Vaneggiare (solo per chi non è riuscito a tornare del tutto)

Il Vento d’Irlanda continua a soffiare.

Sono passati mesi dal mio ritorno e sono passate settimane da quando ho sentito l’istinto di tornare a scrivere di quei mesi che ormai sembrano una galassia lontana, qualcosa che in certi giorni non sembra veramente accaduto tanto che ti ritrovi a parlarne solo per convincerti che invece è successo. Riesco solo ora, a distanza di non so più quanto tempo, ad ammettere che tutti i giorni passati da quei giorni di fine primavera non hanno curato nulla, che un passo avanti è stato seguito da infiniti passi all’indietro, che ciò che pensavo cicatrice era semplicemente una ferita non del tutto richiusa.

Quando uno torna non è mai chi è partito: lo si dice talmente tante volte che ormai queste parole paiono non avere più significato. Ma è anche vero che chi si ritrova dopo mesi lontani non è mai ciò che era e questo, spesso, viene taciuto. La colpa è sempre di chi se ne va, di chi vuole lanciarsi in una cosa più grande di sé, di chi prende quella valigia che non è mai abbastanza grande e cerca di farci entrare l’indispensabile quando in realtà le vere necessità stanno solo nel cuore. Chi rimane raramente capisce la difficoltà di tutto ciò tanto che ormai si è abituato a quell’assenza ed esserci o meno non cambia poi di molto ciò che sta vivendo: di ascoltare avventure altrui, poi, non si ha mai nemmeno troppa voglia.

Ed è dopo mesi che il Vento d’Irlanda torna a fischiare nelle orecchie, oggi più forte come non mai. 

Ferisce, si insinua in ogni pensiero, ne cambia direzione, manda idee e piccole certezze a sbattere l’una contro l’altra creando un boato terribile che fa tremare l’intero corpo. E ci si ritrova così, a sentirsi più soli di quando si era davvero soli in una terra lontana. Ci si ritrova così, con non molto da fare, un lavoro che impegna otto ore al giorno, il necessario per tornare a casa relativamente stanco o perlomeno con una scusa decente per infilarsi sotto le coperte.

Ogni cosa vecchia è logorata, ogni cosa nuova spaventa per la sua possibilità di diventare polvere.

Non ci sono input, mancano giornate in posti nuovi a riempire il vuoto che l’assenza di persone ha creato. Non ci sono onde a calmare il cuore che batte all’impazzata, che pare voler uscire dal petto tanto da provocare dolori che mai si erano sentiti prima di quel momento. Manca un qualsiasi volto sconosciuto, che non ti ha ancora etichettato, che vuole solo parlare di tutte quelle cose superficiali che ci si racconta quando ci si incontra per la prima volta, una voce pronta a entrare nella propria testa per cancellare un poco di sconforto e lasciare uno straccio di pace.

In questi giorni ho ripensato più volte al signore che in una giornata piovosa mi incontrò in spiaggia e mi disse, senza tanti giri di parole, you made my day.

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Ognuno è responsabile di se stesso. Siamo noi i creatori delle nostre occasioni, delle nostre vittorie, delle nostre sconfitte e di ogni piccolo momento di felicità. A volte, però, non bastiamo a noi stessi. A volte siamo solo paura e tremori che non sappiamo come condividere, che rimangono come pesi proprio in quel punto dello sterno, vicino al cuore e sopra i polmoni, affaticando ogni respiro e non lasciando passare l’aria.

E cercare in qualsiasi paesaggio o cambiamento climatico quel piccolo stupore che renda speciale un periodo che non ha nulla di entusiasmante. E inseguire infinite pagine che possano cullarti e amarti più di altri.

E tentare di scrivere, pur riconoscendone la velleità, come se riempire una pagina bianca fosse un modo come un altro per riempire il proprio animo.

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10 thoughts on “Vaneggiare (solo per chi non è riuscito a tornare del tutto)

      • Per nulla, puoi crederci, se ci fosse stato del sarcasmo lo avresti notato. Confermo, scrittura notevole

      • Oh, grazie mille! Son talmente poco abituata a complimenti sulla mia scrittura che spesso son fin troppo scettica! Grazie davvero 🙂

      • Potrà suonarti cinico ma non mi sorprende tu riceva pochi, e magari sciatti, complimenti sul tuo stile di scrittura: spesso chi ha la fortuna di trovarsi di fronte la bellezza, nel suo senso più profondo e compiuto, magari non se ne accorge. Oppure, semplicemente e tragicamente, molti non hanno uno straccio di buon gusto

  1. Cara Nellie, quasi sempre, col tempo, i ricordi diventano malattie croniche. Spesso dolorose, talvolta inutili. Parola di vecchio.

  2. There is no real going back. Though I may come to the Shire, it will not seem the same; for I shall not be the same. I am wounded with knife, sting, and tooth, and a long burden. Where shall I find rest?

  3. Pingback: Leggendo #109 – New York Stories (feat Brooklyn) | JustAnotherPoint

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