Fermarsi (per chi non sa dove andare)

Volevo vivere profondamente e succhiare tutto il midollo della vita, vivere in modo vigoroso e spartano e distruggere tutto ciò che non era vita, falciarlo via con ampie bracciate radenti al suolo, chiudere la vita in un angolo e ridurla ai suoi minimi termini. E se si fosse rivelata miserabile, volevo trarne tutta la genuina miseria e mostrarla al mondo; se invece fosse stata sublime, volevo conoscerla con l’esperienza e renderne conto nella mia narrazione.

Questo è Il ragazzo selvatico di Paolo Cognetti. Assomiglia un poco a Thoreau o a Christopher McCandless che legge Thoreau, ma sempre Thoreau è. Una logica conseguenza dettata dal cinema degli ultimi anni, però, vuole che così assomigli un poco anche a Into The Wild e alle soundtracks di Eddie Vedder, nel mio cuore per fin troppi motivi. Poi arriva Wild e tutto torna e si ripete ancora una volta: una vita spezzata da un determinato evento che diventa un punto di svolta per cambiare, per distanziarsi, per allontanarsi il più possibile solo per cercare di trovare la cosa più vicina ma distaccata da sé: il proprio io.

Perché cercare un rifugio dove tutto è selvaggio e nemico forse è fin troppo facile. Aggiungere chilometri fra se stessi e il problema è la cosa più istintiva e forse salvifica da fare quando nessuna soluzione temporanea pare riuscire nell’impresa: tanto vale andarsene nella natura. Mettere alla prova il proprio fisico, la propria mente e il proprio coraggio diventa una dimostrazione, una sorta di auto elogio per provare che sì, ce la posso fare. E più ne scrivo e più ci ragiono e più tutto ciò mi pare così stupendamente villano: svuotarsi di qualsiasi pensiero, vederli svanire e purificarsi lasciando spazio solo all’istinto di salvezza.

Dear Paul, I woke up this morning and I wrote your name in the sand. I’ve done that on every beach I’ve been since I met you. But I’m not going to do it again.

Provare invidia è così semplice. Lasciarsi tutto alle spalle è veramente così facile? Basta un viaggio per cambiarsi quel tanto che basta per tornare rinati? Il mio unico e vero viaggio mi ha completamente distrutta, mi ha ridotto ai minimi termini, psicologicamente e non. Non son mai riuscita a spiegare cosa accadeva realmente in quella stanza quando mi ci ritrovavo da sola a guardare il cielo ancora azzurro alle undici di sera e rosa alle tre e mezza del mattino. Ci ho provato ma la verità non è mai venuta veramente a galla e chi mi vedeva pensava che fosse una cosa che capita, il corpo cambia. E invece no, era la prova che non ero nemmeno capace a farmi male come avrei voluto.

Paolo Cognetti racconta la montagna e i boschi. Scrivere dei propri viaggi è una cosa talmente spontanea che nemmeno ci si accorge di risultare ridicoli: non sempre succede, ma spesso accade. Dispersi in qualche angolo della Valle d’Aosta, dell’Alaska, dell’Oregon, tutto diventa così strettamente necessario: è la tua mano che ti chiede con insistenza di prendere quella penna e di lasciarla scorrere senza paura su quei fogli bianchi, riempirli di piccoli sprazzi di vita che non vuoi dimenticare.

Poi passa il tempo e ti accorgi che non è cambiato nulla, che ti sei fossilizzato su quelle quattro righe e che stai continuando a rimuginare sul futuro: nessun filo logico, solo piccoli tentativi di fuga con pessimi fallimenti e il solo desiderio di raggiungere chi nel tuo cuore non se ne è mai andato. E continui ad ascoltare anche le stesse canzoni perché cambiare anche quelle diventerebbe un adieu che ancora fingi di non aver sentito.

 

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10 thoughts on “Fermarsi (per chi non sa dove andare)

  1. Continuo a chiedermi se ci sia un limite al numero di volte utili per reinvenarsi, per trapiantarsi, per creare un altro posto e cercare di chiamarlo casa, per innamorarsi, per perdersi, per cercare di ritrovarsi.

  2. Pingback: Leggendo #109 – New York Stories (feat Brooklyn) | JustAnotherPoint

  3. Pingback: Di chi parte per non tornare mai. | JustAnotherPoint

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