a ciò che amo con un ritmo onesto e necessario ad ottenere ottimi risultati, regalandomi soddisfazioni e,magari, un pezzo di pagnotta da portare a casa.

Una cosa è certa: per pensare c’è bisogno di tempo. Dopo questo ultimo anno trascorso lontano da me stessa, tanto da vedermi così distante da ciò che sono realmente, voglio prendermi tutti i secondi, i minuti e le ore e i giorni di cui ho bisogno per poter arrivare dove voglio e con le batterie ricaricate come mai lo sono state. Niente distrazioni, niente pesi sullo stomaco, niente che possa interferire con le mie scelte: ci sono solo io e la mia voglia di riempire di parole sempre più pagine bianche.

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7 thoughts on “Leggendo #106 – Di dimissioni e scrittura ai tempi della crisi

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