Una passeggiata a Howth, fra mare e vento del nord

È passato quasi un anno eppure ho pezzi enormi d’Irlanda che ancora mi tengono sveglia la notte tanto da portarmi a scrivere di viaggi che tutti dovrebbero fare almeno una volta nella vita. Su Salt Editions potete trovare uno dei più belli che abbia mai fatto. Lo potete leggere qui o qui.

Vi è mai capitato di arrivare in un posto e sentire il cuore cominciare a battere all’impazzata, gli occhi inumidirsi e le gambe tremare? Sentire che quello, tra milioni e milioni di posti visitati, è quello che più vi appartiene, che più vi fa sentire a casa nonostante non abbia nulla in comune con quella che è realmente casa vostra? È una sensazione assurda ma decisamente meravigliosa e a chi non l’ha provata posso solo consigliare di mettere subito uno zaino in spalla e uscire per andare a cercarla. Che un’emozione simile dovrebbe obbligarla la legge, a ognuno di noi, almeno una volta nella vita.

Ero a Howth quando mi è capitato di sentirmi come fossi a casa mia, nella bergamasca, e a distanza di undici mesi ancora ricordo quel giorno nitidamente, neanche fosse oggi.
Howth è sostanzialmente un piccolo porto, un villaggio di pescatori che non ha dimenticato le sue origini marinare. Io stavo in Irlanda da quasi tre mesi e da due continuavo a sentire chiacchiericci di questo luogo, a una decina di chilometri da Dublino, famoso soprattutto per il suo fish & chips . Da celiaca quale sono, non me ne poteva importare nulla di una baia celebre per del cibo che non potevo mangiare eppure pochi giorni prima di tornare a casa per un veloce saluto all’estate italiana, decisi di prendere il treno e arrivare in quel noto sobborgo dal quale, per decenni, erano arrivate merci destinate alla capitale irlandese e nel quale, ancora oggi, la pesca è una delle attività principali.
Era uno di quei giorni meravigliosi di luglio. Il cielo era limpido, il vento forte e l’azzurro del mare lottava con il verde delle coste (sì, quel famoso verde la cui tonalità è quasi impossibile da spiegare). Il mio treno arrivò a Howth la mattina presto, carico di scolaresche (italiane!) in vacanza studio. Con la voglia di restarmene sola,
mi finsi un’irlandese e appena mi fu possibile sgattaiolai fuori dalla stazione d’arrivo. La prima impressione non fu delle migliori: Howth, a una prima occhiata, mi parve un non luogo addobbato all’irlandese, una via stretta, talmente stretta da sembrare a fondo chiuso. Un negozio di souvenir da una parte e un piccolo ipermercato dall’altro, già mi stavo pentendo di quel viaggio improvvisato il giorno prima. Immaginate la sorpresa, quindi, nel momento in cui voltai l’angolo della strada e mi ritrovai davanti agli occhi l’intera baia, talmente piccola da poterla abbracciare interamente con lo sguardo dal mio piccolo e improvvisato osservatorio leggermente rialzato.
Non so cosa mi prese in quel momento e ancora oggi mi è difficile spiegarlo, so solo che a quella vista cominciai a correre, giù per la discesa, verso il molo a forma di ferro di cavallo. Ne seguii il lato sinistro, superai da un lato i locali chic e dall’altra i chioschi improvvisati. Continuai a correre e arrivai a una barriera artificiale, rialzata sul mare, dalla cui cima si poteva ammirare il blu più profondo dell’acqua, la schiuma bianca delle onde che si infrangevano contro gli scogli e, proprio di fronte a me, un isolotto interamente verde, quella che per il mio immaginario infantile poteva benissimo essere L’isola che non c’è .
Ricordo che pochi istanti prima, appena fuori dalla stazione, presi uno di quei depliant con le attività consigliate. Tra le più gettonate, vi era una passeggiata di due ore lungo le scogliere, dalle quali avrei potuto godere della vista del villaggio e del porto da diversi punti strategici. Avrei potuto visitare Howth Castle o andare ai piedi della Torre Martello sull’isola Ireland’s Eye. E invece no: non feci nulla di tutto ciò.
Passeggiai lungo il porto, raggiunsi la parte opposta del molo, provai del pesce appena pescato in un localino a lume di candela nonostante il sole fosse nel punto più alto della giornata. Lottai contro il vento e mi avvicinai al faro con la sensazione di chi stava passeggiando nel parco in cui trascorreva le giornate quando era bambina e dopo anni ne faceva ritorno.

E sapete quale è stata la cosa più bella che Howth decise di regalarmi per averla amata così improvvisamente e straordinariamente? Al centro della baia due pescatori stavano maneggiando delle reti. Non so cosa stessero facendo di preciso, probabilmente le stavano solo preparando per la notte, quando sarebbero usciti nel mare aperto. Ai piedi della loro barca, però, improvvisamente, vidi tre foche. Perché uno esce di casa e pensa di andare a vedere il mare e poi si ritrova con delle foche a pochi passi da sé che giocano fra loro aspettando che dalle reti caschino i pesci rimasti incastrati nei nodi.

È sufficiente tutto ciò per farvi anche solo immaginare come in quel preciso momento mi si aprì letteralmente il cuore?

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4 thoughts on “Una passeggiata a Howth, fra mare e vento del nord

  1. howth entra nel cuore e non te lo togli più. per noi è stato lo stesso. prima notte del nostro vagabondaggio di nozze passata lì. 10 anni or sono. e la certezza che – prima o poi- ci torneremo.

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