Leggendo #99 – Di America Primo Amore e Ritorni

Ma chi si sente di dover partire ricorda già. Guarda intorno come se immaginasse quello che vede. E la realtà che stringe, la ama come se non la stringesse: con la semplicità negata a qualunque possesso, e unica del desiderio.

Quando cominciai a leggere le prime pagine della mia copia presa in biblioteca di America Primo Amore di Mario Soldati, la chiusi e corsi subito a comprarne una, di copia, e la ricominciai a leggere sottolineandone tutte le parole, senza pudore per le pagine e il pastello blu. Perché quando ricominciai a leggere le prime pagine della mia vera copia di America Primo Amore volevo parlare di viaggi, di conoscere nuova gente, di quel (cito Mario Soldati) represso desiderio di patria che purtroppo ti capita di respirare in compatrioti all’estero, che nessuno li ha obbligati a stare lì e se tu sei nuovo, nuovo alla sensazione di essere espatriato, è un macigno sullo stomaco continuare a sentire quelle parole che elogiano Casa e insultano Nuova Casa. Leggendo Mario Soldati in America Primo Amore, poi, avrei tanto voluto parlare di come non credo che andrò mai in America, è una cosa che non credo riuscirò mai a superare, ma se un giorno lo farò vorrei avere al mio fianco lui, il giovane Mario che vede la Sixth Avenue per la prima volta e ne parla con il cuore gonfio, immaginando che quella città lo salverà, lo cambierà, lo crescerà. Tanti propositi, insomma, ma poi ho terminato la lettura, sono successe un paio di cose che non sono nulla se non semplici diatribe fra me e me causate dalla stessa circostanza che unisce e giustifica l’intera opera di Mario Soldati ovvero un dato di fatto che ancora oggi mi rode tutti gli organi vitali: come ti cambia la vita se alla fine del viaggio si perde e si torna a Casa ma una volta tornati a Casa, Casa non lo è più.

Laggiù si sognava la patria, come dalla patria si sognava l’estero.

Quando si parte per la prima volta, e si parte con un biglietto di sola andata, si muore dalla paura. Ricordo che continuavo a dire “Se mi trovo male, se le persone non mi capiscono, tornerò a casa”: quale bruciore allo stomaco scoprire che l’unica a non capirmi e a farmi male ero solo io. America Primo Amore è composto da diverse parti, una di queste è Risentimenti. Quando si parte e poi si torna, Mario Soldati lo sa bene, c’è quella parte di noi che non se lo perdonerà mai, che non smetterà mai di chiedersi cosa sarebbe successo se si fosse stati solo un poco più coraggiosi. Ti dicono di ripartire, tanto l’hai già fatto una volta,ma non sarà mai come la prima volta, non sarà mai la stessa cosa: non ci si perdonerà mai di perdere una seconda volta e trovalo tu il coraggio di mollare Casa che non è più Casa per sempre.

Ma un grande viaggio intrapreso sui vent’anni, un’emigrazione interrotta, conferisce al paese straniero che abbiamo abbandonato una lontananza religiosa, un’estraneità piena di stupori.

America Primo Amore ha dei passaggi meravigliosi dove a volte pare che le parole siano state messe un poco a caso come se il paroliere fosse stato troppo emozionato per ordinarle e renderle più pure e oggettive. Tutta l’America di Mario Soldati è filtrata dalla nostalgia, dalla rabbia che ci costruisce intorno semplicemente per giustificare la sua privazione fatta di sogni e speranze. Non è un caso, infatti, che la traduzione di America Primo Amore in inglese sia When hope was named America: quando la speranza prende il nome di uno stato, di una città, di un qualsiasi posto lontano è come se nella propria testa quella destinazione sia la soluzione a tutti i problemi, ci si convince che là si starà bene, che se durante il viaggio accade qualcosa, là ci accoglieranno e ci coccoleranno e ci faranno stare bene. Poi, invece, arrivi là e con tutto quello che è capitato durante il tragitto, pensi solo a come sarebbe stato rimanere a Casa: roba da perderci la testa e da rifare i bagagli dopo poco tempo.

E una volta a Casa che non è più Casa ci si cerca di arrangiare. Nulla è più lo stesso, son bastati pochi mesi per vedere sfuggire persone o farle fuggire con le proprie lune a cui non erano più abituati e che la lontananza ha solo peggiorato. Ci si distanzia, poi, da chi può riportarci nella Casa che non è più Casa che è sufficiente la proprio insanità mentale a roderci il fegato e piano piano, come dicevo, i restanti organi vitali. Passa il tempo e ci si ferma dove non si è arrivati, ci si butta in una quotidianità oscena, falsa. Capitano cose belle, perché fortunatamente capitano, ma non si riesce più ad apprezzarle come si avrebbe fatto prima di tutto ciò e fa male, tantissimo male. Sostanzialmente si è ancora a punto e capo: siamo noi che dovremmo aiutare noi stessi ma non sappiamo più come.

Ma un luogo amato e lontano è come una salma che dipenda da noi resuscitare, e che chieda continuamente di essere resuscitata: tormenta, distrae, divide la nostra vita; ed assale talvolta in pieno giorno, nell’attenzione delle opere, col suo fresco, reclamante fantasma.

Mario Soldati in America Primo Amore utilizza tanti ma. Mi piacerebbe immaginarlo nella sua camera, al tramontar del sole, che cerca di darsi spiegazioni mentre la pioggia scroscia contro la finestra. Mi piacerebbe pensarlo mentre cerca di farsi forza da solo ma (ma!) non ci riesce e deve cercare scuse, deve cercare infinite frasi da contrapporre l’una all’altra con quelle due semplici lettere sperando così di purificarsi, di sentirsi più leggero mentre le lascia nero su bianco. Pensando che comunque, nonostante tutto, America, vive ancora, da qualche parte dentro di sé.

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7 thoughts on “Leggendo #99 – Di America Primo Amore e Ritorni

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