Leggendo #82 – Gli anni al contrario ovvero come lasciar correre

Quante volte si inizia un libro con tutto l’entusiasmo del mondo per poi vedere le pagine precipitare nel vuoto lasciando il lettore scontento e abbandonato a un finale triste o senza senso. Gli anni al contrario, invece, e forse il titolo pare volerlo anticipare, è un libro dove tutto, effettivamente, accade al contrario: il lettore lo comincia con diffidenza, quasi lo vuole lasciar perdere dopo pochi capitoli, ma poi qualcosa lo prende e il finale, forse scontato, lo lascia con quelle parole che però avrebbe proprio voluto sentire, le uniche che avrebbero potuto chiudere una storia così complicata e difficile.

Giovanni e Aurora si conoscono giovanissimi. Si incontrano per caso ed è subito amore, un legame fin troppo spontaneo da risultare a un occhio attento quasi superficiale. Nadia Terranova, la penna de Gli anni al contrario, non si sofferma troppo sulla parte più bella e dolce di ogni relazione: Giovanni e Aurora si innamorano e basta, non c’è altro da dire. Il non raccontare nulla del loro inizio può essere interpretato come il presagio di una storia raccontata con fretta il cui unico scopo è arrivare a quelle pagine più dense, più dolorose, dove l’amore comincia a vacillare e le valige a riempirsi e svuotarsi.

Non abbiamo mai usato lo stesso dizionario. Parole uguali, significati diversi. Dicevamo famiglia: io pensavo a costruire, tu a circoscrivere; dicevamo politica: io ero entusiasta e tu diffidente. Io combattevo, tu ti rifugiavi. Se non ci fosse stata Mara ci saremmo persi subito, ma almeno non avremmo continuato a incolparci per le nostre solitudini.

Siamo a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta e l’Italia è uno stato in bilico così come i giovani che ci vivono e che sono alla ricerca della loro identità. Nuove idee politiche, nuove droghe, nuovi vizi stanno entrando nelle camere di ventenni che non sanno come sono arrivati a quel punto della loro vita e il cui unico fine è riuscire a trovare un piccolo spazio di felicità, rimediare agli errori passati per allontanare i sensi di colpa e smettere di ricadere negli stessi futili abbagli. È in questo ambiente che Giovanni e Aurora si ritrovano ad affrontare le loro vite, in un mondo instabile che renderà entrambi così diversi da ciò che erano quando si erano conosciuti. E Nadia Terranova lo racconta rapidamente, come se avesse paura di perdere qualche brandello di storia qua e là, lasciando i protagonisti figli del destino, di scelte prese senza averci ragionato troppo, spinti da un istinto che è prova dell’incapacità dei due ragazzi di gestire le proprie vite.

(..) però prima scrivimi una lettera perché ancora oggi, quasi dieci anni dopo averla incontrata e con la certezza di averla amata, non so ancora chi sia Aurora Silini.

Gli anni al contrario scorre veloce nelle mani del lettore la cui attenzione, però, non potrà che ricadere su quelle brevi lettere, negli ultimi capitoli del libro, quando per l’unica volta, dopo più di un decennio insieme, Giovanni e Aurora, finalmente, si apriranno l’uno all’altra, serenamente, nascosti da un foglio bianco e da un inchiostro che parlerà al posto loro, sicuri, entrambi, di potersi raccontare come mai avevano fatto.

Non so proprio cosa raccontarti. Sono stanca di te che ti perdi, ti ritrovi, ti disperi, torni saggio mentre io rimango a guardare. Tra anni tu potrai dire di avere vissuto, io di aver pagato affitti, bollette e libri scolastici.

Ed è proprio questa incomunicabilità a rendere l’intera opera quasi soffocante per poi prendere un profondo respiro solo nelle ultime pagine, quando ormai è troppo tardi, quando tutti i cattivi pensieri hanno segnato definitamente il centinaio di pagine, quando le parole dolci sono scontate perché è la situazione che lo richiede e il cuore, di fronte a certi finali, non può che sussultare.

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