Leggendo #92 – Stranieri di se stessi

Uscendo ho richiuso la porta e sono rimasto un momento sul pianerottolo, al buio. La casa era calma e dal profondo della tromba delle scale veniva un soffio umido e oscuro. Non sentivo che i colpi del mio sangue che mi ronzava alle orecchie e sono rimasto immobile. Ma nella stanza del vecchio Salamano il cane ha dato un lamento sordo. Nel cuore di quella casa piena di sonno, il gemito è salito lentamente, come un fiore nato dal silenzio.

Conobbi Joni Mitchell nel dicembre del 2011. Dovevo prepararmi per un esame di Estetica dedicato alla Malinconia e scovando tra vari saggi mi ritrovai fra le mani un consiglio di lettura che mai dimenticherò. Si chiama Contro la felicità – Un elogio alla melanconia di Eric G. Wilson. Fra i tanti artisti citati, fra i tanti nomi noti più per le loro opere che per le loro vite e tutti i loro piccoli segreti, c’era proprio Joni e il suo Blue, uno degli album che più gli anni passano e più riesco ad amare alla follia. Ricordo, inoltre, di come la chiave di tutto il saggio fosse la grande possibilità di scovare il meglio del proprio talento (musicale o letterario che sia) nei momenti più difficili della propria vita, quelli che paiono montagne immense o enormi massi lanciati sul cuore. Ne rimasi letteralmente folgorata.

Albert Camus visse sotto il cielo che in quei decenni scrutava dall’alto le due guerre mondiali. Nacque nel 1913 e crebbe fra l’eco delle bombe e  il desiderio di rendere il mondo un posto migliore, grazie soprattutto al suo impegno civile e il suo agire come unica via di fuga contro le ingiustizie e le cattiverie dell’umanità. Il karma (o chi per lui) decise che un incidente stradale avrebbe stroncato la sua vita a soli 47 anni. Quello che ho letto oggi è il suo libro pubblicato nel 1942, Lo straniero (sì, quel libro tanto caro a Liberò, mon Liberò).

E Lo straniero lo lessi in lingua originale molti anni fa, ormai quasi sette, e da quello che capii mi arrabbiai ferocemente con Meursault. “Alzatidicevo – alzati e dì la verità! Non farti scivolare la vita addosso, Meursault: reagisci, arrabbiati, sfogati, liberati, vivi!”. Sono passati sette anni, dicevo, e quella rabbia feroce si è trasformata in aghi appuntiti pronti a sprofondare nei punti più deboli del mio cuore. Meursault vede ma non guarda, semplicemente perché non vuole guardare. Meursault sente ma non ascolta perché ciò che il suo istinto gli suggerisce di fare è non ascoltare. Meursault, probabilmente, non sa nemmeno amare e non perché non gli è mai capitato ma perché semplicemente non ne ha voglia. Meursault è come un automa: nulla lo tocca, tutto scivola sotto di lui andando oltre la sua persona. Meursault, però, si ritrova in una situazione pazzesca tanto che qualcuno direbbe “eppur si muove”. E sapete cosa si muove, finalmente? Lo sapete cosa si agita quando tutto sembra ormai così scontato? Il suo animo.

Quando lessi il paragrafo con il gemito del cane, quelle poche righe che aprono questo girovagare, mi fermai un minuto intero a fissare il vuoto. Quante volte ci sono state anticipazioni che non siamo riusciti a cogliere, quante cose ci passano attraverso per schiantarsi altrove, creando un eco che ci pare di sentire ma che non vogliamo ascoltare.

La cosa più bella de Lo straniero di Albert Camus è che tu ci puoi trovare tutti gli intrecci che vuoi. Nella sostanza, in realtà, non sono poi molti eppure sono la prova che quei momenti difficili dovrebbero essere urlati, messi per iscritto, consegnati alla propria mano o alla propria voce. Proprio come diceva Eric G. Wilson. Albert Camus decide di passare il testimone di Meursault a personaggi minori, a scene parallele che paiono messe lì per caso ma che forse rispecchiano ciò che sta realmente accadendo nell’animo del prigioniero che, voglio credere, non è davvero così impermeabile agli eventi che lo scrittore non rinuncia mai di ambientare meravigliosamente, creando lo specchio dei sentimenti che non si vogliono manifestare.

La mamma diceva spesso che non si è mai completamente infelici. Ero d’accordo con lei e una nuova giornata scivolava nella mia cella.

Io non so cosa avesse in testa Albert Camus quando scrisse Lo straniero. C’era la guerra, c’era la vita perennemente in pericolo. C’era il bisogno di evadere ma si era prigionieri. Ma quanto può essere peggiore la vita quando si è prigionieri di se stessi tanto da non riconoscersi più e vivere completamente distaccati dalla propria persona? Quanto può essere peggiore essere stranieri di se stessi? Io non lo voglio più fare. E ieri, ascoltando questa dal vivo e cantata da una voce altrettanto divina, ho capito che quel vuoto non è più un peso ma semplicemente una leggerezza e che la mia cella, quella maledetta, sta lentamente, e finalmente, andando in frantumi.

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