Cosa rimane di un viaggio (ad Amsterdam)

Di viaggi lontani nel tempo e, soprattutto, di quello che rimane delle foto attaccate alla bacheca sopra il letto. Lo potete leggere qui o qui, su Salt Editions.

Era il 2011, avevo ventuno anni da due mesi e non sapevo che quella città avrebbe cambiato tante, troppe, cose (spoiler: non parlo di esperienze mistiche nei coffee shop). Le gite improvvisate sono quelle che mi hanno sempre più scosso e quella ad Amsterdam fu l’inizio di un qualcosa che la gente comune chiama crescita mentre per me, ancora ignara di ciò che sarebbe accaduto, fu “solo” un’improvvisa ansia sul volo di ritorno (rientro, tra l’altro, dirottato in un aeroporto tedesco a causa della nebbia: ma questa è un’altra storia).

Quello che vorrei tentare di spiegare è che ci sono dei periodi nei quali, all’improvviso, ci si accorge che tutto sta per mutare tra cui, inconsapevolmente, le proprie priorità. La mia adolescenza protratta fino alla giovane età adulta stava cominciando ad abbandonarmi e me ne accorsi proprio in occasione del mio breve viaggio ad Amsterdam, tre giorni improvvisati  con una vecchia amica con destinazione la città che semplicemente aveva il volo più economico e i più diversi tipi di divertimento nella to do list delle guide turistiche (spoiler: qui i coffee shop fanno la loro piccola ma importante parte ma anche questa è un’altra – divertentissima – storia). In sostanza, non sapevo nulla della città che stavo per visitare, volevo solo allontanarmi un poco per distrarmi il più possibile dalla quotidianità: Amsterdam, con il senno di poi, fu la scelta migliore.

Perché tre giorni passano talmente alla svelta, soprattutto quando si parte al mattino presto e bisogna affrontare la levataccia con corsa in aeroporto che andrà immancabilmente a rovinare metà della prima giornata. Eppure arrivare in Olanda è già di per sé una gioia, soprattutto se si necessita di un treno che attraversa le verdi campagne con i mulini a vento per arrivare, poi, nella capitale dei Paesi Bassi. E che dire della città che ci ospitò?

Amsterdam è acqua e case colorate con i tetti a punta.  È passeggiare lungo i canali, farsi cullare dal rumore della barche e dei battelli che dondolano sull’acqua, è immaginarsi di vivere in una casa galleggiante, sognare di avere un tetto che si può spostare sempre, ovunque tu voglia.  Quando intuii che molti olandesi vivevano veramente sulle loro imbarcazioni provai un’invidia immensa, capii cosa mi sarebbe piaciuto fare realmente e, soprattutto, cosa mi ero stancata di fare: restare con le mani in mano e non aspirare a piccoli sogni che sarebbero potuti diventare realtà, prima o poi (spoiler: molto poi).

Di Amsterdam potrei consigliarvi la visita al Museo di Van Gogh, alla casa – museo di Anna Frank (toccante come poche cose al mondo)oppure al  Rijksmuseum con la sua più grande collezione di opere d’arte del periodo d’oro dell’arte fiamminga. Vi dirò, invece, che la cosa che più mi piacque di Amsterdam fu sedermi su una panchina di Vondelpark, definito da molti il cuore verde della città. Stare lì, in un pomeriggio di novembre, a sorseggiare un caffè bollente cercando di fare mente locale su quelli che erano considerati i miei progetti fino a quel momento e quelli che, invece, stavano per bussare alle porte della mia instancabile voglia di continuare a provare a mettermi in gioco.

Cose che si possono vedere (o che puoi credere di vedere) ad Amsterdam.
Cose che si possono vedere (o che puoi credere di vedere) ad Amsterdam.

È stato riguardando le foto di Amsterdam dopo diversi anni che mi sono chiesta, a bassa voce, cosa rimanga di un viaggio. Restano le foto, appunto, quelle che poi si attaccano sulla bacheca in camera sopra il proprio letto. Rimangono i ricordi di momenti che faranno ridere solo te e il tuo compagno di viaggio perché chi non era presente non può capire realmente l’intera situazione. Con il tempo, però, i ricordi si sfumano tanto che la realtà comincia a far a pugni con la fantasia e chissà cosa c’è di realmente vero nella nostra memoria, lo si vorrebbe chiedere al compagno di quel viaggio ma chissà dove sta in questo momento. Non rimane, allora, che sdraiarsi a pancia in su, fissare il soffitto e provare a tornare indietro nel tempo, focalizzare  il posto che più ha avuto valore per sé in quella vacanza  e tentare di ricordare a cosa si stava pensando in quel momento. È stato così che mi sono ricordata che su quella panchina di Vondelpark sognavo di poter continuare a meravigliarmi di fronte a qualsiasi angolo di una città diversa dalla mia. E che non avrei mai smesso di lottare per me, solo ed esclusivamente per me.

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