Leggendo #102 – Fuga in Italia (allontanarsi da sé)

Che cosa speriamo? Non lo sappiamo neanche. Ma speriamo. Basta. È quasi la felicità.

È il 1943 e l’Italia è divisa fra tedeschi e americani. Mario Soldati, con l’amico Agostino, decide di lasciare la capitale e dirigersi verso Sud inseguendo il desiderio di essere liberati. Pochi bagagli, piccoli furti a fin di bene, vagoni pieni di gente con linee ferroviarie semi – interrotte che costringono i fuggitivi a prendere due biciclette per raggiungere la propria meta: chissà se il viaggio avrebbe avuto un altro sapore senza tutto quel pedalare fra le buche lasciate dalle bombe esplose. 

Mario Soldati è entrato per puro caso nelle mie letture ma dopo America Primo Amore non ne vuole proprio sapere di lasciarmi andare: mi tiene ancorata a sé, ai suoi racconti, al suo continuo pensare al passato e guardare al futuro con speranza, sì, ma come se fosse una luce fin troppo piccola in un groviglio di rovi da dover attraversare prima di arrivare là, dove ci spingono i sogni. Fuga in Italia è tutto questo e ancora di più: è un viaggio in un paese devastato dalla guerra e da volti che non si sanno più se amici o nemici.

Vorrei non credergli. Vorrei che gli americani stessero sempre lì per arrivare, e poi non arrivassero mai, mai. (..) Sento che qualcosa, fra qualche momento, quando li vedrò, quando vedrò i primi americani, qualche cosa morirà dentro di me. Morirà la speranza dell’arrivo degli americani, la cosa più bella. Perciò non vorrei scendere, non vorrei vederli. Come quando la sveglia suona, è ora di alzarci, e ci voltiamo dall’altra parte e fingiamo a noi stessi di dormire quasi potessimo così prolungare un bellissimo sogno spezzato, vorrei per qualche istante ancora ribellarmi, non credere all’annunzio di Agostino.

Ma bisogna farsi forza, rinunziare. Bisognare avere il coraggio di sposare quella realtà alla quale ci aveva promesso la nostra fantasia. (…) Andrò  incontro agli americani e cercherò di suscitare, magari di fingere dentro di me lo stesso entusiasmo di quando, a vent’anni, vidi, arrivando a New York la prima volta, levarsi dalle ferme acque al cielo,la giogaia dei candidi grattacieli.

Mario Soldati ha 37 anni quando si ritrova a dover pedalare verso il sud d’Italia: l’America dovrebbe essere un ricordo lontano e invece il viaggio di gioventù torna a riempire i paragrafi più belli di Fuga in Italia. È come se lo scrittore non fosse mai veramente tornato e l’arrivo del paese ospite nel proprio paese d’origine è come sentirsi sottrarsi un pezzetto di sé e vederlo esposto in pubblico, come una parte intima che improvvisamente diventa pubblica: è come perdere un tratto distintivo che fino a quel momento è stato caratteristico di sé e ora è accessibile a tutti.

Leggo da quando sono stata la prima bambina a indovinare la parola scritta dalla maestra alla lavagna per mettere alla prova i nostri miglioramenti in quel lontano novembre del 1996. Da quell’istante non smisi più di lanciarmi nelle pagine di libri e romanzi eppure, in tutti questi anni, non mi è mai capitato di trovare il mio scrittore preferito, quella figura quasi materna da seguire e prendere da esempio tanto da invidiare sempre chi sapeva rispondere subito alla domanda più odiata da tutti i lettori: chi è il tuo scrittore preferito?

Ancora oggi continuo ad avere solo le mie preferenze, quelle pagine più delicate e più simili a me e quindi più facili da tenere nel cuore. Scoprire Mario Soldati, però, ha cambiato qualcosa, qualcosa di molto profondo: è stato come trovare un amico, una persona con tantissime curiosità e interessi come me che non ha mai esitato, non ha mai avuto paura di lanciarsi in nuove sfide. È una bella sensazione, una bellissima prova di come letteratura sia trovare un rifugio, qualcuno pronto ad ascoltare quella parte di te che nessuno saprebbe davvero ascoltare e che tu, purtroppo, nemmeno sapresti spiegare.

 

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3 thoughts on “Leggendo #102 – Fuga in Italia (allontanarsi da sé)

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