Leggendo #101 – L’anno del pensiero magico

Il libro che aveva in mano era uno dei miei romanzi (..).
La sequenza che lesse ad alta voce era (..) complicata (..). “Accidenti” mi disse John quando chiuse il libro. “Non venirmi mai più a raccontare che non sai scrivere. Ecco il mio dono per il tuo compleanno.”
Ricordo che mi vennero le lacrime agli occhi.
Le sento ancor oggi.
Retrospettivamente, questo era stato il mio presagio, il mio messaggio, la prima nevicata, il regalo per il mio compleanno che nessun altro avrebbe potuto farmi.
Gli restavano da vivere venticinque notti.

Ho pianto per il 95% del tempo che ho impiegato a leggere L’anno del pensiero magico di Joan Didion. In questi giorni, s/fortunatamente, ho un problema a un occhio quindi è stato facile giustificarsi in famiglia, da genitori che da cinque giorni mi vedono seduta sul divano a tentare di leggere con un occhio solo e piangere come quando ci si sveglia la mattina di Natale e si scopre che non ci sono regali da aprire. E ho pianto tantissimo perché L’anno del pensiero magico ha così tanto amore nelle sue pagine che proprio non mi capacitavo di come non potesse arrivare quel Ritorno tanto aspettato, quello che avrebbe trasformato tutto il passato prossimo in un incubo e riportato la felicità fra le mura di casa. Ma John Gregory Dunne non sarebbe più tornato, mai più.

La vita cambia in fretta.
La vita cambia in un istante.
Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.
Il problema dell’autocommiserazione.

Chi conosce Joan Didion è perché molto probabilmente conosce queste quattro brevi frasi così incisive, così penetranti, le uniche che la scrittrice e giornalista californiana riuscì a scrivere in quei primi mesi così difficili, difficilissimi, dopo la scomparsa del compagno di una vita. De L’anno del pensiero magico si è parlato così tanto, sicuramente più di quanto si sia parlato delle opere di narrativa – tra cui quel viaggio dal titolo Prendila così – eppure quando si chiude l’ultima pagina si sente la necessità di parlarne, di scriverne, perché proprio non ci si sente pronti ad abbandonare questo libro proprio come Joan Didion non si sentì pronta a terminarne la stesura: senza John sempre pronto a rileggere e curare le sue bozze, chi avrebbe riletto queste sue pagine per consigliarla e guidarla?

Nei momenti difficili, mi era stato insegnato fin dall’infanzia, leggi, impara, datti da fare, rivolgiti alla letteratura. Essere informati significa non perdere il controllo.

Nelle pagine de L’anno del pensiero magico c’è tanta letteratura e altrettante descrizioni estrapolate da testi scientifici. Ciò perché per un anno intero Joan Didion tentò di trovare risposte e motivazioni alla sua perdita in ogni pezzo di carta, in ogni piccolo ricordo antecedente a quella sera del 30 dicembre 2003 che doveva provare a ricordare, come se fosse stata alla ricerca di un’anticipazione che non era riuscita a cogliere in quell’autunno del 2003 ma che col senno di poi avrebbe dovuto comprendere per prepararsi all’accaduto. Ma ha davvero tanta importanza sapere se suo marito era già morto prima dell’arrivo dell’ambulanza o se la sua vita finì al pronto soccorso dell’ospedale? E cosa provò lui? Ebbe il tempo di pensare a cosa gli stava accadendo? Rispondere a queste domande diventa vitale per Joan Didion: per mettersi il cuore in pace, per accettarlo, per smettere di piangere perché quando qualcuno se ne va si rimane soli ed è solo con se stessi che ci si ritrova a fare a pugni.

Siamo esseri umani imperfetti, consapevoli di quella mortalità anche quando la respingiamo, traditi proprio dalla nostra complessità, e così schizzati che quando piangiamo chi abbiamo perduto piangiamo anche, nel bene e nel male, noi stessi. Come eravamo. Come non siamo più.
Come un giorno non saremo affatto.

Ed è cercando una risposta a tutto il suo male che Joan Didion, probabilmente senza rendersene conto, descrive la storia di un amore lungo una vita, una relazione meravigliosa alla quale il lettore si lega, si sente coinvolto fino a quasi provare invidia in quel legame così forte che faceva prendere aerei per cenare insieme e che cresceva in giornate trascorse in studi separati, ognuno impegnato nei propri scritti, ma con la porta sempre aperta per lasciare all’altro la possibilità di entrare e chiedere un conforto, un aiuto, un sostegno indispensabile.

A distanza di un anno dalla morte, Joan Didion pare convincersi che un ritorno non è possibile, che le scarpe del marito non sono più necessarie e che la vita è davvero cambiata. Se ne convince perché continua a ripetere fra sé e sé le parole e i modi di dire che John gli sussurrò nell’orecchio per una vita intera.

Dovevi sentirla cambiare, la marea. E dovevi abbandonarti al cambiamento.

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18 thoughts on “Leggendo #101 – L’anno del pensiero magico

  1. La Didion è da tempo che mi dico “devi leggerla”, ma non so ancora da dove partire. E anche questo libro mi sembra debba essere letto nel momento giusto, e per me questo non è proprio il momento giusto per libri altamente emotivi. Hai letto altro di suo che consiglieresti?
    Di C.S.Lewis hai letto “Diario di un dolore”? Mi pare abbia molte affinità con questo Anno del pensiero magico.

    • Ha molte affinità e nel libro viene citato più e più volte! Joan Didion pare cercare consolazioni nel mondo della letteratura tanto che l’opera di Lewis viene proprio ricordata, anzi, in realtà ne viene proprio trascritto un paragrafo.

      Io iniziai con Prendila così, molto breve come romanzo ma decisamente intenso: ne avevo scritto qui sul mio blog. Ha però tutte le caratteristiche peculiari della scrittrice e io me ne ero innamorata subito! Secondo me è un buon inizio!

      Dopo quello ho letto entrambe le raccolte di scritti, Verso Betlemme e The White Album, e anche quelle son pagine molto belle: si trovano pezzi veramente meravigliosi.

      Anche io in realtà ho aspettato molto prima di leggere L’anno del pensiero magico ma una volta iniziato è una droga: pur conoscendo benissimo come terminerà ce ne si innamora.

      Credo che prossimamente leggerò Blue Nights, mi han detto che anche quello è molto speciale ma credo ancora molto poco leggero per la tematica.. Meglio far passare qualche altro libro di mezzo!

      • Ah, ecco. Si vede che io e la Didion facciamo le stesse letture.
        “Prendila così” mi sembra un buon punto di partenza: ho letto ora la trama e potrebbe essere il mio primo Didion. “The white album” lo sento spesso nominare ultimamente, vista la sua recente traduzione, ma per i reportage non impazzisco, a meno che l’autore non sia qualcuno che ho già letto. Però ha una copertina stupenda quell’edizione del Saggiatore.
        Grazie per tutte le indicazioni Nellie, ti farò sapere del mio primo Didion 🙂

      • Certo, fammi sapere! E sappi che anche io non sono mai impazzita per reportage o in generale la saggistica ma i pezzi della Didion meritano tantissimo! Hanno molto pareri personali e ci sono pagine molto intime, neanche fossero taccuini. Prova con prendila così ma poi se ti piace non farti scappare gli altri 🙂 io inizierei con Verso Betlenme comunque, giusto per rispettare l’ordine cronologico. Buone letture intanto 🙂 facci sapere!

    • Diario di un dolore l’ho letto da poco, e per caso (l’avevo preso in biblioteca per conto di altri) ed è stata una lettura dolorosa.

      • Concordo sul molto doloroso, anche se (a mio parere) un po’ troppo incentrato sulla religione, come tutta l’opera di Lewis d’altra parte.

      • Beh, con Lewis torniamo indietro neanche di un secolo: la morte della moglie è del 1960. Penso che il suo credo sarebbe stato lo stesso ai giorni nostri, ma Lewis era talmente devoto che nel momento del bisogno solo grazie a quello è riuscito a venirne fuori.
        Diario di un dolore alla fine è un “come ho fatto a superare la morte di mia moglie grazie alla religione” più che un diario su come abbia superato il lutto in sé. Ed è per questo che dico che a mio parere è incentrato troppo sulla religione: tolta quella, tutto il libretto può dare poco a chi non è altrettanto credente.

      • Assolutamente sì, era molto religioso. Anche tutto il ciclo di Narnia è profondamente improntato sul cristianesimo, quindi è naturale che in un’esperienza personale come quella affrontata in Diario di un dolore si aggrappi molto al suo credo.

      • Posso immaginare! La Didion invece pur essendo dolorosa tocca tutte le corde più sensibili che abbiamo in noi.. È un libro di sofferenza, è vero, ma anche di tantissime emozioni.

    • Purtroppo e fortunatamente non esiste: consiglio un respiro profondo e via! Ci si ritroverà nel suo vortice senza nemmeno accorgersi e si sentirà la necessità di divorare tutte le pagine nel più breve tempo possibile. Che poi davvero, io pensavo di trovare l’assenza, la perdita, e invece è una storia d’amore di quelle che stentiamo a credere reali.

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