Prendere treni al tramonto (di stage e fatiche non ripagate)

Non c’è un vero motivo a spingermi di smettere di fissare questo foglio bianco e iniziare a sfogare tutta la rabbia che ho dentro di me sui tasti di questo portatile. Eppure questa volta ci sono troppe sfumature che non voglio perdere e troppi dettagli che vorrei sottolineare e rendere noti ma che per questa volta, questa perfetta volta, vorrei tenere per me. Ciò che rode, però, sta in in un ambito spazio – temporale che ha spiegato così meravigliosamente Marco Alfieri su Rivista Studio, un pezzo – Lotta di classe anagrafica – che non riesco a smettere di leggere.

Pensate adesso alla scena tipica di questi anni: un ragazzo/a giovane, mediamente istruito/a, che lavora per pochi soldi a singhiozzo facendo spesso il doppio e il triplo per compensare la produttività sotto i tacchi di molti 55-60enni che guadagnano infinitamente di più, sono praticamente intoccabili, spesso senza competenze per stare al passo delle nuove tecnologie ma si lamentano di tutto e tutti. Certamente non è solo questa la fotografia del mercato del lavoro italiano ma sono sicuro che tutti voi, guardandovi intorno, potreste ritrovare un pezzo della vostra esperienza professionale.

Non mi sono soffermata sui dati statistici, so benissimo quanto NON guadagna un ragazzo intorno ai trent’anni, ma ho riletto quattro o cinque volte il paragrafo qui sopra e sì, il mio pezzo di esperienza professionale la ritrovo eccome tanto che per alcuni minuti ho smesso di leggere l’intero pezzo e son rimasta a fissare queste parole con un astio mai provato prima. Siamo mediamente istruiti (e mediamente solitamente è una laurea triennale); lavoriamo per pochi soldi (chi è fortunato “addirittura” seicento euro mensili, altri invece se la devono cavare con quattrocento euro, a volte poco più che indispensabili per coprire le spese); siamo tutti senza esperienza (ma con diversi stage di diversi mesi alle spalle che addizionati cominciano a diventare anni); siamo svegli e in pochissimi non sappiamo mettere le mani nel web: sappiamo cercare le informazioni di cui necessitiamo in pochissimo tempo e sappiamo organizzare il nostro lavoro utilizzando diversi strumenti informatici di cui i nostri capi ignorano l’esistenza. Molti di noi, poi, sono veramente disposti a tutto pur di avere un lavoro soddisfacente: i figli di papà che continuano il lavoro del padre sono sempre meno, o forse sono io che non ne vedo più. I giovani, quelli con cui ogni giorno mi confronto e che più apprezzo, si rimboccano le maniche e si mettono in gioco costi quel che costi. E forse il problema è proprio questo: siamo diventati troppo deboli, ci facciamo andar bene qualsiasi cosa. Quando ci offrono uno stage ci sentiamo quasi in colpa nel contestare la paga perché gli sguardi di chi ci assume dicono qualcosa come: dopotutto c’è la crisi, ritieniti fortunato se puoi guadagnare queste poche centinaia di euro. (Così tu risparmi e continui a guadagnare il tuo abbondante stipendio, vero?).

E il fatto è che sì, io le poche centinaia di euro me le posso anche intascare con piacere se non fosse che il lavoro, dopo alcuni mesi, l’ho imparato e formalmente non sono più uno stagista ma un lavoratore come tutti gli altri, semplicemente pagato di meno. E ciò che rode ancora di più è l’impotenza che si ha perché comunque si è gli ultimi arrivati e quindi per statistica si è quelli più portati all’errore quando in pochi si rendono conto che chi fa le cose per la prima volta ci mette un’attenzione pazzesca e chi le fa da anni, per abitudine, ha più possibilità di fare errori di distrazione (e quanti ne ho trovati sul mio percorso, quanti indici pronti ad additarmi senza nemmeno controllare il mio lavoro prima di giudicarlo).

Non ho abbastanza esperienza per poter dire cosa sia il mondo del lavoro ma nelle diverse esperienze lavorative che ho avuto son sempre stata a contatto con moltissima gente e, soprattutto, moltissimi adulti. La sensazione è che nessuno di loro crede in noi laureati, noi perditempo che andiamo all’estero a far bisboccia, che per i nostri sogni saremmo disposti a prendere un aereo anche fra un’ora, con destinazione una qualsiasi città che ci permetta di coltivare ciò che amiamo. La sensazione, quella peggiore, è che senza questa fiducia in molti stanno rinunciando a tutto ciò che hanno costruito negli anni o, peggio ancora, che stanno costruendo. Fra tanti che ci credono, vedo altrettanti giovani demoralizzati che sostano in quel limbo che chiamano università, facendosi spesare tutto da genitori che li preferiscono adagiati sugli allori piuttosto che incattiviti alla ricerca della propria identità. E tutto ciò mi fa salire le lacrime agli occhi perché non è giusto, perché dobbiamo farci valere, perché non dobbiamo darla vinta a chi ci crede così superficiali, perché forse di superficiali ce ne sono fin troppi e io voglio fingere di non vederli concentrandomi solo su quegli esempi di coraggio e costanza che conosco.

E sono davvero arrabbiata e potrei lamentarmi per altri infiniti paragrafi ma forse è meglio fermarmi qui e ripartire da dove avevo iniziato, da quel titolo, Prendere treni al tramonto, che a una prima lettura può non avere nulla a che vedere con tutto ciò che è stato detto ma che per me è un’immagine di speranza che tanto mi consola quando sto per perdere le staffe e che da sempre mi fa pensare che forse qualcosa di buono me lo merito anche io e che mai, MAI, dovrò rinunciare a raggiungerlo. Qualsiasi treno dovrò prendere, qualsiasi destinazione mi capiterà fra le mani.

2015-06-01 20.29.46-1

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9 thoughts on “Prendere treni al tramonto (di stage e fatiche non ripagate)

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